Itinerari nel pensiero di Tradizione. L’Origine o il sempre possibile

itinerariL’intento fondamentale che muove le pagine di questo libro è da individuarsi nel tentativo di trovare delle uscite di sicurezza, per usare un’espressione di Ignazio Silone, che consentano all’uomo contemporaneo di lasciarsi finalmente alle spalle il senso di apatica impotenza e di soggezione psicologica nei confronti dell’immaginario e della ideocrazia che sostiene gli esiti politico-sociali della Forma-Capitale contemporanea, quella della governance. Più in particolare, i saggi che seguono, si rivolgono a quanti, per scelta intellettuale e/o retaggio spirituale ed esistenziale, si pongano in posizione critica rispetto allo stato attuale delle cose. Inutile dire che, come il titolo in qualche modo esplicita, trattandosi di Itinerari nel pensiero di Tradizione, il carattere costitutivo che maggiormente connotata il testo è quello della viaticità: ciò evidenzia un’adesione convinta alla constatazione heideggeriana relativa all’impossibilità di costruire, nella fase attuale, un sistema di pensiero. L’ultimo lascito del pensatore svevo, infatti, è un esplicito invito a produrre: “Itinerari non opere”.

Del resto, l’attuale contingenza storica, ha determinato lacerazioni, divisioni e una progressiva atomizzazione nelle stesse aree intellettuali e politiche che si dicono oppositive al sistema. La malattia che a parole esse sostengono di aver diagnosticato, indotta dai germi pervasivi dell’economicismo utilitarista e globalizzante, e che, in conseguenza di ciò, avrebbero dovuto tentare di lenire, in realtà svolge ormai un ruolo destrutturante al loro interno. Mancano, per dare risposte forti, non solo uomini capaci a tanto, ma soprattutto riferimenti ideali sui quali costruire un Grande Progetto di cambiamento socio-politico. Le culture che, finora, hanno dominato la scena, sono incapaci di fornire risposte significative ai bisogni dei popoli. Mentre liberal-democratici e social-democratici si alternano sterilmente alla guida dei paesi d’Europa, sensibili alle intimazioni della finanza transnazionale, espropriatrice di libertà e tradizioni, i neo-marxisti hanno acquisito un timore atavico a pronunciare la parola magica, che fin dal lontano 1848, lanciarono dalle barricate: Rivoluzione. Assorbiti, non solo politicamente ma esistenzialmente dal sistema, anche a causa della sparizione della stessa realtà “psicologica” delle classi, indotta dalla colonizzazione dell’immaginario consumistico che omologa, anche nei desideri, lavoratore e imprenditore, i neo-marxisti restano deterministicamente in attesa del grande cambiamento prodotto dal capitalismo cognitivo delle nuove tecnologie mercuriali. Per non parlare della crisi della principale autorità spirituale d’Occidente, la Chiesa cattolica. Negli ultimi anni è venuta meno la speranza di ri-evangelizzare il continente europeo, è fallito il progetto catecontico di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: le adunate oceaniche di piazza S. Pietro e i cortei dei Papa Boys, sono soltanto fumo negli occhi. Gli occidentali vivono il nichilismo, il relativismo etico, in termini di definitiva Dimora. Il deserto etico-valoriale dell’ultimo uomo nietzschiano, a causa del tratto anti-tragico del nichilismo stesso, ha assunto, attraverso un gioco fantasmagorico, l’apparenza di Luogo.

I filosofi francofortesi, individuando in Odisseo-Ulisse e, più precisamente, nel suo incontro con le Sirene, il paradigma della cultura occidentale, avevano colto nel segno. Nel mondo dove Dio è morto ed ogni merce è fruibile anche dalle masse dei diseredati, ogni desiderio potrebbe venir soddisfatto. Così non è, perché l’ottica produttivistica, domina dall’interno il Capitalista-Odisseo, il quale pur avendo la possibilità di corrispondere al richiamo ludico del canto delle Sirene, possedendo i mezzi materiali atti a ciò, si fa legare all’albero maestro della nave dopo aver, con la cera, tappato le orecchie ai Marinai-Operai. La dimensione pulsionale-creativa, rituale e libera, è stata estromessa dal mondo moderno e l’episodio dell’Odissea ora richiamato, lo esemplifica.

Sappia il lettore, nonostante ciò, che nelle pagine che seguono egli non troverà alcun richiamo alla rivoluzione sessuale, alcuna valorizzazione del primitivismo pansessualista di matrice freudiana. Chi scrive è ben cosciente dei limiti che la critica sociale francofortese ha in sé. Per cui il riferimento ad un uomo non dimidiato ed ad un mondo Altro ed Alto, rispetto al presente, muove in noi dal pensiero di Tradizione. Generalmente, si tende ad usare l’espressione “tradizionalismo integrale” per designare quegli autori che nel Novecento si sono fatti latori della prospettiva che qui, in alcuni suoi aspetti, indaghiamo. Autori radicalmente inattuali e propositivamente critici nei confronti di ogni tratto della realtà presente, da quello antropologico, all’esistenziale, al politico. La loro alternativa è totalizzante. La definizione pensiero di Tradizione rimarca, a differenza di quanto ritiene la scolastica tradizionalista, come tale corrente speculativa si sia sviluppata in un colloquio sintonico ed essenziale con la filosofia ottocentesca e novecentesca. Ciò consente di presentare i valori di Tradizione al di fuori di qualsiasi esegesi letteralista, dogmatica ed escludente. Anzi, più nello specifico, i cinque saggi che compongono questa raccolta mirano a leggere l’idea stessa di Tradizione in termini dinamici, fondandola su una concezione della temporalità non semplicemente ciclica, ma sferica. Solo tale visione, mutuata dalla lezione plurima, in qualche modo desumibile dalle opere di Nietzsche, Heidegger, Emo, de Benoist (per non fare che qualche nome tra i tanti), consente di liberare l’idea di Tradizione da quella di Passato. La Tradizione, in quanto Origine, non è semplicemente posta alle nostre spalle. Questa è, peraltro, un’idea moderna, affermatasi con il Rinascimento. In tale prospettiva di collocazione retro-attiva, in qualche modo, decade l’aspetto essenziale dell’Arché e dell’Origine. Esse non sono l’Inizio, ciò che era prima, ma qualcosa che continua a vigere, ad essere presente, testimoniato nella storia. Come il lettore avrà modo di constatare, niente è più lontano da questa esegesi del dato tradizionale, delle posizioni meramente contemplative, fideistiche e ripetitive di certo tradizionalismo nostalgico, di matrice guénoniana o cattolica. La Tradizione in quanto Origine è, per noi, come recita il sottotitolo del volume, il sempre possibile, tesi che consente di porsi oltre qualsiasi deriva teorica necessitarista e incapacitante.

Nel primo saggio (si tratta di una relazione preparata per il Convegno di studi “Tradizione e Storia delle idee” organizzato dal Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, il 17 Ottobre 2011) viene affrontato il tema del metodo tradizionale e presentato uno dei suoi teorici, Walter Heinrich, insigne rappresentante della Scuola di Vienna. Abbia preliminare contezza il lettore, che i diversi argomenti affrontati nei saggi sono attraversati da un ripensamento attivo delle tesi di Julius Evola, vero deus ex machina che, con il suo pensiero, anima dall’interno i cinque scritti e dà loro, ce lo auguriamo, oltre che organicità, soluzione teorica.

Il secondo saggio (una relazione tenuta in occasione del Convegno di studi “Arché-Anarché”, organizzato ad Alatri il 29-30 Maggio 2009 dalla Scuola Romana di Filosofia Politica) affronta l’analisi della locuzione di Anassimandro compiuta da Martin Heidegger e Giorgio Colli, secondo una prospettiva di divergente-accordo.

Il terzo contributo, pubblicato sulla rivista telematica www.fondazionejuliusevola.it, è una ricostruzione della filosofia evoliana, tesa a metterne in rilievo lo spessore teoretico di livello europeo, oltre che gli antecedenti speculativi. La cosa è essenziale al fine di leggere in termini dinamici l’idea di Tradizione propria del teorico dell’Idealismo magico.

Il quarto scritto, pubblicato per la prima volta sulla rivista LetteraturaTradizione (Nuova Serie, Anno VIII, n. 34, ottobre 2005, pp. 15-17) è una biografia intellettuale di Giorgio Colli, filosofo e grecista di grande valore, le cui posizioni sono messe a confronto con il pensiero di Tradizione, in particolare con quello di Evola.

Il quinto saggio fu pubblicato sulla rivista l’Officina (Anno VI, n. 4, 2007, pp.49-54) e rappresenta il coagula dei contenuti dell’intero libro. In esso è presentata la figura di Berto Ricci, esponente di primo piano della sinistra fascista, al fine di mostrare la possibile, anzi la necessaria conciliazione di Tradizione e socialità, in nome del nemico comune, il mercantilismo trionfante. Recuperando l’universo valoriale del pensiero di Tradizione così inteso, sarà possibile tornare ad agire. Sarà possibile tendere nuovi agguati alla storia, per usare un’espressione coniata da Giovanni Damiano, e costruire quella che Davide Bigalli ha chiamato un’altra modernità, segno tangibile dell’eterno ritorno del simile.

* * *

Il presente saggio costituisce un estratto dall’Introduzione del recente libro del prof. Giovanni Sessa Itinerari nel pensiero di Tradizione (Solfanelli, Chieti 2014, € 13,00).

Segui Giovanni Sessa:

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

Lascia una risposta