Italia invertebrata. Un saggio su intellettuali, conformismo e potere

I “chierici”, ammoniva fin dal titolo di un noto libro Julien Benda, sono votati al tradimento. In sintonia con tale tesi, il filosofo spagnolo Ortega y Gasset, in un saggio sociologico divenuto un classico in tema, Spagna invertebrata, denunciò la “disarticolazione” cui il suo paese andava incontro, per l’incapacità e la totale assenza di responsabilità pubblica della classe dirigente. Fa eco oggi, a queste prese di posizione, Pierfranco Pellizzetti, docente di Politiche generali presso l’Università di Genova, in un recente lavoro, Italia invertebrata. Personaggi e argomenti nella decadenza del dibattito pubblico, comparso nel catalogo di Mimesis editore (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it; 02/24861657, euro 22,00).

Si tratta della descrizione, partecipata anche in termini emotivi dall’autore, delle principali “cordate” intellettuali presenti sulla scena del dibattito pubblico italiano. Da essa si evince il degrado qualitativo delle proposte culturali contemporanee nel Bel Paese. Si badi, esse sono sintoniche alle logiche che dominano il dibattito internazionale. In questo senso, l’autore mostra un certo mal celato imbarazzo nella presentazione dei personaggi che discute e, in alcuni casi, vero e proprio livore critico. Tale atteggiamento, dato il  tratto  paludato, “allineato e coperto”, proprio dell’intelligenza nostrana, non è, a nostro parere, un difetto della trattazione, al contrario! Esigenza prioritaria delle analisi politico-sociologiche, è da individuarsi nella demolizione dei luoghi comuni e dei falsi miti del politicamente corretto. Pellizzetti fa comprendere al lettore che, troppo spesso, siamo stati indotti a considerare “maestri”, personaggi di secondo ordine che, il più delle volte, si sono limitati a mestare nel torbido, ad inquinare il pensiero asservendolo agli interessi del circo mediatico e del potere. Se di decadenza italiana si deve parlare, responsabilità di primo piano vanno attribuite alla casta intellettuale.

Infatti, alla luce di quanto sostenuto sull’elitismo dal sociologo di Berkley, Manuel Castells, gli automatismi comportamentali dell’intero corpo sociale sono indotti “da mentalità e schemi intellettuali interiorizzati” (p. 11).  Funzione essenziale degli uomini di pensiero nell’attuale contesto storico, è la mediazione “tra il sistema degli interessi e l’azione politica” (p. 12). I “chierici”, in tale ruolo, sono stati favoriti dall’involuzione della sfera pubblica nel perpetuo talk-show tipico della società dello spettacolo. Essi rappresentano uno strato sociale egemonico che l’autore, con efficace metafora, definisce dei “topi nel formaggio”. L’espressione rende bene l’idea della pervasiva presenza di tali “maestri” nelle casematte del potere culturale: università, giornali, case editrici e, soprattutto, televisione. Da ogni manifestazione pubblica della “casta” intellettuale nostrana si evince la sua origine provinciale e strapaesana. Le radici storiche di tale fenomeno possono essere rintracciate nella seconda metà del Seicento, età in cui si arenò l’irradiamento italiano. Da allora i nostri pensatori trovarono esemplare incarnazione nei “Don Cocò”, di salveminiana memoria. Estranei per mentalità alle borghesie produttive del nord Europa, si fecero profeti di “conformismo alternativo”. Strano fenomeno questo, centrato su una produzione culturale apparentemente antitetica al presente, ma in realtà sempre collocabile all’interno dei quadri di riferimento tracciati del potente di turno. Inutile rilevare come la Chiesa abbia, in questo senso, svolto un ruolo “pedagogico” significativo, mirato a sterilizzare qualsiasi possibilità di cambiamento.

Per tale casta, conta l’accaparramento di simboli formali, a scopo carrieristico. I suoi rappresentanti vivono di  opportunismo camaleontico, presentato quale forma di malinteso realismo. Stanno sempre dalla parte della Storia e del vincitore, che vezzeggiano da servili cicisbei per “sfrontata mancanza di scrupoli” (p. 16). Sono faziosi e mai critici, tendono a marcare l’appartenere anziché l’essere indipendenti. Le consorterie intellettuali dell’Italia contemporanea, a destra e a manca, sono connotate da tale comune DNA, che le induce a produrre medesime parole  “di senso”, che sostanziano il comune sentire: l’esaltazione retorica delle istituzione europee, o la loro demonizzazione; il rifiuto dell’immigrazione o il buonismo aprioristico dell’accoglienza; la sterile adesione alla tecnologia “liberatrice”, o il suo arcadico rifiuto; il disprezzo dell’italianità o la presunzione di pensarla come “laboratorio” di civiltà; l’accettazione dei processi di mercificazione universali indotti dal liberismo o il loro semplicistico rigetto; la richiesta di una fiscalità equa e progressiva o l’idea dello Stato “predone” delle virtù private.

Sulla scorta di tale lettura, l’autore inserisce nel medesimo calderone gli operaisti come Tony Negri, Mario Tronti, Massimo Cacciari che “Scrivevano rococò e sognavano rivoluzioni immaginarie” (p. 49) “…nella puerile aspirazione all’eccelso, all’assoluto, al definitivo”(p. 63), e i “papisti atei” o “atei devoti”, esempio di laici “a stuoino dinnanzi a Santa Romana Chiesa” (p. 66). Per non parlare dei mercatisti filogolfisti, i nipotini iperliberisti di Hayek e Friedman, numericamente cresciuti a dismisura in Italia alla fine degli anni Ottanta, che conquistarono posizioni di potere e che, attraverso le Fondazioni, intercettarono ingenti fondi per la causa. Una loro sottospecie ha trovato rappresentanza in insigni ex-marxisti a tutto tondo, Lucio Colletti, Giorgio Rebuffa, Pietro Melograni e Saverio Vertone. Altra tipologia interessante di intellettuale asservito è individuabile in quanti collaborano strenuamente a trasformare il corpo elettorale in spettatore collettivo. Figura di spicco del gruppo in questione, Michele Serra. Questi vanta oggi un numero considerevole di imitatori nei salotti televisivi e non, da Beppe Severgnini a Massimo Gramellini.

Tra i clan indagati primeggia quello dei “ragazzi del sud, opinionisti neri”, la cui punta di diamante è identificata in Marcello Veneziani e, soprattutto, Pietrangelo Buttafuoco, esponenti dell’“ala della marginalità risentita per estrazione sociale, che cerca una giustificazione alla propria condizione tendente al reietto in una sorta di purificazione masochistica nel catacombale” (p. 35). Il duo in questione è utilizzato da Pellizzetti allo scopo di sparare a zero su un intero mondo, quello della “destra” culturale. Ci pare necessaria una precisazione: mentre le precedenti “famiglie” intellettuali hanno da sempre servito il potere, quella a cui qui si fa riferimento è stata contrastata dai padroni del vapore. Per quanto riguarda Veneziani e Buttafuoco, se lo riterranno opportuno, saranno loro a replicare. Ma certamente Evola non può esser riduttivamente definito “impomatato pittore tuttologo siciliano” (p. 38) e a ciò far seguire le consuete accuse di razzismo. Il pensatore tradizionalista va presentato come merita: un filosofo cui guardare per rintracciare via d’uscita dallo stato di degrado attuale. È il caso di sottolinearlo: non si può fare di tutta l’erba un fascio!

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

  1. Roberto Gallo
    | Rispondi

    Compro il libro e poi lo collochiamo anche Noi. Dall’odore e dalla topografia -Genova- penso ad un “sinistro” irrancidendo

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