Isidoro Serrano
Isidoro Serrano
(Siviglia, 1685 – 1754)
falconiere del Duca di Montemar
Conosci tu quell’Amore senza nome e senza volto che non teme né lontananza nè distacco, la tremenda ruota della vita e della morte perchè ne abita e ne sostiene il centro e i raggi, i bordi, ogni suo luogo?
Lascia, mia diletta, che prima di andarmene io ti dica ciò che so di questo Amore e di chi per primo me lo mostrò, il falco.
In mattine selvagge lo lanciavo dagli spalti della rocca: davanti a noi solo ambrate colline senza l’uomo.
Lui dapprima si innalzava in un impeto potente e frusciante, portato dal suo volere come dall’aria.
Quando i cani laggiù puntavano la selvaggina, il falco sembrava indugiare sospeso, per un istante, aprendo un poco le ali all’indietro, poi precipitava sull’animale che artigliava e uccideva, in una lotta di pochi secondi.
Altre volte un colombo veniva colpito in volo da un dardo nero così veloce da non essere visto dall’occhio: il becco del falco ne fendeva lo sterno, l’uccello cadeva al suolo come una pietra.
Alcuni giorni il falco volava, volava lento, misurando la terra in cerchi larghi, come la punta dell’asta di un compasso, sempre più in alto.
Ecco l’attimo, l’ultimo cerchio, in cui tutto si sospende e si inscrive trovando una sua vera immagine: il cielo e la terra, la Duchessa che a volte camminava lungo gli spalti come in un sogno e che io amavo senza parole e senza speranza, il dedalo di strade della città laggiù e gli uomini e tutto ciò che abitava il tempo.
Quegli istanti di puro volo, di contemplazione erano forse per il falco la soglia di un altrove, al di là della sua coscienza di animale, qualcosa che io non sapevo immaginare e che lui stesso non conosceva?
Cosa vedeva?
Quando tornava da quegli spazi e i suoi artigli stringevano forti e leali il guanto di cuoio, guardavo i pozzi neri dei suoi occhi senz’anima, misuravo come il vasto respiro in cui abitava prima, nel cielo, lo stesse abbandonando rifluendo da lui, lasciando solo quel piccolo corpo, il battere ora regolare del suo cuore.
Allora lo incappucciavo e lo ponevo sul fisso, nella gabbia.
Domani, domani avremmo volato ancora.
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