Ishtar e la prostituzione sacra a Babilonia (II parte)

(continua).

E’ in questo quadro che si pone il grande tema della “prostituzione sacra” vista come atto religioso e non condannabile (anzi, necessario) in un’ottica che possiamo definire pienamente filosofica e, addirittura, teologica.

Va subito chiarito un assunto di base: la “prostituzione sacra” non rientra in nessun modo in un ambito sociale né “libertino” né di particolare “libertà” femminile.

In realtà, il ruolo della donna in Mesopotamia era rigorosamente definito: era, innanzitutto, la figlia di suo padre o la moglie di suo marito e raramente agiva come individuo al di fuori del contesto familiare (con pochissime eccezioni, legate, per lo più, a ruoli legati allo status sociale).

La maggior parte delle ragazze venivano addestrate fin dall’infanzia per assumere i ruoli tradizionali di moglie, madre e governante: imparavano a macinare il grano, a cucinare e a produrre bevande, in particolare la birra, e a filare e tessere. Se una donna lavorava al di fuori della sua casa, di solito il suo lavoro nasceva da una estensione dei suoi compiti domestici: si poteva, così, vendere la birra prodotta o addirittura diventare osti, oppure le conoscenze delle questioni legate alla gravidanza e all’infanzia potevano portare le donne a diventare ostetriche o a creare farmaci che impedivano la gravidanza o producevano aborti, ma qui finiva la loro “indipendenza”. Anzi, poco dopo la pubertà una giovane ragazza era già considerata pronta per il matrimonio e i matrimoni venivano organizzati dalle famiglie dei futuri sposi. Una volta che una donna era impegnata, era considerata parte della famiglia del suo fidanzato e se accadeva che il futuro marito morisse prima del matrimonio, la ragazza era tenuta a sposare uno dei suoi fratelli o, comunque, uno dei suoi parenti maschi[1].

Ci è piuttosto agevole comprendere il ruolo femminile anche solo leggendo il codice di Hammurabi, nel quale il maggior numero delle leggi è dedicato proprio al matrimonio e alla famiglia. In sostanza, la donna veniva “comprata”: per il marito era previsto un pagamento per la sposa, la quale, una volta “acquistata”, come tipico di ogni società patriarcale, aveva pochissimi diritti all’interno del matrimonio. Così, se lei non era in grado di avere figli il marito poteva divorziare, così come poteva divorziare nel caso lei cercasse di lasciare la casa senza autorizzazione al fine di esercitare una propria attività; nel caso poi la donna trascurasse la casa o umiliasse suo marito, poteva persino essere annegata.

Anche i rapporti sessuali erano strettamente regolamentati come “beni primari”: i mariti, ma non le mogli, erano autorizzati all’attività sessuale fuori del matrimonio e se una moglie veniva sorpresa in evidente adulterio poteva essere immediatamente gettata nel fiume. Insomma, i padri avevano piena autorità su mogli e figli e si aspettavano piena obbedienza e sottomissione[2].

In una situazione di questo genere, come è possibile che potesse svilupparsi una attività come quella della prostituzione sacra?

Semplicemente sulla base di un principio chiaramente espresso in una delle più antiche invocazioni trovate scritte sulle tavolette cuneiformi:

Ciò che è buono in vista di un uomo è male per un dio,
Ciò che è male alla mente di un uomo è buono per il suo dio.
Chi può comprendere il consiglio degli dèi in cielo?
Il piano di un dio è acque profonde, che si può capire di esso?
Dove la confusa l’umanità può mai imparare cosa guida la mente di un dio?
[3]

Insomma, proprio nel momento in cui la società viveva un duplice aspetto della realtà, legato all’intrecciarsi di piani concreti e di piani simbolici legati al divino, l’etica (o la morale, se vogliamo esprimerci in termini più strettamente teologici) dei due piani poteva non collimare e in questi casi, naturalmente, era, in un mondo largamente dominato dalla casta sacerdotale, l’aspetto del sacro ad avere la meglio.

Ovviamente, con gli occhi di una cultura monoteista, rigidamente maschilista in ambito religioso e, almeno a partire dalla predicazione paolina, che abbiamo definito largamente sessuofoba, l’istituzione di un tempio in cui le prostitute sacre svolgessero la loro attività appare inconcepibile e non è un caso che l’idea di prostituzione venisse, in tutta a letteratura patristica, legata a Babilonia, ma se vogliamo davvero comprendere il senso di tale istituzione non possiamo fare a meno di riferirla ad un ambito sacrale, profondamente legato al rapporto simbolico con il divino.

In quest’ottica, vediamo chi fossero le “sacre prostitute” e come si svolgesse il loro compito (che, per molti tratti, era il medesimo in istituzioni analoghe o derivate in Egitto, a Creta, in India e persino in Grecia e nella Roma arcaica).

Di fatto esse erano sacerdotesse sacre (il termine “prostitute” nascerà solo dal diffondersi di quelle religioni che negheranno, per altro con notevoli influssi dalla filosofia gnostica, la divinità del corpo) che si prestavano ad incarnare e rappresentare la dea in un ambito strettamente sacralizzato e “altro” rispetto al resto del mondo come quello del tempio.

All’interno del tempio, avveniva uno scambio cultuale tra sacerdotessa e “cliente” sotto la supervisione di Ishtar: le donne andavano al tempio per servire la Dea incarnandola e venire adorate in sua vece, decidendo di trascorrervi una giornata o una settimana o un anno in puro spirito di servizio, mentre gli uomini venivano accolti e serviti dalle sacerdotesse prestandosi a rappresentare Baal, il principio divino maschile, il Consorte, il toro sacro, dando il loro amore e la loro passione alla dea e ricevendo la passione, l’amore e l’affetto della Dea[4].

Il “pagamento” altro non era che l’offerta di prodotti e denaro alla dea e non una contropartita per la “fornicazione” con le prostitute del tempio, come è stato erroneamente interpretato successivamente.

Nel suo libro The Secret of Crete, H.G. Wunderlich riferisce che prima del matrimonio, ogni donna in Babilonia era tenuto ad andare al tempio di Ishtar e di giacere con uno sconosciuto[5] e abbiamo un rapporto simile da Gerhard Herm nel suo libro I Fenici[6], nel quale si spiega come venisse richiesto ad ogni donna nelle città cananee di Tiro, Sidone e Biblo di prostituirsi per un giorno e donarsi agli ospiti stranieri durante la festa di primavera[7].

Seppure questa attività “forzata” che  includeva gli “stranieri” (quindi anche gli Ebrei e i proto-Cristiani) venisse duramente stigmatizzata nell’antichità[8] essa ci dà a pieno la cifra interpretativa del culto sessuale, che risulta completamente disgiunto da qualsiasi forma di volontà di piacere fisico sia da parte degli uomini che, soprattutto, da parte delle donne, ma che si poneva come “atto di glorificazione” della dea nel suo aspetto generativo e di “amore per tutto il creato”.

E sulla sacralità di tutto il processo non può esservi dubbio alcuno: le sacerdotesse a vita appartenevano a una gerarchia organizzata, registrata in modo accurato da parte dei babilonesi e alla cui sommità vi erano le sacerdotesse chiamate “Entu”, le quali indossavano abiti speciali per distinguersi dalle altre, abiti cerimoniali molto simili a quelli del re e che conferivano loro una dignità pari a quella dei più importanti sacerdoti maschi. Accanto a loro vi erano le “Naditu”, provenienti dalle più importanti famiglie del paese, che promettevano di dedicare la loro vita alla dea rimanendo nubili e senza figli, le “Qadishtu”, donne sacre che servivano il tempio per un certo periodo senza voti particolari e le “Ishtaritu”, donne specializzate nelle arti della danza, della musica e del canto che esprimevano la loro sessualità soprattutto ballando una versione molto sensuale della danza del ventre (da cui deriverà il seguito la famosa “danza dei sette veli”)[9]. Infine, vi erano le donne comuni che, già a detta di Erodoto, almeno una volta nella vita dovevano “sedere nel tempio dell’amore e avere rapporti sessuali con uno sconosciuto [… cosicché] gli uomini passano e fanno la loro scelta. Non importa quale sia la somma di denaro che essi offrono: la donna non potrà mai rifiutare, perché compirebbero un peccato visto che il denaro è solo [un accessorio] che rende questo atto sacro. Dopo il rapporto esse si sono santificate agli occhi della dea e se ne vanno a casa loro, e, in seguito, non c’è pagamento per quanto grande, con le quali le si possa ottenere[10].

Va notato come l’unica “censura” o “biasimo” a cui le sacerdotesse, in particolare le “Qadishtu”, potevano andare incontro riguardava non tanto la sfera sessuale, ma la sfera socio-comportamentale derivata dalla loro permanenza al tempio. Bisogna comprendere che le sacerdotesse di Ishtar erano, per molti versi, delle donne più libere socialmente, più inserite economicamente e più avanzate culturalmente rispetto alla media (insomma, qualcosa di simile a quanto avverrà per le geishe giapponesi o le cortigiane rinascimentali): potevano comprare, vendere, dare in locazione, investire denaro, parlare liberamente con chiunque, studiare ed essere ritenute al pari degli uomini. Ebbene, una volta tornate a casa, difficilmente sapevano riadattarsi ad un ruolo sottomesso e, di conseguenza, alcuni tardi testi sumeri sconsigliano vivamente di prendere in moglie una ex-sacerdotessa, perché essa sarebbe stata “non solo troppo abituata ad aver a che fare con gli uomini, ma anche antipatica e intrattabile[11].

Proviamo a trarre le file di quanto visto fino ad ora.

L’atto sessuale compiuto dalle “prostitute sacre” di Ishtar è un atto sacro a tutti gli effetti, in cui esse ricordano e attualizzano la presenza della dea madre nel suo aspetto legato alla femminilità generativa e in cui l’uomo assume connotazioni paritetiche di offerta dell’atto agli dei. Tale atto viene a denotarsi come elemento di perpetuazione del ciclo naturale di rinascita della natura e, conseguentemente, come atto simbolico che rinnova la fertilità della terra (non a caso la più importante festività sacra dell’anno prevedeva il congiungimento ogni primavera della Gran Sacerdotessa di Ishtar e del re, a simboleggiare l’atto ierogamico di unione di Baal, principio maschile e Ishtar, principio femminile), così come tipico di una civiltà che, pur nel suo evolversi, è sempre rimasta legata all’agricoltura e ai cicli naturali (con la loro fase generativa, ma anche con le loro fasi distruttive, da cui il “volto negativo” di Ishtar).

La sessualità, dunque, altro non è che il nucleo significante secondario rispetto alla questione più profonda della capacità riproduttiva della Dea Madre, una capacità sacralizzata che assume un ruolo primario nella società contadina e che viene attualizzata simbolicamente nel congiungimento tra uomo e donna.

Da qui derivano le caratteristiche più interessanti della “prostituzione sacra”:

1) l’altissimo ruolo delle sacerdotesse, che impersonando la dea, diventano esse stesse concausa della generatività globale su cui si basa la vita della comunità;

2) il senso del “pagamento” della prestazione sessuale, che si configura come apporto di lavoro maschile per tale generatività;

3) l’importanza attribuita all’accettazione “in qualunque caso” del “cliente”, indipendentemente da chi egli sia e da quale cifra offra, che sta a rappresentare l’universalità dei doni della dea all’umanità e la sua capacità generativa indipendentemente dal principio maschile;

4) l’usanza, sempre con un significato di universalità di doni a tutto il genere umano, da parte delle sacerdotesse di donarsi agli stranieri;

5) la necessità per ogni donna di passare almeno un giorno nel tempio e di accoppiarsi almeno una volta con uno sconosciuto, ad esemplificare e attualizzare sì il senso e il potere del femminino sacro, ma, soprattutto, a ribadirne la forza e la pregnanza alla quale nessuna si può e deve sottrarre, pena l’insenilimento del genere umano.

Ecco allora che la “prostituzione sacra” si rivela, in fondo, un grande atto di potenza proprio dell’elemento femminino sacrale, della archetipica capacità procreativa di cui ogni donna è portatrice e che nessuna donna può negare nel quadro della perpetuazione dei cicli naturali e della specie umana.

Solo laddove la maternità verrà sublimizzata o asetticizzata (a seconda dei punti di vista) in pura idea indipendente dal concreto atto inseminante, tutto ciò potrà apparire solo una “brutalizzazione” di concetti superiori, ma si tratterà di società molto differenti, forse con una capacità di astrazione più forte dovuta ad un minor contatto con la natura, ma anche con l’eliminazione proprio di quel tratto divino e regale che caratterizza l’entità femminile lunare all’interno di sistemi teologici più legati ai cicli della terra.

Note


[1] Z. Bahrani, Women of Babylon: Gender and Representation in Mesopotamia, Routledge 2001, passim.

[2] C. Kenney, Hammurabi’s Code, Simon & Schuster 1995, pp. 61 ss. e passim.

[3] D. Wolkstein, S.N. Kramer, Inanna, Queen of Heaven and Earth: Her Stories and Hymns from Sumer, Harper Perennial 1983, p. 74

[4] N. Qualls-Corbett, M. Woodman, The Sacred Prostitute: Eternal Aspect of the Feminine, Inner City Books 1988, pp. 37 ss.

[5] HG. Wunderlich, The Secret of Crete, Souvenir Press Ltd, 1975, pp, 61-63

[6] G. Herm, The Phoenicians, Littlehampton Book Services Ltd 1975, pp. 42 ss.

[7] Si noti come questa festa sopravviva oggi con il nome di “Pasqua”, che è derivato proprio dalla parola “Ishtar”

[8]Nel III secolo d.C., ad esempio, lo storico Eusebio descrisse l’attività di questi templi così: “E’ stata una scuola di empietà per gli uomini dissipati, che rovinavano i loro corpi nel perseguimento della lussuria Gli uomini erano molli ed effeminati, non erano più degli uomini, avevano tradito l’onore del loro sesso; credevano di dover adorare il loro dio con la lussuria impura“. Eusebio, Chronicon, V. III

[9] K.R. Nemet-Nejat, Daily Life in Ancient Mesopotamia, Greenwood Press 1998, passim

[10] Erodoto, Storie, V. II

[11] K.R. Nemet-Nejat, Citato, pp. 109 ss.

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

2 Responses

  1. Ettore Mosciano
    | Rispondi

    Nel capoverso 18 correggere "celibi" con "nubili", settima riga : …."le Naditu…..rimanevano celibi e senza figli…." ("le Naditu….rimanevano nubili e senza figli,,,")

  2. Centro Studi La Runa
    | Rispondi

    Corretto, grazie!

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