Ireneo Antonini
Ireneo Antonini
(Udine, 1903 – Cividale del Friuli, 1964)
folle, ospite dal 1938 al 1964
del Manicomio di Cividale del Friuli
* * *
“Il mond è trop, o speri in chel dal ver, il mond è trop, o speri in chel dal ver…”.
Il mondo è troppo, speriamo in quello che verrà.
Così dicevo e dicevo, a testa bassa, camminando lento lungo i larghi corridoi di marmo bianco.
Così dicevo, e dicevo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, invecchiando.
Senza segni, senza origine conosciuta, la follia era entrata in me nei miei trent’anni, come un’onda, e in pochi anni si era presa tutto.
Un’altra visione del mondo si era totalmente sostituita alla precedente, a Ireneo.
Il mondo era troppo e plurale, non potevo reggerne il peso.
Pensavo a milioni di corpi dove battono cuori e fremono viscere, alla circolazione minuziosa del sangue e della linfa negli uomini, negli animali, negli alberi e nei fiori, a milioni di anditi, di cantine, di tetti, alle case che premono il suolo, ai luoghi solitari del mondo, a vette e a crepacci di ghiaccio, alle profondità degli abissi marini dove nell’oscurità si muovono creature che nessuna luce illumina, alle tombe dove i corpi si sfanno e il legno si squassa, agli ossari asciutti, a tutto ciò che è sepolto sotto la terra, al diamante che attende sotto tonnellate di roccia, al globo di fuoco al centro del pianeta, alle galassie che nascono e muoiono negli spazi infiniti non diversamente dalle più piccole farfalle, alle onde innumerabili degli oceani, alle pagine scritte e distrutte, alla polvere di ogni istante…
Lavorìo eterno dove la vita e la morte creavano forme sempre nuove sciogliendosi una nell’altra, non distinguendo tra uomini e cose.
Fatica impensabile, della quale, a volte, mi pareva di udire anche il suono.
In primavere luminose vedevo dalla terrazza dell’ospedale stormi di rondini tornare da terre lontane: stormi enormi, che muovevano rapidi in figure strane, come di freccia o di iperbole.
Quale era il numero esatto degli uccelli che li componevano?
Dio, se mai esiste, lo conosceva?
Lo conosceva, Lui, quel numero?
Il Dottor Marino mi parlava ogni settimana e in quelle ore io ero felice.
Mi pareva che il primo Ireneo, colui che non era stato folle, ritornasse in qualche modo a vivere guardando dalle spalle del secondo la sua condanna e la sua disperazione.
“Il mond è trop, o speri in chel dal ver, il mond è trop, o speri in chel dal ver…”
A volte stringevo i pugni e ringhiavo, chiedendo una risposta: “Parcè no al po jessi divers?” “Ce esal sucedut al prin dal timp?”
Perché non può essere diverso? Cosa è accaduto all’inizio del tempo?
Il Dottore mi guardava con affetto, con dolcezza, come comprendendo.
Nei suoi occhi stava per me una quiete, e tacevamo entrambi.
Nel silenzio il suo sguardo calmo e limpido riusciva ad illuminare un poco il simbolo della mia Anima: non essere stato che il rovescio di una fede nel mondo che diviene e nella sua unità, avere portato una ossessione ed un incubo tali perché altri, forse, potessero essere liberi.
Il 20 ottobre del 1964 la pluralità del reale mi vinse e morii nella mia camera, della rottura di un aneurisma.
All’apice di quell’ istante l’altro Ireneo mi attendeva: tornammo ad essere uno volgendo il viso in un assenso, in un sorriso verso la vita trascorsa e lasciammo il corpo.
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