Inseguendo senza respiro la mitica terra australe

tempesta

Fin dai tempi di Claudio Tolomeo i geografi occidentali erano persuasi che nell’emisfero sud dovesse esistere, per fare da contrappeso meccanico alla massa di Europa, Asia e Africa, un grande continente australe. Nel Rinascimento, con le grandi scoperte dei Portoghesi verso sud-est (via Capo di Buona Speranza) e degli Spagnoli verso sud-ovest (dopo i viaggi di Colombo e di Amerigo Vespucci), i cartografi appaiono impazienti di dare una forma e una collocazione precisa a quel supposto continente e ogni nuovo avvistamento di isole alle latitudini australi viene interpretato come una conferma di quell’ipotesi. Così, il mappamondo costruito da Giacomo Gastaldi nel 1550, con proiezione ovale, mostra una “Terra Australis Incognita” che non differisce molto dalla reale configurazione del continente antartico, così come lo conosciamo oggi. L’unica vistosa differenza consiste nel fatto che non viene riconosciuta la natura insulare della Terra del Fuoco, poiché l’arcipelago – sulla scorta di quanto aveva riferito lo stesso Magellano nel 1520 – è rappresentato come un lembo settentrionale del misterioso continente. In quel mappamondo, quindi, lo Stretto di Magellano appare come il limite meridionale del Sud America, mentre lo Stretto di Drake non compare; se però si considera che per Gastaldi il Catai risulta ancora unito alla California, nel complesso si può dire che le terre e i mari dell’emisfero sud vi sono rappresentati più correttamente di quelli dell’emisfero nord.

Mappamondo di Abramo Ortelio, 1570.
Mappamondo di Abramo Ortelio, 1570.

Nel 1570 Abramo Ortelio costruisce un altro mappamondo (sempre a proiezione ovale) in cui la “Terra Australis nondum cognita” appare smisuratamente estesa, fino a sfiorare l’Equatore. La Nuova Guinea è un’isola, ma solo un braccio di mare la separa direttamente dalla Terra Australe; la Terra del Fuoco ne fa ancora parte; nell’Atlantico e nell’Oceano Indiano si spinge fin quasi alla latitudine di Tristan da Cunha e di Giava. Dirimpetto a quest’ultima, una penisola del continente meridionale è denominata “Psyttacorum regio”, “regione dei pappagalli”, evidentemente in omaggio alla fauna aerea del vicino arcipelago indo-malese.

Nel 1589, il mappamondo di Gerardo Mercatore (in due emisferi separati, occidentale e orientale) segue ancora da vicino le indicazioni di quello di Ortelio. La Terra Australe si affaccia di fronte alla Nuova Guinea, e di lì scende diagonalmente verso sud-est fino alla Terra del Fuoco; vi sono rappresentate catene montuose, grandi fiumi che sfociano al mare e isole di problematica identificazione. Non vi compaiono né le Falkland-Malvine, né la misteriosa Isola Pepys, alla cui esistenza l’Ammiragliato britannico credrà ancora, ostinatamente, in pieno XVIII secolo. Passando non molto a sud del Capo di Buona Speranza, la terra Australe sfiora quasi La Réunion, poi si apre in un vasto golfo sin quasi a toccare il Circolo Polare Antartico, fra 70° e 100° di longitudine est, infine risale quasi a Giava, molto oltre il Tropico del Capricorno.

I navigatori europei cercano ostinatamente la conferma di quel continente che i geografi hanno stabilito che esiste. Lo cercano nell’Oceano Atlantico meridionale, dopo che nel 1506 un violento fortunale ha gettato una flotta portoghese di Tristan da Cunha, in rotta da Lisbona per le Indie, via capo di Buona Speranza, in vista di alcune isole scoscese, frequentate da un numero enorme di foche, pinguini, elefanti marini e che da quel capitano riceveranno il nome. Lo cercano nell’Oceano Indiano, dove si favoleggia di una “Giava la Grande” che si troverebbe a sud o sud-est delle Indie Olandesi; ed effettivamente pare che, nel 1601, il portoghese Godinho de Eredia avvisti un grande continente a mezzogiorno di Timor: quello che sarà poi chiamato Australia. Lo si cerca, infine, nel Pacifico australe, dove gli Spagnoli, saldamente insediati sulle coste del Messico e del Perù (grazie alla bolla papale di Alessandro VI che assegna loro i mari e le terre dell’Occidente) possono sfruttare i venti alisei che soffiano dalle Americhe verso ovest.

Nel 1526 Alvaro de Saavedra, che aveva accompagnato in Messico il suo parente Hernan Cortés, riceve l’incarico di esplorare il mare del Sud (così chiamato da quando il valoroso Vasco Nunez de Balboa, il 25 settembre 1513, aveva intravisto il Pacifico da una collina del Darién, traversando l’Istmo di Panama). Navigando sempre a Occidente, egli finisce per toccare la Nuova Guinea e, di lì, le Molucche. Mentre cerca di far ritorno al Messico, è investito da una terribile tempesta che lo trascina a fondo con l’intero equipaggio. Tanto non basta a scoraggiare altri valorosi, che si avventurano sulla più ampia distesa d’acque al mondo, per carpirle i suoi segreti. Nel 1542 parte dal Messico Ruy Lopez de Villalobos, che ripete l’impresa di Saavedra; tocca le Caroline (finora ignorate), poi le Filippine; nel 1565 queste ultime sono l’obiettivo della spedizione di Miguel Lopez de Legaspi, che inizia la conquista militare. Legaspi scopre in seguito le Marianne e, cosa più importante di tutte, navigando per il ritorno più a nord dei suoi predecessori, scopre dei venti favorevoli che gli permettono di superare gli alisei contrari, e lo riportano al Messico con stupefacente rapidità.

Nel 1563 Juan Fernandez scopre, partendo dal Callao, l’arcipelago che ancor oggi porta il suo nome, formato dalle due isole principali di Mas a Tierra e Mas a Fuera; poi, nel 1574, le Isole Desventuradas (San Félix e San Ambrosio). Nel 1576 salpa ancora una volta dal Perù, dirigendo verso l’oceano aperto. Dirà poi di aver raggiunto, molto lontano verso Occidente, una terra vasta e feconda, solcata da fiumi e popolata da indigeni civili vestiti di stoffa: notizia che accende le brame di altri avventurosi ma che è forse un parto della sua fantasia, dovendosi per varie ragioni escludere ch’egli abbia potuto raggiungere la Nuova Zelanda (e, del resto, i Maori non vestivano abiti di stoffa). Sempre nel 1576 salpa dal Callao una nuova, imponente spedizione al comando di Alvaro Mendana de Neira, il cui scopo specifico è trovare la mitica Terra Australe per conto del viceré peruviano, Lope Garcia de Castro. Dopo settimane di navigazione, Mendana giunge alle Isole Salomone, così chiamate perché gli avidi Spagnoli sono certi che di lì furono avviate al Tempio di Gerusalemme le colonne d’oro che anticamente lo adornavano. Invece, delle favolose miniere d’oro noi si trova neanche l’ombra; ma, risalendo a nord fin verso il 30° parallelo, Mendana ritrova i venti favorevoli scoperti dal Legaspi e può così rientrare felicemente in Perù, via California e Messico. Gli anni passano, ma il tenace navigatore non ha rinunciato al suo sogno; e nel 1595 ritenta l’impresa, con quattro navi e con la giovane moglie al seguito. Senza rendersene conto, però, questa volta segue una rotta più meridionale che gli fa “mancare” le Salomone: trova invece le Marchesi (Marquesas), poi il gruppo delle isole Santa Cruz. Mendana vi sbarca, ma una serie di traversie decimano i suoi equipaggi ed egli stesso muore di sfinimento; i superstiti saranno portati in salvo dall’abile pilota Pedro de Quiros, che riesce a raggiungere le Filippine. Nel 1605, è lo stesso Quiros che salpa con una sua spedizione scoprendo le Paumotù, l’isola di Espìritu Santo nelle Nuove Ebridi e, forse, Thaiti, che verrà ritrovata dall’inglese Wallis solo nel 1767. Il suo comandante in sottordine, Luiz Vaez de Torres, separato da una tempesta, scopre lo stretto che divide la Nuova Guinea dall’Australia (senza però vedere quest’ultima), aggiungendo un’altra tessera al mosaico della conoscenza del Pacifico. Ma il mitico continente australe elude ogni avvistamento e continua a sfidare i navigatori.

Francis Drake avvista Capo Horn nel 1578, e Schouten e Le Maire lo doppiano nel 1616: la Terra del Fuoco, dunque, non può far parte della Terra Australe. È il primo duro colpo al mito di quest’ultima: altri ne seguiranno negli anni successivi, tanto che in pochi decenni esso sfuma come una bolla di sapone. Nel 1738 il francese Bouvet de Lozier scende al sud del Capo di Buona Speranza e si spinge fra nebbie e ghiacci galleggianti, senza incontrare ombra di terra emersa tranne un promontorio roccioso (in realtà, una piccola isola) cui verrà dato il suo nome. Rimane l’Australia, toccata da navigatori indonesiani e, forse, cinesi, fin dal XIV e XV secolo, e intravista da Godinho de Eredia nel 1601. Farà parte, almeno essa, della Terra Australe? Nel 1616 Dirk Hartogszoon ne tocca l’estremità occidentale, ma non trova le agognate spezie e neppure pietre preziose. Nel 1642-43 Abel Tasman, partendo da Giava, tocca l’Australia meridionale, la Tasmania e la Nuova Zelanda, dimostrando così che neanche l’Australia fa parte del supposto continente meridionale. Le spedizioni vengono allora sospese e l’Australia dimenticata per quasi un secolo.

Il colpo di grazia per il mito della Terra Australe giunge coi viaggi di James Cook. Dal 1772 al 1775 egli circumnaviga il globo alle alte latitudini australi; sfidando ghiacci, nebbie e tempeste si spinge fino a 71°10′, oltrepassando – primo uomo nella storia – il Circolo Polare Antartico. “Se anche una terra si estende ancora più a sud – scriverà nella sua relazione per l’Ammiragliato britannico – oso affermare che il mondo civile non potrà ricavarne alcun vantaggio, poiché essa sarebbe del tutto inabitabile”. Il mito è finito, non ne restano che esili frammenti: ancora ai primi del XIX secolo giungeranno voci di isole misteriose trovate nel Pacifico meridionale: Emerald, Nimrod, Dougherty. Quest’ultima, avvistata da un baleniere americano, Swann, nel 1800, sparisce dopo alcuni avvistamenti: Robert Falcon Scott la cerca ancora, ma invano, nel 1904. Nel 1762 la nave spagnola Aurora scopre un arcipelago nell’Atlantico del sud, a circa 53° di latitudine, cui impone il suo nome; rivisto nel 1790, nel 1794, nel 1856 e nel 1892, scompare poi nel nulla. Anche l’isola Saxemberg, scoperta dall’olandese Lindeman 600 miglia a nord-ovest di Tristan da Cunha, viene rivista più volte, fino al 1809: poi, più nulla.

È nelle battute finali di questa ricerca del continente australe che il capitano olandese Jacob Roggeveen, la domenica di Pasqua del 1722, a bordo dell’Arena scopre un’isola che all’inizio ritiene faccia parte della mitica Terra di Davis, forse un lembo dell’elusivo continente australe. Il primo approccio con gli indigeni sembra amichevole, essi salgono a bordo con molto entusiasmo, il loro aspetto è piacevole e non appaiono per nulla in soggezione. Ma quando gli Olandesi sbarcano, la situazione precipita: i marinai, sentendosi in pericolo tra la folla degli isolani, sparano e fanno parecchie vittime. La loro partenza è precipitosa; solo allora si accorgono di alcuni strani, grandiosi monumenti che paiono in contrasto con le possibilità di quella modesta popolazione. Per mezzo secolo l’isola viene dimenticata; nel 1770 la riscopre la spedizione spagnola di Felipe Gonzales y Haedo, che la annette ai domini del Re Cattolico. Il mito della Terra Australe è finito; incomincia il mito dell’isola di Pasqua.

NOTA BIBLIOGRAFICA:

Danielli, G., L’esplorazione del grande oceano, Torino, UTET, 1965; Lamendola, F., Terra Australis Incognita, in Il Polo, nr. 3, 1989, pp. 51-58; id., Mendana de Neira alla scoperta della Terra Australe, in Il Polo, nr. 1, 1990, pp. 19-24; id., Il mistero delle Isole Auroras, in Il Polo, nr.3, 2004, pp. 25-39; Newby, E. (a cura di), Il grande libro delle esplorazioni, Milano, Vallardi, 1976; Solmi, A., Gli esploratori del Pacifico, Novara, De Agostini, 1985; Spate, O. H. K., Storia del Pacifico. Il lago spagnolo, Torino, Einaudi, 1987; Sprague de Camp, L.-Ley, W., Le terre leggendarie, Milano, Bompiani, 1962; Thévenin, R., I paesi leggendari, Milano, Garzanti, 1960; Vicuna-Mackenna, B., Historia verdadera de la isola de Robinson Crusoe, Vaparaìso, Ed. Universitarie, 1974; Zavatti, S., I viaggi del capitano James Cook, Milano, Schwarz, 1960; id., L’esplorazione dell’Antartide. Storia di un continente, Milano, Mursia, 1974.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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