Immigrazione extracomunitaria e denatalità europea

Parte prima

Su questi argomenti ho tenuto diverse conferenze a partire dal dicembre 1999. In ogni occasione si è tentato di affrontare queste problematiche in modo sempre più vasto e completo, attualizzandole sia dal punto di vista della loro interrelazione che delle loro conseguenze palpabili sulla situazione sociale europea e in particolare sull’influenza dell’immigrazione quale aggravante del problema della povertà; senza tralasciare il fatto delle imposizioni emananti dalle centrali occulte (ma non troppo) del potere finanziario e anche l´interporto merci a livello mondiale e le ipocrisie che si celano dietro all’invadente globalizzazione.

La maggior parte dei dati fattuali ai quali si fa riferimento sono tratti dalla stampa quotidiana (1). Per entrare in argomento vale la pena di affrontare per primo il problema della denatalità in Europa – problema che, a fil di regola, dovrebbe essere del tutto indipendente da quello dell’immigrazione terzomondiale, ma al quale invece esso risulta collegato dalle logiche perverse che reggono i nostri tempi.

A mantenere il livello numerico di una data popolazione, è chiaro, serve una media di due figli per coppia. Una natalità al di sotto di 2 significa prima l’invecchiamento della popolazione, poi il suo collasso. L’Italia ha adesso una natalità media di 1,2; al di sotto dell’Italia stanno la Spagna e la Lettonia; mentre in Italia, negli ultimi posti con una natalità inferiore a 1 sono la Toscana, la Liguria, il Friuli. Gli Europei non fanno figli: e questo ha sia delle cause che delle conseguenze. Quanto alle cause, la principale è di ordine economico. Avere una famiglia – anche non particolarmente numerosa – significa, per quasi tutti, doversi impoverire. E questo è tanto più grave al giorno d’oggi quando la gente è solleticata da mille tentazioni a spendere. Quindi, essere povero adesso è una situazione sentita come grave e umiliante, molto di più di quanto potesse esserlo nel passato. Ed è un fatto che il pauperismo torna ad alzare la testa in tutta Europa: in Italia, ci sono adesso 2½ milioni di famiglie al di sotto della soglia della povertà (solo cinque anni fa ce n’erano 2 milioni: l’ultimo governo di centrosinistra ha messo sul lastrico un’addizionale mezzo milione di famiglie); e, significativamente, per molte famiglie il salto da una condizione economica almeno sopportabile alla miseria, è innescato dalla nascita di un figlio. Come causa addizionale di denatalità ha da annoverarsi la dilagante insicurezza e una fondamentale mancanza di fiducia nel futuro.

La cosiddetta ‘new economy’ ci promette un futuro di instabilità radicale, quando nessuno potrà sentirsi sicuro di conservare il suo posto di lavoro – o di procurarsene un altro – né a media né tanto meno a lunga scadenza. Siccome l’Europeo, per sua conformazione psicologica, è dotato generalmente di un senso della responsabilità, egli si asterrà dal mettere al mondo dei figli che non ha alcuna sicurezza di poter poi allevare. (Questo, a differenza dell’extracomunitario, per natura irresponsabile, che non ha preoccupazioni su come farà crescere i suoi figli; e che comunque sa che verranno mantenuti per lui con le tasse e con i contributi ecclesiastici pagati da quegli Europei che, così impoveriti, non hanno con che allevare dei figli propri). Se si desse ai giovani Europei una garanzia per il futuro, non c’è alcun dubbio ragionevole che si assisterebbe subito a un miglioramento nel tasso demografico. Si possono aggiungere le condizioni psicologiche imperanti nei nostri tempi, per cui la famiglia non viene più vista come una fonte di gioia e per la quale, quindi, vale pur la pena di fare qualche sacrificio, ma soltanto come un peso – peso finanziario e anche psicologico. Non a caso spesso succede che anche gente che potrebbe permettersi, economicamente, di avere una famiglia numerosa, non ha figli o ne ha pochi. In ultima, se il figlio non è altro che un peso e una minaccia per il proprio ‘livello di vita’, ne risulta la proliferazione del celibato e dell’aborto, genuina forma di omicidio ormai da un pezzo legalizzato. Anche se in questi ultimi tempi sembra che, almeno in Italia, il primato nella pratica dell’aborto sia tenuto dalle donne extracomunitarie, negli anni Ottanta l’aborto fu fattore preponderante nella diminuzione della natalità. L’approvazione delle leggi sull’aborto fu fatta con la complicità implicita della Chiesa e dei guelfi in parlamento, che non vi si opposero se non pro forma. (Nel 2000 in Portogallo doveva essere proposta una legge aborzionista, e i preti ricevettero ordine dai loro vescovi di non opporvisi dai loro pulpiti. Attivissimi invece a raccomandare l’approvazione delle leggi sull’aborto e poi a incoraggiare la sua pratica in modo pandemico furono una determinata numerosa categoria di industriali, per i quali il lavoro femminile era necessario per portare alle stelle i loro guadagni. C’è da credere che si possa trattare degli stessi che adesso esigono l’immigrazione extracomunitaria selvaggia – su di questo, si tornerà più avanti.

Avendo esaminato le cause della denatalità in Europa, si può procedere a constatarne le conseguenze presenti e a prevederne quelle future. Due sono le conseguenze principali. Una è il fatto che la popolazione dell’Europa e del Nord-est asiatico sta invecchiando: la metà dei vecchi del mondo già adesso sono nei paesi civili, mentre il 97% dell’incremento demografico è nel Terzo Mondo, e il 3% che c’è nel mondo civile è dovuto all’immigrazione terzomondiale (2). Fra circa una diecina di anni la maggior parte della popolazione dei paesi civili – Europa ed estremo Oriente – sarà costituita da vecchi, bisognosi di essere mantenuti – cioè: di avere una pensione – e di essere curati – essendo le loro condizioni di salute sempre più cagionevoli. Né a raddrizzare ormai la situazione – cioè il rapporto giovani/vecchi – varrebbe che, miracolosamente, dovesse aumentare, anche vertiginosamente, la natalità europea. Non si vuol dire che non varrebbe la pena che adesso aumentasse la natalità: dei nuovi nati europei adesso potrebbero essere la garanzia di ripresa per l’Europa del futuro; ma non sarebbero attivi e produttivi prima di circa una ventina di anni, troppo tardi per far fronte a una situazione socioeconomica che si darà verso il 2010. Allora, secondo le tendenze che adesso sono percepibili, non ci sarà più denaro per pagare le pensioni ai vecchi e per dare loro un’adeguata assistenza sanitaria. (Si sa, le pensioni vengono pagate non con i contributi versati dai pensionati stessi quando lavoravano, ma con le tasse versate da chi ancora lavora: in mancanza di giovani pagatori di imposte, niente pensioni; e, in Italia, fra pochi decenni ogni giovane ancora in età lavorativa si troverà a dover mantenere nove vecchi). Si sarà di fronte a quello che Guillaume Faye (3) chiama ‘l’orrore economico’, per cui la maggior parte della popolazione, costituita da vecchi – ma non soltanto loro – si vedrà confrontata con la miseria assoluta, se non proprio con la morte per fame o a essere abbandonata a morire senza assistenza medica nelle loro squallide abitazioni o per la strada (oltre a essere esposta alle violenze di turbe di extracomunitari sempre più numerosi, aggressivi e criminalizzati).

Sia fatto un inciso per dire che le risorse economiche per dare una vecchiaia decorosa alla maggior parte di quegli anziani e una vita accettabile a tanti altri poveri, forse ci potrebbero essere, ma finché i 2/3 dei redditi dei paesi civili andranno a finire in quel pozzo senza fondo che è il cosiddetto ‘debito pubblico’ (la più grande truffa legalizzata di tutti i tempi), non è lecito intrattenere speranze del genere. Ma questo non è un argomento che possa essere qui trattato. Un’altra – entro certi limiti, artificiosa – è quanto viene affermato in riguardo al fatto che non ci sarebbero più Europei a sufficienza per mantenere in moto le industrie, abbinato al fatto che gli Europei, che adesso starebbero ‘troppo bene’, non sarebbero più disposti a espletare certi lavori umili o sgradevoli o potenzialmente nocivi alla salute. Vero è invece che se quei lavori fossero meglio retribuiti, si troverebbero Europei a sufficienza per espletarli – anche in Europa c’è un alto livello di disoccupazione, sul 12%. Ma questo diminuirebbe i profitti di certi industriali. Se il costo sociale e sanitario della presenza degli extracomunitari in Europa fosse usato per aumentare i salari dei lavori più umili (dando, per esempio, esenzioni fiscali a chi impiega Europei), il problema potrebbe essere, in massima parte, risolto; ma, al solito, si privatizzano i profitti e si ‘socializzano’ le perdite (4).

Parte Seconda

A questo punto si possono dare delle cifre approssimate sul costo in denaro della presenza dell’extracomunitario nel mondo civile. Dei calcoli eccellenti in proposito sono stati fatti dai Sindacati Padani (13). Nel 1997 si calcolava che gli extracomunitari legali costassero al paese (cioè: al contribuente italiano) sui 22.000 miliardi di lire all’anno, e quelli illegali 30.000 miliardi. Gli illegali, ricordiamolo, sono protetti contro i pur blandi strali della legge, nonché finanziati (le cooperative rosse e la Caritas davano loro sulle 60.000 lire al giorno pro capite), dalla triplice sindacale, dalle organizzazioni ecclesiastiche e dai partiti marxisti (fu Rifondazione a fare pressione sul Parlamento purché non si procedesse all’espulsione dei terzomondiali trovati rei di azioni criminose). Gli zingari costano costano un po’ meno, ‘soltanto’ sui 500 miliardi all’anno: ed essi (14) furono i primi ‘extracomunitari’ a penetrare in Europa, presentandosi come dei poveri derelitti e perseguitati (naturalmente, mentendo). Adesso, ogni famiglia zingara in Italia riceve 1.050.000 lire al mese più altre indennità per sosta, figli a carico, ecc.; mentre la pensione minima per chi pure ha lavorato per tutta una vita non arriva alle 800.000 lire la mese. Ma c’è una via d’uscita (15): si può scrivere una lettera al presidente della Repubblica domandando di venire classificato come zingaro; e se la richiesta va in porto si sarà autorizzati ad attingere parassitariamente alla cornucopia dei fondi pubblici come fanno loro. Questi costi, sono soltanto i costi diretti. I costi indiretti, causati dalla dilagante criminalità e da una problematica sanitaria sempre più sinistra, c’è da credere che possano essere ancora maggiori.

Un fatto sconosciuto dai più è che il costo della presenza dell’extracomunitario nel territorio popolato da genti civili aveva fatto capolino, più di trent’anni fa, in Sud Africa. Cito delle cifre pubblicate dalla stampa quotidiana sudafricana nel 1988. Negli anni Sessanta, Hendrik Verwoerd aveva proposto il cosiddetto ‘apartheid totale’, per cui tutte le popolazioni nere del Sud Africa avrebbero dovuto essere trasportate nei loro già esistenti territori tribali dove avrebbero goduto di piena indipendenza, dopo di che le zone nere e bianche sarebbero state separate da frontiere internazionali. Questa operazione, di notevole entità (si trattava di spostare e di dare abitazione e sistemazione a diversi milioni di negri) sarebbe costata allora circa 15 miliardi di dollari, da essere spesi una sola volta. Ebbene, poco più di vent’anni dopo, la presenza di quei medesimi negri dentro al tessuto sociale bianco veniva a costare (al contribuente bianco) quella stessa somma ogni anno.

Passo a fare una disamina di quelli che sono gli usufruttuari, per così dire, spiccioli, del fenomeno immigratorio terzomondiale – tutti elementi, chi per un verso chi per un altro, fondamentalmente tarati; estremamente miopi quanto alle conseguenze a lunga scadenza di un processo che non mancherà di travolgere anche loro. Sono quelli che vi traggono dei vantaggi economici o politici a corta scadenza o che attraverso di esso soddisfano certe loro necessità emotive originate da turbe e da squilibri psicologici. Sono questi ultimi che, appoggiati dalle grancasse dei mass-media, mantengono acceso quel clima psicologico che è necessario per che le grandi masse accettino questo rovinoso fenomeno. Alla prima categoria – quelli che a corta scadenza ne traggono o sperano di trarci dei vantaggi tangibili – appartengono quegli industriali dei quali si è già parlato, i partiti politici e i sindacati di sinistra e certi preti. Alla seconda, i buonisti (dei pervertiti con tendenze autosadistiche, vittime dell’applicazione di certo cristianesimo) e i verdi (un’altra categoria di deviati la cui caratteristica principale è l’ignoranza, tecnica e antropologica). Degli industriali si è già parlato, del resto si farà un’analisi, tipo per tipo, in quanto segue. Sia i partiti di sinistra (marxisti) che i preti, in tutta Europa stanno perdendo clientela, con rischio di vedere compromesse le loro sedie e le loro posizioni di potere.

Le formazioni politiche marxiste abbisognano di un sottoproletariato miserabile al quale offrire la loro ‘protezione’ e che serva loro come serbatoio di voti. Siccome adesso, fra gli Europei, questa categoria o non c’è più, come ai tempi della Rivoluzione Industriale, o ha perso fiducia nel marxismo, eccoli a fabbricarla di nuovo usando come materia grezza le turbe di immigrati di colore (16), per mezzo dei quali esse contano di ‘rilanciare la lotta di classe’, infiacchitasi dopo la caduta del muro di Berlino. Questi sono un anche ‘fondo’ al quale spererebbero di attingere anche determinati preti che pensano di potersi rifare un gregge attingendo dai derelitti di colore, che saranno sempre più numerosi. Questi preti fanno dei calcoli molto più miopi di quelli dei marxisti: l’80% degli immigrati terzomondiali in Europa sono musulmani, e l’Islam è una forma di monoteismo ancora più aggressiva del cristianesimo: saranno piuttosto i musulmani a convertire loro (con le buone o con le cattive) che viceversa (17). Comunque, è un fatto empirico la straordinaria ‘islamofilia’ manifestata di recente dalle gerarchie ecclesiastiche e addirittura da certi cattolici che si dicono tradizionalisti (Adolfo Morganti, Franco Cardini, Maurizio Blondet, ecc.). I buonisti sono un’altra categoria – trasversale – di contorti figuri che, di massima, fanno riferimento a certo cristianesimo (magari senza avvedersene) e spesso a certi ambienti ecclesiastici. Godono dell’appoggio dei mass-media e delle autorità scolastiche (infeudate alla sinistra), le quali impartono (dando prova, forse, più di miopia che di abiezione) l’educazione buonista, che consiste essenzialmente nell’inculcare alle scolaresche un immane e castrante senso di colpa: educazione che non farà niente per impedire che i disastri futuri arrivino ma che in compenso potrà aver fatto molto per tirare su delle generazioni di smidollati e di vigliacchi che il giorno che veramente si arrivi ai ferri corti non sapranno cosa fare e che, c’è da credere, finiranno spesso per cercare rifugio nella pazzia o nel suicidio.

I buonisti (18), in fondo, sono quelli che non si sentono soddisfatti se non c’è una turba di storpi, lebbrosi, sifilitici e idioti su di cui riversare la loro commiserazione, a cui andare a baciare le piaghe e a cui andare a domandare ‘perdono’ del fatto di non essere essi stessi storpi, lebbrosi, ecc. La turba in questione viene loro provveduta dagli immigrati di colore, soprattutto se illegali. Questo tipo di psicologia auto sadistica è sempre più diffusa, in quanto pompata dai mezzi di comunicazione di massa, fino a contagiare anche gente che normalmente complessi del genere non ne avrebbe assolutamente. A tutti si fa dimenticare che fare la carità a chi non se lo merita – al parassita – non solo non è un merito ma, anzi, un demerito e una forma di auto denigrazione e di avvilimento di sé stessi e dei propri discendenti. È invece vero che poveri nostrani (europei) ce ne sarebbero anche troppi soprattutto – ma non esclusivamente – fra i vecchi, che dopo avere lavorato tutta una vita percepiscono pensioni da fame (nel pur ricco Nord-Est padano ci potrebbe essere fino a un 15 – 20% di poveri e il fenomeno sta incominciando a coinvolgere anche delle zone fra le più benestanti d’Europa, tipo la Baviera e la Sassonia [19]). Ma è anche vero che l’Europeo generalmente ha una sua dignità: chi è povero cerca di occultare quella sua condizione, entro i limiti del possibile. Quindi il povero europeo non serve a soddisfare la lussuria di commiserazionismo del buonista, per soddisfare la quale vale l’extracomunitario che fa del continuo vittimismo e che non si vergogna di mostrare a tutti le sue piaghe.

Anche il celebre Abbé Pierre, grande buonista, asseriva che i poveri di razza bianca non lo interessavano, perché non facevano audience – a differenza di quelli di colore (20). Per mettere a tacere la coscienza molesta di quelli che non sono del tutto convertiti al buonismo ma che non sono rimasti completamente immuni al suo veleno, si propone una soluzione intermedia. Non quella di importare in massa gli extracomunitari e fare di noi i loro inservienti e prosseneti, ma neppure – come sarebbe giusto – lasciare che risolvano i loro problemi per conto loro, se ne avessero la volontà e la capacità. Quindi, “aiutiamoli a casa loro”: ecco una parola d’ordine che irretisce chi non se la sente di avere l’extracomunitario come vicino ma che non vuole sentirsi additato come un ‘senza cuore’. “Aiutiamoli a casa loro” significa semplicemente elargire loro dell’elemosina a fondo perduto, perché mai essi avranno la capacità e – soprattutto – la volontà di ‘migliorare’ (nel senso europeo del termine) la loro sorte (21). Questo è insito nella loro natura: c’è uno studio abbastanza ben fatto sul fallimento assoluto e totale di ogni tentativo di ‘industrializzare’ il Terzo Mondo (22). L’unico vero aiuto che a quelle genti si potrebbe dare – consono con la loro struttura psicologica – sarebbe quello di rimetterle nelle condizioni in cui erano prima dell’avventura coloniale europea: il che, a ben vedere le cose, in questo momento ha da vedersi come utopico.

Parte Terza

A quanto sopra vale aggiungere che il fenomeno migratorio dal Terzo Mondo il mondo civile non fa letteralmente niente per alleviare il fenomeno della povertà in quelle regioni. Per alleviarlo per mezzo dell’emigrazione bisognerebbe poter organizzare un movimento di persone di dimensioni fantascientifiche dal Terzo al Primo Mondo (e ammesso che le strutture civili di quest’ultimo non subissero un collasso sotto l’immane pressione): movimento superiore a quanto potrebbe essere fatto anche mettendo in azione tutti i modernissimi mezzi di trasporto esistenti solo per quello scopo (23). A venire in Europa sono quelli che si possono pagare il biglietto (una somma altissima nel Terzo Mondo) o per lo meno dare una ‘bustarella’ a qualche capitano di nave o traghettatore abusivo. Si tratta quindi sempre della cosiddetta ‘classe media’ di quelle terre (24). Con quello che costa avere un extracomunitario fra i piedi in Europa se ne potrebbero mantenere almeno venti, di sana pianta, nelle loro terre di origine (25): sarebbe una maniera molto meno scomoda e più efficiente di fare della carità a quel tipo di gente. (Ai commiserazionisti forse interesserà sapere che con la quarta parte del gettito dell’industria italiana della moda si potrebbe dar da mangiare a fondo perduto a tutta l’Africa nera.)

I verdi sono simili ai buonisti, e forse ne sono solo una varietà (26). Una loro caratteristica è l’ignoranza, sia tecnica che antropologica e il loro credo è l’opera di Jean-Jacques Rousseau. Questo figuro – particolarmente contorto in ogni sua manifestazione; egli era fra l’altro un pedofilo – sviluppò la sua teoria del ‘buon selvaggio’ basandosi sulla lettura di resoconti di viaggi, avvenuti nel Settecento, quando degli Europei si videro per la prima in contatto con i selvaggi, in particolare nei Mari del Sud e nell’America settentrionale. Furono letture che poi egli interpretò in chiave del tutto personale; ed essendo egli un personaggio del tipo testé descritto, ne fece un’interpretazione del tutto abborracciata. Il selvaggio, secondo la teoria di Rousseau – cioè, in termini moderni, l’extracomunitario, l’elemento di colore – è un essere candido, innocente, paradisiaco e – importantissima – rispettosissimo della natura, reso cattivo e miserabile dall’oppressione a cui fu ed è sottoposto da parte dell’Europeo. Quindi, ragionano i verdi, apriamo le cateratte dell’immigrazione di colore, adattiamo noi a loro, ai loro gusti, alle loro abitudini, ecc. Così, un poco alla volta, tutto si metterà a posto, il leone e l’agnello, il gatto Silvestro e il canarino diverranno ottimi amici e si sarà nel paradiso terrestre della pastorale Arcadia. (Invece, i verdi americani definiscono l’immigrazione terzomondiale come una forma di contaminazione ambientale). Quanto assurdo possa essere tutto questo, non è neppure il caso di sottolinearlo; e il fatto che ci siano tanti che aderiscono al verdismo – e al buonismo – è solo un altro segno della qualità malata dei nostri tempi. Vero è invece – e i verdi, da ignoranti incancreniti non lo sanno e non lo vogliono sapere – che il selvaggio è il più spietato nemico della natura e che, messo in possesso di mezzi tecnologici moderni, ne è il più sfrenato distruttore (27).

Un altro aspetto dei movimenti terzomondiali verso l’Europa è quello che li inquadra nel fenomeno maledetto dell’emigrazione, che ha afflitto e affligge il mondo dai tempi della Rivoluzione Industriale e sul quale è il caso di fare qualche precisazione. Emigrare non fu, per i nostri vecchi, trasferirsi in colonia o in terra di conquista (come invece considerano le cose gli extracomunitari che vengono in Europa) ma un andare quasi come mendicanti a domandare il proprio pane in terra altrui. L’emigrazione – e, in particolare, l’emigrazione in massa – è un fenomeno teratologico che seguì la Rivoluzione Industriale (la quale portò alla destabilizzazione di vasti strati delle popolazioni europee e non solo europee), nonché i nuovi equilibri politici, post-Napoleone, che videro insorgere nazioni-Frankenstein tipo, per esempio, il regno d’Italia. Specificamente in Italia, i nuovi squilibri sociali colpirono, prima ancora che il Sud, il Veneto e il Friuli, terre che sia sotto la repubblica di Venezia che sotto gli Asburgo avevano goduto di un buon livello di vita. Dopo il famigerato 1866, l’emigrazione dal Veneto e dal Friuli raggiuse per molto tempo un livello superiore a quello della bassa Italia. Perciò, chi allora ci chiamò i ‘terroni del Nord’ non faceva, in fondo, che enunciare un dato di fatto obiettivo. Ma dal fenomeno migratorio non furono risparmiate neppure le zone pedemontane della Lombardia e perfino del Piemonte: fra il 1866 e il 1915 emigrarono circa 14 milioni di Italiani, dei quali, per fortuna, oltre la metà poi rimpatriarono (28).

Moltissimi emigrarono dall’Europa per ragioni politiche o perché le loro condizioni materiali erano obiettivamente disperate e quindi sentivano che si poteva tentare qualsiasi cosa. Ma tanti altri lo fecero perché incoraggiati da un determinato clima psicologico o perché, per dirla con un proverbio inglese, “the grass on the other side of the fence is always greener [l’erba dall’altra parte della recinzione è sempre più verde]”. Qui si vide anche l’opera di ‘reclutatori’, assoldati da diversi governi delle Americhe per convincere le genti europee a emigrare. Sia in Brasile che negli Stati Uniti essi divennero, almeno inizialmente, i ‘nuovi negri’, quel sottoproletariato miserabile del quale c’era di bisogno “per rendere la schiavitù innecessaria” (Stati Uniti [29]); oppure i braccianti agricoli che espletarono i lavori che i negri ‘liberati’ dall’abolizione della schiavitù rifiutarono subito di continuare a fare. Pochissimi degli emigrati – sì e no il 10% – fecero ‘fortuna’: al resto, e ai loro discendenti, toccò una sorte non migliore, e spesso peggiore, di quello che sarebbe stato il caso se fossero rimasti in Europa, con l’aggravante addizionale – soprattutto per chi emigrò in altri continenti – che l’emigrato, ‘morto di fame’, dovette subire crisi di adattamento, lui e la sua famiglia, e infinite umiliazioni prima di poter inserirsi nei nuovi ambienti. Nei paesi maggioritariamente di colore, nei quali il clima sociale e politico è determinato dalla prepotenza e dal voto di masse di selvaggi, i loro discendenti sono condannati all’assorbimento, a lunga scadenza, da parte di turbe di meticci, miserabili e senza volto.

Questo fenomeno sta però incominciando a verificarsi in Europa. Dei recenti studi pubblicati dalla stampa inglese rivelano come in certi quartieri delle grandi città – in modo particolare, Londra -, i bambini bianchi, irrimediabilmente a minoranza, non solo sono umiliati e vittimizzati dai figli di immigrati terzomondiali ma incominciano a perdere la loro lingua per adottare come mezzo di espressione i loro dialetti, bantù, indostani, ecc. Ma senza bisogno di andare in Inghilterra, qualcosa del genere potrebbe divenire il caso molto più vicino a noi. In Valsugana, sopra Bassano del Grappa, dove le maestranze delle industrie del legname sono quasi tutte africane, i bambini veneti sono anch’essi ridotti a minoranza e, c’è da credere, ben presto anche là potrebbe insorgere una situazione di tipo ‘inglese’. Che i nostri emigrati abbiano portato ‘cultura’ è una frottola per sprovveduti: perché cultura si porta solo là dove essa può attecchire. Invece è vero che l’emigrato europeo nei paesi americani (di colore e non) fu soltanto uno sfruttato. (Per esempio, lo si metteva a organizzare imprese, industrie, uffici, dissodamenti, opere di viabilità, miglioramenti sanitari, ecc. salvo poi licenziarlo quando aveva messo qualcosa a funzionare e il suo posto faceva gola a qualche parassita locale). Quindi ipocrisia e imbecillità di coloro che vanno cianciando che a noi Italiani – e Veneti in particolare -, ex-popolo di emigranti, quelli là ci fecero la carità di accoglierci. Si andò invece soltanto a farsi sfruttare, e ci si accolse perché allora quelli erano paesi ricchi; e non per opera dei loro abitanti, ma per le loro risorse, allora altamente valutate in un clima finanziario internazionale che adesso è cambiato. Colui che riusciva a ‘fare fortuna’ (a forza di lavoro e di risparmio, cose alle quali gli aborigeni erano incapaci e disinteressati), diveniva automaticamente bersaglio di invidia e di odio, spesso seguiti da spoliazioni (i recenti fatti della ex-Rhodesia sono un eccellente esempio di quanto si sta discutendo).

In un suo recente saggio, Giovanni Damiano (30) ha brillantemente dimostrato come il fatto che un popolo sia stato un popolo di emigranti non è per lui fonte di obblighi né morali né tanto meno giuridici verso chi adesso decide di emigrare – e comunque gli immigrati che adesso destabilizzano l’Europa non provengono nella loro stragrande maggioranza, da paesi verso i quali gli europei sono emigrati nel passato. Né, a voler essere obiettivi, le ‘aristocrazie’ (pur di origine europea) al potere in certi paesi ex-coloniali, approfittarono della nuova immigrazione per consolidare l’aspetto ‘europeo’ di quei paesi: nei nuovi venuti videro piuttosto dei concorrenti da essere trattati con sospetto (31). Adesso come adesso, molti emigrati o i loro discendenti tentano di ritornare in Europa, dove però, privi di appoggi, spesso vanno a finire nella frangia meno abbiente della popolazione (32).

Parte Quarta

A questo punto si può abbordare l’ultima sfaccettatura del fenomeno, che è quella di chi siano i suoi usufruttuari principali, dei quali il resto non vengono a essere se non dei coadiutori, ottusi e abbietti. Si tratta degli usurocrati internazionali, quelli che, con in mano la grande finanza, spingono verso il mondialismo – la globalizzazione -, per cui si obbliga a uno slittamento verso una situazione nella quale essi – cioè: coloro che possiedono il denaro – deterranno il potere assoluto, mentre tutti gli altri saranno ridotti a una miseria quasi inimmaginabile. Questi, per affermare il loro dominio, abbisognano di far saltare in aria ogni specificità culturale e genetica che possa esistere: quindi, deculturizzazione e meticciato su scala globale. All’una e all’altro serve l’invasione extracomunitaria. (Secondo Carlo Ciampi, presidente della repubblica ‘italiana’, “il clandestino è quel gran benefattore che varcando impunemente le frontiere e così mostrando grande altruismo, porta benessere e civiltà nei luoghi in cui si assesta”.) L’islam, attraverso la storia, ha dato prova di essere un ariete imbarbarente straordinario (33), mentre il meticciato sta incominciando a investire anche l’Europa in modo strisciante (34): di questo passo, ancora qualche generazione e l’Europeo sarà una ‘specie estinta’, culturalmente e geneticamente, per essere sostituito da una massa di automi senza volto. La superiorità tecnica ed economica dei paesi del cosiddetto Primo Mondo era, ed è ancora, dovuta al fatto che la loro popolazione era ed è prevalentemente europide (o nord-est asiatica), quindi capace di prestazioni tecniche e avente una responsabilità e una capacità di lavoro che gli abitanti del Terzo Mondo non hanno. Ma adesso, con l’automazione e con l’informatizzazione, gli usurocrati calcolano che di manodopera intelligente ce ne sarà sempre meno di bisogno: le proiezioni futurologiche – per quel che possano valere, ma che riflettono i desideri dell’establishment finanziocratico – indicherebbero che fra cinquant’anni il livello di produzione attuale abbisognerà di soltanto il 5% della forza-lavoro disponibile (35). E siccome tutta la produzione, nel futuro, sarebbe destinata a chi detiene il denaro, tutti gli altri, dopo l’imbastardimento, sarebbero ridotti alla vita della baraccopoli terzomondiale, a sua volta, forse, prodromo della scomparsa fisica.

Non ci si faccia illusioni: una struttura sociale del tipo della baraccopoli terzomondiale è proprio quello che il mondialismo usurocratico avrebbe in serbo anche per l’Europa. Lì, i pochi detentori della finanza abitano in quartieri di gran lusso protetti da eserciti privati di guardie armate, mentre la massa senza volto, formata in massima parte da meticci, sta fuori a fare una vita di miseria e abiezione assoluta, ma nel contempo è troppo vile e troppo ottusa per avere la volontà e la capacità di ribellarsi in modo organizzato. Questo è un modello sociale che sta prendendo rapidamente piede anche negli Stati Uniti, dove qualcosa come il 12% della popolazione – quelli che possono permetterselo – abitano in complessi urbanistici detti common interest developments (‘CID’), specie di GULAG a rovescio – con filo spinato, torrette di guardia, guardie armate agli ingressi, ecc., mantenere fuori una montante massa di diseredati e di meno abbienti, moltissimi di loro di colore, resi temibili (ma non troppo, se trattati con le maniere forti) e comunque resi scomodi dalle loro inevitabili tendenze criminali (36).

Gli usurocrati, in Europa, hanno dalla loro parte la cosiddetta ‘intellighenzia’: quella che fa, con l’aiuto delle grancasse massmediatiche e del lavaggio cerebrale a livello scolastico, il clima ‘culturale’ al quale si abbeverano le masse. Si intende parlare di elementi sul tipo di Indro Montanelli o di Giorgio Bocca, per i quali chiunque non osanni l’andazzo mondialista è un fallito e un ‘sorpassato dalla storia’ (come se un ‘senso della storia’ esistesse sul serio ed essa avesse un andamento autonomo: invece sono gli uomini, finché sono ancora tali, a fare la storia). Quei medesimi ci assicurano che chi non applaude e chi non desidera la radiosa società ‘multirazziale’ del futuro, ha paura (loro, i più grandi fra i vigliacchi, danno dei vigliacchi agli altri). Il discorso che ci fanno è lo stesso che ci farebbe qualcuno che ci invitasse a saltare giù dal decimo piano di un caseggiato; e se non ci mostrassimo interessati ci dicesse che non lo facciamo ‘perché abbiamo paura’ – ognuno giudichi da sé. E i medesimi usurocrati hanno dalla loro anche gli organismi internazionali, tipo le Nazioni Unite (si sa, quelle sono la ‘coscienza dell’umanità’), le quali fanno le loro ‘raccomandazioni’ ai cosiddetti governi – e i governi che le dovessero ignorare correrebbero il rischio dell’attacco armato ‘umanitario’ da parte del braccio secolare dei finanziocrati – la NATO -, come è successo alla Serbia o come minimo di sanzioni economiche come quelle che la Comunità Economica ‘Europea’ sta imponendo all’Austria. Specificamente per l’Italia, le Nazioni Unite ‘raccomandano’ un’immigrazione annua di 300.000 extracomunitari, naturalmente che ‘per risanare i fondi pensione e per mantenere il livello di vita’ – nonché per ‘camminare con la storia’ (adesso, per vie legali, ne stanno arrivando circa 70.000 all’anno e c’è da credere che almeno due volte tanti arrivino illegalmente; il governo italiano di centrosinistra ha fatto ufficialmente delle raccomandazioni delle Nazioni Unite un indicatore fondamentale per la strutturazione delle sue politiche immigratorie).

Per l’Europa, nei prossimi decenni, e per le stesse ‘ragioni’, secondo loro ci vorranno 800 milioni di immigrati afroasiatici. Quando si consideri che l’Europa occidentale ha una popolazione di circa 400 milioni dei quali, fra una diecina di anni, la maggioranza saranno vecchi, è ben chiaro a che cosa equivalgono quelle ‘raccomandazioni’: al suicidio collettivo e all’obliterazione dell’Europa. Le previsioni futurologiche fatte dagli specialisti in demografia, che ci vengono presentate con grande gioia come descrizioni di un ‘radioso futuro in cresta all’onda della storia’, tendono tutte a concordare con i desiderata degli usurocrati. In Italia, il demografo-principe è un tale Antonio Golini, il quale ci assicura che già fra una diecina di anni quasi il 10% dei giovani in Italia saranno di colore e che con l’invecchiamento della popolazione europide e la crescita esclusiva di quella di colore, l’Italia e l’Europa saranno cose del passato entro un secolo al massimo per divenire propaggini del Terzo Mondo – e, aggiungiamo noi, delle colonie islamiche. (Il Golini presenta però l’immigrazione extracomunitaria come un gran bene [37].)

Queste sfiziose previsioni potrebbero poi avverarsi anche prima del previsto, perché gli extracomunitari, quando dovessero avere davvero il coltello per il manico, passerebbero certamente alle vie di fatto, guidato dai loro imam, procedendo allo sterminio fisico di chi rifiutasse il meticciato o la conversione all’islam nonché allo stupro in massa delle donne. (Già da un pezzo, i gruppi rap dei ghetti di colore negli Stati Uniti e in Francia inneggiano alla futura vendetta contro la razza bianca). Difficilmente si potrebbe allora contare con la reazione vasta e organizzata di una popolazione europea senescente e invigliacchita da generazioni di diseducazione buonista. In compenso, e per nostra fortuna, sappiamo che le proiezioni futurologiche hanno un valore relativo (38) e che il divenire storico non viene incastrato dal calcolatore elettronico. Mai tutto è preso in considerazione; mentre un postulato implicito di base di tutti i futurologi alla moda è che, entro ampli limiti, niente cambierà nel futuro per quel che riguarda l’andazzo politico e ideologico generale nonché il livello tecnico mondiale – in particolare, quel che riguarda l’informatica, le telecomunicazioni e i trasporti. Invece, entro i prossimi 10 – 20 anni, si scatenerà con ogni verosimiglianza l’uragano che l’addensarsi di nubi minacciose all’orizzonte lascia presagire: uragano che per gli usurocrati potrà avere conseguenze non del tutto imprevedibili, mandando all’aria i loro piani (39). In particolare, l’incombente catastrofe ecologica globale lascerà sentire i suoi effetti, in modo del tutto palpabile, entro al massimo una ventina di anni; mentre saranno proprio gli extracomunitari, quando si sentiranno sufficientemente forti, a scatenare la guerra razziale in ogni città, borgo e quartiere, scardinando così quel vivere civile necessario ancora per del tempo ai globalizzatori per portare a termine i loro piani.

Parte Quinta

Si vuole concludere facendo riferimento a una fenomenologia che sembra preoccupare lo stesso Golini, anche se non eccessivamente: è quella della situazione sanitaria internazionale e soprattutto del prorompere della pandemia di AIDS nel Terzo Mondo (40). La crescita della popolazione mondiale – leggi: di quella del Terzo Mondo – si sembra essere stabilizzata sull’1,5% annuo, di contro alle punte del 3 e anche del 4% di qualche decennio fa; e questo non certo dovuto a una ‘presa di coscienza’ da parte di certe popolazioni, ma in ragione di una aumentata mortalità, soprattutto infantile. Nell’Africa nera, in particolare, si potrebbe essere a crescita zero (41); e sono le stesse Nazioni Unite ad ammettere che, come conseguenza della pandemia di AIDS, l’aspettativa di vita media in molti paesi subsahariani potrebbe arrivare a meno di 30 anni per il 2010 (una recentissima notizia proveniente dal Sud Africa indica che là, dal 1995 al 1998, l’aspettativa media di vita è calata da 63 a 54 anni) – e un andamento analogo ha luogo in altre zone terzomondiali tipo il Brasile e il Sud-est asiatico; mentre l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha dichiarato che l’AIDS “è una minaccia per la sicurezza nazionale dell’America”. E sotto l’attuale clima di sfacelo ecologico e di presenza pullulante di popolazioni dall’infimo livello immunologico, l’insorgere di altri morbi sul tipo dell’AIDS è tutt’altro che improbabile. È stato proposto che ci possa essere una correlazione, a livello cromosomico, fra le strutture genetiche responsabili della pelle scura e la sensibilità alle infezioni virali, e in particolare all’AIDS; arrivando a pronosticare che l’AIDS potrà distruggere le razze di colore entro qualche decennio (42). A salvare gli europidi potrebbe essere proprio il virus dell’AIDS: esso, letteralmente, potrebbe divenire il loro redentore. Nei tempi assurdi in cui viviamo, quest’affermazione è molto meno fantasiosa di quanto potrebbe sembrare.

NOTE:

(1) Si è fatto uso, in particolare, di due eccellenti raccolte periodiche di estratti di stampa, riferentesi al fenomeno immigratorio: “Bollettino invasione”, pubblicato da un gruppo di aderenti alla Lega Nord di Milano, e “Alburno”, del Movimento Italia Meridionale di Battipaglia (Salerno). .

(2) Per uno studio statistico dettagliato in riguardo, cfr. Antonio Golini, La popolazione del pianeta, Il Mulino, Bologna, 1999. – Già negli anni Trenta, Guglielmo Danzi aveva segnalato per gli Stati Uniti una situazione strutturalmente simile a quella che l’Europa subisce adesso: là, allora, l’unica crescita demografica era dovuta all’immigrazione – ma con la fondamentale differenza che quell’immigrazione era tutta europea. Cfr. Guglielmo Danzi, Europa senza Europei?, Edizioni Roma, Roma, 1936

(3) Guillaume Faye, L’archeofuturismo, Barbarossa, Milano, 1999. .

(4) In riguardo, vedasi un eccellente articolo di Ida Magli su “Il Giorno” del 9 gennaio 2000.

(5) Sul fatto ‘sanità’ non ci si dilungherà in questa sede – una conferenza in riguardo è stata da me data a Crespano del Grappa (Treviso) il 26 novembre 1999.

(6) Cfr. Giacomo Stucchi, La nuova tratta degli schiavi, I quaderni della Padania, Editoriale Nord, Torino, settembre 1998. .

(7) Secondo dei recentissimi comunicati stampa, la situazione dei fondi pensione nel Terzo Mondo è molto peggiore che da noi – proprio là dove la proporzione giovani/vecchi è straordinariamente ‘favorevole’.

(8) Cfr., per esempio, Silvio Waldner, La deformazione della natura, Ar, Padova, 1997.

(9) Nel carcere circoscrizionale di Vicenza, su circa 250 – 270 reclusi uno solo è Vicentino; ci sono poi una diecina di altri Veneti e una ventina di altri Italiani, per un totale di circa 30 detenuti. Il resto sono tutti extracomunitari. – Delle statistiche provenienti dalla Svezia (febbraio/marzo 1999) indicano che la criminalità dei terzomondiali trapiantati in Europa non è una ‘crisi di adattamento’ al mondo civile. La seconda generazione di elementi di colore (quelli nati in Europa) hanno un indice di criminalità superiore a quello dei loro genitori.

(10) Cfr., per esempio, Samuel Maréchal, Ni droite ni gauche, français, Alizès, Paris, 1996.

(11) Cfr. Giacomo Stucchi, cit. .

(12) Un recentissimo esempio si riferisce al Friuli (cfr. “La Padania” del 14 giugno 2000). Determinati industriali friulani domandano altra immigrazione extracomunitaria; mentre in Friuli ci sono 25.000 disoccupati dei quali 9.000 sono Friulani in cerca di un primo lavoro. In Italia, al 31.12.99 c’erano quasi 90.000 extracomunitari nelle liste di disoccupati.

(13) Sindacato Autonomista Ligure SAL, confederato al Sin.Pa, L’invasione extracomunitaria, obiettivi e strategia, Genova, 1997. Cfr. anche Giacomo Stucchi, cit.

(14) Sull’origine e sui movimenti degli zingari, nonché sulla loro ‘cultura’ (si fa per dire) si consultino: François de Vaux de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, Jaca Book, Milano, 1977; Françoise Cozannet, Gli zingari, miti e credenze religiose, Mondadori, Milano, 1990.

(15) Cfr. Le ragioni della Padania, opuscolo della Lega Nord, ottobre 1996.

(17) Sul fatto ‘islam’ non ci si dilungherà in questa sede – una conferenza in riguardo è stata da me data a Trieste il 19 febbraio 2000. Cfr. anche Alexandre Del Valle, L’islamisme et les Etats Unis, L’age d’homme, Lausanne, 1997, nonché l’interessante opuscolo del Sindacato Autonomista Ligure SAL Il mondo delle civiltà, Genova, senza data di pubblicazione (fine anni Novanta).

(18) Il loro ‘santo patrono’ potrebbe ravvedersi forse in San Giovanni Crisostomo: cfr. Gérard Walter, Les origines du communisme, Payot, Paris, 1975.

(19) Cfr. un interessante articolo di Matthias Greffrath su “Die Zeit” (1998), trad. it. su “Internazionale” del 13.03.98.

(20) Guillaume Faye, cit.

(21) Cfr. Silvio Waldner, cit.

(22) Gilbert Rist, Lo sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.

(23) Cfr. SAL, L’invasione extracomunitaria, cit. Ma questo era già stato visto quasi vent’anni fa da un autore tedesco, Stephen-Lutz Tobatsch (Die Erdbevölkerung, Hirschgraben, München, 1981).

(24) Manfred Ritter, Sturm auf Europa, von Hase und Koehler, München, 1990.

(25) Cfr. Manfred Ritter, cit. Ma questo è stato ammesso anche da determinati ambienti cattolici, per esempio certi missionari in pensione.

(26) Ci si ricordi degli improperi della ‘Grazia’ Francescato, dirigente dei verdi, quando nell’aprile del 2000 l’elettorato padano (e, in generale, italiano) diede segni di insofferenza verso il fenomeno immigratorio.

(27) Cfr. Silvio Waldner, cit .

(28) Cfr. Antonio Golini, cit.

(29) Si consulti John Kleeves, Un paese pericoloso, Barbarossa, Milano, 1999.

(30) Giovanni Damiano, Elogio delle differenze, Ar, Padova, 1999.

(31) In Brasile, in particolare, alla fine dell’Ottocento si era stabilito un ‘braccio di ferro’ fra la vecchia aristocrazia terriera di origine portoghese e i nuovi arrivati, Tedeschi. Quando i primi Veneti emigrarono in Brasile, dopo l’abolizione della schiavitù nel 1850, essi vennero visti con diffidenza dai Tedeschi che temevano che andassero a rafforzare l’elemento ‘latino’ (portoghese), diffidenza che ben presto si dileguò. L’elemento cosiddetto ‘latino’, invece di approfittare dell’arrivo di altri Europei per europeizzare il paese, per poter conservare i propri privilegi non trovò di meglio che appoggiarsi alle masse di colore, con la conseguenza che, alla lunga, il Brasile sprofondò nella terzomondializzazione. Cfr. AA.VV. Contributo alla storia della presenza italiana in Brasile, Istituto Italo-latinoamericano, Roma, 1975.

(32) L’Ente Vicentini all’Estero, del quale io sono rappresentante per il Comune di Sandrigo (Vicenza), è stato tramutato nel 1999 da essere un Ente che si incaricava di mantenere i legami fra i Vicentini all’estero e la loro terra d’origine in un ONLUS per dare assistenza agli immigrati extracomunitari nella Provincia di Vicenza. L’unico a opporsi a questo genuino sputo in faccia ai nostri emigrati fu il sottoscritto.

(33) Ci si riferisca alla nota (17).

(34) In Italia ci sarebbero già circa 11.000 matrimoni misti, nei quali quasi sempre il partner europeo è la donna, regolarmente convertita all’islam. In un suo importante lavoro, il biologo ed etnologo inglese J. R. Baker suggeriva che la preferenza sessuale per elementi razzialmente allogeni è una genuina forma di bestialità, una deviazione sessuale che, in questo caso, è più frequente fra le donne che fra gli uomini (J. R. Baker, Race, Oxford University Press, Oxford [Inghilterra], 1974). Cfr. anche Silvio Waldner, cit.

(35) Cfr. Jeremy Rifkin, L’era dell’accesso, Mondadori, Milano, 2000.

(36) Cfr. Jeremy Rifkin, cit.

(37) Antonio Golini, cit.

(38) Qualsiasi statistica o proiezione demografica che non prenda in considerazione i fatti etnici e genetici – come è volutamente il caso in tutte le pubblicazioni ufficiali moderne -, se presa alla lettera non ha alcun valore. Bisogna allora usare la propria buona volontà, la propria immaginazione e la propria esperienza per sopperire l’informazione taciuta.

(39) Guillaume Faye, cit., parla di “convergenza di linee di catastrofe” fra il 2010 e il 2020.

(40) Ci si riferisca alla nota (5).

(41) Cfr. la rivista “Orion” di Milano, dicembre 1999, dove sono citate delle pubblicazioni vicine all’ex candidato presidenziale americano Ross Perot. Sta di fatto che, per quel che se ne può sapere, popolazione dell’Africa nera che, stando alle proiezioni fatte negli anni Sessanta e Settanta, dovrebbe essere adesso di oltre un miliardo, supera di poco i 600 milioni.

(42) Questo era già stato da me appreso presso il Suid-Afrikaanse Informasiediens (Pretoria, Sud Africa) una diecina di anni fa. Ma queste idee circolano anche in ambienti universitari europei, dove nessuno però si azzarda a metterle per iscritto per paura di incappare in ‘grane’.

3 Responses

  1. paolina
    | Rispondi

    Condivido pienamento questo articolo. Vi è un processo di invasione mascherato da emigrazione. L'Italia è uno dei paesi europei più popolati per quale motivo dovrebbe subire questo flusso continuo dall'est e dall'Africa? La mondializzazione sarà la fine della nostra civiltà. Non saranno né le gerarchie ecclesiastiche né i ricchi a subirne le conseguenze, ma i lavoratori che finiranno per abitare in dieci in una stanza al pari degli extracomunitari. Forse per noi non ci saranno neppure le riserve assegnate agli indiani dagli invasori delle loro terre. Formulo i migliori auguri per questo intelligente sito.

  2. […] fondo cioé l’ottimo SILVANO LORENZONI ex-sindaco di Sandrigo (provincia Vicenza) , da LEGGERE : Immigrazione extracomunitaria e denatalità europea | Silvio Waldner Leggendo bene i miei discorsi ci si accorgerebbe che non odio le altre razze né tantomeno le […]

  3. Wainer
    | Rispondi

    Sono stato duro (ma giusto) in merito all'articolo di Waldner che commenta Günther "Tipologia razziale dell’Europa" e il nordicismo dicendo bestemmie etniche sugli europei e filologiche e linguistiche sulla lingua inglese (da sintesi per fetta europea a veicolo di mondialismo), ma qui ha colpito in pieno, vengano pubblicate maggiormente le statistiche sulla disoccupazione per es.friulana, la storia sociale e etnica dei coloni (non veri immigrati) lombardi nazionali (veneti) in Sudamerica. Sarebbe interessante uno studio sui libri di testo scolastici..che fino a ieri publicavano il sapere sulle razze, sulle cifre delle popolazioni e razze (nelle medie nel 1988 si imparava chi erano gli Zambos) e oggi semplicemente negano i dati conoscitivi (come le Ed. Il Cerchio pubblicano in merito alla rimozione della storia antica delle scuole) ma…chissà perchè……….da parte di chi……

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