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Il volto romano-germanico della nuova storia

13 luglio 2010 (16:48) | Autore:

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Il problema delle nazioni si sposta oggi sul piano dell’universalità spirituale, con rispondenza iniziale ed immediata nel piano dell’azione guerriera. È sufficiente concepire questo rapporto tra il mondo della realtà ideale e quello della realtà fisica, per rendersi conto del significato finale di questo appassionato combattimento che in sostanza volge ad aprire il varco a un nuovo sistema di valori di cultura e di civiltà.

Risulta chiaro allora che la vittoria spetta fatalmente a chi si è saputo rendere perfetto strumento di questa universalità eroico-mistica, subordinando ad essa ogni forma di individualismo, politico, sociale, personale e concependo la vita non come funzione di un egotismo empiricamente limitato, ma come tramite di una energia trascendente, conforme alle leggi essenziali di quel “divino” che segretamente e incessantemente opera nell’“umano”.

Dall’unità di tali leggi trae senso la nuova universalità affermata dai migliori spiriti europei: la quale non ha nulla di comune con il collettivismo ugualitario, ma tende irresistibilmente a convertire in organizzazione umana il principio unitario della gerarchia metafisica, spezzando i limiti e i confini, distruggendo ovunque le sette politiche mascherate sotto l’etichetta del nazionalismo.

È infine giunto il momento in cui i popoli debbono riconoscere l’inconsistenza di un “nazionalismo” che costituisca la semplice insegna esteriore di popoli la cui organizzazione interna invece presenta le caratteristiche proprie a un regime anarchico: quel che v’è di nazionalistico e di gerarchico è semplicemente coreografico, come coreografico è l’aspetto d’“impero” che l’Inghilterra ha sino ad oggi ostentato. La nessuna comunione spirituale tra i vari reparti di simili nazioni, la mancanza di un unico appiglio superiore al quale tutti si riferiscano con uguale animo, l’assenza di un autentico ordine gerarchico e di un’aristocrazia di valori, fanno di talune nazioni che ostentano un loro “spirito patrio” e una loro fede nazionalistica, ambienti di dissoluzione di ogni valore morale, di sprofondamento nel sensuale materialismo e nella beata incoscienza animalesca, ove tuttavia tali aberrazioni assumono la mentita veste della dignità demoliberale e del pacifismo borghese.

Nell’incalzare di eventi che risolvono, in nome di una nuova giustizia, secolari controversie di popoli, non è ormai possibile concepire una nazione democratica che non sia un grande organismo tenuto insieme da ragioni mercenarie e materialistiche di vita: come non è più possibile ammettere il frazionamento di una civiltà dai caratteri storicamente e culturalmente unitari in compartimenti di interessi settari (industriali, bancari, politici) sotto il nome di nazionalismi. Nel suo più rigoroso significato il termine di “nazionale” diviene un equivalente di “internazionale” in senso inferiore, in quanto si riferisce a un’attività che crea tra gli uomini rapporti di bassi interessi, dando luogo ad una solidarietà tra nazioni, non sul piano di un’intesa spirituale e univocamente costruttiva, ma sul piano di un mercantilismo esoso e di un aristocratico affarismo alla cui origine è stata l’azione secolare accentratrice della Gran Bretagna.

Ma non può avere nemmeno giustificazione storica la concezione di “nazionalismo” quando sia semplicemente riferita alla realtà materialistica di una ricchezza territoriale i cui limiti costituirebbero altresì i limiti di un’idea e di una cultura. Possono queste – se realmente esistono – lasciarsi limitare da un confine geopolitico? È fuori di dubbio che il destino di un popolo non può essere circoscritto entro i limiti di un nazionalismo democratico e materialistico, in quanto se esso è portato alla creazione di una civiltà luminosa non può essere mosso che da un nazionalismo in senso superiore, ossia da un supernazionalismo, impostato da principii trascendenti ogni spirito settario e individualistico.

Un nazionalismo imperiale non può fondarsi su motivi democratici: la sua organicità supernazionalistica deve ispirarsi a qualcosa di superiore all’ordine sociale, ossia ad un’autorità la cui effettiva forza sia la qualità, la libera, illimitata, virile visione della vita e che riunisce nella compagine di una gerarchia il temporale e lo spirituale, l’eroico e il sacro. Sotto questo aspetto, possiamo distinguere nell’ultima storia dell’Occidente due sorta di nazionalismi: quello autentico, facente capo a una spiritualità gerarchica che dà significato alla stessa nazione, organizzandola attraverso criteri non semplicemente economici, democratici, quantitativi, ma soprattutto ideali e qualitativi, e il nazionalismo di origine democratica, di marca parlamentaristica, la cui azione è limitata da fattori meramente naturalistici, numerici, da pregiudizi di spazio, di tempo, di storia e da una visione plebeo-materialistica della vita.

Il carattere del primo consiste in una interiore costituzione tradizionale che può essere risuscitata, concepita e conosciuta solo per virtù di una totale liberazione dalla superstizione progressistica, onde si cessa dallo stabilire un assolutismo evolutivo dovuto al processo del tempo, ma si intuisce l’esistenza di principii di forza e di organizzazione di carattere supertemporale, con i quali la presa di contatto è peraltro condizionata da una possibilità spirituale di conoscenza, attraverso una scienza non profana che è la Tradizione metafisica.

Questa è la mediatrice inesauribile fra l’Impero spirituale e l’Impero terreno, conducendo a una concezione unitaria della vita e del cosmo in funzione di un rapporto gerarchico tra i diversi elementi: la sua universalità non è ugualitaria e anarchica, ma recante i caratteri di differenziazione e di armonica distinzione rispondenti alla scala dei valori della evoluzione della vita fisica e spirituale.

Ci si avvede facilmente come appunto il totale distacco dalla concezione “tradizionale” può giustificare l’altro nazionalismo, quello impostato su termini di semplice agio economico-animalesco, di vita comoda e vegetativa, in ordine ad obiettivi utopistici propri al messianismo anarchico internazionalistico, tendente alla realizzazione su un ideale politico, ove, insieme alla sistematica abolizione di ogni superiore interesse umano, anche le premesse per una effettiva spiritualità nazionalistica non hanno più senso. Così è avvenuto che, sotto apparenza nazionalistica, abbiano trovato modo di agire nel moderno mondo politico principii la cui indole è internazionale ugualitaria livellatrice, allo scopo di demolire tra i popoli il senso stesso della nazionalità, ossia quel che è il senso stesso di una loro tradizionale dignità, di una forza civilizzatrice d’ordine supernazionalistico.

Ma la vittoria del principio “totalitario” fascista e nazionalsocialista, attraverso la potenza delle armi, rivela oggi al mondo qualcosa che trascende lo stesso senso degli eventi immediati: la necessità di spezzare i limiti settari, per l’affermazione di un principio di universalità europea di tipo romano-germanico, dietro cui è la forza di ogni universalità, ossia lo stesso tema divino.

Il crollo della vecchia Europa, nell’urto del ferro e del fuoco, non significa ricerca di un nuovo bene materialistico ad opera di chi, sino ad oggi, ha dovuto conoscere la dura e sacra rinuncia, ma integrazione spirituale di forze deviate di una identica civiltà occidentale e di un’unica razza aria, e perciò avvento di una spiritualità che possa effettivamente restituire all’Europa e al mondo la visione del sacro e dell’eterno.

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Tratto da Il Resto del Carlino del 24 giugno 1940 – XVII E.F.


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