Il violino di Domremy
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Il mio nome è Mattia Leveni.
Da quasi vent’anni insegno alla Civica Scuola di Musica di Milano, dove mi sono diplomato nel 1972.
Non sono un grande violinista – in questo senso le mie ambizioni sono finite molto presto – ma mi ritengo un buon maestro.
Dalla mia classe sono usciti allievi di qualità che ora frequentano le sale da concerto di mezza Europa in gruppi impegnati nel repertorio barocco.
La sede della Scuola è l’edificio rinascimentale di Villa Simonetta.
Un tempo residenza estiva della famiglia, si trovava isolata al di fuori della città.
Ora l’edificio, con i suoi portici, l’ampia terrazza chiusa da colonne e inagibile, è circondato da case moderne e da un grande scalo merci ferroviario.
L’effetto, in una città dove gli edifici civili rinascimentali rimasti si contano sulle dita di una mano, è straniante.
Appena percorri il piccolo viale in leggera discesa e raggiungi il portico di ingresso qualcosa, simile ad un’altra gravitazione, una diversa coscienza spaziale ti raggiunge nonostante la porta di ingresso in alluminio, nonostante la nuova, orrenda scala da condominio che sai attenderti nell’angolo destro dell’atrio.
Mi sono sempre sentito legato alla Scuola – non abitavo lontano quando vivevo con i miei genitori e vi ho trascorso in fondo la mia migliore gioventù – e non ho mai cercato di insegnare altrove, in qualche Conservatorio.
Vi passo due giornate intere alla settimana, trascorrendo le altre a casa, nello studio privato e nella lettura.
Non ho figli, a volte qualche occasionale compagna.
Sarah Rorison visse con me per qualche anno.
Scozzese, insegnante di pianoforte, era stata portata a Milano da una serie lunghissima di vicende, da un uomo per il quale aveva rinunciato alla carriera concertistica e che era poi morto dopo una lunga malattia.
Lei era rimasta.
L’aula dove insegnava era la 201, un salone con due pianoforti, un enorme camino di cotto e pietra, il soffitto a grandi travi intrecciate di legno scuro.
La raggiungevo a fine giornata, salendo lo scalone principale, voltato a botte, con le decorazioni ancora originali.
Assistevo a una parte dell’ultima lezione, e quando l’allievo se ne andava lei sorrideva e suonava per me un piccolo pezzo, sempre lo stesso, la trascrizione per piano di un corale di Bach.
Così la giornata si concludeva, potevamo trattenerci nei locali della Scuola oramai semideserti, discorrere della giornata, uscire in quell’altro spazio così diverso, la città, e tornarcene a casa.
Sarah era una sensitiva, la nonna materna era stata una medium famosa ad Edimburgo e il suo nome si trova in diversi testi sulla storia della parapsicologia.
Ogni venerdì, a casa nostra, un gruppo di cinque, sette persone si trovava per una seduta.
Io, che non ne avevo mai praticate, imparai che era possibile rivolgere domande a Napoleone, a Hitler o ad Alessandro, a qualche antenato: la risposta, solenne, enigmatica, accorata, farsesca o incomprensibile giungeva attraverso la tavoletta rotante, altre volte con una voce diversa, gutturale e trascinata, pronunciata da Sarah, il viso e gli occhi rovesciati in alto.
Vidi uscire dalla sua bocca, la stessa che baciavo, un sottile velo di ectoplasma sul quale, prima che cadesse al suolo in un umidore subito dissolto si disegnava un viso d’uomo fatto di ombre.
Compresi subito che tutto ciò, che per manifestarsi aveva bisogno della penombra – la luce, anche artificiale, dissolveva immediatamente ogni fenomeno – della nostra paura e del nostro subcosciente non aveva nulla di realmente spirituale: si trattava, sempre, di larve, di sopravvivenze vitali e mentali acefale, infracoscienti, che l’esistere dell’uomo lasciava nell’atmosfera e che il medium era semplicemente in grado di rendere evidenti sul piano materiale.
Residui mentali e vitali di chiunque potevano venire suscitati e rispondere, come automi e finchè avevano esistenza, per Napoleone Bonaparte o per il bisnonno garibaldino.
A volte, senza che le cose fossero diverse, accadeva qualcosa in più: materializzazioni ectoplasmatiche, quella lettera, un bizzarro pigreco come di ceralacca che era caduto dal soffitto sul tavolo della seduta e che Sarah conservò portandolo poi via con sé.
Gli spiritisti non conoscono i limiti, stretti e poveri, della loro azione, non sanno distinguere, forze propriamente infere, nemiche della luce, li trattengono nel loro equivoco.
Allo stesso modo molti – ignorando che ciò che rinasce in nuovi corpi è solo l’Anima e che ciò che può legare per sempre è solo ciò che La riguarda – si affannano a rinvenire simmetrie, continui intrecci di vite passate non considerando altro che il magma vitale e casuale delle loro conoscenze e dei loro affetti.
Discutevo raramente, di questo, con Sarah.
Lei era in pace, con ciò che accadeva – era pur qualcosa di considerevole, in fondo – e questo le bastava.
Come ogni donna attendeva che un uomo le indicasse la direzione dell’alto in modo che ciò che si manifestava attraverso di lei potesse trovare il suo giusto posto tra il cielo e la terra.
L’ho amata anche per questo.
Quando il metodo spiritico si incontrava con grandi eventi – fatti alti, tragici o violenti, momenti e sentire la cui origine e il cui destino futuro erano, allora sì per milioni di vite, materia dell’Anima – non viveva più nell’ errore e faceva apparire con il suo potere ciò che altrimenti sarebbe restato nascosto per la coscienza ordinaria.
Poteva avvenire grazie a determinati luoghi, a ore più alte in cui il nostro cuore sa aprirsi come un fiore, per la presenza di oggetti che furono un tempo il centro e il veicolo di qualcosa.
Nel suo libro Viaggio musicale in Italia Charles Burney narra della sua visita a Villa Simonetta, avvenuta nel 1770.
Burney – prima di lui Kircher e Bartoli e successivamente Stendhal – riportano che gridando una parola ad un estremo del portico d’ingresso e ponendosi al centro dell’arco laterale, questa viene riecheggiata, chiara e gradualmente decrescente in intensità, per più di trenta volte e che se da una finestra del primo piano dell’ala destra sussurri una frase questa ritorna più forte al tuo orecchio dopo avere toccato la cieca parete opposta.
Oltre a queste particolarità, perdute dopo le radicali distruzioni del bombardamento del 1943 e che dicono il destino musicale dell’edificio, Burney accenna alla leggenda del fantasma della Villa.
Erano forse gli amanti di Clelia Simonetta, strangolati dopo le orge che lei voleva ogni notte, ad aiutare l’eco sotto il portico principale?
Ancora oggi le guide della Milano magica citano come cosa nota – e non lo è – tra gli studenti della Scuola Civica la ricorrente apparizione nell’aula 118 del nero fantasma di Clelia.
Sarah sapeva – lo aveva sentito – che non si trattava dell’aula 118 ma della piccola stanza in cima alla torretta di destra, dove si alternano le classi di solfeggio.
Lì, lontano dal corpo principale dell’edificio, guardando la città e la campagna dall’alto, avvenivano le orge di Clelia, le sue efferatezze.
Ci ero stato molte volte senza provare nulla.
Una sera d’estate, molto tardi, dopo i saggi di chiusura dell’anno, Sarah mi ci condusse perché io potessi provare a vedere qualcosa.
Mi precedeva per la stretta scala.
Salendo gli ultimi dieci gradini mi sembrò di muovermi in una sostanza densa e pesante.
Giunto in cima varcai la soglia di travertino bianco, originale, rovinata, squassata dal tempo.
Sarah, già nella stanza, raccoglieva, suscitava per me.
Udii un colpo fortissimo, come di un pesante metallo che cada al suolo e credetti di sentire sulla punta della lingua il sapore ferrigno del sangue.
Avvertii quel poco, quel miserabile che lì, dopo secoli, ancora rimaneva di Clelia, le parti di lei ancora non liberate, incatenate a quel destino di ferocia.
Vidi ombre che muovevano in turbini lenti e oramai esausti, una figura alta e sottile, Clelia, voltata di spalle, il viso contro lo spigolo dei muri, poi corpi a terra, gli uomini che lei stessa, aiutata dai suoi scherani, strangolava dopo averli posseduti.
Durò meno di un minuto.
Intanto il violino di Domremy mi stava cercando.
Isabella, l’assistente di un liutaio di Verona che mi mandava ogni mese uno o due strumenti appena terminati per saggiarne e giudicarne il suono, lo portò un giorno da me.
Era uno strumento anonimo dalla vernice chiarissima, databile tra il 1760 e il 1780.
Il suo stato di conservazione era quasi perfetto, cosa assai rara per uno strumento così antico, fabbricato forse solo pochi anni dopo la morte di Johann Sebastian Bach.
Era come fosse stato suonato pochissimo.
L’unico danno era una crepa di tre, quattro centimetri sul fianco destro peraltro ben riparata e senza effetti: una caduta, pensai.
Da alcuni dettagli riconobbi la scuola liutaia francese.
Isabella mi confermò che il violino era giunto tra le mani di un conoscente veronese del tutto estraneo all’ambiente musicale provenendo da un ramo parigino della famiglia.
Il suono era secco e ancora acerbo, non eccelso, ma mi piacque.
Sentii che sarebbe migliorato enormemente col tempo.
Il prezzo di acquisto era ragionevole.
Indeciso se consigliarlo come primo violino intero a una mia allieva di tredici anni o tenerlo per me come strumento d’epoca dopo avere montato delle corde in budello, chiesi a Isabella di lasciarmelo per qualche tempo.
Nella custodia che mi aveva lasciato, avvolto in un panno rosso, lo portai con me.
Giunto a casa, lo appoggiai in verticale sul divano, accanto al suo arco, e lo mostrai a Sarah.
Lei lo guardò a lungo: anche per noi non era facile vedere strumenti antichi in uno stato così originale.
Si avvicinò e, con la punta delle sue lunghe dita, ne sfiorò la curva.
Qualcosa la raggiunse, i suoi occhi si accesero dell’intensità dei momenti che conoscevo, mi disse che avremmo interrogato lo strumento.
Avrei presto saputo cosa intendeva: quella sera stessa lo ponemmo sul panno scuro del tavolo delle sedute.
Lei mi chiese di annotare quanto avrebbe detto.
Quello che segue è il resoconto, esattamente come l’ ho steso al fianco di Sarah, della seduta medianica effettuata con il violino di Domremy il 12 febbraio 1995:
Sarah stende la mano e tocca la parte inferiore del violino.
A lungo. Ritira la mano ma la lascia aperta sul tavolo, chiude gli occhi. Parla.
Trascrivo:
“Domremy, il villaggio si chiama Domremy. Domremy (ricordo che è il villaggio dove nacque Jeanne d’Arc, lo annoto, ma scoprirò poi che esiste un altro Domremy, nella regione della Champagne). Il cielo è azzurro, giardini. Il fiume, là, è poco lontano dalla casa. Una casa. Di pietra. Scura. Il salone è grande. Musica. Il ragazzo suona. Tutta la famiglia, anche uomini che vengono da lontano, ascolta. Un violino a mezzo, il ragazzo ha riccioli biondi, è piccolo. Sogna e suona. Sogna. Un adagio, poi una giga. L’adagio. Hai visto come guarda? Gli occhi sono chiusi. Hai visto come guarda? Guarda in lui, nella musica. Ora applaudono, lui è felice china un poco il capo. Apre gli occhi. Un violino del liutaio Moitessier, un violino intero. Chi può andare a Chalons? Jean. La corte, il Re manda sempre un emissario per ascoltare i musici più bravi…ascolta…
incomprensibile…
…
Il violino è nella custodia. Una tela rossa. La carrozza sobbalza. Ci sono due uomini. Il Maestro e il liutaio. Una donna li accompagna. Il violino viene dal ragazzo. Suona. Il Maestro ascolta. Il liutaio è contento, prende il violino, lo tocca. Il ragazzo – Thierry! il suo nome Thierry – suona. Un anno, due, le stagioni cambiano. Felice. Suona nel giardino della casa, viene un vento, da nord. Il ragazzo non ha vent’anni. La casa del Duca. Un concerto. Molti …incomprensibile… Il ragazzo esce, c’è un velo di neve a terra, lui si piega, tossisce, il berretto cade, una, due, tre macchie di sangue. La neve è rossa. Viene il medico, ci sono animali sul suo petto. Sanguisughe. La madre guarda, lei lo ama. Parla con il padre, di là oltre la porta della stanza. E’ stanco. Settimane. Oggi sta meglio, è sera, sorride ma il mattino trema, la fronte brucia. Non c’è nessuno e si alza. Il mobile grande di noce. Lì sta il violino. Apri la custodia, aprila. L’arco. Prova a suonare, non può stare in piedi. L’arco cade. Rabbia, getta il violino a terra, la pietra è dura, si rompe in un punto sul fianco. Lei lo raccoglie. Dopo. Lui è a letto e il suo respiro è come ruggine, un suono strano. L’uomo, quell’uomo da Rouen. Chiamarlo, per curare. Ancora. Tardi. Lui muore. L’inizio di una notte, non soffre, solo all’alba la madre viene e lo piange, il viso tra le mani. E’ finita. Le mie scarpe calpestano foglie fradice, è inverno. Piove fitto, un buco nella terra…ora è tutto buio, anche lui, silenzio, il corpo si scioglie nella terra il violino resta, nella tela rossa lui resta”.
Sarah, stremata, volle attendere due giorni.
Poi parlammo.
Intorno al 1760 il violino di Domremy appartenne a un ragazzo.
Quanto amasse la musica, come suonasse, quale fosse l’ampiezza della sua anima non lo sapremo mai.
Non costa nulla, aiuta noi e il nostro sentire immaginarlo con un suono ampio e delicato ad un tempo, crederlo un cuore nobile e pieno.
Egli morì giovane.
Dieci giorni dopo la sua morte il suo corpo era già distrutto, più di duecento anni dopo il violino è qui, nel mio studio, identico, con la ferita procurata dalle vive mani di Thierry quando scagliò il violino a terra.
Dissi a Sarah che la storia sembrava venire a noi, a noi due, per accompagnare le nostre riflessioni sul mondo sovrasensibile.
Il potere di evocare è un grande potere ma va guidato.
Le storie del Divino sono così profonde, così diverse dai residui oscuri che vivono stentatamente nelle sedute dei medium, così difficili da recuperare che ogni volta sono una benedizione e quanto è nascosto si sente assai più grandioso di ciò che appare.
Così io credo che un giorno il violino completerà la sua storia perché per questo credo mi sia stato affidato.
L’energia di cui è caricato darà i suoi frutti, forse per l’anima di Thierry in un nuovo corpo, forse solo accompagnando i miei anni e dicendo ciò che già mi ha detto.
Sarah, che nel frattempo è tornata in Inghilterra, mi scrive spesso e mi dice che se qualcosa starà per accadere, lei lo saprà.
Lo sapremo.
Suono spesso il violino di Domremy, lo porto alle lezioni, lo faccio provare, lo lascio sul tavolo accanto al pianoforte.
Lui vive ed io ricevo da questo una piccola, serena felicità che non ha nome.
* * *
Nda: il racconto è ambientato nella Civica Scuola di Musica di Milano, ora Accademia Internazionale della Musica, in via Stilicone, Villa Simonetta; il libro di Charles Burney fa riferimento all’eco prodigioso ma non al fantasma di Clelia, leggenda tuttavia realmente presente nelle guide “esoteriche” di Milano; allo stesso modo è stato variato nel racconto qualche dato sulle caratteristiche dell’eco e sulla geometria della Villa.
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Commento di emilio michele faire
Ora: 18 gennaio 2010, 17:00
sulla villa e il fantasma di clelia
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/…