Il Trobar clus di Michele Fabbri

Piaccia o no, ogni poeta, ogni vero poeta è, in qualche modo, un “figlio di Ermete”. Come tale, egli ha a che fare con infiniti spettri di sonorità e colori, con ritmi segreti che covano assopiti nell’animo del demiurgo. Da questa pietra nera, da sgrossare pazientemente, e poi da lavorare e lavorare ancora, si effonde infine una materia plastica, animata d’etere e luminosità: la poesia. “Poetare è creare”, sussurrava Novalis. E non v’è poeta che non sia autore di nuove costellazioni e d’infiniti mondi e modi d’essere.

Lungo il misterioso cammino nelle cui segrete il piombo, silenziosamente, va trasmutandosi in oro, è possibile inciampare in esperimenti indecifrabili e suadenti. In figure e momenti in cui la pietra è ancora grezza, ma già s’affaccia la promessa della trasfigurazione degli elementi. È questo il caso del Trobar clus di Michele Fabbri. Poeta (?) esordiente e demiurgo in pectore, Fabbri mescola audacemente cortei di suggestioni esoteriche tinte di medioevo (L’organo della cattedrale di Chartres, tra tutte) ad una spigolosa ironia che rende il canto, già faticoso, distonico e frammentato. C’è un deserto da attraversare (Atto meditativo), e l’autore si incammina con rassegnato coraggio lungo strade di “luce astratta/di soli freddi” (Kali-yuga); strade appena punteggiate di cespugli di storia e di vita (Domande degli sconfitti, In lode della donna mia).

Le sole oasi raggiungibili, isole di verde nel deserto aggredito dal viandante, sono rappresentate dai lampeggiamenti dell’aspirante trovatore, del cataro che oscilla tra convenensa e consolamentum (Confine, Anima symphonialis, Nostra Signora). E se la musica risulta sacrificata sull’altare dell’immagine e dell’ansia del dire (tutto), non per questo la rottura di livello – che, ci si augura, dovrebbe tener dietro al Kyrie eleison che si libra sulle tracce della Profezia di un “eterno delirio evemeristico” – è di là da venire. Allora, con essa, verrà anche la melodia.

Michele Fabbri, Trobar clus, Fermenti Editrice, pp.32.

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Tratto da Area, n.51 ottobre 2000.

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