Il teatro di Eliade. Tra mito e politica

Mircea Eliade è stato uno degli intellettuali più versatili del Novecento. Storico delle religioni e saggista di vaglia, ha raggiunto risultati considerevoli anche nell’ambito letterario con racconti e romanzi, in cui trasfuse gli esiti delle ricerche erudite. L’esercizio della contaminazione culturale caratterizza anche l’attività meno nota, nella quale lo studioso spese le proprie energie intellettuali, quella di drammaturgo. Lo si evince con chiarezza dalla recente pubblicazione dei cinque testi teatrali di Eliade, per la prima volta raccolti insieme e disposti in successione cronologica nel volume, Tutto il teatro 1939-1970. Il libro curato da Horia Corneliu Cicortaş, è nelle librerie per le Edizioni Bietti (per ordini: 02/29528929, euro 22,00). Ogni pièce è preceduta da una nota introduttiva tesa ad informare il lettore in merito a genesi, tema e trama dei singoli drammi. Il testo è arricchito da un’introduzione del curatore, nella quale si forniscono le coordinate esegetico- storiche per avere acconcio accesso al teatro eliadiano, nonché una scheda bio-bibliografica aggiornata dell’autore.

Perché l’illustre storico delle religioni scrisse testi teatrali? E’ presto detto: era convinto che il tempo teatrale assomigliasse a quello liturgico e consentisse di “uscire” dalla temporalità ordinaria. Del resto, Eliade era consapevole del tratto “trasmigratorio” dell’attore di teatro che, indotto ad interpretare personaggi disparati, sviluppa un’esperienza di vita più ampia e di qualità ulteriore, rispetto a quella comune. L’attore possiede le medesime propensioni dello sciamano al viaggio iniziatico. Perciò “Lo spettacolo che lo sciamano dà…e le maschere che porta in questa occasione,…costituisce una delle fonti del teatro” (p. 45). Il teatro per Eliade, come per Grotowski, ideatore del Teatr Laboratorium, ha origini sacre. Il rito è una sorta di proto-spettacolo in cui il pubblico è costituito, nientemeno, che dagli dei. Altre fonti rilevanti delle rappresentazioni sceniche sono rintracciabili nei racconti mitici, nella danza, nella fantasia naturale degli uomini: tali antecedenti hanno concesso al teatro rilevanza estetica, mimetica (la danza come imitazione della gestualità animale) e di rinnovamento periodico della realtà. Nel teatro Eliade andò alla ricerca della quidditas umana, “libera dagli strati di condizionamenti storici, psicologici e sociali” (pp. 47-48). Nel mondo in  cui “Dio è morto” la rappresentazione scenica consente di re-incontrare il sacro camuffato nel profano. Quando ciò avviene, il pubblico è indotto alla metanoia, al cambio di cuore, attraverso lo shock metafisico. Insomma, nelle opere raccolte nel libro, lo storico romeno tentò di rintracciare la sostanza mitica nella letteratura e nello spettacolo.

Vediamo ora di entrare nel vivo delle cinque pièces. Il primo lavoro drammaturgico è la tragedia in tre atti Ifigenia, scritta nel 1939, prodotta nel 1940 e messa in scena una decina di volte. E’ l’opera più nota, ma anche la più discussa del nostro autore, a causa delle possibili letture politiche dell trama, alla luce delle quali il sacrificio della protagonista evocherebbe il sacrificio di Codreanu e/o della Guardia di Ferro. A giustificazione di tale esegesi giocano il silenzio di Eliade, il contesto politico della fine degli anni Trenta in Romania, l’esaltazione, operata da Ifigenia, servendosi della Leggenda di Mastro Manolo e della ballata La pecorella smarrita, “della morte come evento nuziale di reintegrazione cosmica” (p. 22). La lettura politica mostra, di contro, la sua intrinseca debolezza, quando si rilevi come il tema euripideo del sacrificio si presti ad essere strumentalizzato per i più diversi fini. Inoltre, poiché l’autore volle una nuova edizione del dramma nel 1951, a oltre dodici anni dalla prima stesura, ciò indica che il tratto rilevante dell’opera deve essere individuato nel massaggio universale metapolitico che essa contiene. Messaggio certamente antimoderno, ma centrato su un’universalità mitologica e non storica “Il mito appartiene ad Aion…al Grande tempo, al Tempo archetipico, all’Eternità” (p. 29).

Il secondo dramma fu scritto dallo storico in Portogallo nel 1944. Si tratta di Uomini e pietre, ambientato in una grotta, un “altrove” che allude ad un luogo “protetto” dalla storia. Protagonisti del racconto sono un geologo ed un poeta. Entrambi svolgono la funzione di alter ego dell’autore. Il primo indaga la grotta e la natura secondo i crismi della ratio calcolante, il secondo fa, al contrario, della “discesa agli inferi” un’avventura spirituale ed iniziatica. I due vivono secondo modalità opposte la medesima esperienza e sono legati ad una figura femminile che esercita, nei loro confronti, un’attrazione magnetica.  L’opera è la messa in scena della dialettica di sacro e profano, della quale Eliade è stato esegeta raffinato. Va poi rilevato che la “pietra”, elemento essenziale della grotta, fu presentata dallo studioso quale epifania del sacro e il labirinto, di cui la grotta è rappresentazione, quale simbolo della condizione di “cerca”. Pubblicata in Romania tra il 1985 e il 1986, la pièce non si è imposta negli ambienti teatrali per le difficoltà legate alla messa in scena. Nel 1944 Eliade iniziò la stesura del terzo dramma, 1241, sollecitato dalla drammaticità del momento storico-politico. Si profilava all’orizzonte l’occupazione sovietica dell’Europa orientale. Ecco allora venir tematizzata, in queste pagine, l’invasione dei mongoli. L’opera venne pubblicata nel 1951 su un periodico di “poesia e metafisica” in Francia.

Il successivo dramma fu scritto a Parigi, un anno dopo il rientro dello storico dal Portogallo. Si tratta di Avventura spirituale, la cui ambientazione è data dal Delta del Danubio, labirinto di acqua e canneti. Il riferimento a tale sfondo richiama ciò che Roberto Calasso ha definto “la follia che viene dalle ninfe”, il sapere originario, acquatico e caotico, metamorfico e dionisiaco. Protagonisti del dramma, senz’altro il più originale tra quelli eliadiani, sono due uomini e due donne, alla ricerca di un musicista. Dopo averlo rintracciato, si rendono conto che si tratta di un millantatore. Questi confessa di aver conosciuto il compositore e di averne preso il posto a morte avvenuta. Eliade sovrappone elementi di fantasia a dati storici. Nel presentare il musicista si serve del riferimento ad Anton Bruckner e alla Sinfonia n. 7 in Mi maggiore, musica capace di dischiudere il significato essenziale della realtà. Del 1970 è l’ultima fatica teatrale dell’autore, La colonna infinita, dramma in tre atti incentrato sulla figura del noto scultore Brâncuşi. L’artista, ormai anziano, si cimenta, nel confronto con una giovane musa ispiratrice, nella realizzazione dell’ultima opera. Il narrato dischiude al lettore temi metafisici inusitati.

Si può, pertanto, asserire che la produzione teatrale di Eliade è intrisa di valori mitico-simbolici, punto d’arrivo dei suoi studi eruditi. Tale mondo nei drammi è circonfuso dalla bellezza evocativa della prosa dell’autore.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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