Centro Studi La Runa

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Il sentimento romeno dell’essere

1 ottobre 2009 (12:24) | Autore:

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C-asa i lumea, trecatoare
C-asa i lumea, trecatoare
Unul naste, altul moare
Unul naste, altul moare
Lume, lume, sora lume

Così è il mondo: esiste e scompare
Così è il mondo: esiste e scompare
Uno nasce, l’altro muore
Uno nasce, l’altro muore
Mondo, mondo, fratello mondo

Lume, lume canto tradizionale romeno

* * *

I Premessa

Vi sono luoghi e paesi dove tutto sembra accadere come all’interno di una sfera di vetro, nell’isolamento e nella sospensione.
La loro Anima sembra parlare alla storia del mondo – e agirne la parte alla quale sono chiamate – da un limbo lontano.
Uno di questi luoghi è la Romania.
Gli avi di chi scrive queste note mossero a metà dell’ottocento dall’Italia, dal Friuli, verso la Romania.
Scalpellini e lavoratori d’intaglio, mescolarono il loro sangue con quello romeno e, chi può dirlo, con quello gitano.
Così, senza poterlo essere compiutamente, anche io appartengo a quelle schiere che Cioran definì “rifiuti dei balcani”, ebrei senza le parole del Sinai e senza terra promessa.
Esiste un sentimento romeno dell’Essere? Come potremo tracciarne il profilo?
Alcune storie vere, una riflessione sulla lingua romena.

II Storie

Nel 1974, quindicenne, mi recai per la prima volta a Bucarest.
Si era nel pieno della notte romena, il regime di Ceausescu.
Entrammo il paese dalle Porte di Ferro, seguimmo il Danubio, visitando i monasteri occidentali.
Infine, Bucarest.
La casa dei miei bisnonni, dove abitarono i nonni e mio padre: Rua Vasile Gherghel 111.
Mio padre lasciò il paese nel 1946 e la casa venne confiscata dal governo.
Di fronte, la casa di una famiglia romena, un piccolo giardino rettangolare, recintato.
La recinzione è molto vecchia, fatta di assi crepati e sbilenchi, alta forse un metro e mezzo.
Mio padre mi racconta, con la memoria che conserva ogni dettaglio dei giorni memorabili della nostra vita, di avere assistito il giorno prima della sua partenza ad un litigio tra il proprietario di allora e il padre circa le recinzione.
Andava rifatta, sosteneva il più giovane. No, obiettava suo padre, la recinzione c’era da tanto e avrebbe continuato a fare il suo lavoro. Poi, chissà cosa sarebbe successo. Se avessero fatto dei lavori stradali? Ne valeva la pena? Considerato questo destino incerto, in fondo il destino incerto di tutto, che senso avrebbe avuto ripararla, o anche solo verniciarla? Siamo nelle mani di Dio. Possiamo forse forzarne i piani?
Ci fermiamo a parlare con Dragan, il figlio dell’uomo di allora, morto da diversi anni.
Saluta mio padre, ricorda – allora era un bambino – la nostra famiglia.
La recinzione è lì, identica, incredibilmente vecchia, alcuni traversi al suolo, ancora non verniciata.
Erano passati trent’anni.

Da allora torno ogni anno in Romania.
Ho un amico a Bucarest, un uomo che presto non ci sarà più.
In quella città, in quella sola città, nonostante le devastazioni, una storia caduta a terra nella polvere ed incapace di rialzarsi, il lago di Herastrau dall’acqua bigia e dal fondo di cemento, i blocul popolari del regime il mio cuore sa essere tranquillo.
Qualche mattina trascorro un’ora al cimitero di Belu, vedo le tombe dei miei avi, vi sosto e vi depongo fiori.
Il cimitero cattolico è sempre frequentato, perlopiù da donne che sembrano curare anche tombe di altri e che vicino all’ingresso parlano con il vecchissimo guardiano, Vasile Dositeu, un uomo che sostiene di udire voci che provengono dalla terra, dalle sepolture.
Una mattina noto arrivare una donna.
Percorre il viale centrale. E’ anziana, ma alta e elegante. Zoppica leggermente ma su di lei si leggono ancora i segni di un’antica e certamente straordinaria bellezza.
Arriva alla piazzetta davanti alla piccola chiesa e appena il suo sguardo trova quella tomba lei lancia un urlo.
Si avvicina con premura, si inginocchia alla croce a terra, la tocca, accarezza la lastra, anche la terra a lato, grida frasi comprensibili solo a metà.
Si mette le mani alle tempie, tra i capelli, guarda in alto, guarda il cielo, chiede conto in grida pausate, altissime e libere.
In quel momento torna giovane e feroce, bellissima, trasfigura.
Credo, per un attimo, di udire frasi yiddisch, ma la donna parla romeno.
A volte, per qualche minuto si copre il viso e piange in silenzio.
Lo fa due, tre volte, resta in tutto quasi un’ora.
Quando se ne è andata, mi avvicino alla tomba: un uomo dal nome romeno, uno sguardo chiaro.
La porcellana nell’ovale è orrendamente rovinata dal tempo, l’intera immagine è virata al viola, righe più scure, come qualcuno vi avesse gettato della vernice, scendono lungo l’immagine.
L’uomo è morto più di mezzo secolo prima, nel 1953.

Davanti alla Cattedrale di Timisoara, all’angolo con uno stretto vicolo, un uomo mi avvicina.
E’ un mendicante, ma pulito, ordinato. Il viso è grigio, come di cenere, gli occhi d’acqua e arrossati. Un alcolista.
Provo attrazione per lui, non conosco la sua vita ma doveva un tempo essere stato un uomo sensibile, forse anche colto.
Mi tende una mano che trema: “Pentru a spermìca, a picatura de vin, pentru lume”.
Per uno sborrino (come altro tradurre?), per un poco di vino, per il mondo, mi dice.
Lascio nel suo palmo una banconota da cinquanta lei, lui tocca con quella il cuore, le labbra la fronte e mi ringrazia.
Mi allontano.
Sperma, vino, sangue, sole, i campi infiniti di grano d’oro, il mondo, la luce: un solo Essere.
Lume, in romeno, significa gente, mondo – ogni cosa che vi è contenuta – luce spirituale e luce fisica.
Lume, una sola parola.
Sapeva lui, il mendicante romeno, della verità contenuta in quella associazione, in quell’unità, di come questa avrebbe tracciato il mio cuore e continuato ad abitarlo negli anni?

III La lingua

Chiunque usi la parola, persino Dio quando nomina Adamo, dichiara se stesso.
Uscendo dal silenzio, noi diventiamo qualcosa solo per il nome che diamo al mondo, alle cose.
Per la nostra verità.
Così è per i linguaggi.
Quale fascinazione, quali abissi nasconde la lingua romena?
Cioran lascia la lingua romena per il francese solo apparentemente per l’aspirazione di un provinciale “rifiuto dei Balcani” a una lingua più alta e ricca, in verità per poter sopravvivere alla sua stessa scrittura.
Come avrebbe potuto infatti abitare una ligua dove parola è cuvintul, viene pronunciata e scompare, tenue, quasi inesistente come il vento fisico?
Come avrebbe potuto, da lì, bestemmiare l’intera storia universale attraverso i suoi testi?
Oh, la lingua romena avrebbe presto svelato gli artifici di Cioran e lasciato scorgere, per la sua incapacità di mentire – a differenza del francese e come è proprio ad ogni manifestazione primitiva – un altro lato di quel divenire che lui maledice come opera di un Demiurgo funesto.
Il sentimento romeno dell’Essere, la sua ontologia, sono dichiarate una volta per tutte da una sola parola, che qui abbiamo già pronunciato: lume.
Lume significa mondo e dunque ogni cosa, uomini e umanità, la semplice luce fisica e la Luce spirituale, quella di Genesi 1.
Inima - anima – è cuore, il semplice cuore fisico.
Il cardiologo romeno che parla al proprio paziente parlerà dunque del suo cuore e della sua anima, secondo la derivazione latina.
In romeno anima verrà invece detta sufletul, il soffio di Dio in Adamo e non avrà alcuna caratterizzazione individuale.
Lo si accosti al termine cuvintul e alla sua relazione con il vento fisico.
Nessuna personalità, nessuna metafisica, puro pneuma.
Tornano alle mente le parole di una altro romeno, il poeta di Lancram Lucian Blaga in ”Misticul”: “Se incontro il tuo corpo io non lo riconosco/guardo incredulo e penso che sia l’Anima”.
Una lingua che viene, direttamente come nessun altra, dal latino e che inserti terminologici (russo, turco, francese, arabo) rendono come nessun’altra bastarda.
La lingua romena attinge dove le è necessario.
Non potendo trovare nella sorgente greco-latina un termine filosoficamente adeguato a sé per tempo essa adotta il termine russo vremea, la cui origine prima è sanscrita e la cui radice v-r significa separazione, divisione (dall’Unità originaria) e procedere, muovere verso (la reintegrazione nella stessa Unità).
Chi pronuncia il sentimento dell’essere romeno?
E’ Cioran, la cui forsennata maledizione del tempo universale e del divenire, dell’essere stesso non fa che rendere riconoscibile, potente, vera, l’immagine del suo contrario, l’Opera Divina.
E’ Sergiu Celibidache che rifiuta le sale di incisione perché la musica appare hic et nunc e nulla di significativo può avvenire aldifuori di questa fenomenologia.
E’ Celibidache che ricorda che quanto di essenziale è nella musica è il suo cominciare non dopo un inizio, come ogni altra cosa, ma dopo la fine.
E’ Mircea Eliade che, addestrando il proprio corpo a dormire un’ora per notte, a vincere i propri limiti ingoiando scarafaggi e insetti, elabora ancora una volta la teoria dell’Eterno Ritorno.
E’ Paul Celan, l’ebreo romeno di Czernowitz che in un’altra lingua, il tedesco, porta la parola, cuvintul, aldifuori del suo sortilegio balcanico tramutandola da segni sulla carta stampati in migliaia di copie in rune di forma e di suono da cui promana una luce assoluta e quasi fisica.
E’ Costantin Brancusi che rifiuta di essere fotografato per timore che gli venga rubata l’anima e leviga la sua scultura, l’Uccello d’oro, sino a che possa volare, non essere più materia.
E’ Marius Devaratu, il Maestro della rosa, che ad un tavolo della Caru cu Bere ci attende ancora oggi per leggerci le carte del destino.
E’ il lautaro intemporale che alza il violino, sapendo senza parole e senza pensiero che l’arco che tocca la corda e produce il suono ci lega per sempre all’amore, alla terra, al destino d’Adamo e tuttavia logora e consuma l’Universo.


Commenti

Commento di emilio michele faire
Ora: 20 dicembre 2009, 21:24

nella stessa direzione, ma ben più pregnante e completo del mio segnalo il contributo di giovanni rotiroti: "costantin noica, il dor e la saggezza del possibile". E.M.F.

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