Il sentiero nell’Almenning

Il breve brano che segue costituisce l’incipit del romanzo Markens Grøde (tradotto in italiano come I frutti della terra o Il risveglio della terra), il libro che valse a Knut Hamsun il Premio Nobel per la letteratura nel 1920. Lo riproduciamo qui come invito alla lettura delle opere dello scrittore norvegese. Il vocabolo norvegese allmenning indica la terra senza padrone. C.S.L.R.

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norrIl lungo, lunghissimo sentiero fra gli acquitrini e le foreste, chi l’ha tracciato, se non l’uomo? Prima di lui, niente sentiero; dopo, di quando in quando, sulla landa e per le paludi, un animale seguì la via appena percettibile e la marcò con un’impronta più netta. Alcuni Lapponi, fiutata la pista della renna, cominciarono poi a servirsi del sentiero nelle loro corse di fjeld in fjeld. Così nacque il sentiero nell’Almenning, il vasto territorio senza padrone, la terra di nessuno.

L’uomo arriva, diretto verso il Nord. Ha con sé un sacco, il suo primo sacco, carico di viveri e di alcuni arnesi. E’ robusto e rude; ha la barba rossa e incolta; cicatrici sul viso e sulle mani testimoniano il lavoro o la guerra. Forse, fuggendo il castigo, cerca di nascondersi qui; oppure, forse è un filosofo che aspira alla pace: così è venuto, l’essere umano, in mezzo a questa spaventosa solitudine. Egli va e va. Attorno a lui, gli uccelli e gli altri animali che camminano o strisciano sulla terra. Talvolta, pronuncia alcune parole, come a se stesso: «Eh, mio Dio!». Quando ha varcato le paludi e giunge a una località più accogliente, in una piana aperta frammezzo i boschi, posa a terra il sacco e inizia l’esplorazione del luogo. Guarda, esamina; e in capo a un’ora, torna, rimette il sacco in ispalla e riprende il cammino. Così per tutta la giornata. Vede declinare il sole, la notte cadere. Si getta allora nella brughiera, e dorme, il viso protetto dal braccio piegato. Qualche ora ancora, poi riparte, «eh, mio Dio!», puntando sempre diritto al Nord; e vede di nuovo lo spuntar del sole. Si nutre di galletta e di formaggio di capra, si disseta al ruscello, e riprende la marcia.

Anche quel giorno, chi sa quanti luoghi esplorerà, che gli sembreranno accoglienti, frammezzo i boschi. Che cosa cerca infine? Una terra, un campo? Forse è un emigrante. Tiene bene aperti gli occhi e osserva; talvolta, per veder meglio, sale su di un’altura. Frattanto, il sole tramonta. L’uomo scala il versante occidentale della valle, ricoperto di legname odoroso, di alberi sempreverdi e di praterie. Passano le ore, la luce s’incupisce; ma egli ode il mormorio di un piccolo fiume e quel mormorio, pur lieve, lo conforta come una presenza viva. Quando arriva lassù, nel crepuscolo, vede tutta la valle, verso il Sud, fino ai limiti dell’orizzonte. Può distendersi a riposare. Prima dell’alba è in piedi e ha dinanzi a sé un paesaggio di boschi e praterie. Scende lungo una verde china; laggiù riluce il riflesso del fiume; l’uomo distingue una lepre che lo varca d’un sol balzo, e approva col capo, soddisfatto che la larghezza del fiume permetta il salto. Una pernice, che stava covando, si alza improvvisamente fra i suoi piedi, con stridi di spavento; e l’uomo ancora approva col capo, poiché ha trovato selvaggina da pelo e da piuma. Va fra i cespugli di mortella e di mirtilli, gli stellari silvestri e le felci; si ferma per scavare la terra e scopre qui dell’humus, là della torba, che la caduta delle foglie e i rami secchi ingrassano da migliaia d’anni.

L’uomo si decide, si stabilisce qui; sì, ecco che cosa fa: si stabilisce. Per due intere giornate percorre i dintorni; ma ogni sera torna alla prateria, e ogni notte dorme sul nudo suolo. Si sente già a casa propria; ha già il suo letto sotto una roccia.

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