Il ritorno degli Olimpici

annapurnaSe il cristianesimo, se certi ambigui «tradizionalismi», ci appaiono inadeguati a dare un nuovo contenuto spirituale all’Europa, antiche immagini tornano a visitarci.

La cristianità appartiene al passato, ma simboli ancor più antichi sembran guardarci con nuova freschezza. La scoperta delle Americhe si compì a bordo della Santa Maria; lo sbarco sulla luna col missile Apollon. Cristo e Maria sbiadiscono, ma il volto apollineo della razionalità ariana rifulge di nuovo. Allo stesso modo − spezzata la cerchia gotica e cristiana delle antiche città − noi riprendiamo a guardare la natura come fonte di meditazione religiosa. La nebbia nei boschi al mattino, i profili azzurri dei monti ci parlano di purità e di distanza.

Da Goethe in poi, gli Olimpici sono tornati ad esserci più familiari del Crocefisso. Come ci ha lasciato scritto Walter Otto:

«Ed ecco che di nuovo ci si fa incontro l’antichità classica nella sua grandezza; non perchè noi ci perdiamo nella sua imitazione, ma perchè il nostro contatto con essa ci dia ancora una volta la forza di superare il nostro travaglio. Nessuna scoperta scientifica e nessun nuovo metodo di ricerca è valsa a riavvicinarcela, ma è il nostro stesso destino, che in questa epoca di crisi ci fa nuovamente avvertire la voce ammonitrice del mito e dell’antichità. Essa ci viene incontro con i suoi Dei, la cui sostanza vivente, quale più alta realtà dell’uomo e del mondo, le precedenti generazioni non intesero. Hölderlin lo aveva presagito, e la via di Nietzsche è segnata da questo sublime incontro. Nulla è più lontano da noi della tentazione di trastullarci con culti ormai tramontati. Culto e mito devono significare altro per noi da quel che significarono millenni fa. Ma le potenze divine dell’Essere ci attendono per comunicarci alcunchè d’infinito, e il nostro destino saprà trovare la forma, in cui esse torneranno visibili».

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Tratto da Sul problema di una tradizione europea, ed. di Vie della Tradizione, Palermo 1996(2), pp. 53-54.

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