Il revisionismo di Antonio Serena

Ben prima che Gianpaolo Pansa cavalcasse con tanto successo, di pubblico e di quattrini, il filone del revisionismo storico, c’è stato qualcuno che aveva scoperchiato i sepolcri imbiancati della storiografia ufficiale, debitamente democratica e antifascista, per rivelare di che lacrime e di che sangue grondassero in realtà le “radiose” giornate dell’aprile 1945.

Ci era stato raccontato, fin dai banchi di scuola, che quei giorni videro una specie di festa nazionale, una gioiosa insurrezione di popolo contro biechi individui in camicia nera, per lo più criminali di guerra, sadici e pervertiti, manutengoli di Hitler e, quindi, servi del tedesco invasore; ci era stato detto e ripetuto che, quel 25 aprile, l’Italia aveva ritrovato la concordia e la dignità nazionale.

Così, mentre i “liberatori” angloamericani venivano accolti con fiori e grida di gioia, i biechi aguzzini in camicia nera pagavano il fio dei loro delitti; ma insomma si trattò di poca cosa, qualche rapido processo, qualche scarica di mitra e poi via, come per il Duce e per l’esposizione del suo cadavere in Piazzale Loreto: l’Italia aveva fretta di voltare pagina, di dimenticare l’oppressione e la vergogna della ventennale dittatura.

E tutti ricominciarono felici e contenti, democratici e libertari; tutti, ma proprio tutti: anche quegli scrittori e quei giornalisti che fino quasi all’ultimo avevano sollecitato e ottenuto spazio nelle istituzioni culturali del regime, ma che poi, folgorati dalla luce della libertà sulla via di Damasco, fecero la cosa giusta ed entrarono a vele spiegate nella nuova vita nazionale, per la maggior parte intruppandosi nel Partito comunista che, come è noto, non sognava di veder giungere i carri armati del compagno Stalin, ma di veder sorgere un Paese libero e pluralista, ove ci fosse libertà per tutti e rispetto per qualsiasi opinione.

Che le cose non siano andate proprio così, ma in maniera ben diversa; che alla fine di aprile si sia scatenata, al termine di una feroce guerra civile durata quasi due anni, un’orgia di violenze indescrivibili, basate sulla giustizia sommaria, sulla sete di vendetta e sull’odio belluino, coinvolgendo anche numerosi innocenti o persone colpevoli soltanto di aver professato onestamente le proprie idee politiche e sociali, non lo si sapeva, non lo si ammetteva, non si voleva che fosse reso noto; lo si voleva semplicemente dimenticare.

Tanto, quei morti erano stati pochi, e poi si erano meritata la loro sorte: avevano militato dalla parte sbagliata ed era stato giusto che pagassero il loro debito con la storia.

Non si voleva riconoscere che, per la maggior parte, i “repubblichini” di Salò non erano i tronfi gerarchi del Ventennio e tutta la pletora dei profittatori di regime, ma dei giovani e dei meno giovani idealisti, che erano stati emarginati dai fasti del potere e, talvolta, persino perseguitati; che si erano fatti avanti nell’ora più buia, con la Patria doppiamente invasa, dai nemici diventati amici e dagli amici diventati nemici, per ridare onore all’Italia e per vedere realizzate le loro generose idee sociali.

Né si voleva ammettere che le uccisioni erano state numerosissime, selvagge, senza un’ombra di legalità e di giustizia; che moltissimi militi di Salò erano stati passati per le armi e gettati nei fiumi, dopo essersi arresi in cambio della promessa di ricevere il trattamento dovuto a dei prigionieri di guerra; che gli assassinii continuarono per mesi e mesi, fin oltre il 1946, assumendo non di rado la forma di miserabili vendette personali; che coinvolsero migliaia di persone che non c’entravano nulla con la politica e meno ancora col fascismo.

Allo stesso modo, per decenni si riuscì a far passare sotto silenzio, o quasi, il dramma degli Italiani infoibati dai partigiani slavi del maresciallo Tito, nelle grotte della Venezia Giulia: uccisi non in quanto fascisti, ma proprio in quanto Italiani; e, tra essi, perfino dei partigiani antifascisti che avevano avuto il torto di non ammettere che quelle terre dovessero venire annesse, “sic et simpliciter”, alla nuova Repubblica jugoslava.

A raccontare tutte queste cose in maniera organica, con notevole coraggio civile, è stato uno studioso schivo e intellettualmente onesto, Antonio Serena, che, nel suo libro I giorni di Caino, (1990) ha fornito una documentazione ricchissima e inoppugnabile di quella galleria di orrori, ivi compresa una consistente mole di materiale fotografico.

Non si tratta di screditare il valore morale della Resistenza (per coloro che ci credono); quello di Serena non era, in fondo, un discorso politico: la sua ricerca nasceva da una esigenza etica: ridare voce alle vittime, alle vittime innocenti, che furono tante, troppe. Perché il silenzio che era calato su di esse equivaleva ad averle assassinate una seconda volta. Voleva dire, anche, ridare dignità alla loro memoria e offrire un sia pur minimo risarcimento morale ai loro parenti: a quelle vedove, a quei figli, a quei nipoti.

No, I giorni di Caino non è un libro di odio, ma un libro di giustizia e di pietà: bisognava che qualcuno placasse i Mani delle vittime, offrisse un sacrificio di riparazione, raccontando la loro vera storia e liberandola dalle incrostazioni faziose e menzognere che la Vulgata democratico-resistenziale ci aveva costruito sopra.

Da quando l’ho letto (e ho letto anche gli altri di Serena, tra cui La cartiera della morte), forse anche perché, come lui, vivo nella regione in cui tali crimini avvennero e rimasero, per lo più, impuniti, c’è una immagine che non vuole andarsene dalla mia mente: quella della fotografia di copertina.

Rappresenta un uomo condotto alla morte tra una folla di partigiani comunisti, con un frate che gli cammina al fianco per impartirgli l’assoluzione. Quell’uomo è un vecchio, e il suo volto appare tumefatto per le sevizie e le percosse ricevute: e tuttavia conserva una dignità sovrumana, una fierezza che traspare dallo sguardo fermo e dal passo deciso.

Quell’uomo è uno dei tanti che scomparvero nel vortice di cieca violenza di quei giorni: il professor Tullio Santi, educatore e benefattore, processato per direttissima da un autoproclamato “tribunale del popolo” e passato per le armi, a Mestre: come si è detto, dopo aver subito un indegno pestaggio, senza riguardo all’età. La sua colpa? Aver insegnato ai suoi studenti idee “colpevoli”: troppo di destra, troppo cattoliche.

A proposito: un altro mito da sfatare è che, nella cosiddetta Liberazione, i preti fossero tutti schierati con la Resistenza; la verità è che a decine vennero raggiunti, pure loro, dalla “giustizia” comunista e trucidati. Ma anche questa è una di quelle verità scomode che, a guerra finita, tutti volevano far dimenticare, a cominciare dalla Chiesa stessa; così come la borghesia industriale voleva far dimenticare i suoi ventennali intrallazzi col fascismo, che le avevano permesso di arricchirsi, talvolta persino incoraggiando i partigiani “rossi” a togliere di mezzo, con la scusa della “lotta di liberazione”, quei podestà e quegli uomini del fascismo i quali avevano levato la voce contro i profittatori di guerra e denunciato gli scandali di un ceto di affaristi senza scrupoli che aveva speculato su tutto, perfino sulle suole di cartone dei nostri alpini in Russia.

Ma tutte queste bugie, tutte queste mezze verità e tutte queste versioni di comodo sono figlie di un’unica ipocrisia di fondo: aver voluto negare tenacemente, pervicacemente, per decenni, il carattere di guerra civile agli eventi italiani del 1943-45. Una volta rimossa questa verità, non restava altro da fare che eliminare anche i suoi corollari: ad esempio, che la Chiesa stessa si trovò spaccata fra una parte del clero che, nel Centro-Nord, simpatizzò più o meno apertamente con gli Alleati e collaborò con i Comitati di liberazione nazionale, e quella parte che, invece (formata specialmente da cappellani militari), rimase fedele agli ideali del Ventennio e che subì, al termine del conflitto, una dura repressione.

Ne abbiamo già parlato altrove, fra l’altro nell’articolo Don Tullio Calcagno, il prete che andò a morire con Mussolini e ci riserviamo di farlo ancora nel prossimo futuro, per cui non insistiamo oltre su questo aspetto della guerra civile italiana che, ad un certo punto, registrò persino la minaccia di uno scisma all’interno della Chiesa cattolica.

E la stessa spaccatura si verificò nelle file stesse della Resistenza, tra partigiani comunisti e partigiani di orientamento moderato, specie in quelle regioni del confine orientale ove, per la presenza delle aggressive rivendicazioni dei “compagni” sloveni e croati, il contrasto ideologico nello stesso schieramento antifascista si fece talvolta incandescente, sino allo spargimento di sangue fraterno.

Anche di questo abbiamo parlato, ad esempio nell’articolo L’eccidio di Porzûs del 1945 visto da un “osovano” e da un “garibaldino” (pubblicato sul sito di Arianna in data 21/02/2008); eccidio nel quale, fra gli altri, perse la vita il fratello maggiore del futuro scrittore Pier Paolo Pasolini. Ma, al di fuori del Friuli, ove poi il processo ai responsabili destò un certo clamore, quanti Italiani sapevano dei fatti di Porzûs, visto che i libri “canonici” sulla Resistenza non ne parlavano affatto, o ne cominciarono a parlare, ovviamente in chiave minimalista e giustificazionista, solo quando il revisionismo li portò nuovamente alla ribalta, in anni assai recenti?

Tornando al libro di Serena, c’è da restare impressionati davanti all’ampiezza della documentazione raccolta e all’estrema brutalità e faziosità dei “tribunali del popolo” che, sorti come funghi nelle città e nei paesi del Nord, dopo il crollo della Linea Gotica, impazzarono, con licenza di uccidere, per giorni e settimane.

A Oderzo, per esempio, cento fascisti che si erano già arresi, con promessa di avere salva la vita, vennero caricati sui camion, portati sulla riva del Piave, a Ponte della Priula, e fucilati sul posto, in quel caso senza nemmeno l’ombra di una inchiesta e di un processo; dopo di che, alcuni contadini vennero obbligati a seppellire in fretta i cadaveri.

A Mignagola, presso Carbonera, nell’hinterland trevigiano, un altro centinaio di fascisti vennero passati per le armi dopo essersi arresi.

Delle donne incinte vennero impiccate insieme al proprio marito, per la sola “colpa” di aver accompagnato quest’ultimo in visita presso parenti, ove lui si era lasciato sfuggire qualche frase politicamente imprudente.

Ci furono persino dei sedicenti comandanti partigiani che presiedettero la giuria, in cui venne condannata a morte e giustiziata la loro moglie infedele, insieme all’amante: è il caso di Sebastiano Pastrello, che mandò a morire la moglie Maria Bellato e l’amico di lei, un certo Macrì; anche questo episodio è documentato nel libro di Serena.

Non si tratta, lo ripetiamo, di un libro d’odio, di un libro fazioso; al contrario: il suo scopo non è quello di gettare fango sulla Resistenza, in cui, senza dubbio, militarono anche persone idealiste e in perfetta buona fede; ma squarciare il velo dell’ipocrisia e restituire visibilità e dignità alle vittime di una “giustizia” che, in moltissimi casi, fu solo vendetta o peggio, scatenamento dei peggiori istinti sanguinari o regolamento di conti privati. Ma l’amnistia Togliatti ha cancellato tutto….

Era ora che qualcuno raccontasse quelle cose, che rompesse il muro di omertà e di silenzio, a costo di attirarsi ogni sorta di denigrazioni.

Ed è quello che è avvenuto.

Oggi, finalmente, il velo è stato definitivamente squarciato e si comincia a guardare a quella stagione con maggiore verità storica e senso della giustizia. Si ammette che da entrambe le parti combattenti vi furono persone oneste e vi furono dei criminali; e si ammette che, negli ultimi giorni di guerra e nel periodo successivo, vi fu un bagno di sangue raccapricciante e ingiustificato, che nulla ebbe a che fare con la giustizia.
Anche se è giusto dire che Pansa non ha “scoperto” niente, ha solo proseguito, senza dargliene doverosamente atto, il lavoro intrapreso da Antonio Serena, pioniere solitario.

Chi vive al Nordest ha sempre saputo queste cose; ma non le si poteva dire, pena la scomunica e una sorta di gogna civile.

Chi scrive, ad esempio, da ragazzo si trovò a partecipare, in quanto speleologo presso la sezione C.A. I. di Vittorio Veneto, al recupero dei poveri resti di alcuni fascisti infoibati in una grotta delle Prealpi Bellunesi, sopra Revine Lago, per conto della locale stazione dei carabinieri, affinché si potesse dare loro cristiana sepoltura. Vi erano anche le ossa di una donna e, forse, di un feto.

Finalmente, di queste cose si può parlare un po’ più liberamente, anche se ciò continua a dar fastidio a qualcuno.

Perciò grazie, Toni, per il tuo coraggio e per la tua onestà intellettuale.

Segui Francesco Lamendola:
Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

15 Responses

  1. giovanni fonghini
    | Rispondi

    Io ho superato i 50 anni di età, quindi ricordo bene sin da adolescente, molto prima dei successi editoriali di Pansa sulla guerra civile, i racconti e le pubblicazioni sulle atrocità compiute a danno dei soldati fascisti e dei loro familiari ad opera dei partigiani, quasi sempre comunisti. Tantissime furono le vittime, poche illustri e tante altre non illustri, che pagarono lo scotto di essersi arruolati nelle fila dell'esercito della RSI. Molti tra "I Balilla che andarono a Salò", dal titolo di un libro generazionale di Carlo Mazzantini, fecero una scelta scomoda e coraggiosa animati da grandi ideali e da un grande amore per la loro Patria. Purtroppo i soloni del pensiero democratico e antifascista si arrogarono il diritto di giudicare ciò che era bene e ciò che era male. Il regime fascista, nonostante i suoi enormi meriti soprattutto in campo sociale, fu catalogato come "male assoluto" e questo legittimò le atrocità compiute sulle vittime fasciste. Io non credo alla memoria condivisa, ma vorrei almeno, a 65 anni dal termine della guerra, che si giungesse al rispetto reciproco delle altrui opinioni e si decretasse a tutte le vittime della guerra civile la Pietas che a loro civilmente si deve.

  2. paola
    | Rispondi

    A distanza di 66 anni c'è ancora chi tenta di nascondere le atroci verità sulla guerra civile: i crimini commessi dai partigiani, dai comunisti e dagli americani nel nome di una libertà esportata poi in tutto il mondo: Vietnam, Afghanistan, Russia, Ungheria, Libia ecc. ecc. Gulag, lager e bombe atomiche cia cia cia…

    Paola

  3. Paolo Zanelli
    | Rispondi

    Serena è uno degli storici più coraggiosi e intelligenti sul mercato. Altro che lo sponsorizzato Pansa che ripete cose già dette da altri.

    Paolo zanelli

  4. imperio ciro
    | Rispondi

    nell'aprile 1945 avevo 18 anni, ricordo come se fosse oggi l'uccisione di un innocuo fascista nella piazza di un paese del milanese.

    Giovani, tra i quali un povero poliomelitico, uccisi come bestie solo perchè militari richiamati alle armi. Regolamenti di conti per fatti personali.

  5. Bisni 1
    | Rispondi

    A proposito del recupero delle salme sopra Revine Lago nessuno dei componenti del Gruppo Speleo che allora parteciparono al recupero ti conosce neanche come socio negli anni successivi, quindi ti sarei grato dirmi (se vuoi) chi ti ha passato le notizie peraltro non proprio del tutto esatte.

  6. Punto PDL SBT
    | Rispondi

    onore a Giorgio Pisanò che per primo documentò i crimini dei partigiani

    • Italo Agnoli
      | Rispondi

      Credo che tra Pansa e Serena ci sia una differenza di fondo: il primo ha fatto il revisionismo ben sapendo a quali critiche sarebbe andato incontro, il secondo è uomo di parte che si preoccupa di mettere bene in evidenza i lati più negativi della lotta partigiana trascurando che sempre, dico sempre, e la storia insegna, la reazione si manifesta in modo più violento della provocazione.
      Ad ogni modo, per parlare di religiosi nella guerra civile, l'unica immagine di prete che imbraccia il mitra mi risulta quella di padre Antonio di Gesù ovvero Augusto Pio Intrecciagli che ha fatto parte delle squadre nazifasciste che hanno partecipato alla rappresaglia del Grappa, con ben noti epiloghi, a fine settembre 1944.
      Poichè è giusto conoscere bene la storia invito a leggere l'opera di Lorenzo Capovilla e Giancarlo De Santi dal titolo: Sui sentieri dei partigiani nel massiccio del Grappa nonchè le diverse pubblicazioni di Don Giorgio Morlin sui giorni della liberazione di Caerano San Marco e Montebelluna; personaggi e scritti sicuramente obiettivi, ad avviso del sottoscritto particolarmente interessato alla conoscenza della storia moderna.

  7. paolo
    | Rispondi

    Quel che rimane per me un grave errore di fondo è quello di pensare che quelle dei partigiani siano state sempre e comunque “reazioni” a fronte di “provocazioni”. Ogni volta che si fa violenza da sinistra, ci dev’essere sempre un motivo che giustifica questo comportamento, e questo è inammissibile. Bisogna capire una volta per tutte che l’odio, la crudeltà cieca ed il calcolo politico furono nella maggior parte dei casi il motore di quella violenza. Anche per la questione delle foibe si vuole sempre ricondurre il tutto, al di là del riduzionismo o del negazionismo che non mancano mai, ad una serie di vendette personali. In realtà si sa bene che si trattò di un piano ben organizzato e finalizzato alla cancellazione dell’etnia italiana in certe zone: un genocidio studiato a tavolino, rientrante nel progetto di far avanzare il mondo slavo verso occidente cancellando la presenza tedesca ad est dell’Oder e di quella italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico. Basta ripensare a quanto detto dall’ex braccio destro di Tito Milovan Gilas: “Li ammazzammo non perché fossero fascisti, ma perché erano italiani”. (continua)

  8. paolo
    | Rispondi

    (…) E così, a parte vendette o “reazioni” per torti, omicidi e quant'altro possa essere accaduto in precedenza, la stragrande maggioranza dei crimini partigiani furono compiuti da una parte per il puro gusto sadico di torturare e massacrare il nemico politico e di classe e tutti coloro che con esso potevano essere vagamente collegati, donne comprese, e dall’altra per preparare il terreno per una possibile rivoluzione comunista anche in Italia. Era la grande occasione di togliersi dai piedi non solo i “fascisti”, ma anche preti, politici non comunisti, commercianti, borghesi, imprenditori, gente che col fascismo non aveva niente a che fare, ma che faceva parte di quel ‘ceto’ che rifiutava il progetto rivoluzionario comunista. Un piano iniziato prima della fine della guerra, con la nota strage di Porzus, dove furono trucidati partigiani cattolici e azionisti socialisti.

  9. Giorgio Vitali
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    I METODI DI QUESTI SIGNORI SONO SEMPRE GLI STESSI. SONO GLI EREDI DEI PIRATI CHE INFSTAVANO L'ATLANTICO NEL SEICENTO. AL LOO SERVIZIO, LLORA COME OGGI (Libia, Siria, Kosovo, Afghanistan, Iraq) BANDE DI DELINQUENTI E SACCHEGGIATORI. NOMINALMENTE COMUNISTI. gv.

  10. scan der berg
    | Rispondi

    Partigiani, ma quali partigiani? Erano solo degli imboscati; la famiglia dei mie presso Bologna aveva più paura di questi cosiddetti partigiani che dei tedeschi e non sono sicuramente di destra. Poi, quali sarebbero le azioni condotte da questi eroi prima dell'avvento degli americani. Giusto punire i nazisti per i 5 in più delle fosse ardeatine, ma tutti gli altri? Non hanno forse causato la loro morte coloro che hanno messo quella bomba in via Rasella, ben sapendo quali sarebbero state le conseguenze?

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