Centro Studi La Runa

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Il Reverendo Farquhar

22 novembre 2010 (10:15) | Autore:

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Ricordo il primo giorno che lessi di lui, nell’edizione elettronica dell’Inverness Courier.
In una delle pagine degli annunci si leggeva:

“Il Demiurgo perduto”
conferenza di J. W. Farquhar
c/o Centro Alistar
72 Rose Street
Inverness IV3 5NX
25 Maggio 2017, h 6,30 p.m.

Avevo diciannove anni ed avevo appena terminato il liceo.
La mia educazione era stata normale e così la mia famiglia.
Figlio unico, mia madre non aveva fatto altro che curarsi di me dal primo giorno della mia vita e mio padre, impiegato della municipalità, era un uomo grande e buono il cui peccato più grande era ritornare a casa la sera dopo avere bevuto qualche birra di troppo.
Qualunque sia la nostra condizione a quell’età il Male, il distorto, il perverso hanno con ognuno la loro occasione.
Che il Reverendo Farquhar – così tutti lo chiamavano – non declinasse nessuna di queste categorie ma vivesse in un altrove tanto più alto e complesso è cosa che apparirà subito chiara.
Ma procederò con ordine.
Decisi che sarei andato alla conferenza e chiesi a Ian, un mio ex compagno di classe, di accompagnarmi.
Gli eventi più importanti, quelli che determinano l’intera nostra vita, sanno avvenire senza alcun segno, come il fatto più banale che negli anni la marea dell’oblio sommerge.
Nel profondo solo l’Anima sa e parla alla coscienza e alla carne, senza poter essere pienamente ascoltata.
Uno sguardo incontrato, un colore, una forma, un segno provocano in noi una vertigine sconosciuta che non vorremmo mai lasciare, che mai dimenticheremo.
Quando entrammo tra gli ultimi nella sala già piena – mi stupì la grande quantità di giovani – un gruppo di uomini discorreva in piedi davanti al palco.
Colpiti dal nostro rumoroso ingresso, forse dall’aspetto variopinto di Ian, il gruppo alzò lo sguardo verso di noi.
Fu allora che lo vidi.
Portava un ampio mantello scuro fermato al collo da due bottoni d’argento uniti da una catena sottile, la fronte ampia, i capelli bianchi e morbidi, lo sguardo azzurro.
Dal suo viso veniva una sensazione di dolore lontano, come oramai non più vivo eppure ancora capace di disegnarne tutte le linee.
Salì da solo sul palco e guardò la sala.
Sul tavolo vidi un vaso con un piccolo mazzo di fiori.
Su un quadrato bianco alla parete, forse un metro per lato, stava disegnata una stella.
Guardandola si provava una sensazione di squilibrio, di vago malessere.
Non era la Stella satanica a cinque punte, l’inferiore infitta come una punta nella terra.
Era quasi identica alla Stella di Davide – ricordavo di averne visto l’immagine solo il giorno prima sull’ala di un jet in un articolo del Courier che parlava del bombardamento di non so quale sito nucleare iraniano da parte dello Stato di Israele – ma qualche sottile variazione nella misura angolare dei triangoli, nell’inclinazione delle linee, doveva produrre quello strano effetto.
La figura era tracciata da una linea nera e una o due volte mi parve poi di vederla, nella leggera penombra della sala, vibrare lentamente, battere come un cuore esausto.
Iniziò la conferenza.
Si trattava di una precisa visione cosmologica, non ci misi che poco a comprendere che il Reverendo la enunciava in apertura di ogni incontro per poi passare, più nel dettaglio, all’argomento specifico da trattare.
Fu comunicato che quel sapere veniva da un libro, “L’Ultima Epoca Cosmica”, che un veggente di nome Maximilian Bimstein aveva composto, in modalità di scrittura automatica e aiutato dalla moglie Nora, sull’isola di Jersey.
Noi non avremmo mai visto quel libro – il Reverendo Farquhar ne leggeva, con la sua bellissima e profonda voce, lunghi brani – e non avremmo mai saputo nulla di quel suo Maestro morto così tanti anni prima.
Trevor Hogwood, un giovane ed entusiasta discepolo che sarebbe rimasto sino alla fine con il Reverendo, tornò un giorno dall’isola con l’immagine di una lastra grigia dove, con due date, stava scritto: Nora Woodroofe Bimstein.
Ma fu tutto.
Quanto alla visione del Libro di Bimstein – il Reverendo non insegnava nulla, il suo compito era solo di rappresentarla nei dettagli, di illuminarla, di applicarla alla realtà – essa è tanto tremenda quanto semplice.
Così è proprio, pensai sin dall’inizio, da quel giorno in Rose Street, alla Verità.
In principio è l’embrione cosmico, l’uovo primigenio, intatto, completo, pronto a fare nascere l’Universo: spazio, tempo, infinita possibilità.
Poi qualcosa di innominabile e di orrendo nei suoi effetti, accade.
Prima del momento fissato da una Divinità per noi assolutamente impensabile la coscienza dell’embrione dei mondi risponde a quanto è esterno a lui, infrange il limite del proprio nucleo, si lancia in raggi sì di Luce e Intelligenza e per pura e piena volontà d’Amore ma fallendo il momento della giusta chiamata, così come è destinato a morire il bambino che vuole nascere prima del suo tempo.
Al di là vi sono spazi infiniti e vuoti, il ritorno non è più possibile perchè l’uovo primigenio è infranto, i primi esseri emanati dall’embrione non conoscono, nel disperato tentativo di reintegrare l’Unità, che la continua esteriorizzazione, la pluralità crescente, vengono scanditi i primi istanti del tempo e questi non battono che una Caduta.
Bimstein li chiama Formatori: a loro, che agiscono solo degradandosi nella pluralità, Arconti e poi Angeli e Demoni e infine vita e coscienza al fondo della materia dobbiamo la stranezza della Manifestazione, le creature degli abissi marini, la medusa, l’aquila, il levriero, il ragno, le galassie e le orbite atomiche.
A loro dobbiamo anche il nostro mondo, l’ umano, nel quale a volte la disperazione per ciò che abbiamo perduto, l’Essere Uno e progressivo, il vero e compiuto Universo Figlio di Dio, è insostenibile.
Alcune volte il Reverendo leggeva dall’inizio del Libro qualche dialogo tra i Primi Emanati alla rottura dell’Unità originaria.
Le loro parole, trasportate qui e ora, nel nostro linguaggio e nei suoi limiti dal veggente Maximilian Bimstein sconvolgevano: vi si trovava un potere ancora quasi infinito, capace di creare i mondi, unito al dolore, alla disperazione per quanto era avvenuto e alla consapevolezza della sua definitività.
Così la storia universale non è che l’inerzia, negli eoni, dell’uovo primigenio distrutto.
Il nostro mondo, la realtà in cui siamo immersi – su questo il Reverendo insisteva accoratamente ogni volta – è un fenomeno spirituale e al richiamo dello Spirito noi, sempre figli di quell’Unità, di quel suicida gesto d’amore deciso nel buio dell’embrione cosmico, non possiamo che rispondere, ogni volta.
La Bellezza, la Compassione, il sogno della Restituzione.
Ma a che valeva tutto questo se stava lungo una linea di caduta, se non avveniva che per l’inerzia di un’unità originaria distrutta?
L’Universo sarebbe andato degradandosi anche nella sua struttura materiale, alla fine non sarebbero rimaste che onde d’energia, sempre più deboli, sino al nulla.
Su questo il Reverendo lasciava la parola alle più recenti ricerche astrofisiche.
Tutto si avvicinava, ma con segno diametralmente opposto, a certe visioni del misticismo ebraico, oppure al mondo gnostico e cataro.
Ma qui parlavano i Formatori, i Primi Emanati, gli Arconti perduti dopo la rottura dell’embrione cosmico, era la loro voce propria, unica e potente, infinitamente sovrumana eppure già umana a dichiarare la Manifestazione come un fallimento, a dire ogni speranza come impossibile.
Allo stesso modo l’uomo dalla mente o dal corpo tarato, che ha tuttavia vissuto anelando ogni giorno verso Dio e verso le stelle, muore anzitempo, i nervi e gli organi dissestandosi in lui per quello squilibrio avvenuto un giorno ancora nel ventre della madre.
Tutto questo veniva enunciato con chiarezza, nei dettagli, leggendo e commentando i dialoghi dei Formatori, ascoltando la loro incredibile voce e preoccupandosi che tutto venisse compreso.
Per questo tono e per questa attenzione – mi dissero – un uomo anziano che veniva agli incontri sin dal loro inizio prese a usare il termine Reverendo, che rimase poi per sempre.
Nessuna dimensione etica era contemplata, nessun raffronto con le altre escatologie, nessuna ipotesi su altri e perfetti Universi.
Era come disegnare ogni volta un quadro dello stesso straordinario paesaggio ma in istanti diversi e sotto diversa luce: contemplarlo era la sola lezione, l’unico diletto, l’unica vertigine.
Se tutto era come nel Libro di Bimstein qualsiasi cosa sarebbe stata lecita, ogni delitto, ogni atrocità.
Per il Reverendo Farquhar la questione non si poneva, la natura spirituale e divina dell’universo e dell’uomo e quindi la sua ricerca, la bontà essenziale del suo destino nel mondo, non erano in discussione.
L’inerzia del tutto, la sua continua retrogressività come pena del proprio fallimento, ogni cosa che muore e poi rinasce per poi morire di nuovo in un percorso di dissoluzione lungo le ere cosmiche, questo era l’unico problema.
Vidi alcuni giovani, insoddisfatti di ciò che trovavano nelle parole del Reverendo, lasciare gli incontri per qualche chiesa satanica, a Inverness se ne trovava più d’una.
Saranno finiti a cercare di bruciare gatti neri o a riempire di sperma il viso di qualche ragazza ubriaca stesa nuda su un altare di pietra e incattivita per il freddo alla schiena.
In realtà, di fronte ai Primi Emanati e al loro destino, al nostro destino infine compreso, qualunque azione satanica nel senso tradizionale era poco più che patetica.
Non mancava mai di farvi accenno, il Reverendo, quando commentava fatti di guerra, di cronaca, o qualche disastro nel mondo.
Ricordo che all’epoca l’eruzione continua di un vulcano aveva lasciato nella polvere, oscurando il Sole, quasi metà del Sudamerica.
Molti erano i focolai di guerra sul pianeta, il mondo occidentale era attraversato da una crisi profonda che non era solo materiale, la Cina non si decideva ad essere un Impero.
Provavo a volte il desiderio di allontanarmi da tutto questo, di volare verso Nord, le Orcadi, le Shetland e più oltre, nel mare di Norvegia, più su sino alla banchisa, di camminare poi in un biancore senza più spazio e numeri e dimensioni e luci e ombre, nel mio cuore solo le parole del Libro di Bimstein sino a raggiungere uno dei limiti del mondo.
In realtà l’atmosfera agli incontri del Reverendo Farquhar era calda, serena, l’impegno richiesto per comprendere, soprattutto le letture dei dialoghi da “L’Ultima Epoca Cosmica” era serio ed assorbiva ogni nostra energia.
Ci univa, come sempre avviene per chi si incontra, un alto sentire fortificato nei più giovani dalla sensazione di possedere qualcosa di segreto e misterioso.
Ricordo quella volta che ci recammo alle Isole Orcadi, a Grey Head, per osservare un’aurora boreale.
Ricordo le nostre figure nere, in piedi, nell’incredibile freddo, sulla sommità piana della scogliera.
Lo spettacolo, di una bellezza tremenda, mi riempì di commozione.
Perché il Reverendo aveva voluto mostrarcelo?
Desiderava forse che considerassimo tutto, che accordassimo in noi ogni altezza, ogni meraviglia e ogni nobiltà del mondo alle parole e alla sanzione del Libro, che potessimo farlo?
Forse lui stesso aveva chiesto che qualcuno facesse suonare, prima degli incontri, quella Cantata di Bach?
Nel novembre del 2023 il Reverendo J. W. Farquhar ci informò che si sarebbe assentato per un periodo a causa di un piccolo intervento chirurgico.
Sapevo che non sarei mai stato in grado di lasciarlo senza un’opportunità come quella e la colsi.
Avevo poco più di venticinque anni, la vita e il mondo davanti a me.
Da allora sono trascorsi quasi cinque anni e non l’ho più rivisto.
Mi chiedo quando e come tornerò in Rose Street, cosa porterò nel petto e da lì nella voce leggendo io stesso ancora una volta, come vorrò fare, le parole del Libro di Maximilian Bimstein.


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