Il Populismo secondo de Benoist

Giovanni Sessa

Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E’ segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero “Per una nuova oggettività”.

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Una risposta

  1. fabio ha detto:

    Con riferimento al penultimo paragrafo dell’articolo vorrei dire questo: il fatto che Toni Negri veda positivamente il fenomeno della globalizzazione, come da lui stesso ribadito nell’intervista con Paragone nel gennaio 2017, è indicativo di quanto il professore sia poco consapevole della realtà sociale attuale. La globalizzazione, a quanto mi risulta, è un fenomeno di natura capitalistica ed è strumentale al capitale e al mondo della finanza. Dal mio punto di vista il riferimento ad un’egemonia della finanza è da intendersi come fenomeno post-capitalista, come aberrazione genetica del capitalismo stesso che, in parte ne esce ferito. Il capitalismo novecentesco possedeva un proprio alveo politico che era quello liberale, quindi dotato di una veste politica, di conseguenza, figlio di una visione storica e filosofica di ampio respiro. C’è anche da osservare il fatto che l’ideologia marxista e quella socialista hanno trovato proprio nel capitalismo la ragione della loro esistenza intesa come contrapposizione ideologica e ed etica della distribuzione della ricchezza. A mio parere la fine del comunismo, con la caduta del muro di Berlino, era già stata preceduta dall’avvio della fine del capitalismo trasfigurato e smantellato della forza della finanza. La crisi della borsa del 1929 aveva messo delle catene alle banche con un sistema di regole che limitava la loro possibilità di giocare in borsa i risparmi dei loro clienti. Queste catene sono state spezzate prima da Reagan e poi da Clinton, liberando nuovamente il mostro. La globalizzazione porta, in sè un cosmopolismo di persone e mentalità culturali che poco hanno a che vedere con i livelli etici raggiunti in tanti paesi europei, compreso il nostro, attraverso le Carte Costituzionali e le conquiste sindacali. Il mercato, assunto ormai a spiegazione e ragione di tutto, non è altro che un meccanismo di domanda e offerta che se non regolato da una visione politica che rimetta l’uomo al centro sarà destinato a diventare il nostro carnefice sociale.

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