Il mistero numinoso della camera «Sambo» nella foresta proibita di Mircea Eliade

“Lei ha letto la Forêt interdite? In questo romanzo, Stéphane si ricorda una camera misteriosa di quando era bambino, la camera ‘Sambo’. Si chiede cosa volesse dire… Era la nostalgia di uno spazio che aveva conosciuto, un spazio che non apparteneva a nessun’altra camera. Evocando la camera ‘Sambo’, pensavo, evidentemente, alla mia esperienza personale: all’esperienza personale di penetrare in uno spazio completamente diverso”.

Così diceva Mircea Eliade, il grande storico del mito e delle religioni, in una intervista a C. H. Roquet, e pubblicata dalla Casa Editrice Jaca Book di Milano, nel 1980, nel volume La prova del labirinto, a p. 15.

La camera ‘Sambo’, pertanto, è l’esperienza (infantile, in questo caso: ma ciò non è casuale) della ierofania: la rivelazione del sacro, o meglio, la sua irruzione nella vita di tutti i giorni. Una esperienza unica, sconvolgente: quasi una sorta di distorsione spazio temporale; quasi l’ingresso inaspettato in un “universo parallelo”, ove tutto è come prima e tutto è radicalmente diverso da prima.

Del Mircea Eliade narratore ci eravamo già occupati a proposito del suo notevole romanzo giovanile, ispirato al folklore romeno e, in particolare, alla credenza nel vampirismo, La signorina Christina (cfr. Francesco Lamendola, I bambini vedono cose che noi non vediamo). In particolare, avevamo soffermato la nostra attenzione su un episodio fortemente drammatico e originale: il potere seduttivo e demoniaco esercitato da una ragazzina, letteralmente posseduta dalle forze del male, su un giovanotto che è al centro della storia, in quanto fidanzato della sorella maggiore di lei.

Ora vogliamo dire qualcosa di un altro romanzo ambientato nella sua terra natia, forse il più riuscito, certo il più imponente del Mircea Eliade narratore (quasi 600 pagine fitte, nella traduzione italiana), nel quale sono compendiati un po’ tutti i temi cari a questo geniale studioso e romanziere; proprio come ne Il Maestro e Margherita sono compendiati tutti i temi cari alla complessa personalità di Michail Bulgakov; o, in Moby Dick, i maggiori temi che stanno al centro del mondo poetico e morale di Herman Melville.

È impossibile farne un riassunto, tale è la complessità di contenuti e la originalità di scrittura di questo ampio romanzo, che traccia un affresco di largo respiro sulla storia della società romena fra il 1936 e il 1948. Sono, in fondo, solamente dodici anni: ma quali anni! Quali sconvolgenti trasformazioni la Romania ha subito (e, con essa, l’Europa intera ed il mondo)! Le lotte feroci tra la Guardia di Ferro, il governo monarchico e quello militare di Antonescu; l’alleanza obbligata con la Germania di Hitler, la guerra, la sconfitta; il brusco cambiamento di fronte, deciso con l’Armata Rossa ormai alle porte; la sottomissione all’Unione Sovietica di Stalin; la “normalizzazione” della nuova Repubblica Popolare di matrice comunista…

E, volendo, quanti intriganti parallelismi si potrebbero individuare con la storia d’Italia, nel medesimo torno di tempo: tra la proclamazione dell’Impero d’Etiopia, in spregio alle “inique sanzioni” della Società delle Nazioni, fino alla guerra, alla sconfitta, alla guerra civile, alla nascita della Repubblica, all’ingresso nel Patto Atlantico…

Una storia speculare a quella della Romania di Mircea Eliade, fatte salve le debite proporzioni: perché l’Italia di Mussolini, nel 1936, era riconosciuta, a livello internazionale, come una grande potenza, mentre la Romania di re Carol II era pur sempre una piccola potenza (per quanto “gonfiata” dai nuovi confini stabiliti dai trattati di St. Germain e del Trianon); e perfino il revanscismo dell’ancora più piccola Ungheria costituiva, per essa, una minaccia tutt’altro che trascurabile…

Ne La foresta proibita Eliade tratta, da un punto di vista romanzesco, i medesimi temi che gli sono cari come saggista e storico delle religioni, con particolare riferimento – come si è detto – alla ricerca della ierofania; e, in seconda battuta, al pirandelliano contrasto fra persona e personaggio: l’uno caratterizzato dall’esistenza, ma privo di essenza (perché contraddistinto da un io frantumato e dissociato); l’altro, forte della propria essenza, ossia della propria unità coscienziale, ma privo dell’esistenza e perciò incompleto, sofferente, in un senso eguale e contrario a quanto lo è la persona.

Il primo tema è presente nella doppia vita del protagonista, Stefan Viziru, innamorato di due donne, la moglie Ioana e la dolce, enigmatica Ileana; ma non si tratta per niente del solito, banale triangolo sentimentale. Ileana, per lui, rappresenta, in un certo senso, l’agognata porta dall’accesso alla dimensione altra, alla rivelazione del sacro nel bel mezzo della realtà profana.

La incontra, infatti, nei pressi di una foresta, la sera che precede la notte di san Giovanni: notte magica per eccellenza; notte in cui tutto è possibile: il corrispettivo romeno della tedesca notte di Valpurga (cfr. il nostro articolo «L’ospite di Dracula», racconto gotico poco noto di Bram Stoker (sul sito di Arianna Editrice).

Nel già citato libro-intervista La prova del labirinto, lo stesso Mircea Eliade rievoca l’idea fondamentale che gli ha ispirato l’incontro fra Stefan e Ileana, all’inizio del romanzo, con queste parole:

“…la prima immagine fu il personaggio principale. Passeggiava in una foresta nei pressi di Bucarest, un’ora prima della mezzanotte del giorno di San Giovanni. In quella foresta incrocia una macchina, poi una ragazza senza macchina. Quello era per me un enigma… Un po’ alla volta sono venuto a sapere chi era la ragazza e tutta la sua storia. Ma tutto era cominciato da una sorta di visione. L’ho visto come quando si sogna… Non potevo far altro che pensarci e cercar di vedere il seguito… Altre immagini hanno fatto la loro apparizione. La ragazza. La storia che il giovanotto portava dentro di sé, che non conoscevo e che mi affascinava… Dodici anni: dal 1936 al 1948. Volevo situare in questo tempo storico un uomo comune – un impiegato statale, sposato, padre di un bambino – che è però perseguitato da una strana nostalgia: poter amare due donne contemporaneamente, avere una camera segreta… Volevo conciliare un certo ‘realismo’ storico e, in un personaggio che non fu né un filosofo, né un poeta e nemmeno un uomo religioso, questa aspirazione a un modo di essere fuori dal comune… In questo romanzo, che rispetta tutte le regole del romanzo ‘romanzesco’, quello del XIX secolo, insomma, ho voluto camuffare un certo significato simbolico della condizione umana”.

Il tema della maschera e quello del conflitto fra persona e personaggio – che poi, come si sarà facilmente intuito, è strettamente intrecciato al primo – compare in vari episodi del romanzo; ma raggiunge vertici di autentica intensità drammatica, come nel migliore Unamuno e nel miglior Pirandello (per non dire di Borges…), nell’episodio in cui Spiridon Vadastra – uno strano giovanotto che ha perso un occhio, da studente, in un incidente, e che riceve le sue numerose amanti in una camera d’albergo contigua a quella in cui Stefan ha cercato di ricreare la sua camera ‘Sambo’ -, decide di indossare l’uniforme di un ufficiale dell’esercito, un certo Baleanu, suo vicino di stanza nell’appartamento in cui abita, attratto irresistibilmente dalla possibilità di non essere più se stesso: di essere, per un’ora, un altro…

A suo modo, anche il rozzo ma ambizioso Vadastra è perseguitato da una ossessione, come lo è il mite e idealista Viziru: quella di aprirsi un varco, attraverso la vita di un altro essere umano (Ileana per Stefan, Baleanu per Vadastra), verso un’altra dimensione dell’essere. Non, semplicemente (vorremmo quasi dire: banalmente), l’ossessione di vivere la vita di un altro, come il protagonista de Il fu Mattia Pascal; bensì quella di vivere un’altra vita, di avere accesso a un’altra dimensione, pur restando se stesso…

Riportiamo una pagina de La foresta proibita, nella traduzione dal francese di Simonetta Falcioni (Milano, Jaca Book, 1986, pp. 94-97; titolo originale: Forêt interdite, Paris, Gallimard, 1955, quando l’autore aveva quarantotto anni ed era già assai noto come studioso del sacro, ma non era ancora passato negli Stati Uniti d’America, per insegnare Storia delle religioni presso l’Università di Chicago).

“Verso sera la curiosità lo sopraffece di nuovo e fece ritorno a casa, deciso a perquisire di nuovo tutta la stanza. Aveva comperato durante il tragitto un biglietto per il cinema, e lo diede all’attendente, dicendo che aspettava una visita e che sarebbe stato meglio che non facesse ritorno a casa prima di mezzanotte, dopodiché non avrebbe più dovuto uscire dalla cucina. Rimasto solo, Spiridon entrò nella stanza del luogotenente e riprese la sua indagine. Il ricordo del profumo femminile era scomparso. Le finestre erano state aperte a lungo. Tuttavia Spiridon non aveva perso la speranza. Aprì l’armadio, ma non trovò nulla che attirasse in nodo particolare la sua attenzione. Ricominciò la perquisizione delle tasche delle giacche militari e dei pantaloni. Ma, mentre frugava, si ritrovò d’un tratto emozionato, quasi tremante di piacere, e si interruppe, esitando un istante davanti allo specchio. La tentazione di vestirsi da ufficiale e di uscire a passeggio per strada era troppo forte… Decidendosi di colpo, trasse fuori l’uniforme del luogotenente, spense la luce e, benché sapesse che l’attendente se n’era andato, passò di soppiatto furtivamente nella propria stanza.

“Questa volta non mise solo la giacca, ma per prima cosa indossò i pantaloni, la qual cosa gli diede alquanto da fare, poiché, anche se Baleanu non era molto più alto di lui, era molto più ben fatto di lui, e Spiridon fu costretto a fissarsi le bretelle più stretto che poté e a cingersi più forte che poté con la cintura. Infine, risistematosi il monocolo e calcatosi il chepì, si guardò nello specchio. Riprese fiato per un po’, sospirando a lungo, senza il coraggio di gettar l’occhio su quell’immagine restaurata nella quale si ritrovava come si era sognato nei sogni dell’infanzia: imponente, marziale, seducente. Corrugò le sopracciglia, tese la testa più in alto, ma la girò lentamente, finché il monocolo scomparve quasi completamente, e con la coda dell’occhio, si seguì nello specchio, crogiolandosi alla luce della lampada. Poi, bruscamente, si tolse il chepì, si allontanò alcuni passi, e scoppiò in una risata breve, secca, fibrosa. Rideva per riuscire a dominare l’emozione. Non sapendo che fare, si gettò sulla poltrona, si ammirò i pantaloni militari, distendendosi il più possibile, e guardandosi da capo a piedi il corpo. Ma senza accorgersene, l’emozione lo sopraffece nuovamente, e allora balzò in piedi, si mise rapidamente il chepì, si avvicinò allo specchio, e tutto serio congiunse le dita della mano destra, aspettò indeciso per qualche istante, esitante in posizione d’attenti, e, alla fine, si fece il saluto. Quel gesto lo liberò quasi da un peso che gli aveva reso difficoltoso il respiro fino a quel momento. Il volto gli si illuminò, e ripeté meccanicamente il saluto, perfezionando la posizione di attenti, ora molto vicino allo specchio, ora al centro della stanza. Poi, senza rendersene conto, si trovò a fare qualche passo a sinistra, qualche passo a destra, a girarsi sul posto, ogni movimento più difficile seguito poi da una presentazione solenne davanti allo specchio e da un saluto.

“Una mezz’ora più tardi, Vadastra camminava per la stanza, con un’andatura normale, distratto, ma ogni volta che passava davanti allo specchio salutava. Talvolta il suo saluto era rispettoso e corretto, a volte amichevole, a volte indifferente o addirittura stanco, come fosse un’occupazione ingrata. Immaginava di incontrare per la strada superiori, compagni, inferiori. Non gli era venuto in mente per un solo istante che la sua uniforme, larga e con le spalle cadenti, potesse attrarre l’attenzione, e che il monocolo nero potesse destare dei sospetti. Da quando aveva abbozzato per la prima volta il saluto davanti allo specchio, la sua decisione era presa: sarebbe sceso a passeggiare vestito da ufficiale.

“Appena si vide in ascensore cominciò a provare paura. Erano appena le undici e uno dei vicini avrebbe potuto riconoscerlo. Si tolse bruscamente il monocolo e attraversò in fretta l’atrio di ingresso a testa bassa, preoccupato. Una volta giunto in strada, si diresse a grandi passi verso la zona meno illuminata del marciapiede, esitò per un po’ sulla direzione da prendere, poi si volse deciso verso la stazione dei taxi. Solo quando si trovò a qualche passo dalle auto della stazione riacquistò l’aria marziale e guardò con calma intorno a sé. L’autista sonnecchiava, e ridestandosi alla voce di Spiridon, volse di scatto la testa e disse: «Salute, signor capitano!». Spiridon portò meccanicamente la mano al chepì.

“«Verso la Sosea, ragazzo! E non occorre che tu vada veloce, c’è tempo!».

“La notte era chiara e non eccessivamente calda. Lungo il Boulevard Lascar Catargiu, nei pressi del monumento a Bratianu, la folla non era ancora scemata. Vadastra guardava ora a destra, ora a sinistra, calmo, con una inimmaginabile felicità che gli ardeva nell’animo. Vicino a un chiosco di giornali fece segno al conducente di fermarsi. Scese agilmente e portando di sfuggita la mano al chepì chiese un pacchetto di sigarette Regie. Gli parve che la donna lo guardasse con un certo sospetto, ma non si intimidì, pagò, salutò nuovamente e fece ritorno verso l’auto, fischiettando.

“«Ragazzo, verso la Sosea!».

“Accese una sigaretta soprattutto per avere qualcosa da fare, e si sdraiò più comodamente sul fondo dell’automobile. Arrivato alla Sosea, pagò l’autista, salutò e si mise a passeggiare per i viali, sicuro di sé. Non incontrava quasi nessuno, ma quando scorgeva di lontano qualche coppia, e l’uomo era in borghese, rallentava il passo e guardava in modo provocatorio, sorridendo. Un’unica volta trasalì, quando udì davanti a sé, nella semi-oscurità, rumore di speroni. Preparò il palmo della mano per il saluto, ma si trattava solo di un vigile urbano, che non lo vide, e passò oltre.

“Verso la mezzanotte si decise a ritornare. Si rese conto solo allora di aver camminato parecchio, perché impiegò venti minuti fino a Piazza Victoriei. Qui le luci lo intimidirono. C’erano ancora diversi gruppi di persone che aspettavano i tram e alcuni ubriachi cantavano, dirigendosi verso Filantropia. Spiridon aspettò per un po’ per vedere se non ci fossero ufficiali nelle vicinanze. Poi si diresse frettolosamente verso la stazione dei taxi, che si trovava dall’altra parte della piazza. Mentre però attraversava la via, da un tram scese un maggiore, e Spiridon si trovò all’improvviso di fronte a lui. Sentì un sudore freddo passargli per tutto il corpo, ma salutò con tanta prontezza che il maggiore rimase sorpreso, e girò la testa per guardarlo. In quell’istante anche Spiridon volse la testa. Non sapendo che fare, lo salutò ancora, curvando esausto le spalle, poi affrettò il passo. Ma gli parve che qualcuno lo seguisse, e allora, avendo paura di mettersi a fuggire nel mezzo della piazza, cambiò direzione, e, con lo stesso ardore, ritornò verso la Sosea, dirigendosi verso la zona oscura dalla quale proveniva. Ma i passi lo seguivano. Quando giunse sotto gli alberi, Spiridon si fermò un attimo, guardò l’orologio e, come se proprio in quel momento si fosse reso conto che si trovava in ritardo per un importante appuntamento, prese a correre. Nella fuga si tolse il monocolo, stringendolo nervosamente nel pugno, passò attraverso parecchi viali e si fermò solo quando gli parve di avere davanti a sé una coppia che si dirigeva verso di lui. I passi non si udivano più. Procedeva ora leggermente stanco, sudato, sforzandosi di dominare la respirazione, tenendo la bocca chiusa e respirando solo dalle narici. Ritornò per via Jianu, e salì sul primo taxi che incontrò.

“Ma appena si vide al sicuro, la paura gli passò e cominciò a ridere. Che avrebbe potuto farmi? Diceva tra sé. Come poteva sapere chi sono? Gli fu più difficile decidersi a rientrare in casa. Rimandò indietro il taxi in una via vicina, e camminò sempre lungo i muri, senza monocolo, guardando furtivamente tutte le ombre. La facciata della loro casa era bene illuminata da un lampione. Aspettò per qualche tempo all’angolo, che per caso non ci fosse qualcuno che voleva entrare, poi allungò il passo e aprì nervosamente la porta con lo sguardo a terra. Una volta giunto nella sua stanza si mise di nuovo il monocolo e si guardò nello specchio con aria trionfante, sorridendo e salutandosi più volte. Poi, con infinita cura, cominciò a togliersi la giacca della divisa, esaminando ciascuna tasca separatamente, se per caso non gli fosse entrato qualcosa senza accorgersene. La spolverò ben bene, piegò con attenzione i pantaloni, ripulì il chepì e, con una piacevole emozione, sulla punta dei piedi nudi entrò nella stanza di Baleanu, socchiudendo appena la porta. Si accinse a rimettere le cose al loro posto, tremando.

“La mattina dopo aspettò con una certa impazienza il ritorno del luogotenente. Lo sentì arrivare verso le otto, e dirigersi immediatamente a fare il bagno. Poi Baleanu si coricò, dando ordine all’attendente di risvegliarlo alla tre del pomeriggio. Vadastra si recò in città con il cuore leggero. Si chiedeva ora come fare a sapere da Baleanu, e senza che questi sospettasse alcunché, i giorni in cui sarebbe stato in servizio presso il reggimento, per poter preparare per tempo le passeggiate in uniforme militare. Progettava di dare appuntamento ad una delle sue conoscenze casuali: sarte, modiste, apprendiste, e di mangiare insieme in una trattoria più appartata, nella quale sapeva di non correre il rischio di essere riconosciuto né osservato con troppo sospetto”.

Una pagina potente, immaginosa, quasi terribile nella lucida ossessione di Vadastra, che ricorda in parte – ma solo in parte – certi personaggi dostoevskiani, ad esempio il protagonista dei Ricordi del sottosuolo; e anche, prima ancora, certe pagine gogoliane, come quelle che raffigurano il tormentato protagonista de La Prospettiva Nevskij (ma anche de Il cappotto) ne I racconti di Pietroburgo. C’è la grande lezione di Dostojevskij e c’è la grande lezione di Gogol, certamente; ma vi è anche dell’altro.

C’è il vagabondare di Emilio Brentani nella Trieste notturna e inquietante di Senilità, quando questi annaspa alla ricerca di Angiolina, per gettarle in faccia il suo impossibile disprezzo; c’è il signor K. de Il processo, che brancola da un vicolo all’altro, da un ufficio all’altro, da un sottoscala all’altro, in cerca di un improbabile avvocato che accetti di difendere la sua causa disperata in tribunale; c’è perfino l’io narrante della Recherche, che vagola di notte per i sobborghi di una Parigi immersa nel buio del coprifuoco, sullo sfondo dei lampi delle artiglierie tedesche, e capita infine in un bordello maschile, pieno zeppo di ambigui soldati…

Questa comunanza di ispirazione con Svevo, Kafka e Proust non esaurisce, però, tutta la ricchezza tematica di un romanzo sui generis come La foresta proibita.

Accanto alla dimensione simbolista e decadentista, infatti, vi è in esso tutta la dimensione magico-esoterica propria alla filosofia dell’autore; la sua aspirazione alla rottura della percezione ordinaria, non tanto in vista di uno “sregolamento” coscienziale fine a se steso, come ne Il battello ebbro di Rimbaud, ma piuttosto di un accesso alla dimensione numinosa, segreta e inafferrabile dell’esistenza.

Quella stessa dimensione che i mistici orientali perseguono da millenni, con strumenti ben diversi da quelli del Logos strumentale e calcolante, e che gli sciamani realizzano mediante ben precise tecniche dell’estasi (per parafrasare il titolo di una delle sue opere saggistiche più famose e significative).

Eliade, infatti – che è vissuto in India, ospite di un sovrano locale, dal 1928 al 1932 -, sa bene che il problema della conoscenza non è primariamente quello del cosa, ma del come; e sa che ciascuno di noi, in fondo, conserva nelle pieghe della propria anima la nostalgia della perduta camera ‘Sambo’, della perduta dimensione dell’altrove…

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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