Il gran ballo dei pesci

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(Dal nostro inviato)

Da bordo del «Gismondi».

Avevamo la prua sul Capo Sud delle Spitzberg e si pescava tranquilli, protetti dal vento dell’ovest dalla catena montuosa delle isole. Mai era capitato al Gismondi di andarsene tanto tranquillamente per la sua strada, sotto un magnifico sole che stava impartendo una solenne lezione su come sia inesauribile la gamma delle tinte, colorando i ghiacciai eterni con delicate sfumature dall’azzurro cupo al verde smeraldo, dal giallo oro al viola ardente delle pervinche. Una folata di vento aveva spazzata via la nebbia stagnante e, contrariamente al solito, il mare non era diventato troppo allegro. Ogni tanto, precipitando fra un turbinio di nevischio, attraverso le gole delle montagne, sino nelle onde, un blocco di ghiaccio diventava un iceberg, che si abbandonava in balia delle correnti. Il pesce accorreva assai numeroso nel nostro sacco e un meraviglioso fiume d’oro si precipitava ad ogni cala sulla tolda del peschereccio, le tonnellate si sommavano alle tonnellate e, anziché a pochi chilometri dalla banchisa polare, ci sembrava di navigare in uno sconosciuto angolo del globo, dove il ghiaccio e il fuoco sapessero andare d’accordo.

— Troppa grazia! — brontolava il comandante.

Mai andà cusi ben, la sa? — commentava beato il capo macchinista che riusciva a fare insospettabili economie di carbone.

Comincia la lotta

Ma ecco, dalla cabina della radio esce il nostro biondo marconista di fortuna, un norvegese di Tromsö, che parla, a modo suo, l’inglese.

Captain! Captain!

Ci vuole un po’ a capire che la radio di Ingöy annuncia un fortunale, vento da greco, violentissimo, che scende dalla Baia dell’Agonia. Noi guardiamo increduli il pacifico nordico, le previsioni di Ingöy sui capricci dell’Artico rimangano troppo sovente delle semplici previsioni, poi spingiamo il nostro sguardo verso nord, oltre lo sperone della Betty Bay e chiediamo:

— Dite un po’ mister Marconi, siete certo di quello che dite?

Nel cielo i cirri si colorano di rosa e se ne stanno immobili, disposti pittorescamente sullo sfondo del firmamento.

— Ehi, mister Marconi, a che ora scoppia la tua bufera?

È un padrone viareggino che interroga, un bravo ragazzo arruolato come marinaio e che non sa stare mezz’ora senza fare un po’ di spirito.

Si gira la prua, si cala nuovamente la rete e su, verso il nord, passando in rassegna i tremendi e magnifici scenari delle Spitzberg.

Il mare diventa lungo, le onde si ornano di candide creste, il vento comincia a soffiare da settentrione. Navighiamo ora di fronte alla Betty Bay, balliamo un pochino, poco assai per il Gismondi. Poi è di nuovo bonaccia cippa,un mare che sorride azzurro come il Mediterraneo.

E, all’improvviso, il solito tradimento dell’Artico. Una folata di vento, girando il promontorio, si precipita verso mezzogiorno, spingendo avanti un enorme razzo di mare, la nave, in meno che si dica si trova sulla vetta del gigantesco maroso, avvolta in una nuvola di schiuma gelida. E il grecale comincia a fischiare a più non posso, come per incitare il mare ad assalire il peschereccio.

Il gran ballo dei pesci è cominciato.

— Su la rete! — urla il comandante e il verricello gira rapidissimo, i cavi si arrotolano attorno ai tamburi. Un’onda sommerge il peschereccio, invade le cucine, rotola giù scrosciando per la scaletta delle macchine.

— Chiudete le paratie stagne!

L’equipaggio eseguisce rapidamente, ha cento occhi, provvede al tutto. Gli stoccafissi, appesi a lunghe corde longitudinali allo scafo. Iniziamo l’ultimo balletto, come per dare il «via» alla gran festa dei merluzzi, finalmente, lasciati tranquilli sul fondo del mare. I pesanti cavi, le gomene le sartie sventolano come bandiere, il fumo non ce la fa più ad uscire dalla ciminiera, lo coperta è uno spumeggiante lago che sportelli ed ombrinali non riescono a prosciugare, perchè ormai le onde sono dieci volte più alte delle murate.

La manovra per ritirare la rete è una vera battaglia. Il mare si avventa furibondo sul peschereccio, scompiglia le gomene, imbroglia la rete, la strappa dalle mani dei pescatori, scuote i divergenti che rullano sulla murata d’acciaio una fanfara di guerra. Ma i marinai non mollano. Lo sbirro stride, la linea dei piombi precipita con risonante fragore e subito si mette a rotolare, seguendo il rollio. Le grandi sfere d’acciaio battono il tempo della furia del mare, correndo in catena, formidabili arieti, dalle murate alle sovrastrutture, mentre i marinai, equilibristi e saltatori per forza nell’intento di evitare urti pericolosissimi, cercano di afferrare il cavo che le unisce per assicurarle alle bitte e agli appositi anelli. Le «palle di Adamo» approfittando della situazione, tentano di scardinarci l’albero della carrucola, percuotendolo, appese come sono alle lunghe catene a guisa di catapulta.

Il marconista soddisfatto

Il comandante, al timone, dirige la battaglia con perizia e rapidità, urlando i suoi ordini col megafono. Bisogna fare alla svelta.

Quando tutto è affrancato, l’equipaggio congelato e fradicio si rifugia nel castello di prua e nella sovrastrutture di poppa. Le paratie stagne vengono chiuse e il Gismondisi trasforma in una specie di sommergibile che però non può scendere sotto il livello del mare. Le onde sono ora padrone assolute della coperta, si inseguono da babordo a tribordo, da poppa a prua, sormontano gli oblò, raggiungono la passerella del ponte di comando.

— Prua al mare!

Il comandante non vuole allontanarsi dal banco ricco di pesce e tenta l’unica manovra possibile, quella di mettere la nave con la prua rivolta al vento e al mare per aspettare che la burrasca passi.

Se in fondo all’oceano i pesci ballano, nel peschereccio sono gli oggetti che si danno alla pazza gioia. Le pentole improvvisano un concerto, i cassetti sgusciano dai mobili e vanno a spasso per le cabine, in amichevole confusione con il loro contenuto, colle sedie, coll’innaffiatoio che — per la prima volta, con mia grande gioia — è vuoto come sempre (questo arnese di giardinaggio sostituisce, nella mia cabina, l’acqua corrente). Gli indumenti appesi dondolano veloci, sbattendo da tutte le parti, soffitto compreso, e gli uomini… gli uomini si arrangiano come possono, puntellati vigorosamente nelle loro cuccette o agguantati a qualche sporgenza.

— Andiamo indietro!

È il capo macchinista Premuda che grida l’avvertimento. Il vento e le onde trascinano il  Gismondi alla deriva, verso l’immenso ghiacciaio Vasilico che si immerge nel mare. Non resta che uno scampo, la fuga. Si vira di bordo e, a tutta forza, spinti dall’elica, dal vento e dal mare, si corre verso mezzogiorno per girare il Capo Sud e cercare un riparo sul versante occidentale delle Spitzberg.

In cielo, il sole brilla impassibile e i cirri, immobili, si colorano di rosso cupo.

Il marconista va in cerca del viareggino:

— Alle 17:20 scoppia la mia bufera, ok!

E sembra tutto contento che un simile sconquasso sia venuto a dargli ragione.

Raramenti il Gismondi, in vita sua, ha corso più di undici miglia all’ora, ma, in quest’occasione, ne fa quindici, con grande gioia del signor Premuda che finalmente è il re della situazione. Va da sé che il merito delle quattro miglia in più e tutto di Eolo e di Nettuno, ma questo non guasta la sua soddisfazione.

Da quattro ore il peschereccio è un fuscello volante in balìa dell’Artico infuriato. Scavalca ondate dieci volte più grandi di lui, si tuffa arditamente in paurosi abissi, scompare fra i marosi, sommerge la prua e fa scintillare l’elica al sole. Chi ci seguisse da lontano ci darebbe per naufragati ogni cinque minuti. Invece la nave combatte vittoriosamente la sua difficile battaglia, segue la sua rotta, si mantiene in fondo, guidata da una mano espertissima.

Al Capo Sud la bufera è in pieno sviluppo. Il vento impetuoso gira la roccia che sperona il mare, creando un turbinio di trombe marine; e le onde schiumeggiano per l’urto delle correnti, aprendosi in pericolosi vortici nei quali gli icebergs si sono certamente dati appuntamento per fracassarsi gli uni contro gli altri con scricchiolanti frastuoni. Evitiamo gli scogli di Trestein, continuiamo rotta a sud-ovest per una mezz’ora, poi viriamo decisamente sulla diritta. È il momento più pericoloso della nostra impresa, perchè i frangenti sono vicini e le montagne di ghiaccio imperversano in tutte le direzioni.

Ora son tutti seri, a bordo. I muscoli e i nervi sono stanchi, il vertiginoso ballo dei pesci comincia a scocciare.

— Preparate la massima pressione!

L’ultimo sforzo

Un ultimo sforzo, il Gismondi si scaglia a tutta velocità nell’incredibile turbinio. Per dieci minuti non riesco a capire in che bolgia io sia capitato, da che parte sia il cielo, da quale il fondo del mare. Poi, di colpo, il peschereccio si calma, ogni rumore si tace. Guardo fuori dal mio oblò. Il Capo Sud deve essere stato girato, perche siamo in acque tranquille, avvolti in un fitto nebbione.

Si aprono le paratie, si ricomincia a circolare sulla coperta, a stirare le braccia, a massaggiare le ammaccature, si commenta la burrasca.

— Appenellate l’ancora!

L’ancora si affaccia dall’occhio della cubia, scende a sfiorare l’acqua.

— Fondo!

Le catene singhiozzano scorrendo rapide e la nave si ferma. Sembra tirato al pomice, il Gismondi, dopo l’energico bagno. Neppure una scaglia di pesce è rimasta sulla tolda, la rete è stata accuratamente purgata di tutti i molluschi del fondo marino che erano rimasti impigliati. Si fa un po’ di ordine a bordo, si studia la carta dei banchi.

— Ehi, giovinotti! Sveglia!

L’ancora si nasconde di nuovo nella ospitale cubia, le eliche riprendono il loro vorticoso girare.

— Preparate la rete. Vediamo un po’ se riusciamo ad accalappiare qualche ritardatario al gran ballo dei merluzzi.

Il «telegrafo di macchina» fa squillare la campana nella ardente camera delle fornaci. Si ricomincia a pescare.

I pescatori artici non sanno cosa sia il riposo.

* * *

Tratto da La Stampa del 30 novembre 1939.

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Felice Bellotti è stato un giornalista italiano, autore di numerosi reportage di viaggio e di guerra e di una quindicina di libri. Alcune informazioni sulla sua vita si possono leggere sul blog Huginn e Muninn.

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