Il Commissario Dolano
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Gli ultimi mesi – alla fine dell’anno il Commissario sarebbe andato in pensione – erano trascorsi in modo tranquillo.
Qualche delitto incolore, due o tre mogli massacrate di botte, alcuni suicidi nemmeno spettacolari, il solito ragazzo di una gang sudamericana vestito come un pagliaccio e aperto da cinque, sei coltellate inferte per motivi assurdi che il colpevole si affannava comunque a spiegare: in fondo anche il crimine sa essere opaco, ordinario, ripetitivo.
Forse proprio allora è più lontano da ogni possibilità di redenzione.
Forse è questo il piano di Satana per regnare più a lungo sulla terra.
Aveva dedicato quell’ultimo periodo alla ricapitolazione della sua vita.
Ricordava il suo primo giorno in quel Commissariato di Porta Genova, quasi quarant’anni prima.
Come erano diversi la città, i suoi abitanti, le case, le macchine, ogni cosa.
La magnifica nebbia di allora, che faceva giustizia dell’intollerabile prolissità del reale e che occorreva, ritornando a casa a notte fonda, riempire di qualcosa di sé, della propria piccola luce.
L’arredo degli uffici era cambiato molte volte ma lui aveva conservato, piegata nel primo cassetto della scrivania, la vecchia mappa del quartiere che stava appesa un tempo al muro della stanza e dove segnava i luoghi dei delitti.
A volte la osservava a lungo, nel fumo dei suoi sigari e nella musica che veniva dalla radio nell’angolo.
Pareva che le piccole punte colorate fissate alla cartina disegnassero figure, triangolando stelle distorte che il Commissario, nel tempo – a volte le figure si completavano solo dopo molti anni – riconosceva.
Lui ricordava, lui sapeva i luoghi, l’origine dei delitti, la loro cifra: passione, odio, disperazione, ferocia.
Quelle stelle continuavano – i delitti si susseguivano senza pace, sostituendosi gli uni agli altri, come avrebbero continuato a fare per sempre anche dopo che il Commissario se ne fosse andato – a dire che il male non è che l’ombra deforme di una figura in piena e vera luce, un bene che non trova il proprio luogo, il proprio fuoco.
In questa ricerca del suo sé, di una rettificazione della sua immagine, attraversa la vita del mondo e degli uomini trovando la sua segreta necessità.
Per quale disegno mai, pensava il Commissario.
Solo Dio, se mai esisteva, lo sapeva.
Il nome del Commissario era Bruno Dolano.
Aveva pensato che quello stesso nome – ma forse era così per tutte le cose di questa realtà se solo si sapesse davvero udire – contenesse in qualche modo la sua storia, il senso della sua vita.
Lo sforzo che la labiale e la liquida compivano, insieme, lottando tra loro – la seconda infine cedendo – per aprire il suo nome non corrispondeva a quegli inizi così difficili verso l’essere ciò che sarebbe stato, alla sua incapacità di sopportare, di accettare il delitto?
Seguivano poi larghe sillabe aperte – la prima consonante del suo cognome vi si trovava in mezzo come un limpido tocco sonoro – che rappresentavano la calma a cui era approdato negli anni, la serenità in cui oramai accoglieva, considerava ogni aspetto del male, ogni più estrema cosa, lì, nella stessa stanza al secondo piano, al numero sei di Piazza Venino.
Il fatto era accaduto nel 2012, un giorno della fine di marzo.
La polizia era stata chiamata da un portalettere.
Da giorni cercava di recapitare una raccomandata.
Accostandosi alla porta di quella minuscola villa a due piani aveva sentito un odore nauseabondo.
Alla volante i vicini dissero che da almeno una settimana non vedevano quella donna.
Vedova, viveva sola, un figlio lontano.
Gli agenti, giovani alle prime uscite, avevano chiamato il Commissario.
Lui – la Via Marcona non distava, curiosamente, che tre isolati dal suo ufficio – era arrivato a piedi, in pochi minuti.
La vecchia porta di legno era stata sfondata con un solo colpo sordo.
Un passo dopo l’ingresso l’odore della morte si fece insopportabile.
Il Commissario disse ai due uomini, pallidi come cenci, di tornare fuori: li avrebbe chiamati lui, dopo avere esaminato la situazione.
Molte volte aveva vissuto momenti come quello.
Tolse dal taschino un fazzoletto e lo bagnò di gocce di lavanda dalla piccola fiaschetta argentata che teneva sempre con sé.
Uno degli strumenti del mestiere.
Molti pensavano fosse liquore.
Avanzò, con il fazzoletto al viso, nel corto e stretto corridoio, in quella nebbia, quei vapori della carne che ben conosceva.
Quando entrò nel soggiorno la vide.
Seduta sulla poltrona, le gambe innaturalmente tese, le braccia invece rattrapite e raccolte al petto, come è per i morti.
Il cadavere non era gonfio, era già entrato nella fase liquida, quella che i medici legali chiamavano colliquativa: doveva essere morta da più di una settimana.
Si stava sciogliendo come cera, e verso l’interno del corpo.
Il viso ancora si riconosceva nei tratti, nonostante i bulbi disciolti, e mostrava quasi un’aria serena.
Il Commissario si avvicinò.
Il maglione di lana intrecciata, la camicia bianca erano fradici di umori e aperti al petto, come se la donna avesse cercato di scoprirsi.
Guardò lo sterno, i vecchi seni che un tempo forse avevano nutrito un bambino ed ora non erano che un siero più denso che scivolava lungo il corpo.
Sul petto, a sinistra, vide un foro slabbrato, forse prodotto da una punta a croce, che sembrava molto profondo: ne era colato un rivolo di sangue.
Sulla poltrona, a lato della morta, stavano gomitoli di lana viola e dei lunghi ferri da calza.
Un altro gomitolo stava a terra.
Al collo, una sottile catena che ora affondava in quella carne d’acqua infetta non portava una croce – come al Commissario era parso in un primo momento – ma vecchia chiave d’alluminio, a cilindro cavo.
La guardò a lungo.
Poi considerò ancora la stanza: nessun segno di effrazione, nessun disordine.
Allora si risolse ad aprire le finestre della sala, uscì e disse agli agenti di chiamare il magistrato di turno e il medico legale.
Li aspettò nel piccolo giardino.
Qualche vicino indugiava intorno alla recinzione, chiedeva.
Lui, negli anni, aveva imparato a guardare i curiosi tacendo.
Dopo un po’ anche loro stavano zitti, e attendevano.
Con il Dott. Paterna lavorava da anni.
Quante volte, nel freddo dell’obitorio, aveva scrutato per lui i corpi nudi, cercando sulla carne e dentro gli organi segni che avessero potuto svelare segreti, portare alla verità.
La donna era morta da dieci-dodici giorni, aveva detto distrattamente, cause naturali, un colpo.
Il Commissario avrebbe fatto sapere, per l’autopsia.
Il giorno successivo, senza sapere perché, aveva chiesto al giudice l’autorizzazione per aprire almeno temporaneamente l’indagine e fatto apporre i sigilli alla casa.
Aveva poi telefonato a Paterna chiedendo l’esame del cadavere.
“Hai trovato qualcosa, Bruno? Vieni domani, dopo le quattro.”
Il Commissario arrivò puntuale.
Il Dottore stava telefonando a qualcuno, la porta era socchiusa e lui lo aveva visto.
Gli fece un cenno di saluto.
“La 36!” – gridò Paterna.
Percorse il largo corridoio delle celle e si fermò davanti a quel numero.
Paterna lo raggiunse dopo pochi istanti.
Vide il suo viso e quello del Dottore riflessi nella parete d’acciaio, incerti, evanescenti.
Come se chi davvero esisteva, nella realtà e nel suo significato, fossero quei corpi nudi rinchiusi a decine nei muri e loro i fantasmi.
Il Dottore la tirò fuori: Matilde Ceni, nata a Milano l’08 febbraio del 1938, settantaquattro anni.
Aprì il lenzuolo.
Il Commissario vide un taglio, suturato a punti larghissimi, che attraversava il petto, sulla sinistra.
“ E’ come ti avevo detto, uno non può morire in casa che devi per forza aprire un’indagine. Ti stai rincoglionendo. Comprensibile, con tutte quello che abbiamo visto io e te. E conoscendoti. Comunque è un infarto. Le è scoppiato il cuore. Con una violenza che ho visto raramente anche in uomini di trent’anni. E’ letteralmente esploso.”
“Di quello cosa mi dici?” – chiese il Commissario indicando il foro poco al di sotto del taglio.
Paterna lo aveva aperto, ora era un cratere dal diametro largo forse un centimetro.
“Ne’ aghi né coltelli né niente. E’ stato fatto da una punta sottile, ma non direi a croce come pensavi tu, è come se la punta avesse ruotato sforzandosi di perforare, poi è entrata, è uscita e poi rientrata più profondamente – ci sono due vie nei tessuti, una molto decisa – ha attraversato il derma e gli strati sottostanti e si è fermata contro una costola, l’osso ha un segno molto chiaro. Il foro deve avere sanguinato ma nessuna relazione con la morte”.
“Forse qualcuno l’ha minacciata, con quella punta. Alla vecchia si è rotto il cuore in petto, chissà con quali urla, quello deve essersi spaventato e se ne è andato senza rubare o cercare nulla. Forse senza avere l’informazione che cercava da lei. O forse avendola”.
“Boh – disse il Dottore mentre già si toglieva il camice - il Commissario sei tu. Fortunatamente, ancora per poco”.
Lui se ne andò.
Su un caso del genere, pensò, non sarebbe mai iniziata nessuna indagine.
Avrebbe fatto la sua relazione preliminare e il Giudice avrebbe archiviato tutto.
La donna era vedova e aveva un figlio che viveva in Germania.
Sarebbe arrivato solo il lunedì successivo.
Avrebbe riconosciuto il corpo, lui, e deciso cosa fare di ciò che stava nel cassetto sotto l’anta della cella 36: un anello con una grossa pietra verde, quella vecchia chiave.
Avrebbe preso tutto e tutto sarebbe finito.
Il mattino seguente il Commissario era alla casa.
Al massimo in una settimana i sigilli sarebbero stati tolti.
Entrò e, nella sala, si piegò a terra.
Guardò l’intera superficie del tappeto, lo spazio sotto la poltrona marrone dove lei era morta, lungo il pavimento a riquadri di marmo bianco.
Poi lo vide, qualche metro dietro la poltrona, sotto il tavolino dove stava il telefono.
Un ago da lana lungo venti centimetri, di quelli per i lavori di fino, con una stretta asola e la punta leggermente allargata.
Era insanguinato.
Qualcuno, dopo averla minacciata premendole l’ago al petto, l’aveva poi gettato lontano, quando lei era stata presa dal colpo?
Se ne era andato senza cercare, prendere nulla?
Nessuno scasso, la porta chiusa dall’interno.
Mentre pensava, il Commissario camminava nella sala.
I libri della piccola biblioteca: una vecchia enciclopedia, romanzi, libri di cucina.
Notò alcuni testi politici, Godwin, Proudhon, “Stato e Anarchia” di Bakunin.
Forse una militante politica, da giovane, pensò, non un intellettuale.
Troppo pochi, gli altri libri.
Accese un sigaro e si sedette sul divano.
Guardò a lungo la poltrona vuota.
Poi prese il cellulare e chiamò il suo ufficio.
Le vecchie abitudini.
“Ciao Maurizio, sono io. Ascolta, senti la Polizia, prima loro e se non trovi niente i Carabinieri. Matilde Ceni, da sposata faceva Donati, nata a Milano l’otto febbraio del 1938. E’ la donna morta l’altro giorno in via Marcona. Una informativa, diciamo tra il 1960 e il 1970, di quelle che facevano per i politici. Gruppi anarchici o roba simile. Prova a vedere se esiste. Se non c’è non importa. Fai subito, ci vediamo domattina”.
Chissà, pensò.
E chissà perché insisteva, in un caso che non era quasi certamente nulla.
Forse perché era tra gli ultimi, forse perché il viso della morta – ancora per poche ore riconoscibile, ancora umano quando lui lo aveva incontrato – sembrava non temere nessun giudizio offrendo, in quello sfacelo estremo della carne la sua verità.
L’indomani, dopo un mattino indolente e senza alcun evento, verso le quattro del pomeriggio il suo assistente entrò nell’ufficio.
“C’era, poi. Lo sapeva, lei, eh? Eccolo!”.
Lasciò sul tavolo una rovinata cartellina arancione con scritto il nome della donna e due date separate da un tratto, 1968-1971.
Il Commissario lo congedò, soddisfatto.
Si alzò in piedi e guardò un poco dalla finestra il traffico della via.
Tornò a sedersi e lesse, quattro o cinque fogli di una carta ingiallita pieni di una calligrafia minuta e precisa.
Alla fine chiuse il fascicolo.
Fuori aveva scurito.
Accese la lampada a globo sulla scrivania.
Matilde Ceni aveva frequentato con il marito Mario Donati, impiegato postale, il Circolo Anarchico della Ghisolfa dalla data della sua fondazione sino al 1970.
Un figlio, Silvio, nato nel 1963.
Un interrogatorio nella Questura di Corso Monforte, 14 Aprile 1969 dopo disordini cittadini, per entrambi, tutto il pomeriggio e la sera.
Dopo la metà del 1971 nessuna notizia di rilievo, cessazione di ogni attività politica notevole e della frequentazione del Circolo.
Il fascicolo si chiudeva con il novembre di quell’anno.
Nel 1959 – la prima riga della notizia aggiunta dopo era preceduta da due asterischi – Matilde Ceni e il marito denunciano la scomparsa del figlio Alberto, di anni quattro, campi località San Cristoforo lungo il Naviglio.
Gita fuori città?, annotava l’estensore dell’informativa.
Aperto fascicolo per scomparsa di minore.
Indagini con fermi sospetti con precedenti, verificato, nessun esito al 1970.
Ricovero presso Ospedale di Niguarda 1959, malattia nervosa (due punti esclamativi).
Mesi due, segue convalescenza in Rapallo presso Istituto religioso.
Aveva riassunto tutto, nella mente, e lo stava considerando.
Non avrebbe mai saputo nulla del primo figlio della donna se non avesse intuito la presenza di quel fascicolo.
Mai: avrebbe dovuto sfogliare annate intere dei giornali milanesi, fare passare decine di migliaia di denunce archiviate in chissà quale scantinato.
Era passato mezzo secolo, tutto finito, il bambino mai più ritrovato.
Un maniaco, forse, il cadavere sepolto in un prato, forse tra molti anni troveranno qualcosa, senza sapere.
Forse.
Il secondo figlio, nato quattro anni dopo.
Lasciò l’ufficio e si diresse verso casa.
Un teso e fresco vento di primavera toccava la fronte del Commissario.
Girando l’angolo vide due giovani camminare tenendosi la mano.
I capelli lunghi e vivi di lei, lo sguardo chiaro.
Ecco l’esistenza nel tempo, la terra e le sue ricchezze, beni così semplici e dolci che toccano solo ai vivi.
Li spartiscono, avidi e senza colpa, togliendoli ai morti che li perdono per sempre.
Poi, col tempo, nelle falle della memoria e del cuore, ecco sorgere l’ultimo e più profondo male, l’esclusione dagli elenchi della terra e del ricordo.
Il bambino scomparso, il fratello che lo segue e vive e cresce ed è amato ed è un figlio e arriverà qui, domani o dopo, e riconoscerà e saluterà la propria madre.
Immaginò in sé una fiamma, il fuoco dell’assenza, del non essere più nulla nel tempo, nel non avere alcun luogo in cui sostare, in cui essere.
La immaginò alzarsi alta e silenziosa nel tempo colpendo violenta le future generazioni del sangue.
A casa cenò senza appetito e si coricò presto.
Gustò il sapore di un sonno agitato ma senza sogni, in cui il nero della notte non era che se stesso, niente altro.
Al limite tra sonno e risveglio venne la visione.
Vide Matilde seduta nella poltrona, interrompere il suo lavoro a maglia.
La vide guardare fissa davanti a sé, poi aprire un poco la camicia bianca, tenere in una mano quell’ago, tentare la pelle sotto il cuore, senza pianto e paura, nel silenzio.
Ruotarlo, un foro d’invito nella pelle, già sanguina, poi una spinta, un’altra, molto più forte, il derma è attraversato, l’ago non raggiunge il cuore, colpisce una costola, un rumore nel corpo, una sensazione così strana.
Prima di poter fare altro, di potersi uccidere da sé, il cuore le era esploso nel petto, facendola sobbalzare.
Aveva lanciato un urlo altissimo alzando le mani al cielo: l’ago era volato all’indietro, finendo dove lui lo aveva trovato.
Era ricaduta già morta.
Il Commissario raggiunse l’ufficio e comunicò, lasciando una nota scritta a verbale, che avrebbe effettuato un ulteriore sopralluogo presso la casa di via Marcona, per poter completare la relazione.
Percorrendo il corto vialetto nel giardino, considerò la casa.
Una piccola viletta degli inizi del ‘900, un piano rialzato e un piano superiore per le camere, il tetto in tegole.
Della famiglia di lei, da sempre, aveva controllato.
Una piccola finestrella a destra dei cinque gradini della scala, probabilmente un cantinato.
I suoi ragazzi avevano visitato ogni angolo della casa senza trovare alcun segno anomalo.
Entrò.
Di nuovo il soggiorno, la libreria, i mobili che già conosceva.
Scese la piccola scala che dalla cucina conduceva in cantina, un locale dalle pareti piene di macchie d’umido, un deposito di cose varie, attrezzi da giardinaggio.
A terra, in un grande borsone di tela blu, stavano delle cesoie, una bombola per irrorare del fertilizzante o dell’antiparassitario, delle aste di plastica.
Risalì.
Di nuovo il soggiorno, ancora i libri della biblioteca.
La scala interna, dal parapetto di ferro battuto nero.
Due camere da letto, l’antico letto di legno scuro dove lei dormiva e dove forse erano stati concepiti i suoi figli, l’altra stanza dove stavano alte armadiature e un divano.
Tappetini rosa di poco prezzo nel bagno: non vi entrò.
Una rampa dai gradini più alti e ripidi saliva verso il sottotetto.
In alto una porta.
Il Commissario la aprì.
Non trovò alcuna luce ma il sottotetto era ben illuminato da una luce addolcita e unanime che cadeva da due lucernari.
Si stupì dell’ordine, della pulizia: il pavimento era in battuto di cemento ma perfettamente spazzato.
Vide un muro di spina centrale, molto largo, le travi di legno si appoggiavano ordinatamente sulla sua sommità e si aprivano poi a raggiera per sostenere il tetto.
Il muro legava tre pilastri più larghi, al centro e alle estremità, creando così due nicchie.
Parevano verniciate di fresco.
Volle girare intorno a quel setto, vederne l’altro lato, quello nascosto.
Sapeva cosa avrebbe trovato.
Non sbagliava mai, lui.
Guardò.
Contro lo spazio centrale del muro, stava un vecchio baule, piccolo, forse usato un tempo come valigia per bambini.
Stava su un tessuto rosso e pesante, forse un tendaggio, ripiegato più volte come non dovesse mai toccare il suolo.
Un piccolo sgabello tondo, da pianoforte, ordinatamente accanto a quell’armadio: il Commissario lo prese e si sedette.
Vedeva chiaramente la serratura che una chiave a cilindro, di alluminio, vecchia più di mezzo secolo, la chiave di Matilde, avrebbe potuto aprire.
Cosa avrebbe fatto?
Si avvicinò: il baule era morbido, come inumidito e provato dagli anni.
Lo avrebbe aperto dall’alto.
Scese a prendere le grandi cesoie che aveva visto in cantina.
Perforò un angolo e poi iniziò a tagliare, sul lato corto.
Il cuoio e il cartone sottostante cedevano facilmente, alla fine tutto si sfaldò e il lato superiore si aprì come la pagina di un libro.
Il bambino era lì, rannicchiato in sé.
Non ne restavano che ossa, la fibbia di un sandalo, uno, due veli, qualche nube materiale della maglietta di lana.
Tutto il resto si era sciolto con il corpo, era sublimato.
Ma lui era lì, il suo corpo minerale sarebbe durato nelle ere, per millenni, sino al giorno del Giudizio, sino a tramutarsi in sale di benedizione da spargere sulle cose che sarebbero nate per prime nel nuovo mondo.
Lo guardò: l’osso parietale del bambino era collassato in un cerchio di petali rotti, un altro colpo, più piccolo, più puntuale ma ugualmente devastante si leggeva sulla fronte.
Il Commissario alzò gli occhi al disegno aperto delle travi di legno, così chiaro e sereno.
Per un solo attimo fu libero.
Tutto gli era così chiaro.
Un raptus, dopo due, tre anni di depressione.
Lui torna a casa e trova Matilde in cucina, la testa tra le mani.
Dorme – dice – il bambino, ma invece è nel letto, la testa fracassata, inzuppato nel suo sangue.
Perché? Perché? Cosa hai fatto?
E’ morto, morto.
Nascondere, vedremo. Abbracciami. Come stai?
Nessuno ha visto.
Pulirlo, almeno un poco, appoggiarlo, un luogo calmo nella soffitta, lo spazio più basso vicino alla gronda. E’ tranquillo, lì. Il baule.
Ascolta faremo così.
La gita. San Cristoforo. Una denuncia sai, dimenticano in fretta, succede.
Rapito, rapito e ucciso.
Dormi, ora.
Non eri tu.
Poi era nato l’altro figlio e il tempo che cadeva ogni istante dal suo apice, allontandoli da lui.
Rimaneva lì, in quello spazio stretto, in quel niente, tra la vita degli uomini e il cielo.
Così come il ricordo si scioglieva il suo corpo.
Tanti anni, il figlio cresce, Mario muore di un cancro alle viscere, lei resta sola e mette Alberto, nella sua tomba, su quei panni ripiegati.
Non dimentica ma non si strazia.
Tutto è ancora più tremendo, così.
Cura quello spazio, che sia lindo e ordinato per il giorno del Giudizio in cui i corpi risorgeranno.
Solo l’Ordine d’Amore comanda, mai nessuna anarchia, mai, in nessun luogo di questa terra, Matilde, nuovi nati anche non del tuo sangue pagheranno e pagheranno ancora per quello che è accaduto.
Un giorno, dopo così tanto tempo, lei comprende ogni cosa e la guarda di fronte e sa che quello che sta per fare – è quello che vuole perché finalmente lo raggiungerà lì dove lui sta da allora – la punirà del suo male, del suo avere tradito e ristabilirà solo un poco di quell’Ordine.
Si pugnala il cuore con un piccolo ago e poi muore.
E’ tutto e nessuno può aggiungere più nulla.
Il Commissario sentì una stanchezza infinita, impersonale, toccarlo come un’onda.
La grande borsa di tela blu.
Scese a prenderla e vi mise il baule che aveva coperto con uno di quei teli rossi: vi stava senza fatica.
Avrebbe stretto bene le lunghe maniglie, chi lo avesse visto uscire avrebbe pensato che stesse portando via qualche attrezzo della Scientifica.
Prima di sollevarlo con le sue mani lo guardò un’ultima volta.
Alberto.
Come un re nel suo sarcofago, ma nessuna gloria hai avuto mai.
Come il Golem crollato e svolto a terra nella soffitta della vecchia sinagoga, ma nessuna Parola mai potrà farti rialzare.
Un campo sotto i boschi degli Erspameri, vicino alla casa dove il Commissario era cresciuto, dove avrebbe passato la vecchiaia.
Un piccolo viaggio in macchina, ancora insieme.
Lo avrebbe lasciato lì una notte, poco sotto la terra, dove ogni anno è un tappeto di fiori e dove la vista è così dolce, per ricordarlo ogni giorno salendo verso la punta del Falco lo stretto sentiero.
Era una prima giustizia, un onore altissimo.
Senza volerlo si inchinò leggermente verso il bambino.
Poi lo sollevò delicatamente, nell’aria, e se ne andò con lui.
Emilio Michele Fairendelli
Commenti
Commento di m.cristina
Ora: 8 aprile 2011, 20:24
Per te…grazie. Con tutta la mia anima.
Commento di Nel
Ora: 9 aprile 2011, 15:53
Un inno a tutte le anime dei bambini soppressi da mano violenta, che chiedono di essere accompagnati verso il Giardino della Pace, per poter tornare a completare il percorso, ora e sempre.
Un racconto che coinvolge il lettore immerso nel mistero che accompagna il Viaggio.
Un caro saluto, in attesa del prossimo passo, nel mondo della tua affascinante scrittura.
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Commento di Emilio Michele Faire
Ora: 31 marzo 2011, 21:03
ad ogni bambino morto, violato, dimenticato, sapendo che solo quest'ultimo è il più profondo male, lo sputo a terra di Satana contro l'uomo. con tutto l'amore di cui sono capace. EMF