I tredici e l’eletto

imageUn rilievo del Guénon, che è di importanza fondamentale per tutto un nuovo orientamento di studi etnologici e folkloristici, è che la “primitività” e la “spontaneità” comunemente supposta nelle tradizioni popolari, negli usi, nei costumi e nelle leggende di strati sociali ed altresì di popolazioni inferiori, non è che una fiaba. In tutto ciò è piuttosto, salvo rarissime eccezioni, da vedere la forma involutiva e degenerescente di elementi e di significati, originariamente appartenenti ad un piano più alto. Le stesse cosiddette “superstizioni” popolari sono da considerarsi a questa stregua: e già il nome, nella sua etimologia, lo dice: superstizione vuol dire sopravvivenza, ciò che sussiste e sopravvive. Le superstizioni popolari sono spesso relitti di concezioni superiori precedenti non più comprese e quindi degradatesi e sussistenti, per così dire, come qualcosa di meccanico e di disanimato, che continua a esercitare una certa suggestione, ad arruolare forze irrazionali e istintive di fede per una specie di atavismo, senza la capacità di fornire più una spiegazione intelligibile.

Vogliamo addurre qui, un singolo esempio, che già serve a dare un sufficiente chiarimento. Sono certamente note a tutti le superstizioni popolari relative al numero tredici. Esse sono comuni a più di una nazione. Il numero tredici ha una natura ambigua: è un numero sia di sciagura che di fortuna. L’elemento di sciagura, di sfortuna, quasi sempre predomina (e, come vedrete, non a caso). Ma anche l’altro aspetto è presente: il numero tredici è anche un portafortuna tanto che spesso lo vediamo figurare perfino nei moderni amuleti a pendaglio, portati un po’ per scherzo e un po’ per serio dai nostri contemporanei, soprattutto di sesso femminile. Donde mai è venuta questa credenza o “superstizione”?

il-mito-del-sangueA dichiararne l’origine prima, i più resterebbero stupefatti. Bisogna riferirsi né più né meno che ad antiche tradizioni di carattere metafisico, sacrale e perfino imperiale. Il punto di partenza è il simbolismo del dodici. Il dodici è una specie di “segno” che sempre si ritrova dovunque si costituì il centro di una grande tradizione storica di tipo “solare” e ciò, per precise ragioni analogiche. Di dodici segni si compone infatti lo Zodiaco, che sta a definire il circuito solare. Un ciclo completo dell’astro della luce comprende dodici fasi, definite appunto dalle costellazioni zodiacali, alle quali, per tal via, furono riferiti altrettanti modi d’essere e, da un altro punto di vista, altrettante funzioni della “solarità” nel ciclo in questione. Per cui, per analogia, e per vie misteriose, le tradizioni che nell’antichità ebbero il senso di incarnare sulla terra e nella storia una funzione “solare”, ci lasciano sempre ritrovare la “sigla” del dodici. Cosi dodici sono le partizioni del più antico codice ariano, quello delle leggi di Manu, dodici i grandi dei e le anfizionie elleniche, i membri di molti collegi sacerdotali romani (gli Arvali e i Salii p. esempio, e lo stesso è il numero dei littori) gli eroi divini di Asen del Mitgard della tradizione nordica, i discepoli di Laotze in quella taoistica estremo-orientale, i membri del consiglio “circolare”, del Dalai-Lama nel Tibet, i principali cavalieri della o corte di Re Arthur e del Graal, i lavori simbolici di Eracle, e via dicendo. Il cristianesimo riflette parimenti lo stesso ordine di idee: vi troviamo i dodici apostoli — ma, in più, il Tredicesimo. Nel consesso dei Dodici, il Tredicesimo è colui che incarna lo stesso principio solare e che vale dunque come centro e capo supremo di tutti; gli altri, rispetto a lui, non corrispondendo che a funzioni e aspetti derivati dal ciclo solare della tradizione, civiltà o religione di cui si tratta.

Con ciò si ha quel che occorre per comprendere il numero tredici come numero positivo, benefico, “solare”. Come esso, più propriamente, sia numero di fortuna, ma eventualmente anche di sfortuna, appare poi da quanto segue.

i-testi-del-romaUna tradizione può avere subito, un oscuramento, una decadenza, per via del quale le forme sussistono, ma la forza suprema che dovrebbe permearle e animarle si è ritratta. Una delle forme simboliche più espressive per questo stadio è il consesso dei dodici, nel quale però manca il tredicesimo. Se ci riferiamo alla formulazione medievale di tali idee, troviamo la figurazione assai interessante della tavola rotonda in cui seggono i dodici cavalieri ma che in più ha un tredicesimo posto, vuoto. Questo posto, viene chiamato il posto pericoloso. Non vi si può sedere senza dover affrontare una prova terribile. Il posto è riservato ad un cavaliere eletto, predestinato, migliore di qualsiasi altro al mondo, che nei romanzi cavallereschi ha nomi diversi, essendo talvolta Galahad, tal’altra Parsifal tal’altra Gawain. La particolare qualificazione di questo cavaliere gli dà il diritto di occupare tale posto, vale a dire di incarnare la funzione solare suprema e di essere il capo dei dodici e quindi della tradizione о оrganizzazione o del ciclo che ai dodici fa capo. Qualunque altro cavaliere che, senza esserne degno, volesse occupare il tredicesimo posto vuoto, vi troverebbe la sua sventura: egli viene colpito dalla folgore o il terreno gli si spalanca da sotto i piedi. Invece, anche nel prodursi di tali fenomeni, il cavaliere eletto resta illeso. Egli appare spesso come colui cha sa risaldare, a differenza di ogni altro, una spada spezzata, simbolo palese della stessa decadenza, a cui la Sua venuta deve porre fine. Ecco dunque che si chiarisce come il numero tredici può esser simultaneamente di fortuna e di sventura. L’aspetto di sventura deve naturalmente prevalere, per la ragione che, sul piano ora indicato, è naturale che la maggior parte di coloro che osassero occupare il tredicesimo posto non sono all’altezza della prova.

Si giudichi da questo esempio che cosa può sussistere, in forma ottusa, notturna, subcosciente, nelle superstizioni popolari. Il potere della superstizione non è che l’automatizzazione e la materializzazione di quello originariamente connesso a significati spirituali.

il-mistero-del-graalIl Medioevo è, in Occidente, l’ultimo periodo in cui tradizioni, come quelle restative ai dodici, al tredicesimo e al posto pericoloso conservarono ancora significati del genere. Per sentire la distanza che sta fra esse e la loro sopravvivenza superstiziosa, accenneremo ancora a questo: nei nostro libro: Il mistero del Graal e la tradizione ghibellina dell’Impero (ed. Laterza, Bari), abbiamo documentato e dimostrato che le leggende cavalleresche ora indicate avevavno uno stretto riferimento col problema politico-spirituale dell’impero ghibellino. L’eroe del Graal, che avrebbe dovuto riportare un misterioso regno decaduto al suo antico splendore e che s’indentifica a quel cavaliere eletto, che senza tema può sedersi nel “posto pericoloso” vuoto, nei tredicesimo posto, non è altro che il dominatore che tutto il mondo ghibellino attende per la fine di ogni usurpazione e per la realizzazione integrale nel mondo del Sacro Romano Impero: corrisponde, così, più o meno, al misterioso Dux e Veltro di Dante, il quale aveva con le tradizioni ora accennate assai più rapporti di quanto si creda, mentte Riccardo Wagner ne ha falsato nel modo più pietoso il vero senso.

Ma questa speranza, come si sa, andò delusa. Dopo una breve culminazione, si ebbe il crollo: Rinascenza, umanesimo, riforma, crescenza anarchica e violenta delle nazioni, assolutismo e infine rivoluzione e democrazia. Può dunque pensarsi che oggi quanto mai il tredicesimo posto sia vuoto. Il simbolo in esso rinchiuso corrisponde rigorosamente a quello, ben noto, dell’imperatore ghibellino mai morto, che dorme di un sonno secolare e che attende che i “tempi siano giunti” per ridestarsi e per combattere, alla testa di coloro che non lo hanno dimenticato e che gli sono fedeli, l’ultima battaglia.


Originariamente pubblicato con il titolo Tradizioni e superstizioni: i “tredici” e l’eletto, ne Il Regime Fascista, 9 agosto 1939; poi in Simboli della tradizione occidentale, Carmagnola 1976, pp. 141-146.

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