I miti letali di una cultura suicida

Amy Winehouse, cantante, morta per overdose, età 27 anni, 2011.

Michael Jackson, cantante, morto per abuso di medicinali, età 51 anni, 2009.

Kurt Cobain, musicista, suicida, età 27 anni, 1994.

Farrouk Bulsara (Freddie-Freddy Mercury), cantante, morto per AIDS, età 45 anni, 1991.

Jean Michel Basquiat, “artista”, morto per overdose, età 28 anni, 1988.

John Belushi, attore, annegato sotto l’effetto di stupefacenti, età 28 anni, 1982.

Elvis Presley, cantante, morto per abuso di stupefacenti e alcool, età 42 anni, 1977.

Jim Morrison, musicista, morto per overdose, età 27 anni, 1971.

Jimi Hendrix, musicista, morto per overdose, età 27 anni, 1970.

Janis Joplin, cantante, morta per overdose, età 27 anni, 1970.

Brian Jones, musicista, morto per overdose, età 27 anni, 1969.

James Dean, attore, morto in un incidente stradale, età 24 anni, 1955.

Domenica Bertè (Mia Martini), cantante, morta per overdose, età 28 anni, 1995.

Luigi Tenco, cantante, suicida, età 29 anni, 1967.

Una casistica certamente impressionante che potrebbe essere contestata per alcuni nominativi, ma anche ampliata. Si potrebbe discutere dell’inclusione di Freddy Mercury, Elvis Presley e Micheal Jackson che, rispetto alla pattuglia dei ventisette-ventottenni, appaiono quasi dei “senatori”, naturalmente se ci vogliamo dimenticare del fatto che un uomo che non abbia tare congenite e che conduce una vita ragionevolmente sana, attorno al mezzo secolo di esistenza  dovrebbe essere ancora nel suo pieno vigore, o dell’inclusione di James Dean e (di nuovo) di Freddy Mercury, ma un comportamento spericolato al volante o nella vita sessuale può essere una chiara dimostrazione di quella tendenza all’auto-annientamento, di quel cupio dissolvi che si manifesta nella tossicodipendenza o nel suicidio.

Gli ultimi nomi dell’elenco, come vedete, sono due nomi italiani, e questo pone un interessante problema. Noi siamo informati dalle cronache dei “modelli di comportamento” del mondo anglosassone e dei fatti di casa nostra, ma non siamo purtroppo in grado di stabilire quanti e quali imitatori questi “modelli” abbiano avuto nel mondo non anglofono fuori d’Italia, ma poiché sappiamo che oggi l’american Way of life penetra dappertutto con il suo immenso potere plagiatore consentito dal sistema mediatico, possiamo essere ragionevolmente sicuri che questa tendenza suicida abbia trovato anche altrove i suoi sciagurati imitatori.

Indipendentemente da quella che potrebbe essere una valutazione morale o moralistica, una domanda balza subito alla mente appena si considerino questi casi: noi riusciamo a concepire che un tossicodipendente qualsiasi si bruci in un’estasi fittizia una vita che gli appare squallida e priva di significato, ma qui stiamo parlando di persone di successo (lasciamo stare quanto meritato) con a disposizione le gratificazioni anche economiche che il successo comporta, con la possibilità di permettersi quegli agi che le persone comuni come me e voi si sognano, eppure noi non rinunceremmo di certo facilmente a questa vita con tutti i suoi problemi, le sue preoccupazioni, la fatica quotidiana, questa vita che invece costoro sembrano avere fretta di bruciarsi con tanta leggerezza senza nessuna considerazione nemmeno del fatto che si trovano in una situazione ideale per trasformarsi in icone maledette di un “culto” letale che può fare facilmente presa su un pubblico di giovani emotivamente labili.

A livello emotivo, la reazione che si presenta spontanea, è di rabbia, di sorda irritazione (perché questi individui che vanno a cercarsi una fine precoce, di pietà non riescono a ispirarne). A livello razionale, però, ci si rende conto che i conti non tornano.

La lettura più verosimile dal punto di vista psicologico, è di aver a che fare con personalità fortemente infantili e fortemente egocentriche che non hanno mai maturato un atteggiamento adulto nei confronti della vita. Quando all’egocentrismo infantile mai superato, vengono a sommarsi le sirene mediatiche del successo, si crea un’illusione di onnipotenza. A queste persone sembra di potersi permettere di tutto, comprese le scelte più auto-distruttive senza doverne mai pagare le ovvie conseguenze, sono quelle che nella terminologia psicanalitica sono definite personalità narcisistiche.

Un esempio palmare in questo senso è stato il suicidio di Luigi Tenco. Secondo una vulgata ancora oggi diffusa quanto infondata, Tenco si sarebbe suicidato dopo la “bocciatura” della sua canzone al festival di San Remo per protesta contro la banalità imperante nel mondo della canzone  italiana. Il suicidio come forma estrema di protesta? Tenco come Yukio Mishima, come Ian Palach, come un antico samurai? Ma vogliamo scherzare?

In realtà la dinamica ampiamente nota di questo episodio porta a escludere che la sua reale intenzione fosse questa. Tenco si sparò nella sua stanza di albergo davanti alla sua compagna Dalida, con una pistola semiautomatica dalla quale aveva sfilato il caricatore, ignorando probabilmente che con quel tipo di pistola togliendo il caricatore rimaneva il colpo già in canna. Un simulato tentativo di suicidio andato ben oltre le intenzioni, come Guido, il cognato di Zeno nel romanzo di Italo Svevo. Nulla di eroico, solo il gesto melodrammatico per attirare l’attenzione su di sé di un bambino egocentrico incapace di reggere le frustrazioni. Il che, però, non toglie nulla al fatto che, come nel caso delle rockstar morte per overdose, questo estremo narcisismo finisce per trasformarsi in auto-distruttività.

Da sola, la psicologia può gettare solo una mezza luce sui fenomeni di massa; quanto meno, essa non è in grado di spiegare perché certi fenomeni o comportamenti o personalità  che possiamo definire psicopatiche vengono ad assumere un importante ruolo sociale invece di destare semplicemente l’attenzione dei terapeuti.

Per quale motivo queste persone e i loro comportamenti distruttivi sono tanto propagandate dal sistema mediatico? E’ ovvio, perché servono alla stabilità del sistema stesso.

 La parola-chiave è trasgressione. La vita associata richiede regole, che non sono immutabili, e che possono essere cambiate, ma che finché sono in vigore richiedono un generale consenso. Per fare un esempio banale, noi potremmo discutere dell’opportunità che i veicoli sulle strade tengano la mano destra, come avviene quasi dappertutto, o la mano sinistra come accade nelle Isole Britanniche, ma è chiaro che se un guidatore non sapesse quale mano deve tenere, gli incidenti stradali aumenterebbero in maniera esponenziale.

La trasgressione in sé non serve a nulla, fino a quando non si ha la consapevolezza a quali regole si ritiene di doversi opporre, e in nome di che cosa. Chi aspira a reali cambiamenti sociali, non può essere un trasgressivo ma un rivoluzionario. La trasgressione incarnata da questi personaggi-feticcio serve precisamente a indirizzare il malcontento di quanti sono insoddisfatti del sistema, soprattutto i giovani, in direzioni autodistruttive sul piano personale ma innocue per il sistema stesso.

Un esempio di "arte" di Jean-Michel Basquiat
Un esempio di “arte” di Jean-Michel Basquiat

Non vi nascondo che ero giunto da un pezzo a simili conclusioni, ben prima che il caso di Amy Winehouse riportasse la questione sotto i riflettori, ma non ne ero interamente soddisfatto, avevo l’impressione di aver risolto la questione solo in parte, mentre molte domande rimanevano aperte: ad esempio, che connessione c’è fra la tossicodipendenza e la “musica” rock o “l’arte” moderna (per tutti, il caso di Basquiat)? Perché sembra essere sempre esistita una connessione fra la trasgressione artistica e l’auto-intossicazione? Ad esempio in altre epoche i “poeti maledetti” si deliziavano di avvelenarsi con l’assenzio.

Ultimamente mi è capitato di rileggere alcuni scritti di un uomo che molti considereranno un retrivo, un reazionario, ma è in realtà una persona che, viaggiando per motivi professionali ai quattro angoli del mondo, si è fatto un’enorme esperienza di uomini e di culture a cui ha aggiunto una conoscenza del passato derivante da uno sviscerato amore per la storia e l’archeologia: Silvano Lorenzoni. Una sua frase ha attirato la mia attenzione (non escludo naturalmente che altri abbiano formulato in termini più o meno simili lo stesso concetto), e mi scuso di citarla a memoria: “La degradazione estetica è parallela alla degradazione etica”. Di più, mi viene da pensare, le è consustanziale, sono due facce dello stesso fenomeno che è poi la chiave per capire la “cultura del suicidio”, che potrebbe anche diventare il suicidio della nostra cultura se non vi saranno energie sane da mobilitare per opporsi a questa sinistra tendenza.

Che “l’arte” moderna sia un fenomeno degenerativo dove il disordine e la bruttura hanno preso il posto dell’armonia e della bellezza, questo è qualcosa di cui si accorge chiunque non sia un critico professionista che per motivi professionali deve trovare pregi inesistenti nell’immondizia dalle altissime quotazioni che riempie le gallerie, sempre la logica della trasgressione (in questo caso, dei canoni estetici tradizionali) ha portato al trionfo del brutto, del volgare, dell’osceno; potremmo dire che gran parte delle opere “d’arte” moderna sono delle complicate metafore che stanno in luogo di quel gesto che si può fare chiudendo le dita a pugno e alzando il medio.

Qui si inserisce bene ad esempio “l’arte” di Jean Michel Basquiat, uno scarabocchiatore di muri promosso nell’empireo della “grande arte” dal massimo artista contemporaneo (artista, ovviamente, nel vendere come arte le proprie porcherie), Andy Warhol.

Che “la musica” – la cacofonia rock sia ab origine volgare e “trasgressiva”, un ovvio parallelo della degradazione estetica nel campo delle arti visive, è anch’essa una cosa che non abbisogna di dimostrazione, basti pensare che “rock and roll” nasce come termine gergale per indicare gli scuotimenti e i dondolii di un veicolo sui cui sedili qualcuno amoreggia.

 Tutto ciò si può riassumere in una parola: disordine, caos, “trasgressione”, disordine dal punto di vista espressivo, “artistico”, che poi diventa anche disordine intellettuale, disordine etico e disordine sul piano esistenziale, delle scelte di vita.

 A questo punto ci si rende conto di aver solo sfiorato la punta dell’iceberg, perché nessuno degli “artisti” rock attivi negli anni ’60 era più in attività già al trapasso del secolo, nemmeno come compositore o paroliere, e se noi consideriamo il fatto che molti di loro all’epoca erano ventenni, e in molti settori del lavoro intellettuale si riescono a produrre opere pregevoli anche a settanta, ottanta anni o più, c’è da interrogarsi sui motivi di una senescenza così precoce.

Il fatto è che, appunto più o meno dal trapasso del secolo, stiamo assistendo a un fenomeno psicopatologico nuovo perlomeno quanto a dimensioni. Si tratta di questo: è arrivata alle soglie della terza età la prima generazione per la quale la tossicodipendenza è diventata un fenomeno di massa: il risultato è – letteralmente – un’esplosione delle demenze nel momento in cui ai danni cerebrali causati dagli stupefacenti si sommano quelli fisiologici, inevitabili, dovuti all’invecchiamento; anche questa è una forma di suicidio molto più estesa di quel che appare a prima vista, precludersi la possibilità di una terza età lucida, attiva, creativa.

Al di là della casistica rappresentata dalle rockstar, dobbiamo considerare l’effetto imitativo provocato dai loro comportamenti sui fan, tanto più plagiabili e suggestionabili, quanto più giovani.

Il problema, in ultima analisi, si riduce a una semplice domanda: ci sono ancora energie sane sufficienti per contrapporre una cultura della vita a questa cultura della morte?

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16 Risposte

  1. Meri
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    Van der Graaf, Yes, King Crimson, aggiungo io, credo che abbiamo qualcosa in comune!

    Dopo questi artisti, dopo gli anni 70 insomma, non ci furono solo gli heavy metal, ma punk, dark, ecc…l'arte e in particolare la musica cominciarono a subire gli effetti della moda, un disco dopo un anno massimo due diventava vecchio, e nuovi artisti incalzavano le scene, iniziando un gioco al massacro.

    La musica ridotta come bene di consumo, i più sono cascati ella trappola, e, ironia della sorte, sono stati sfruttati pure da morti.

    Qui non vedo come applicare alcuna regola duale, vedo piuttosto lo squallore del bottegaio.

    Di quelli che quando vanno ad una mostra di quadri chiedono quale quadro è il migliore investimento, senza osservare e apprezzare la maestria, il messaggio dell'arte.

    ciao e grazie

  2. Nicola - dal caos la
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    Quanto mai puntuali gli ultimi commenti. L'arte moderna (ivi inclusa quella 'contemporanea': la differenza è quella esistente tra un Le Corbusier e un Frank O. Gehry), come la musica, la letteratura, ecc., non è solo 'moda' ma anche 'modus'. E come tale, non solo il rock, ma anche il jazz, il blues, Stockhausen, Brian Eno, gli stessi Style Council, sophisti pop e New Wave anni '80 (per dirne una, ma vale anche per ogni epoca o decennio) hanno il loro 'perché', come, dove, quando, per chi…

    È quindi vero che è possibile, anzi necessario, fare una valutazione critica degli 'stili' in generale e degli 'stilisti' in particolare, magari attingendo alle sette 'categorie' gerarchiche di uomini, religioni, arti di Gurdjieff, ma, come ben argomentano Cristiano e Max (con Meri in veste di voce 'critica'), la categorizzazione eccessivamente manichea rischia di non cogliere la necessaria varietà di un 'giardino' semantico-culturale-epocale, in cui ci sono le rose (e non solo) ma pure le spine. Anche se, indubbiamente, nel Kali Yuga i bagliori di luce ('solari' nel Sathya Yuga) sono sempre più timidi… Because the night belongs to lovers, because the night belongs to lust, because the night belongs to us…

    Nicola Perchiazzi

  3. enzo
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    condivido l'articolo, ma mi sembra giustificazionista: sarà mica che questa gente non sapeva recitare se stessa e, dunque, difettando della vera sostanza e del nobile substrato di uomo, ha semplicemente deciso, per la noia di confrontarsi quotidianamente con la propria debolezza spirituale, di farsi fuori? io reputo il suicidio un atto di coraggio (il gesto dell'ammazzarsi richiede audacia) ma al culmine di un retroterrà di grossa viltà

  4. Meri
    | Rispondi

    Da parte mia mi dichiaro profondamente giustificazionista, sempre, comunque, perchè per me è un modo per scrostare la superficie dei problemi, cercando di trovare le istanze prime che muovono l' umanità.

    La curiosità intellettuale e umanistica ti porta ai perchè, non ai giudizi.

    Ho sempre trovato poco elegante giudicare per stereotipi, anche se l'intento è quello di risolvere problematiche.

    Comunque, Enzo, sempre parlando di artisti, trovi che nel momento attuale, ci sia spazio per artisti nobili e coraggiosi, di quelli che non si accodano al vari boss?

    Ogni artista sente l'esigenza di diffondere la propria arte, c'è lo spazio che intendi tu?

    Ciao

  5. enzo
    | Rispondi

    ciao meri, grazie per la tua attenzione, ma non vorrei essere stato equivocato, causa scarsa chiarezza del mio pensiero.

    io ritengo di essermi mosso proprio al contrario del giudicare per stereotipi, avendo posto l'interrogativo (non l'asseriva) se, per caso e molto semplicemente, questi "eroi" siano giunti al suicidio non per ragioni catoniane e drieurochelliane, sibbene per vuotezza interiore e paura del loro abisso umano.

    non ho certo detto che sia questa la ragione del loro suicidio, limitandomi ad avanzare il mio dubbio.

    se ti è parso altrimenti è colpa mia certamente, ma, te lo assicuro, il giustificazionismo che io condanno è proprio l'opposto della ricerca della soluzione del problema: si attiva una spedizione archeologica spasmodica del possibile (quando non del fantasioso) che, alla fine, torna alla superficie del problema per eccesso di cause ed impossibilità di dare soluzioni.

    fatti i dovuti paragoni, è il modo di pensare veltroniano, scaturigine del benaltrismo.

    quanto alla tua domanda, lo spazio c'è sempre: l'arte (almeno quella vera) non ha padroni, come i compiti in classe di italiano non dovrebbero avere voti, essendo espressione di un mio modo d'essere e di un mio stile esistenziale.

    se poi mi chiedi cosa sia l'arte, beh, più che dirti l'espressione di un sentimento da parte di animi pre-dotatinon saprei come definirla.

    ciao ciao e a presto

  6. M
    | Rispondi

    Le cose che avete scritto su Luigi Tenco sono errate! Informatevi prima di infamare prima una persona! Le circostanze non sono mai state chiarite ed è stato sicuramente un omicidio, e non si è certo sparato davanti a Dalida!

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