I bambini vedono cose che noi non vediamo

Da tempo, per non dire da sempre, gli adulti “sanno” che ai bambini sono accessibili dei piani di realtà che a loro sono negati; molte fiabe e molte favole del folclore delle singole culture nasce da questa consapevolezza o, almeno, da questa intuizione. Più recentemente, anche sulla scia del film L’esorcista, che narra la storia di una possessione demoniaca di cui è vittima una ragazzina americana di nome Regan, i poteri paranormali dei bambini sono tornati al centro dell’interesse della cultura occidentale. C’è chi, sulla base di tali poteri, pensa di aver risolto una volta per tutte l’enigma del poltergeist, lo spirito folletto che mette a soqquadro case e mobilio, provoca rumori inspiegabili, volo di oggetti, ecc.; altri invece, ricordando il caso delle due sorelline inglesi che vedevano e pesino fotografavano le fate, ma che anni dopo (proprio come le sorelle Fox, iniziatrici dello spiritismo negli Stati Uniti) confessarono di aver architettato solo un gioco, sostengono che tali poteri nascono solo dalla nostra credulità. Ad ogni buon conto, vi è tutto un filone della cultura cosiddetta New Age che si è impadronito dell’argomento, intravedendo – non a torto – la possibilità di profittare di un potenziale mercato in rapida espansione. È possibile fare il punto in modo abbastanza equilibrato sulla questione leggendo il libro del francese Jean-Paul Bourre I poteri misteriosi dei bambini (Milano, Armenia Editore, 1983).

La letteratura otto-novecentesca aveva già intuito le potenzialità ‘inquietanti’ dell’argomento; basti pensare al celeberrimo romanzo di Henry James The turn of the screw (Il giro di vite), storia ambigua quant’altre mai di una bambinaia alle prese con due bambini posseduti dallo spirito di un defunto malvagio; o forse, secondo i punti di vista, storia di una bambinaia sull’orlo della follia che proietta le sue inquietanti ombre mentali su due innocenti fanciulli. Pochi, invece, conoscono un romanzo giovanile del grande storico delle religioni Mircea Eliade, Signorina Christina, ispirato direttamente dal folclore romeno , che narra la storia di una giovane donna morta da più di vent’anni e divenuta un vampiro. È uno scontro all’ultimo sangue tra le forze della vita e quelle della morte, in cui la posta in gioco è la salvezza dell’anima dei protagonisti, in particolare del giovane protagonista maschile che deve affrontare, tra le pieghe di una apparente quotidianità, gli aspetti più oscuri e minacciosi della femminilità.

Un posto a parte occupa, nel romanzo, il personaggio di Simina, una ragazzina che è posseduta da forze malefiche e che mette a durissima prova le capacità di resistenza di Egor, l’eroe designato della situazione. Particolarmente conturbante è la scena in cui Simina, esercitando una vera e propria forma di ipnosi che piega ed umilia le capacità di resistenza della mente di Egor, obbliga questi a inginocchiarlesi ai piedi e a baciarle i piedi. Simina è la sorella minore di Sanda, la fidanzata di Egor; ma fra i due futuri cognati si instaura fin da subito una atmosfera elettrica, inquietante, fatta di sguardi taglienti e di minacciose allusioni: Egor sa che Simina è una strega, ed ella ha compreso di essere stata ‘smascherata’; ma la partita è ancora tutta da giocare. Se non si trattasse di un duello fra l’eroe positivo che rappresenta i valori del bene e una antagonista  – che incarna il male nella sua forma più sottile eppure più totale, il male diabolico – si direbbe che esista una torbida relazione inespressa fra i due personaggi. Il libro è stato pubblicato in francese nel 1978 col titolo Mademoiselle Christina, ma la stesura originale in romeno risale al 1935 (col titolo Domnisoara Christina), e certe implicazioni di natura sessuale non potevano essere esplicitate; tuttavia il lettore le percepisce benissimo (un po’ come la sensualità involontaria della Gerusalemme liberata che voleva essere, nelle intenzioni di Tasso, un poema rigorosamente morale). Ne citiamo una pagina a titolo di esempio (trad. dal romeno di Simonetta falcioni, Milano, Jaca Book, 1983, pp. 76-79.

“La bambina lo aveva ascoltato con un sorriso di infinita pietà ed ironia. Quando Egor si rivolse a lei, Simina sostenne il suo sguardo, cercando di nascondere il sorriso, come si vergognasse della vergogna di lui.

” – Lei sa molto bene che la signorina Christina – disse sottolineando la parola – che la signorina Christina non è mai stata vecchia… –

” – Né tu né io sappiamo niente di lei – la interruppe brutalmente Egor.

” – perché parla così? – si stupì candidamente Simina. – Però l’ha veduta… -.

“I suoi occhi brillarono diabolicamente e il sorriso trionfante le illuminò tutto il volto. – Mi attira in un trabocchetto. – pensò Egor – Se mi dice ancora qualcosa, la prendo stretta al collo e la minacciò di ucciderla, finché non mi confessa tutto quel che sa. –

” – Ha visto il suo ritratto – aggiunse dopo una pausa ben calcolata. – La signorina Christina è morta  molto giovane. Più giovane di Sanda. Più giovane e più bella – continuò lei.

“Egor rimase confuso per qualche istante, non sapeva cosa avrebbe ancora dovuto dire, come costringere Simina a tradirsi, per poterle fare delle domande.

” – Le piace Sanda, non è così? -, chiese bruscamente Simina.

” – Mi piace e mi sposerò con lei – rispose Egor. – E tu verrai a Bucarest, sarai la mia piccola cognata e ti alleverò io! Vedrai allora come spariranno alla tua testa tutte queste allucinazioni… –

” – Non capisco perché mai si arrabbia con me – si difese timidamente Simina.

“La minaccia, o forse il tono alto e virile di Egor, la avevano intimidita. Guardò con un certo timore intorno a sé, come se aspettasse un segno di aiuto. D’un tratto si tranquillizzò e cominciò a sorridere. Guardava fisso un angolo della rimessa. I suoi occhi ora erano più vitrei, più distanti.

” – È  inutile che guardi – disse di nuovo Egor. – È  inutile che aspetti…Tua zia è morta da molto tempo, mangiata dai vermi e mischiata alla terra. Mi senti, Simina? –

“La prese per le spalle e quasi le gridò le parole nelle orecchie. Ebbe anche lui paura della voce incrinata, delle parole che le aveva gridato. La fanciulla rabbrividì. Sembrava si fosse fatta più pallida e le si contrassero le labbra. Ma come allentò la stretta, si riprese. Guardò nuovamente oltre le spalle di Egor, guardò affascinata, felice.

“- Come mi ha scosso forte – si lamentò portandosi la mano alla fronte. – Mi fa male anche la testa… coi bambini è facile essere forti – soggiunse più piano, come per sé.

“- Voglio farti tornare in te, piccola strega che non sei altro – si accese di nuovo Egor. – Voglio che ti vadano via dalla testa le allucinazioni, per il tuo bene, per la tua salvezza…

” – sa molto bene che non sono allucinazioni – disse questa volta Simina in tono provocatorio. Scese dalla vettura e passò davanti a lui con infinita compostezza.

” – Non aver fretta, andiamo insieme – le disse Egor.  – Ero venuto a cercarti. La signora Moscu mi ha mandato a cercarti… Non sapevo che ti avrei trovato a ripulire dalla polvere un calesse di un centinaio di anni… –

” – È del 1900, di Vienna – disse Simina, senza voltarsi, calma, seguitando a camminare per la scuderia. – 1900-1935, trentacinque anni appena… –

“Erano arrivati alla porta. Egor l’aprì completamente e lasciò che la fanciulla passasse avanti.

” – Mi ha mandato a cercarti perché Sanda è ammalata – continuò lui. – Sai che Sanda sta male?

“Le sorprese un piccolo sorriso vendicatore.

” – Non ha niente di grave – soggiunse in fetta. – Solo le duole la testa e sta a letto…

“La fanciulla non gli rispose. Procedevano affiancati per il grande cortile, sotto il freddo sole autunnale.

” – A proposito – disse Egor prima di giungere a casa – volevo dirti qualcosa che ti riguarda.

“L’afferrò per il braccio e chinò di molto il capo verso di lei, per poterle mormorare vicino alle orecchie:

” – Volevo dirti che se succede qualcosa a Sanda, se… Capisci? Allora per te è finita. Questo naturalmente non rimane tra noi. Puoi dirlo altrove, ma non alla signora Moscu, non ha nessuna colpa… –

” – Questo lo dirò a Sanda, non alla mamma – disse chiaramente Simina. – Le dirò che non capisco perché ce l’ha con me!… –

“Cercò di divincolare il braccio. Ma la mano di Egor si conficcò più profondamente nella carne. Provava una vera gioia ad infiggere le dita nella sua carne morbida, acerba, diabolica. La bambina si morse le labbra per il dolore, ma non una lacrima inumidì i suoi occhi freddi, metallici. Questa resistenza fece perdere ad Egor la padronanza di sé:

” – Ti tormenterò, Simina, non ti ucciderò così alla svelta – sibilò lui. – Ti strozzerò solo dopo averti tolto gli occhi e strappato i denti ad uno ad uno… Ti torturerò con un ferro infuocato. Questo dillo altrove, dillo a chi sai tu… Vediamo se… –

“In quell’istante sentì un dolore così violento al braccio destro, che lasciò andare la bambina. Tutto il corpo perse vigore. Le braccia gli pendevano flosce, abbandonate sui fianchi. E sembrava non si rendesse conto di dove si trovasse, in quale mondo fosse…

“Vide Simina scuotersi, stirarsi le pieghe del vestitino, sfregarsi il braccio su cui le sue dita avevano lasciato le tracce. La vide anche pettinarsi con calma i capelli col palmo della mano, sistemarsi i riccioli e stringersi un fermaglio nascosto che le era saltato per strada. Simina fece tutto questo senza guardarlo. E neppure si affrettava; come se lui non fosse mai esistito. Si diresse  verso la casa a passo svelto, sciolto, e tuttavia di una nobile grazia. Egor la guardò stupefatto, finché il suo piccolo essere si perse nell’ombra della veranda.

Si dirà che tutto questo è letteratura, soltanto letteratura.

Ebbene vi è uno psichiatra inglese che, dopo quarant’anni di pratica professionale, ha lavorato a Londra come consulente di un Centro psico-pedagogico. Il suo nome è Arthur Guirdham; ha scritto numnerose pubblicazioni e vari libri: A theory of disease; The nature of healing; Christ and Freud; Cosmic factors in disease; Silent union; Man: divine or social; The Gibbet and the Cross; The cathars and reincarnation, che hanno ottenuto un vasto successo di pubblico e di critica, non solo in Gran Bretagna, ma anche all’estero. In Italia è stato tradotto Obesession, del 1972, dalla Casa editrice Tattilo di Roma, nel 1974 (traduzione di Aldo Durante). Guirdham è uno psichiatra decisamente eterodosso perchè sostiene che il diavolo e le forze del male possono essere veramente all’origine delle nevrosi; non solo: sostiene che i bambini possiedono il discutibile privilegio di vedere quelle forze in azione, e che possono restarne traumatizzati per tutta la vita. In genere essi non osano raccontare tali esperienze agli adulti, anche perché sanno che non verrebbero creduti; e così se le portano dentro per sempre, senza poterle condividere con nessuno. Egli stesso sostiene di aver avuto una tale esperienza ‘rovesciata’ del numinoso, quando era un bambino piccolo, e di esserne rimasto segnato; ma afferma che questo gli ha permesso di capire il dramma di tanti bambini afflitti da gravissimi disturbi del comportamento, che altrimenti rimangono inspiegabili anche all’esame più meticoloso. Le visioni diaboliche appaiono ai bambini di notte, perché la notte è il momento in cui le forze del Male si manifestano agli umani; e da ciò ha origine il caratteristico disturbo del pavor nocturnus, che la psichiatria moderna tende a minimizzare riducendolo nei termini di una interpretazione strettamente razionalistica come fantasie, incubi, visione di film o ascolto di fiabe che hanno turbato l’immaginazione del bambino. Ma nessuno è disposto a prenderlo un po’ più sul serio, cioè come spia di una esperienza reale e non semplicemente onirica o fantastica.

“Non so a che età precisa io stesso abbia avuto l’esperienza satanica. Non credo di aver avuto più di sei o sette anni. Me ne stavo sdraiato a letto, quando mi sentii come attirato e terrorizzato da una ‘presenza’ in un’altra stanza. Mi alzai dal letto, calamitato da quell’orrore invisibile, e aprii la porta della mia camera. Quello che vidi, è indimenticabile. Dapprima, notai la sua faccia. Era più piccola di un viso umano, ma le proporzioni erano le stesse. Era ricoperta da un pelame blu-grigio fittamente intessuto. Da esso sprigionava una luce blu. Il colore, l’aura, l’aggrovigliata impellicciatura non erano nulla in confronto della malvagità del suo sorriso. Quel sorriso  non solo era diabolico, ma accattivante. Il suo corpo era come quello di un uomo, solo più sottile e di altezza più modesta. Questo corpo era, poi, inclinato leggermente in avanti in posizione invitante. Esso era coperto da capo a piedi dallo stesso pelame blu-grigio e irradiava dappertutto come una fluorescenza bluastra. Le gambe erano differenti. ‘Egli’ non aveva piedi umani. Le gambe si assottigliavano verso il basso fino a terminare in una specie di sottili moncherini.

“Ma io ero talmente ipnotizzato dal suo volto e dal suo maligno sorriso che non badai molto ai suoi piedi. Ora so che erano unghiati. Non so come riuscii a tornarmene a letto. Non sono sicuro se fu la stessa notte che cominciò la mia ossessione, ma certamente dovette essere subito dopo. Mi inginocchiai a recitare le mie preghiere. Ma, dopo essermi rimesso a letto, mi rialzai immediatamente. Mi inginocchiai, pregai e ritornai a letto. Feci questo innumerevoli volte. Continuai finché giacqui a letto completamente esausto e incapace di fare ulteriori sforzi per alzarmi.

“Questo è un tipico cerimoniale ossessivo e non c’è da meravigliarsi circa la sua natura e la sua finalità. Quel che è importante è che sopraggiunse molto presto, subito dopo, cioè, l’esperienza precipitante. Io ho avuto la sensazione di essere in presenza di un ‘Grande Male’. Ci sono andato incontro, l’ho sentito ed esso ha provocato su di me un’impressione indelebile. Ho reagito al male non con la colpa, ma con il panico nudo e crudo. (…)

“Trent’anni dopo, al consultorio clinico per l’infanzia, potei riscontrare in che misura altri bambini avevano terrori notturni. Ci son voluti cinquant’anni per scoprirne il significato.

“Un terrore notturno (pavor nocturnus) viene definito come un’illusione che compare quando il bambino è sul punto di addormentarsi. Esso è completamente diverso da un incubo. Se viene usata la parola ‘illusione’, invece di ‘allucinazione’, è perché in molti casi l’esperienza si basa su qualcosa di concreto. Il bambino può scambiare i motivi disegnati sulle carte da parati o sulle imposte per facce orribili e terrorizzanti. Ma questa descrizione dell’illusione è ingannevole e, per certi aspetti, un po’ vigliacca. Spesso un terrore notturno non è basato su qualcosa presente nell’ambiente. Completamente a torto, evitiamo la parola ‘allucinazione’, perché suggerisce la psicosi, cioè un disturbo mentale conclamato. Sarebbe meglio per noi, e più illuminante, se accettassimo il fatto che un bambino normale può essere allucinato di notte. Così facendo, potremmo saperne di più sulle cause delle malattie mentali degli adulti. Questa possibilità è gettata via, sin dall’inizio, da false idee riguardo a ciò che costituisce un’allucinazione. Quest’ultima viene definita: una falsa percezione.  Ciò implica che il paziente percepisce ciò che di fatto non esiste. Tale definizione è priva di senso. Un paziente, come ognuno di noi, vede ciò che vede. Quel che cercano di dire gli psicologi accademici, che costruiscono queste definizioni, è che il paziente delirante (allucinato) vede qualcosa che la maggioranza non vede. Ma ciò implica che chiunque abbia visto uno spirito o un’apparizione è inevitabilmente allucinato, e che molte opere d’arte sono fondamentalmente allucinatorie. Una sedia vista da Van Gogh è talmente differente da come la vedo io che potrebbe essere benissimo un oggetto diverso. E in effetti, nel senso che il grande artista vede quello che gli altri non vedono, la sua visione può essere considerata allucinatoria in quanto non è fondata sulle effettive qualità materiali del momento.  Ma l’uso del termine ‘allucinatorio’, in tal senso, sembra poco intelligente e pericoloso.

“Ciò che il bambino vede nel suo terrore notturno è reale per lui. E, molto spesso, è reale nel senso più stretto della parola. Ciò che egli sta vedendo è la simbolizzazione visiva del Male in forme che sono pervenute a noi attraverso eoni di tempo e che sono indipendenti dalla cosiddetta capacità immaginativa del bambino. Le facce che vede sono invariabilmente cattive. Sono di satiro e di diavolo. Ed è notevole come bambini poco dotati dal punto di vista del disegno siano capaci di esprimere i loro terrori notturni. Facce orrende e sogghignanti sono ricordate da bambini per i quali una simile fraseologia rappresenta il culmine della capacità descrittiva. È come se essi avessero percepito per la prima volta una realtà vivida e descrivibile. Queste facce sogghignanti e satiresche come gargouilles sono la forma più comune di terrore notturno. Ci sino anche profili con abbozzi di testa ma senza connotati, semplici scheletri, figure spettrali ed animali biologicamente spenti a causa della loro distorsione simbolica. Comunque sia la loro forma, la caratteristica fondamentale del terrore notturno è la minaccia che manifesta la sua ‘orrorosità’ e l’imminenza del Male che suggerisce.

“Questi terrori notturni si annoverano tra i primi contatti che ha il bambino sul piano psichico (parapsicologico). Sicuramente si tratta di fenomeni più medianici che psicologici. Il bambino li percepisce perché è più ricettivo dell’adulto a esperienze occulte. Ciò è dovuto al fatto che nei primi anni di vita la ‘psiche’ e la personalità sono meno strettamente legate l’una con l’altra che in età più tarda. La psiche è allora più libera di agire, dato che non è ancora resa insensibile dallo sviluppo rigido della corazza della personalità. Queste allucinazioni sopraggiungono, poi, di notte, perché sul punto di cadere nel sonno, il contatto tra psiche e personalità è ulteriormente allentato. Se il bambino è sonnambulo, l’influenza direttiva della psiche è ancora più forte. (…)

“Perché – si chiede – il terrore notturno è tanto importante nell’origine dello stato ossessivo?  Poiché la reazione difensiva del bambino è immediata e ritualistica. In quella sindrome morbosa  già nota come ‘corea’, il paziente soffre di contrazioni spastiche, improvvise, quasi elettriche.  Queste colpiscono soprattutto la faccia ed il collo, ma anche le spalle vengono spesso interessate. Il corpo intero può inoltre essere in questi movimenti, attualmente meglio conosciuti come ‘tic ossessivi’ che come ‘corea’. Comunque, anche se può essere interessato tutto il corpo,  è molto più frequente che la faccia, il collo,  le spalle e le braccia siano la sede del processo morboso. Si ha spesso l’impressione  che il bambino si voglia divincolare con la parte superiore del corpo da una minaccia che lui vede, ma che per noi è invisibile.  Egli ha percepito questa minaccia nei suoi terrori notturni.

“Quando, quella notte, io lasciai il letto per pregare Dio, stavo manifestando una reazione ossessiva immediata, coatta, ma in parte volontaria, alla presenza del maligno” (Arthur Guirdham, op. cit., pp. 16-25).

Quel che dice Guirdham concorda, anche nell’esempio del quadro di Van Gogh, con quanto molti di noi intuitivamente pensano del rapporto esistente fra l’artista e il bambino. Senza scomodare una certa retorica presente ne Il fanciullino di Pascoli, molti di noi ‘avvertono’ che esiste un legame misterioso, ma certissimo, fra la capacità di ‘vedere’ del fanciullo e quella dell’artista o del poeta: più esattamente, di vedere l’altrove. E non è da escludersi che la frase di Gesù relativa ai fanciulli, e alla necessità che gli adulti tornino fanciulli per poter entrare nel Regno dei cieli, abbia a che fare con questa fondamentale intuizione. Per fare un altro esempio, noi sappiamo bene cosa pensa la psicologia dell’età evolutiva circa i ‘compagni di giochi immaginari’ che riempiono la solitudine di certi bambini, specialmente figli unici o costretti a vivere in ambienti un po’ isolati. Si tratta, ovviamente – dice la scienza accademica – di creazioni della fantasia aventi funzioni compensatorie, la cui funzione è colmare il vuoto affettivo e movimentare le giornate noiose di individui particolarmente introversi e insicuri. Ma è proprio scontato che la spiegazione sia sempre questa? Nel romanzo di P. Blatty, la ragazzina Regan incomincia a parlare di un invisibile (agli altri) compagno di giochi, Capitan Howdy, che poco alla volta si rivela tutt’altro che una presenza immaginaria. Ancora, si dirà che si tratta solo di un romanzo. Ma siamo sicuri che ciò che gli adulti non vedono, sia solo fantasia o addirittura menzogna deliberata da parte dei bambini?

Forse, dopotutto, vi è un’altra spiegazione, che potremmo prendere seriamente in considerazione, come ipotesi di lavoro, se non altro perché essa presenta il vantaggio di essere più semplice e di implicare un minor numero di contraddizioni: e cioè che i bambini conservano, fino a una certa età (approssimativamente, fino a quando iniziano il loro percorso scolastico), la facoltà di una seconda vista, che forse in tempi passati era caratteristica di tutti gli esseri umani, in ogni età della loro vita. Forse, questa seconda vista consente loro – non a tutti, e solo in particolarissime circostanze – di gettare uno sguardo fugace di là dal muro. Se così fosse, potremmo servirci di questa loro facoltà  per comprendere meglio tanti altri fatti, apparentemente inspiegabili, della realtà sensibile, e per assumere un atteggiamento più umile e meno dogmatico nei confronti della mole enorme delle cose che non sappiamo, o meglio che non siamo in grado di spiegare con il solo logos strumentale e calcolante.

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Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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