Huginn e Muninn

Blog del Centro Studi La Runa



Mese: settembre, 2008

La rinascita dell’indoeuropeo

30 settembre, 2008 (22:02) | Linguistica | Di: admin

Dnghu

A Badajoz, una città spagnola vicina al confine portoghese, ha sede il Gruppo Dnghu. In protoindoeuropeo questa parola significa “lingua” (cfr. l’inglese tongue o l’italiano lingua). L’obiettivo di Dnghu è la vera e propria rinascita della lingua indoeuropea, oltre i ristretti confini della specializzazione accademica e filologica. A lungo termine, Dnghu si propone di fare dell’indoeuropeo la lingua ufficiale dell’Unione Europea.

Dnghu è una Fondazione, ed è finanziata da un’istituzione spagnola privata educativa (Biblos); il suo lavoro è sostenuto dai professori dell’Università di Extremadura. Inoltre il governo regionale di Extremadura attualmente sta studiando se costituire un fondo per Dnghu ed i relativi progetti.

Scorrendo le pagine del sito di Dnghu si può trarre una prima idea del grosso lavoro che è già stato fatto sinora.

Karlos Kuriaki, A Grammar of Modern Indo-European

Karlos Kuriaki, A Grammar of Modern Indo-European

In primo luogo, è stata pubblicata una significativa Grammatica dell’Indoeuropeo Moderno (A Grammar of Modern Indo-European), a cura di Carlos Quiles (in indoeuropeo, Karlos Kuriaki), già inviata gratuitamente a numerosissime biblioteche pubbliche e universitarie: si può anche vedere una mappa della distribuzione. Si tratta di un work in progress, recentemente aperto alla collaborazione degli studiosi. E’ un lavoro molto accurato, che affianca a un’ampia introduzione storico-linguistica di carattere generale la grammatica vera e propria dell’indoeuropeo ricostruito negli ultimi due secoli.

La Fondazione ha inoltre meritoriamente messo a disposizione per il download in formato PDF alcuni testi capitali della linguistica indoeuropea, primo fra tutti il celebre Dizionario etimologico dell’indoeuropeo di Julius Pokorny, una fonte datata, ma tutt’oggi insuperata, per lo studio dell’indoeuropeo. Si possono inoltre scaricare liberamente altri testi, tra cui la favola-filastrocca di Schleicher, e persino passi biblici tradotti in indoeuropeo.

Inoltre l’associazione si ripromette di organizzare incontri, convegni, presentazioni per fare conoscere e diffondere il progetto.

Per concludere, riporto la traduzione di un breve passo dalla Prefazione alla Grammatica di Quiles:

“Ciò che sappiamo è che l’idea di rivivificare il protoindoeuropeo come lingua moderna per l’Europa e organizzazioni internazionali non è pazzia, non è qualcosa di nuovo, che non significa una rivoluzione – come l’uso dello spanglish, del syndarin o dell’interlingua – né un involuzione – come il regionalismo, il nazionalismo, o il ritorno al predominio del francese, del tedesco o del latino – ma semplicemente una delle varie maniere in cui la politica linguistica dell’Unione Europea si può evolvere, e forse una maniera per unire popoli diversi e dalle diverse culture, lingue e religioni (dall’America all’Asia orientale) a causa della mancanza di metodi stabili di comunicazione. Questa sola piccola possibilità è sufficiente, per noi, per “perdere” alcuni anni nel tentativo di fare del nostro meglio per fare del (proto)indoeuropeo una lingua più utilizzabile e conosciuta possibile”.

La Destra e il ’68

3 settembre, 2008 (22:21) | Libri | Di: admin

Già da alcuni mesi – forse dallo scorso maggio – è uscito un libro agile e interessante sulla contestazione giovanile del ’68. Si tratta di 1968. Le origini della contestazione globale di Marco Iacona (Edizioni Solfanelli). Per una fortunata combinazione, avevo ricevuto dall’autore il libro fresco di stampa, e il giorno dopo ne avevo già terminato la lettura. Però non ho colto l’opportunità di scriverne in occasione delle varie commemorazioni retoriche del ’68 che si sono moltiplicate in primavera su giornali, riviste e programmi televisivi. Finalmente mi decido a farlo ora, segnalandone i contenuti e facendo una breve considerazione.Marco Iacona, 1968. Le origini della contestazione globale

Il saggio, che reca la presentazione di Gianfranco de Turris, è frutto di un’approfondita ricerca documentale. Iacona ha infatti consultato pazientemente libri, riviste e quotidiani, portando così alla luce non soltanto i fatti di cronaca – alcuni dei quali meno noti, perché sopravanzati nella memoria collettiva da altri, che hanno avuto maggiore rilievo simbolico -, ma anche le impressioni, le sensazioni e gli umori della stampa di fronte al progressivo montare della protesta studentesca.

Il libro si apre con due capitoli retrospettivi sul ’68, i suoi frutti culturali e sociali e su quella squallida e giovanilistica generazione che continua con poco senso di pudore a rivendicare meriti reducistici. Si entra poi nella ricostruzione storica vera e propria: Iacona riconduce le “cause scatenanti” della contestazione al discusso disegno di legge Gui che prevedeva una profonda riforma dell’insegnamento universitario.

L’autore esamina poi minuziosamente lo sviluppo delle reazioni ai fattti di cronaca da parte del periodico conservatore “Il Borghese”, evidenziando anche le posizioni talvolta diverse dei collaboratori (Bon Valsassina, Preda, Accame, Evola); analizza poi lo sviluppo dei fatti e alle reazioni della grande stampa e dei partiti politici, per tornare nei due capitoli conclusivi ad appuntare l’attenzione sulla Destra e la sua ondivaga posizione nei confronti del movimento protestatario.

Da tempo a Destra si è diffusa e ripetuta una voce, che a lungo andare è entrata nelle orecchie e nei cervelli di molti, persino dei più refrattari alle idee e a tutto ciò che puzza lontanamente di riflessione. Se, quindi, persino il presidente di quel partito che ha scelto per proprio simbolo i colori di Israele ha recentemente affermato che la Destra, con il ’68, avrebbe perduto una grande occasione, è evidente che il concetto si è fatto strada. Come sempre, però, più le idee si diffondono più vanno variegandosi.

Il presidente di cui si diceva poc’anzi, probabilmente, aveva in mente soltanto gli sballi della marjuana di cui ha rivendicato gli abusi di gioventù; altri, dagli orizzonti culturali meno angusti, volevano forse prefigurare l’opportunità di rinnovare simboli e slogan e di indicare ai giovani un’alternativa al modello di sviluppo di marca statunitense.

A questo proposito mi pare utile citare un passo di Adriano Romualdi, tratto da Ordine Nuovo (Contestazione controluce):

“Mentre le sinistre, con tutta una rete di circoli politici e culturali, agitavano, con sempre maggiore fantasia, tutta una serie di temi rivoluzionari, la gioventù di destra era castigata a montar la guardia al “ dio-patria-famiglia” . Si parlava un po’ di Gentile, il cui patriottismo generico era abbastanza scolorito e tranquillizzante, ma si evitavano con gran cura le tesi antiborghesi d’uno Julius Evola. La parola d’ordine era di amare la patria e la conciliazione, di odiare il divorzio, il cinema pornografico e la Süd Tiroler Volkspartei. Fascisti si, ma con moderazione; dei nazisti, neppure parlarne. Ci si deve meravigliare se molti dei migliori giovani di destra siano diventati “cinesi”? Per un giovane di temperamento veramente fascista, le parole estreme, la violenza, le bandiere dei “cinesi” venivano a surrogare quel che la destra ufficiale, tiepida e invecchiata, non poteva più dare. Ci si può meravigliare se per reazione, sorse il fenomeno dei nazimaoisti?”