Haruspices e mos maiorum

“aruspex praecipit ut suo quisque ritu

sacrificium faciat”

Varrone, De ling. Lat.7, 88.

 

Uno degli aspetti, forse, poco considerato del mos maiorum è quello concernente i rapporti dell’aruspicina con la tradizione giuridico-sacrale romana. Innanzi tutto dobbiamo ricordare che questa scienza divinatoria ne costituisce parte integrante.

Fegato di Piacenza
Fegato di Piacenza. Museo Civico di Piacenza, Palazzo Farnese.

L’osservazione delle viscere delle vittime sacrificali (extispicina, da exta “viscere” e dal verbo arcaico spécere “guardare”)[1] spetta all’aruspice (haruspex la cui etimologia gli antichi collegavano con il termine haruga, che avrebbe significato proprio “vittima sacrificale”)[2] ed i romani ebbero cura per questa pratica di servirsi sempre d’interpreti etruschi.

Nelle fonti latine sono detti haruspices, “gli interpreti della ‘mente e volontà’ degli Dei secondo la tecnica divinatoria etrusca”[3]. Gli haruspices impiegati dallo stato vennero riuniti nell’ordo LX haruspicum. Benché sia difficile, dalle fonti pervenuteci, stabilire le date della formazione dell’ordine degli aruspici, dovevano essere molto antiche. La tradizione politico-religiosa romana voleva che la procuratio dei portenta annunciati a Roma o avvenuti in suolo romano fosse affidata ad aruspici etruschi[4] la cui competenza non si limitava alla consultazione delle interiora della vittima sacrificale (exta consulere) ma si estendeva alla ‘scienza dei fulmini’ (fulgurum scientia), istituita dalla ninfa Bigois, e all’interpretazione dei fenomeni mostruosi (monstra interpretari)[5].

Il vocabolario della lingua arcaica ha una precisa scelta semantica nella classificazione ed interpretazione dei fenomeni ritenuti sovrannaturali e misteriosi. «Prodigium riguarderebbe l’evento che tocca gli esseri umani, laddove ostentum e portentum coinvolgono solamente oggetti inanimati; inoltre, monstrum è quanto ‘serve di monito’ (da monere) e miraculum è in generale ciò che stupisce e ‘meraviglia’ (da mirari[6].

Attilio De Marchi, Il culto privato di Roma antica. Vol. 1: La religione nella vita domestica. Iscrizioni e offerte votiveIl Catalano[7] conferma quanto in precedenza affermato dal Thulin[8] il quale “vede il ‘punto di partenza’ dell’istituzione dell’ordo già dopo il primo intervento del senato a sistemare le cose dell’aruspicina etrusca, durante la Repubblica”. Infatti, Cicerone, che, non dimentichiamolo, era anche un augure, ricordava (De div., I, 92): “L’Etruria conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine, e sa interpretare il significato di ciascuna apparizione portentosa [ostendatur monstri atque portentis]. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicina, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno”[9]. Una vetusta legge imponeva “che si sottopongano, quando il senato lo decida, i prodigia e i portenta agli aruspici etruschi e che l’Etruria insegni ai principes la disciplina” (de leg.II, 9, 21; Cfr. Valerio Massimo, I, 1). La disciplina degli aruspici era patrimonio geloso ed esclusivo delle famiglie aristocratiche e veniva tramandata da padre a figlio.

Sintetizzando “il gruppo specializzato di aruspici etruschi, maestri indiscussi nell’arte della divinazione, costituì l’estrema risorsa del Senato in giorni in cui prodigi particolarmente terrificanti chiedevano di essere espiati con nuove e sconosciute cerimonie”[10].

L’Imperatore Claudio – storiografo ed etruscologo prima di giungere ai vertici dello stato romano – perorò in senato la riorganizzazione del collegio degli aruspici perché non andasse perduta per trascuratezza questa “vetustissima Italiae disciplina” (Tacito, Ann. XI 15) e conseguentemente, con la sua riforma conferì ulteriore prestigio all’Etrusca disciplina (ibid.)[11], la quale aveva mantenuto un ruolo di primo piano nella Roma repubblicana. Il console Postumio, nel 186 a.C., aveva equiparato per la prima volta i responsa degli aruspici ai decreti dei pontefici e ai senatoconsulti (Livio, XXXIX, 16). L’Ordo LX haruspicum, “aveva per membri dei principum filii, che, come mostrano gli elogia Tarquiniensia, erano particolarmente orgogliosi di far parte dell’ordo, e che in età giulio-claudia erano per lo più di rango equestre e appartenevano solo all’Italia, il suo haruspex primarius o maximus divenne in età imperiale l’aruspice ufficiale dell’imperatore”[12]. Nel discorso al senato, Claudio riconosce che l’aruspicina è garante delle fortune dell’impero, poiché apparteneva alle antiche tradizioni romano-italiche, opposte alle externae superstitiones[13]. La diffusa presenza, col passare del tempo, degli aruspici in zone sempre più lontane dell’impero può “essere letta come segno dell’espansione della cultura etrusca, ormai non più legata alla terra Etruria e nemmeno alla sola Italia”[14].

Torniamo alle origini stesse dell’Urbe: Roma fu fondata Etrusco ritu. Come ha evidenziato il Catalano “l’uso della nozione di ritus sottolinea la necessità che il fondatore si conformi ad un preesistente ordinamento divino. Orbene, l’attività degli aruspici riguarda in generale i riti: i libri Etruscorum, concernenti l’haruspicina in senso lato, si suddividono in haruspicini, fulgurales e rituales (Cicerone, De div. 1, 72; 2, 49); e Festo 358 L precisa: Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus perscribtum est, quo ritu condantur urbes, arae, aedes sacrentur, qua sanctitate muri, quo iure portae, quomodo tribus, curiae, centuriae distribuantur, exercitus constituant<ur>, ordinentur, ceteraque eiusmodi ad bellum ac pacem pertinentia.

(…) l’Etruscus ritus entra a far parte della religione romana, già di quella romulea (almeno secondo la tradizione teologica a noi nota) e serve addirittura a definire il ‘punto dello spazio-tempo’ in cui nasce quanto è e sarà romano”[15].

Romolo, come ci ricorda Plutarco (Rom. 11,1) “fondò la città, avendo fatto venire dall’Etruria uomini che gli spiegassero ogni cosa con alcune norme e testi sacri e che glieli insegnassero, come durante i misteri”[16].

“Con le realtà rituali etrusche il populus Romanus Quirites, i suoi magistratus, i suoi sacerdotes e il suo senatus avranno costanti relazioni”[17].

Renato del Ponte, La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuitàLe testimonianze ciceroniane, d’indiscutibile competenza[18], proseguono: nel de haruspicum responso considera “la tecnica aruspicina qualcosa di valore assoluto, eredità degli antenati. Così com’è convinto della eccelsa loro saggezza (prudentia maiorum) in ambito religioso (har. Resp. 18)”[19]. Cicerone ricorda che gli aruspici predissero con esattezza lo scoppio della guerra italica, i tumulti di Cinna e di Silla e la congiura di Catilina[20].

Tralascio in questa sede di occuparmi di Aulo Cecina, Nigidio Figulo e Spurinna[21], e degli haruspices legionis uno dei quali doveva possedere quel famoso “modello” noto come il “fegato di Piacenza”.

Interrottasi la successione imperiale per adozione, dopo la morte di Commodo, ritornò importante conoscere e rendere nota la volontà degli Dèi riguardo alla scelta del nuovo sovrano, attraverso omina e prodigia imperii (come abbondantemente attestato da Dione Cassio e dall’Historia Augusta). Le fonti ricordano gli interventi degli aruspici al momento della nascita di un imperatore o di un aspirante tale, oppure nell’imminenza della morte dell’imperatore uscente (omina mortis)[22].

I problemi per gli aruspici e l’antichissima disciplina cominciarono con l’ambiguo Costantino[23]. Nel 319 ne interdisse con un editto la consultazione privata, ma appena due anni dopo con un altro editto raccomanda la consultazione degli aruspici, esperti dei libri fulgurales, nel caso di caduta di un fulmine su un edificio pubblico. Nel 324 nel fondare l’Altera Roma, Costantino seguirà i riti tradizionali[24] (presumibilmente l’Etrusco ritu): se rimane “incerta la presenza di aruspici nella fondazione di Costantinopoli, un dato più sicuro è (…) la presenza, in quest’occasione, di Vettio Agorio Protestato[25], corrector Tusciae et Umbriae ed esperto di aruspicina, attestato da Giovanni Lido (Mens., IV, 2)”[26]. Tra gli ultimi atti di Costantino vi fu il rescritto di Hispellum: atto che in pratica segnò la fine dell’unione delle comunità umbre in quella federazione religiosa etrusca che le aveva incorporate in età antico-repubblicana e che aveva sede nel fanum Voltumnae, nell’ager di Volsinii.

Nella religione “rivelata” dal fanciullo divino Tagete, secondo la tradizione orale trasmessa scrupolosamente di generazione in generazione e raccolta anche da Cicerone (De div., II, 50; cfr. Censorino, De die nat. IV, 13), fra il IV e V secolo dell’e.v. i cristiani vedevano una temibile avversaria, mentre l’aristocrazia pagana rafforzava i propri rapporti con gli aruspici.

Il mancato ascolto degli aruspici fu fatale per l’imperatore Giuliano[27].

Renato del Ponte, Dei e miti italiciEminenti esponenti della resistenza pagana erano esperti di cose etrusche e dei riti tramandati dal primus aruspex Numa Pompilio. Tra questi sono da ricordare Servio[28], il commentatore di Virgilio, e Vettio Agorio Pretestato[29]augure, pontefice e XVvir sacris faciundis, e uno dei suoi atti pubblici di prefetto urbano del 367-368 fu il restauro del tempio degli Dei Consentes, che avevano parte, secondo la tradizione, nella disciplina fulgurale etrusca. La sua attività di sacerdote e cultore pubblico dei sacra degli Etruschi si accompagnava poi allo studio ‘privato’ dell’aruspicina e della scienza augurale”[30]. Proprio a Pretestato, anche lui come il nonno corrector Tusciae, Macrobio nei Saturnali, affidò la trattazione del diritto pontificale romano e di quello augurale etrusco.

Del Ponte nei suoi studi ha evidenziato una formula derivata dai libri pontificali nei quali precisa che trattarsi “di un verbum … sollemne sacrificantibus, derivato vuoi ex disciplina haruspicum, ma anche ex praecepto pontificum, ‘da precisa disposizione dei pontefici’. Una indicazione preziosa, questa, perché ci fa intravedere un ambito semantico sacrale comune all’ordo haruspicum e al collegium pontificum, cosa di cui non c’è da stupirsi, dal momento che gli aruspici, pur non confondendosi coi collegia e con le sodalitates, sono i depositari di una tecnica divinatoria particolare che esercitano nei sacra eseguiti Romano ritu: quindi non sottoposti ai Sacris Faciundis, custodi dei sacra peregrina, ma naturalmente soggetti alla sorveglianza dei pontefici. Ed è stato notato che «tutto il lessico della Haruspicina è latino e senza dubbio molto antico»[31][32].

Andrea Carandini, La nascita di Roma. Dèi, lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà (2 vol.)Nonostante le persecuzioni da parte degli imperatori cristiani e la distruzione dei testi sacri della disciplina Etrusca (avvenuta unitamente a quella dei libri Sibyllini), in occasione del primo assedio di Roma da parte delle orde di Alarico furono chiamati alcuni aruspici etruschi a celebrare nell’Urbe i loro riti sacri per impetrare la liberazione della città, poiché il rispetto della tradizione aveva salvato Narni dal medesimo pericolo.

Nel VI secolo Giovanni Lido poté scrivere il De ostentis, trattato di argomento divinatorio, sulla scorta dei più noti autori latini di cose etrusche (da Cornelio Labeone a Nigidio Figulo a Plinio il Vecchio). Per lui, come per Procopio di Cesarea, suo contemporaneo, la disciplina Etrusca poteva avere sviluppi ancora attuali[33].

* * *

[Tratto da: Vie della Tradizione, 145, gen.-apr. 2007, 22-29.]

 


[1] S. Timpanaro, Introduzione a M. T. Cicerone, Della divinazione, Milano 1991, II ed., pp. XXXVII e XL.

[2] A. Maggiani, Aruspicina, in M. Cristofani (a cura di) Dizionario illustrato della Civiltà Etrusca, Prato 2000, II ed., pp. 27-29.

[3] P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, “Aufstieg und Niedergang der Römischen Welt”, Band II.16.1, Berlin – New York 1978,[pp. 440-553] p. 455.

[4] M. Torelli, La religione, in AA. VV., Rasenna. Storia e civiltà degli Etruschi, “Antica Madre”, Milano 1986, pp. 160 segg., cfr. anche P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, Torino 1960, 274-275.

[5] H. Cancik, La religione, in AA. VV., Princeps Urbium, cultura e vita sociale dell’Italia romana, “Antica Madre”, Milano 1991, pp. 392-393.

[6] P. Mastandrea, Introduzione a Giulio Ossequente, Prodigi, Milano 2005, p. VII.

[7] P. Catalano, Aspetti spaziali cit, p. 460.

[8] C. O. Thulin, Die etruskische Disciplin, 3, Goteborg 1909, p. 142 ss.

[9] Trad. di S. Timpanaro, cit., pp. 73-75.

[10] R. Bloch, Le origini di Roma, Milano 1977, p. 150.

[11] Cfr. Tacito, La ricostruzione del Campidoglio (a cura di M. E. Migliori), in “La Cittadella”, n.s., n. 18, apr.-giu. 2005, pp. 3-9.

[12] I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, La cultura etrusca dalla fine dell’indipendenza, Alessandria 2005 (rist.), pp. 50-51.

[13] Sui rapporti fra religio e superstitio vedi F. Sini, Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, pp. 60-73.

[14] I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, cit., p. 94.

[15] P. Catalano, Aspetti spaziali cit, pp. 453-454.

[16] Traduzione di C. Ampolo, (Milano) 1988, pp. 109-111.

[17] P. Catalano, Aspetti spaziali cit, p. 454.

[18] F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, Sassari 1983, pp. 92-102.

[19] H. Rech, Mos Maiorum. La Tradizione a Roma, Roma 2006, p. 77.

[20] Cfr. Id. p. 78.

[21] Vedi, tra gli altri, L. Aigner Foresti, Gli Etruschi e la politica di Cesare, in Fondazione Niccolò Canussio, L’ultimo Cesare, Roma 2000, pp. 11-33. Da ricordare sui rapporti tra Etruschi e Roma: M. Sordi, Prospettive di Storia Etrusca, Como 1995 ed Ead., Scritti si storia romana, Milano 2002.

[22] I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, cit., pp. 95-99.

[23] Su Costantino e la sua politica religiosa cfr. P. P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica, in AA. VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino imperatore tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini e P. P. Onida, Torino 2003, pp. 73-169.

[24] Vedi R. del Ponte, “Altera Roma”. I riti di fondazione di Costantinopoli secondo il diritto sacro romano, in Id., La città degli dei. La tradizione di Roma e la sua continuità, Genova 2003, pp. 141-152.

[25] Si tratta del nonno dell’omonimo e più famoso leader della parte pagana di Roma sul finire del IV secolo (sul quale cfr. infra).

[26] I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, cit., p. 144.

[27] “E’ noto che anche il Cristianesimo fu ritenuto per certi periodi execrabilis superstitio. Tuttavia, vorrei qui ricordare anche (perché il particolare non è molto noto) che dal punto di vista del mos lo stesso imperatore Giuliano Flavio, il restauratore dei culti aviti, fu ritenuto da alcuni suoi contemporanei (a ragione, credo) colpevole di superstitio. Ammiano Marcellino (XXV, 4, 26 e s.) che pure ne fu ammiratore, scrive che era praesagiorum  suscitationi nimium deditus e supestitiosus magis quam sacrorum legitimus observator. Era, cioè, troppo pronto a fraintendere a proprio favore i segni divini, perciò era supestitiosus, e quindi esagerava nei riti, cadendo nel ridicolo e nell’indecoroso. E la stessa morte dell’infelice Giuliano, che non volle intendere – o, meglio, intese a modo suo – i responsi degli aruspici etruschi consultanti i testi di Tarquizio Prisco sui fenomeni celesti prima della fatale battaglia contro i Persiani nel 363, ne rappresenta in un certo senso la tragica nemesi”. R. del Ponte, Una questione antica e sempre attuale: “Tolleranza” e libertà religiosa da Simmaco ad oggi, la validità dell’esempio romano, relazione presentata al Convegno “Relativismo, Nuovo Paganesimo, Sincretismo” (Montefiore Conca, Rn, 12 novembre 2006).

[28] Cfr. A. Pellizzari, Servio. Storia, cultura e istituzioni nell’opera di un grammatico tardoantico, Firenze 2003.

[29] Sul quale cfr. R. del Ponte, Vettio Agorio Protestato, pontefice e iniziato in Id., La città degli dei… cit., pp. 54-65.

[30] A. Pellizzari, Servio, cit., pp. 202-203.

[31] G.B. Pighi, La religione romana, Torino 1967, 52.

[32] R. del Ponte, Documenti sacerdotali in Veranio e Granio Flacco: problemi lessicografici, relazione presentata al XXV Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla terza Roma”: Diritto e Religione (Campidoglio, 21-23 aprile 2005) p. 7 [pubblicata on line in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana 4 (novembre 2005) = http://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/Del-Ponte-Documenti-sacerdotali-Veranio-Granio-Flacco.htm].

[33] Cfr. A. Pellizzari, Servio. cit., p. 206.

 

Segui Mario Enzo Migliori:

Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese.

2 Risposte

  1. Bruno
    | Rispondi

    prego correggere all'ottavo capoverso "Etrusco rito" nel corretto "Etrusco ritu"

  2. Centro Studi La Runa
    | Rispondi

    @Bruno: grazie per la correzione.

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