Gli Occidentali dell’Oriente

Scrigno di Auzon. Particolare
Scrigno di Auzon. Particolare

La spiritualità delle più antiche India e Persia gioca un ruolo di primo piano per la definizione d’una spiritualità indoeuropea e bianca. Ciò per il carattere genuinamente ariano delle sue tradizioni, portate da quei ceppi indoeuropei precocemente migrati attraverso l’Ucraina e il Caucaso. Questi arya, «i nobili», sono degli europei, i cui eroi e i cui dèi ricevon frequentemente l’appellativo hari, «biondo». Nel Rig-Veda, nelle Upanishad, e fin nel primo buddhismo, noi cogliamo la voce d’una tradizione spirituale puramente ariana e occidentale.

Qui si rivela la caducità di certe contrapposizioni Oriente-Occidente del tipo La defense de l’Occident di un Massis, là dove l’Occidente dovrebbe essere rappresentato dal Cristianesimo e l’Oriente dalle «insidiose dottrine indù». In realtà, come giustamente osservava Alfred Rosenberg: «Occidente ed Oriente sono mere espressioni geografiche: decisiva è la qualità del sangue che corre da Ovest ad Est o al contrario» (Blut und Ehre, München 1939, S. 272).

Nel Rig-Veda noi udiamo un’eco che percepiremo, alcuni secoli più tardi, negli Inni Omerici e nella Teogonia, così come v’è nel Mahabharata il suono delle battaglie dell’Iliade e del Nibelungenlied. Già una sia pur rapida occhiata alla lingua ci permette di constatare l’affinità di sangue tra l’Europa e l’India.

Un concetto fondamentale come quello della avidya – l’ignoranza metafisica, che rende il soggetto individuale altro da quello universale – ci diventa immediatamente trasparente non appena ci ricordiamo dell’a con valore negativo (in apolitico, amorale) e del latino video: l’avidya altro non che un «non vedere». Il tapas, il mistico ardore degli asceti indù, non è che il latino tepor, così come il dio Agni è il latino ignis e la svastica (su-asti-ka) ci è illustrata dal greco heu estì, «è bene».

Hunnestadsmonumentet_skåne_ole_wormNei Veda, la cui traduzione orale può esser fissata già intorno al 1400 a. C., rifulge in una luce aurorale la prima professione di fede indoeuropea. Si legga ad esempio l’Inno al Fuoco:

«Agni adoro, il dio sacerdote del sacrificio, il più grande largitor di tesori. Agni dagli antichi veggenti fu degno d’esser adorato e lo è dai nuovi. Egli qua conduca gli Dei. Per opera di Agni, ogni giorno il sacrificatore consegna ricchezza e prosperità, che dan forza insieme a m0lti figli maschi. O Agni, quel sacrificio, quell’atto sacrale che tu d’ogni parte circondi quello giunge davvero fra gli Dei. A te, Agni, che illumini le tenebre, noi veniamo ogni giorno recandoti omaggio con le preghiere; a te che governi gli atti sacrali, custode dell’Ordine luminos0 che cresci nella tua casa. Tu, o Agni, sii a noi di facile accesso, come padre a figlio, e accompagnati a noi per il nostro benessere».

O, ancora, l’Inno a Mithra e Varuna:

«O guardiani dell’Ordine, voi che salite sul carro nel sommo cielo, o voi Signori dalle leggi veraci. Chi da voi è protetto, per lui dolce la pioggia scende dolce dal cielo… La vostra magia, o Mithra e Varuna, è stabilita nel cielo: il sole cammina, la luce, scintillante arma; con la pioggia e le nubi lo nascondete nel cielo… Per vostro statuto, o Mithra e Varuna, o conoscitori degli Inni, voi custodite le leggi con la magia della asura. Con l’Ordine voi reggete tutto il mondo. Nel cielo collocate lo scintillante carro del Sole».

Emerge già dal Rig-Veda il concetto centrale della religiosità indoeuropea e della razza bianca: quello dell’Ordine. L’Ordine inteso come lògos universale e collaborazione di tutte le forze umane con tutte le forze divine. L’Ordine concepito come la causa più alta in nome della quale è guerra continua contro le forze prevaricatrici:

«Come terza cerchia irradiantesi da un unico centro, la religiosità indoeuropea, intorno alla cerchia del Dio, del Figlio del Dio, e degli Dei, e a quella concentrica dell’Uomo, della Stirpe e della Proprietà Ereditaria, (Odalshof), pone la sfera del mondo veduto nel suo corso ordinato, il rita degli Indoarii, l’ascia degli Iranici, l’orlog dei Germani, la Moîra dei Greci. La greca Sparta altro non è che un Rita in piccolo, organizzata secondo un principio per quale il termine kòsmos, insieme a quello di «ordine universale», può assumer quello di «magistratura», a mostrare quale vitale legame intercorra tra il grande e il piccolo ordine.

Il rita viene afferrato in forme diverse, ma sempre con la stessa elementare potenza, ora nell’immensità e profondità del mondo, ora nelle fasi del sole e nel corso dei fiumi, nell’interiorità dell’essere che può talvolta indugiarsi «in grembo al rita», e infine come lo stesso divenire del mondo. In particolare il rita si manifesta come fuoco, luce e spazio e i luoghi del Rig-Veda che trionfalmente lo magnificano si contano a centinaia. Il rita è il fondo da cui emergono gli Dei, e l’essere unico e vero a cui continuamente si ricollegano le fasi e le creazioni del mondo»  (Walther Wüst, Indogermanisches Bekenntnis, Berlin 1942, S. 81-82).

Questa concezione dell’Ordine è tutt’altro che quietistica e immobilistica. Al contrario, essa è un’intuizione dinamica della molteplicità dell’essere per la quale qualunque rischio, perdita o ferita si nullifica di fronte al principio reintegratore del tutto:

Das Ewige regt sich fort in allen;
Denn alles muss in Nichts zerfallen,
Wenn es in Sein beharren will.
(Goethe, Eins und Alles)

Significativamente, essa fa posto anche alla guerra, che il mediocre moralismo cristiano sempre si è sforzato di raffigurare come l’antitesi d’ogni spiritualità.

Quando nel Mahabharata il principe guerriero Arjuna esita a spargere il sangue dei suoi parenti nemici, è lo stesso dio Krishna che lo invita a gettarsi nella mischia per uccidere o essere ucciso poichè «Egli non uccide, Egli non è ucciso… Lui non trafiggono armi, Lui non abbrucia fuoco, Lui non bagnano acque, Lui non asciuga vento… Imperituro, Onnipotente, Immobile, Eterno, Impercettibile, Inconcepibile, Imrnutabile Egli è chiamato».

La visione delle mille fauci di fuoco dell’Essere Supremo in cui gli eroi del mondo degli uomini si gettano, «come la farfalla sulla fiamma», è una delle più alte raffigurazioni dell’incrollabilità ariana di fronte al destino. Un’incrollabilità che si riscontra anche altrove – fino al Nibelungenlied -ma senza quella trasparenza metafisica del sacrificio supremo che il cristianesimo ha oscurato per sempre.

* * *

Tratto da Sul problema di una tradizione europea, ed. di Vie della Tradizione, Palermo 1996(2), pp. 12-16.

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2 Risposte

  1. vate
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    Lo spirito occidentale è quel fuoco che ha alimentato le azioni delle stirpi indoeuropee.
    Ad un dato tipo umano a corrisposto uno speciale modo di essere. L’origine di questo spirito è un’origine di verità che non conosce limiti di tempo e di spazio. Limiti che invece si riflettono nel mondo della contingenza poiché destinano il luogo deterministico e particolaristico dove tutto ciò che vi compare lo fa in quanto condizionato. Tale spirito si è mutato quindi nella forma dissimulante la lontananza dalla sua origine.
    L’equazione cristianesimo uguale negazione dello spirito occidentale è troppo riduttiva. In un Bernardo di Chiaravalle non compare quel moralismo cristiano antitetico alla spiritualità guerriera. E nel Cristo morente non viene inficiato il significato di sacrificio supremo quale dono di tutto quello che di se rimane transeunte, in quel momento dove anche la Divinità sembra abbandonare il sacrificato, mentre solo con le proprie forze si guadagna la possibilità immortale.
    Nello spirito occidentale si ravvisa piuttosto una continuità, nel bene come nel male.
    Attualmente guardando alla globalizzazione si denota una estremizzazione negativa del mito dell’occidente. L’idea della Roma imperiale come portatrice di ordine e di luce nello spazio oscuro che la circondava, si è tramutata nella missione evangelica dello spirito cristiano elargitore di pace universale, per degenerare completamente nel pensiero liberal economico impegnato a diffondere nel mondo la mistificazione del benessere fondato sul consumismo. Senza tali passaggi non saremmo arrivati dove oggi siamo, e questi passaggi declinanti rimango pur sempre quelli dello spirito occidentale.
    Nell’ambiguità della religione che ha prevalso in occidente, compaiono si incongruenze rispetto al momento inopportuno, ma si avvisa anche la sua necessità congrua ai tempi che l’attendevano.
    Adesso l’emergenza che s’impone e quella di rimanere a galla in un mondo finito. Poco importa se quello che più uno soffia è la grazia degli Dei o di un unico Dio. Ma anche in questa circostanza la nostra tradizione c’insegna che rimane pur sempre quella dignità profusa nella libertà di ogni vero uomo, dove l’istanza decisiva è quella di saper porre la giusta distanza tra se ed il cielo. Ecco qualora anche questa opzione fosse scomparsa, allora i tempi che stiamo vivendo altro che oscuri! Sarebbero luminosamente provvidenziali.

  2. ekaros
    | Rispondi

    Altri stupendi simboli! E l’essenza di tutto è unica: conquista della vera libertà e dell’aureo potere. E in ogni opera qui citata, la via, simbolicamente viene minuziosamente descritta. E noi, oltre al significato letterale, dobbiamo saper intuire le verità celate ovunque. Quanti simboli disseminati per l’arduo cammino!
    E tutto sotto l’ oscura volta del nostro cielo interiore…
    Quante lotte per il dominio mentale! e di tutta la corte dei suoi innumeri enti!
    Eredità presa nell’atto della nostra venuta…
    E loro parlano e parlano, perennemente, rumori continui che si intessono nella trama della vita. Azioni e reazioni, forze in contrapposizione, moti, ma senza un vero io: solo voci… figure…fantasmi di figure, falsi bagliori e vacue luci…
    Una notte, durante una tempesta di battenti pensieri, mentre la mente esplodeva, notai, sotto la volta del mio cielo interiore, una piccola scala che si perdeva in alto. E salii per quella scala, e ogni gradino riluceva di un limpido colore. Raggiunto l’ultimo
    gradino, non sentii più alcun rumore, una tenue luce opalina avvolgeva il mio essere, e mi sentii smisuratamente libero e aperto…
    Il rumore non era più in me, era giù, in basso…
    Quelle voci non erano il mio io, io ora ero oltre il composto di forze, quel limitato composto tra indefiniti composti uniti tra di loro da un sottile filo d’argento…
    E mi sentii un altro… Un varco nel mentale si era aperto, l’ignoto viaggio poteva iniziare…

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