Gli elfi della metropoli

Tutto è iniziato al culmine degli “anni di piombo”. Quando più l’atroce concretezza del terrorismo, il sangue, i morti, i sequestrati, i messaggi feroci e deliranti, in poche parole la Realtà, ci assediava da ogni lato, nel 1978 apparve un libro che era allo stesso tempo una porta su un Altrove mitico e quotidiano, e “un manuale per un improbabile salvezza”, una “uscita di sicurezza” per gli orrori che ci circondano. Mi riferisco a Gnomi di Wil Huygen e Rrien Poortvliet, due olandesi ai quali non si finirà mai di rendere merito per il loro piccolo capolavoro di fantasia e ironia. Con ogni evidenza era un avvenimento da lungo tempo inconsciamente atteso. Non solo si tirò dietro altri libri molto belli, sempre editi da Rizzoli, dallo stupendo Fate di Froud e Lee, a Giganti, a Streghe; non solo diede vita ad una lunga serie di cartoni animati spagnoli molto amati dai bambini (David Gnomo, Benjamin), ma contribuì alla riscoperta del “Piccolo Popolo”, cui vennero dedicati svariati volumi saggistici, il che unito alla contemporanea rivalutazione delle fiabe, ha fatto sì che questi argomenti, che hanno in comune molti aspetti, siano stati definitivamente riscoperti ed oggi, non più messi all’indice da una cultura a senso unico, siano un tema come tutti gli altri per la nostra editoria e la nostra critica.

Ci si potrebbe chiedere, invero oziosamente, del perchè di tutto ciò, del perchè, in piena era moderna, meccanica, elettronica, computerizzata, si sia sentita la necessità di un ritorno a cose tanto poco razionali, tanto “infantili”. Il bisogno di un varco che permettesse di uscire da una situazione generale per nulla gratificante, come si è detto, è già una prima risposta, ma non è sufficiente. Altre possibilità in quegli anni si erano presentate e di diversi generi: perchè la riscoperta del “Piccolo Popolo”? Il desiderio collettivo di ritornare bambini? All’epoca spensierata delle favole?

Forse, ma non necessariamente. Ma cosa rappresenta, che cosa rappresentavano ancora gli gnomi, le fate, gli elfi? Si devono tener presenti due fatti: otto anni prima la traduzione de Il Signore degli Anelli di Tolkien aveva dimostrato che si poteva parlare di certe cose – che in modo automatico vengono collegate all’infanzia – senza cadere nel puerile. Contemporaneamente l’affermarsi sempre più prepotente di una “coscienza ecologica” aveva messo in discussione – a causa di certi risultati sotto gli occhi di tutti – l’assoluta bontà delle scelte tecnologiche e industriali effettuate sino a quel momento in Occidente. Insomma riscoperta della Natura, riscoperta di una dimensione fantastica dell’infanzia, a me pare che siano – almeno ad un iniziale approccio – alla base del successo e della riaffermazione del “Piccolo Popolo” e dei suoi molti protagonisti, e non più solo a livello ludico e fanciullesco. Livello che peraltro aveva già i suoi personaggi di successo di questo tipo, gli Schtroumpfs, noti da noi come Puffi, creati nel 1958 dal disegnatore belga Peyo, gnometti blu ispirati al folklore celtico.

Allora cerchiamo di andare più a fondo. Se affermazione c’è stata, presso il pubblico degli adulti, se essa non è soltanto una moda editoriale, per quale motivo si è prodotta? Che cosa sta a simboleggiare questa folla di personaggi che emergono dalle favole che abbiamo letto da piccoli, che ci venivano raccontate la sera per tranquillizzarci e/o spaventarci? I nani, gli gnomi, i folletti, i coboldi, i leprecauni, i troll, gli elfi, le fatine, ci diranno gli studiosi di antropologia culturale, di folklore, di tradizioni locali, erano la risposta irrazionale e antropomorfica per chiarire i fatti e avvenimenti che gente incolta e semplice non riusciva altrimenti a spiegarsi, personificando spesso fenomeni naturali: morti misteriose, perdita e ritrovamento di oggetti, atteggiamenti umani insoliti, eventi atmosferici imprevisti, autosuggestioni provate nelle foreste e nei campi, rumori notturni nelle case solitarie, epidemie di animali e così via. Un retaggio sostanzialmente pagano che l’avvento del cristianesimo in Europa non è stato in grado di debellare del tutto o che ha più semplicemente “trasformato” e adattato al nuovo clima religioso. Contadini e montanari, vivendo a contatto con la Natura, avevano la necessità di dare, in qualche modo, una spiegazione a fatti che non capivano. Semplice, chiaro, e soprattutto razionale. Ma che bisogno abbiamo noi, oggi, che contadini e montanari non siamo, che abitiamo in metropoli divenute “giungle d’asfalto” e non in campagna e sulle montagne, che bisogno abbiamo noi di rinfrancarci un po’ lo spirito gustando i libri di Huygen e Poortvliet, di Froud e Lee e tutti gli altri? Non certo perchè abbiamo bisogno di spiegazioni per fatti che non comprendiamo. E allora? Non sarà forse perchè il “Piccolo Popolo” è un simbolo, il simbolo di qualcosa, ieri come oggi, e quindi sempre valido, al di là della contingenza, al di là del profondo mutamento della cultura divenuta da agricola a industriale e quindi postindustriale?

Ormai si sa che, ciclicamente, ad un estrema “materializzazione” dell’esistenza fa seguito l’opposto: quando si pensa che si sia fatta tabula rasa del mondo dello spirito, si è giunti al picco del materialismo, rispunta la metafisica. E che, assai spesso, questo nuovo spiritualismo, questa nuova metafisica, sono cose spurie e degradate, comunque sintomo di una necessità intima e insopprimibile dell’essere umano. L’attuale proliferare di sette e conventicole, che tanto allarma sociologi e moralisti, nonchè la Chiesa, lo provano. Cosa c’è dietro all’interesse, alla curiosità, alla necessità che abbiamo di riscoprire il “Piccolo Popolo”? Proviamo ad andare ancora oltre alle risposte già date: la riscoperta della Natura, del folklore, dell’infanzia. Se gnomi, elfi e fate hanno un effetto su di noi che usiamo regolarmente automobile e computer, aeroplano e videoregistratore, televisore e telefono da tasca, non sarà forse perchè essi simboleggiano non eventi naturali, ma i poteri che stanno dietro ad essi? Noi sappiamo benissimo (ce lo insegnano dalla scuola elementare) cosa sono esternamente, sappiamo come si producono, ma non abbiamo più quella percezione del mitico e del meraviglioso che ci fa intuire la potenza che si nasconde dietro a tutto questo. Il “Piccolo Popolo” è una delle rappresentazioni, positiva o anche negativa, di questa potenza, in un forma per così dire “gentile”, anche se in alcuni casi mostruosa. E proprio perchè è un simbolismo che va oltre l’aspetto esteriore e naturale, riesce ad essere ancora efficace (parzialmente efficace) in una cultura come l’attuale che è del tutto opposta a quella che lo creò.

Se la Natura è “magica”, questa sua magia, si perpetua nonostante tutto, anche se in modi e forme un po’ diverse. La tendenza dell’essere umano a vedere dietro a fenomeni inspiegabili qualcosa di più del “caso”, della “coincidenza”, di un insieme di circostanze speciali, ce la danno due esempi. Il primo è costituito dalle cosiddette “leggende metropolitane” che, in un contesto cittadino, riecheggiano quelle della cultura contadina, cambiando soltanto sfondi e personaggi; e l’altra, inserita in esse, è la creazione dei gremlins, questi esseri brutti e dispettosi, al limite cattivi e crudeli, che non sono affatto una invenzione del film di Joe Dante, ma risalgono alla Seconda Guerra mondiale quando i militari americani, se non sbaglio dell’ aeronautica, spiegavano con i gremlins incidenti e guasti altrimenti non comprensibili se non con l’intervento di misteriosi “esseri”. La “realtà” di questa creazione del folklore moderno è ormai attestata da dizionari: l’Oxford Advanced Learner’s Dictionary of Current English (1989) la definisce come una “immaginaria creatura dispettosa ritenuta causa di difetti meccanici o di altro tipo”. E Massimo Izzi nel suo monumentale Dizionario illustrato dei mostri (Gremese, 1989) li considera “classici folletti adattati alla nostra epoca tecnologica”, il cui nome deriva dall’antico inglese gremian, vessare.

Sarà forse un caso, ma anche i gremlins, proprio come l’antico “Piccolo Popolo”, hanno un atteggiamento anti-tecnologico. Ce lo conferma il Libro degli elfi (Ed. Settimo Sigillo 1991), in cui l’autore, Alfredo Brandi, esattamente come un moderno antropologo culturale, effettua una vera e propria classificazione a livello europeo, di una particolare stirpe, gli elfi. La maggior parte di essi non tollera il massacro della Natura che ha compiuto l’uomo moderno (il che è la causa anche della sua progressiva scomparsa, o meglio eclissi), ma non sopporta neanche il rumore di treni e auto, di attrezzi meccanici et similia. E non sopporta nemmeno il suono delle campane e altre manifestazioni esteriori del cristianesimo.

“Noi siamo rimasti fedeli alla nostra origine, mentre voi no”, dice lo gnomo Haroldson, 379 anni, a Huygen e Poortvliet, nella conversazione che chiude il loro libro. “Il nostro rapporto con la terra si basa sull’armonia, mentre il vostro si basa sull’abuso: abuso nelle questioni di vita e di morte”. Gli gnomi, gli elfi, il “Piccolo Popolo” sono simboli delle potenze della Natura e dell’armonia nei rapporti con essa. Come mette in evidenza Brandi, possono compiere sì dispetti, sono a volte sì pericolosi, ma in genere aiutano l’uomo (il contadino, il montanaro) in modo invisibile. E’ una concezione, come viene documentato nel suo libro, che è diffusa in tutta l’ Europa, dal Portogallo alla Russia, dalla Grecia all’Islanda.

“C’è un baratro fra quanto voi intendete come progresso e quello che intendiamo noi come progresso”, dice sempre Haroldson. Opere come queste possono contribuire a ricordarcelo.

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Tratto da Pagine libere, aprile 1991; poi incluso nel libro Politicamente scorretto. Diario Out 1988-1994, Terziaria, Milano 1996.

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Giornalista, vicedirettore della cultura per il giornale radio RAI, saggista ed esperto di letteratura fantastica, curatore di libri, collane editoriali, riviste, case editrici. E' stato per molti anni presidente, e successivamente segretario, della Fondazione Julius Evola.

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