Giano Accame, fedele militante dell’ossimoro creativo

L’anarchico di destra, il fascista di sinistra, l’eretico: queste alcune delle definizioni più usate per dare un’idea di Giano Accame. Per dire di quanto la sua figura sia male inquadrabile nelle solite gabbie fatte di parole. L’ossimoro creativo lo si direbbe in effetti il luogo in cui lo storico e ideologo più tipico del post-fascismo soleva porre mano alle idee, per magari rifonderle e formarne di nuove. Un posto di frontiera in cui, alla fine, si è trovato quasi da solo, come suole accadere a chi con l’espressione tener duro non intende l’ingessamento grottesco nella degradazione del simbolo, ma l’eterno potenziamento del pensiero e il continuo allargamento degli orizzonti.

Soltanto attraverso queste ascesi i migliori riescono a sgombrare il campo dai residuati delle lotte perdute e a guadagnare ancora una possibilità al futuro. Realismo, senso del politico, fedeltà a un’immagine nel mutare degli scenari esterni. Mussolini, sia detto tra di noi, al tempo dei Fasci di Combattimento, non diceva nulla di diverso. E neppure dopo. E questo ha fatto Accame lungo decenni di equivoci ideologici e di farse mal recitate, e per di più dovendo convivere con inettitudini leggere, inganni pesanti e illusioni atroci. Uomo di destra, forse, anzi sì. La prospettiva nazionalpopolare, il mancato rinnegamento del fascismo, ma al tempo stesso il suo superamento entro le povere circostanze offerte da una creatività politica italiana mediocre e troppo spesso avvilente. Abiura? Direi piuttosto un affondo nelle cose che contano, e senza la patologia del senso di abbandono. Elaborazione del lutto e… vivere, finalmente, anziché sopravvivere…Valutare il fascismo, studiarlo, riguardare la sua intima natura mobile e cangiante, esplorare come cosa nuova certa sua ricchezza rimasta inespressa: «senza una valutazione culturale del fascismo nell’analisi del mondo moderno, ci si condanna a capire male persino tutto il resto…», ha scritto Accame quasi un cinquantennio fa. Nato fascista, quest’uomo di posate parole, ha cercato di far maturare i fascisti e di scollarli dal devozionalismo onanista, per farne magari dei buoni masticatori di cultura e di cultura politica. Degli uomini del domani, anziché dei pupazzi dell’altro ieri. Uomo di sinistra, forse, in questo, anzi di certo.

Grattare l’idolo ingessato e farne uscire la lava ancora calda di certi annunci e di certe inquadrature: tutto questo è di destra o di sinistra? Accame ha portato, sin dagli anni Sessanta e a gente tarpata ed emotiva, il bene di nuove e spesso inavvertite vie di crescita. Dal patrimonio degli eresiarchi parigini collabo ad esempio, ha saputo estrarre precocissimo la vivezza di riflessioni che sarebbero molto buone ancora oggi, se solo ci fosse da qualche parte chi riflette. Per dire, il Brasillach illuminato «dai nostri giuramenti mancati» e che era stato capace di morire da adolescente maturo. Lo si potrebbe dire un giovanilismo severo. Il contrario di quello sgangherato di oggi. Oppure il Drieu La Rochelle “rosso e nero”, che vedeva nel fascismo una rivoluzionaria «restaurazione del corpo – salute, dignità, pienezza, eroismo»…un prontuario per ribelli psichedelici da far gola a tutti gli attuali obbedientissimi antagonisti…

Poi Accame è stato grande e conosciuto per il lancio di mondi come Céline o Paul Morand o Vintila Horia o tanti altri, in tempi perfettamente democristiani… e poi di Pound ha fatto un manifesto vivente e ultramoderno contro la disperante discesa nel filisteismo americanomorfo… la forma insinuante di tutte le balcanizzazioni dei popoli e degli uomini. Tutto molto semplice, e dritto come lama: Usura da una parte e Popolo dall’altra. Chi ha compreso davvero la portata di questo scontro tra opposti universi per tempo squadernatoci da Accame? E Accame ha lavorato a lungo, e spesso nel silenzio, e quasi sempre per primo, e sovente da solo, anche per estrarre nuova materia grigia dai disertati antefatti di casa nostra… e ne ha tirati fuori alcuni incandescenti, di spezzoni ideologici. E ne ha offerti parecchi, in giro. Andare alla radice. Questa la sua tecnica. Fossero Bombacci o Marinetti, Papini o Soffici. Di Malaparte scrisse che il suo famoso libro La pelle era «la più fascista» tra le sue opere. Che idea! Perché in quelle pagine si parlava chiaro, non si nascondevano le vergogne, si faceva del surrealismo credibile. La versione italiana del Lavaggio del carattere di Schrenk-Notzing… Insomma: un libro sulla malattia rieducatoria americana… un libro sulle miserie della libertà democratica… dunque un libro sul modo italiano, europeo, di concepire la rivoluzione. Accame lo disse citando Asor Rosa che parlava dei Lacerbiani… «essi sono, infatti, rivoluzionari-reazionari; esigono, pretendono un rovesciamento totale, una palingenesi; ma come ritorno alle origini». Ecco dunque svelato il segreto del fascismo possibile dopo la morte del fascismo. Il rompicapo socialismo-nazione sarebbe già risolto. La voglia eterna di comunità solidale sarebbe già formata nella testa di chi volesse farne un programma politico.

Accame è stato l’uomo che il fascismo inciso sulla sua pelle lo aveva rinverginato riuscendo a immaginarlo per quello che aveva detto di essere: essenzialmente un movimento… qualcosa che si muove, dunque, che incide, che vive pulsando, che trascina e riarde di avvenire… Qualcosa che apre la via e non la tiene sbarrata. Dice: ma certe “sbavature”? Israele, ad esempio? Politica estera, che dire ancora? Certe cose non ammettono la paralisi ideologica. Un fascista del Venti queste “sbavature” le avrebbe definite semplicemente una politica estera… Accame è stato filo-israeliano perché il comunismo a quel tempo… e così via, lo si capisce. La questione è un’altra.

La questione è come si fa a fare cultura politica di livello senza i triviali tradimenti del parvenu e senza le miserie impotenti del nostalgico.

Io ho conosciuto Accame quanto basta per sapere che lui l’ha indicata per tempo, la terza via tra queste due opposte oscenità.

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Tratto da Linea del 21 aprile 2009.

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