Gesù: uomo di pace o patriota nazionalista?

Quando siamo piccoli, a catechismo, ci insegnano che Gesù è un uomo di pace, il maestro dell’amore universale per ogni essere vivente. Siamo proprio certi che le cose stiano esattamente così? Dal punto di vista storico non si direbbe. Anzi, ciò che appare con tutta evidenza è che Gesù (o meglio, in ebraico, Yeshua) fosse molto vicino a concezioni patriottiche e anti-romane proprie dei gruppi più oltranzisti della Palestina del I secolo.

Proviamo a dare uno sguardo, ad esempio, alla sua cerchia più stretta, quella formata dagli apostoli: non possiamo che definirli amicizie quantomeno pericolose. Almeno uno di essi, Simone, era chiaramente un combattente anti-romano. Nei Vangeli viene chiamato sia Zelota che Cananeo, ma non bisogna farsi trarre in inganno: Cananeo non deriva da Cana, ma dall’ebraico Qanana, che stava ad indicare semplicemente, appunto, gli Zeloti, cioè i membri di quel gruppo politico-religioso giudaico apparso all’inizio del I secolo formato da partigiani che combattevano per l’indipendenza politica del regno ebraico, nonché da difensori dell’ortodossia e dell’integralismo ebraici che, seguaci di Giuda il Galileo, ebbero stretti rapporti con la comunità essena di Qumran. Siamo certi che Simone Zelota fosse un caso isolato nella cerchia di Yeshua?

Prendiamo questi due brani su Pietro:

“e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)»” (1).

e

“E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (2).

O Pietro ha due padri o, più probabilmente, da qualche parte c’è stato un errore di traduzione, dal momento che Yukhannan e Ionas sono due nomi diversi anche in ebraico ed aramaico. Cosa dice il testo greco? Esattamente, quel “Simone figlio di Ionas” (Giovanni è solo un errore interpretativo), è dato da “S?µ?? ?a?????“, il che è piuttosto strano: perchè non tradurre completamente in greco in un corretto “S?µ?? ???? ?????” = “Simone figlio di Iona”, ma lasciare la forma ebraica bar Iona? Una formula che, tra l’altro, rimane anche nella Vulgata, in cui si trova “Simon bar Iona” e non “filius Ionae” come ci si aspetterebbe. Perchè? Semplicemente perchè (3) “bariona” non è da dividere in “bar Iona”, ma è una parola unica che in ebraico ha un significato assolutamente identico a Qanana: bariona significa Zelota. Un secondo zelota, dunque, nella cerchia di Yeshua! Un’altro caso isolato?

Visto che l’analisi testuale ha già rivelato alcune possibili lacune nella traduzione, proviamo ad analizzare anche questo passo di Marco:

“Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono;” (4)

Se rivediamo la forma della Vulgata, troviamo:

“Et imposuit Simoni nomen Petrus, et Iacobum Zebedaei et Iohannem fratrem Iacobi, et imposuit eis nomina Boanerges, quod est filii tonitrui”

Quello che possiamo immediatamente notare è che l’attribuzione di quell’“eis” solo a Giacomo e Giovanni è arbitraria: potremmo tranquillamente tradurre che anche Pietro è un Boanèrghes. Ma cosa significa realmente “Boanèrghes”? Davvero solo “figli del tuono”? Leggiamo questo passo di Harold Davison:

“Dopo la Rivolta del Censimento, gran parte del movimento antiromano comprese che una guerra aperta contro Roma era destinata ad una inevitabile sconfitta. Buona parte dello sforzo bellico ebraico venne, di conseguenza, canalizzato verso la formazione di piccoli gruppuscoli irregolari che attuassero tattiche di guerriglia per colpire gli occupanti romani in modo rapido, sanguinoso e sicuro. Questi gruppi vennero denominati Boanergos – Figli della Vendetta – in ricordo della necessità di onorare fino alla morte il sangue versato dai loro padri per la libertà della Palestina” (5).

Forse, allora, “Boanèrghes” non è un appellativo dato da Yeshua a Giacomo e Giovanni per la loro irruenza: forse i due (e possibilmente anche Pietro) erano “dei Boanerghes” (o Boanergos), cioè, anch’essi Zeloti a pieno titolo, quegli stessi zeloti armati che Giuseppe Flavio menziona dicendo:

“Distribuiti in squadre, saccheggiavano le case dei signori che poi uccidevano, e davano alle fiamme i villaggi sì che tutta la Giudea fu piena delle loro gesta efferate” (6).

Per altro, Giovanni ed Andrea, erano anche dei Giovanniti, seguaci del Battista e questo movimento, che recenti studi hanno considerato molto prossimo a quello degli Esseni, non era sicuramente contrario alla politica zelota…

Ben cinque zeloti su dodici apostoli? Non basta.

Quando parliamo di Giuda Iscariota, immediatamente pensiamo al tradimento compiuto nei confronti di Yeshua. Ci fermiamo mai a riflettere sulle ragioni di un tale tradimento? Tradì per i 30 denari? Pensiamo a quanto sappiamo su di lui: era il tesoriere del movimento (anche se Giovanni annota che “rubava” (7)), il che ci fa pensare che fosse una persona di cultura superiore alla media, forse uno scriba (8), cioè un uomo che poteva guadagnare molto con il suo lavoro. I 30 denari, non dovevano sicuramente essere veri “denari” ma solo sicli di Tiro, dal momento che nessun’alto tipo di moneta, per ragioni religiose (essenzialmente perchè raffigurante animali o uomini) poteva essere utilizzata nel Tempio, e trenta sicli erano davvero una somma modesta (circa 300 grammi d’argento) per il tradimento di un uomo per il quale si era abbandonato tutto.

Insomma, il tradimento doveva avere cause ben più determinanti dei “30 denari”, come, ad esempio, ragioni di tipo ideologico. Ora, che cosa conosciamo noi dell’ideologia di uno degli esseri umani più disprezzati della storia? Pochissimo. L’unica conoscenza che possiamo avere ci deriva dal suo nome: l’Iscariota.

Nella tradizione cristiana, Giuda Iscariota (Yeudha Is’ Karioth) deriva il suo nome dalla provenienza dalla zona di Keriot-Chezron, menzionata solo nel libro di Giosuè (9) e posta all`estremità della tribù dei figli di Giuda, verso il confine di Edom, nel Negheb.

Non appare strano che colui che tradisce sia anche il solo non galileo tra gli Apostoli? Non sembrerebbe più logico pensare che i dodici fossero stati scelti tra i discepoli della primissima ora, che avevano seguito Yeshua lungo tutta la sua predicazione in Galilea? Ma, in questo caso, quale sarebbe il senso di quel “Iscariota”? La soluzione è molto semplice, sapendo che Is’ Ekariot in ebraico significa “sicario”, cioè Zelota oltranzista, come ci fa sapere il solito Giuseppe Flavio:

“In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassinii in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questi colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili” (10).

Forse le posizioni di Yeshua erano troppo moderate per l’estremismo di Giuda?

E’ solo un’ipotesi. Ciò che possiamo affermare è che esistono notevoli probabilità che nel gruppo dei dodici discepoli più vicini a Yeshua, ben sei fossero Zeloti (11).

Ma passiamo ad analizzare le azioni compiute da Yeshua in prima persona. Un elemento che non può non colpire chi ritiene il Messia dei cristiani un uomo di pace è l’estrema violenza con cui egli attacca, anche fisicamente, il Tempio ed i suoi occupanti. Leggiamo il passo di Giovanni (ma presente anche nei Sinottici (12)):

“Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato»” (13).

La scena è sicuramente impressionante ma qual’è il suo significato reale? L’interpretazione più comune è che Yeshua voglia combattere la commercializzazione del sacro, un peccato per molti versi assimilabile ad una specie di simonia. Eppure, la presenza di mercanti e cambiavalute nel Tempio era un dato comune e antichissimo e, fondamentalmente, era dovuta “a fin di bene”: gli animali servivano per i sacrifici e le monete per le offerte, entrambi prescritti e in onore di Dio. Che qualcuno si occupasse, pur anche a fini di lucro, di fornire i pellegrini di strumenti per sacrifici e offerte non sembrava essere un atto così delittuoso da scatenare tanta ira e da portare addirittura alla fustigazione di chi se ne rendesse colpevole.

Probabilmente la scena potrebbe essere interpretata come un attacco indiretto contro coloro che detenevano il potere nel Tempio e che, con ogni probabilità, ottenevano guadagni illeciti dalle compravendite che in esso avevano luogo: i Sadducei. Ma perchè tanta virulenza contro di loro? Cosa avevano i Sadducei di tanto esecrabile agli occhi di Yeshua?

Per rispondere ad un tale quesito, dobbiamo conoscere un elemento fondamentale di questa corrente dell’ebraismo: a differenza di ogni altra corrente coeva, i Sadducei erano i soli ad essere aperti a influenze straniere al punto da favorire la presenza romana in Palestina. Sostanzialmente, i Sadducei erano quello che oggi definiremmo dei collaborazionisti.

Era dunque Yeshua un campione “anti-romano” (o, in termini più generali, un antimperialista)? Potrebbe certamente apparire una forzatura dei termini, ma solo se si prendesse questo episodio a sé, senza considerare tutto il resto del racconto evangelico. Prendiamo, a titolo d’esempio, solo tre passi evangelici.

In Luca troviamo:

“Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!»” (15).

Perchè un uomo di pace, che manda i suoi discepoli “come agnelli tra i lupi”, dovrebbe raccomandare loro di procurarsi delle armi? Cosa significa che Yeshua dovrà essere “annoverato tra i malfattori”? Cosa se ne fanno i suoi discepoli di due spade?

L’interpretazione più comune è che la Parola di Dio porterà discordie prima di essere accettata, che i discepoli saranno perseguitati (ma, ancora una volta, perché armarsi se devono “porgere l’altra guancia”?) e che Gesù stesso sarà imprigionato e trattato come un malfattore, fino alla condanna a morte. Insomma, più che di ordini impartiti ai discepoli, questo passo assume, nella sua lettura ufficiale, un sapore profetico riguardo al destino del protocristianesimo.

Proviamo per un istante a guardare le cose da un punto di vista leggermente differente. Ad esempio, partiamo da quella “incomprensibile” affermazione sulle due spade. Chiunque conosca qualcosa della storia ebraica sa perfettamente che non si tratta assolutamente di una sorta di pleonasmo, ma di una affermazione ben precisa: portare due spade (una lunga ed una corta) significava, per un ebreo del I secolo, soltanto una cosa, cioè essere in assetto da battaglia (16). Semplicemente, in quest’ottica, i discepoli stanno dicendo a Yeshua: «Guarda, noi siamo già armati e pronti alla guerra».

Davvero uno strano atteggiamento per chi dovrebbe seguire i dettami di un pacifista! Ma se proprio questo “pacifista” richiede tale atteggiamento, si va ben oltre. Questo stesso pacifista verrà definito malfattore. Proviamo a dare uno sguardo al testo greco: la parola “malfattore” è una traduzione di “?est??”, cioè lo stesso termine con cui vengono definiti gli appartenenti a quel gruppo che noi già conosciamo come Zeloti, patrioti anti-romani. Ancora una volta, interpretando la figura messianica di Yeshua come una sorta di “non-violento” ante-litteram, la contraddizione del suo essere confuso con uno “zelota” (anche nel caso non lo fosse) è di notevole portata.

Stiamo però parlando dello stesso uomo che ha pronunciato parole quali:

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera»” (17)

e

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (18).

Continuiamo ad essere così certi del pacifismo di Yeshua? I suoi non sembrano forse i proclami di un capo rivoluzionario anti-imperiale, piuttosto che di un “Gandhi” del I secolo? Proclami, peraltro, seguiti quantomeno dagli apostoli, che non solo portano “due spade”, ma sembrano essere ben pronti ad usarle, se leggiamo:

“Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio” (19).

Ma veniamo ad una seconda affermazione, forse ancora più fraintendibile della precedente. Nei Sinottici (20) troviamo:

“Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui” (21).

Ancora una volta, l’interpretazione corrente dà una versione notevolmente edulcorata del significato del passo: sostanzialmente si tratta di una evidente affermazione della necessità di tenere il campo del potere spirituale e quello del potere temporale nettamente distinti e separati. Il problema è che, nella Giudea del tempo di Yeshua (non poi così diversamente dal Medioriente islamico radicale odierno), questa distinzione non aveva alcun senso:

“Dio è uno, unico, indivisibile e a lui solo appartiene il potere sopra ogni cosa. Nessuno potrà decidere, guidare, governare, imprigionare o liberare, pretendere o esigere alcunché senza il Suo consenso e senza la Sua Benedizione. Se ogni cosa è stata da Lui creata, ogni cosa è solo Sua” (22).

Una distinzione tra laico e religioso era assolutamente impensabile ed inconcepibile e, certamente, non avrebbe suscitato ammirazione, ma unicamente condanna da parte degli ultra-ortodossi Farisei. Come interpretare, allora, la frase di Yeshua?

Notiamo che, durante l’occupazione romana della Giudea, ad un ebreo non era neppure permesso portare nel Tempio una sola moneta di Roma per offrirla: il denaro straniero era considerato impuro (per inciso, questa è la ragione per cui nel Tempio esistevano cambiavalute..), in quanto toccato da “miscredenti e idolatri” e recante effigi umane, cosicché numerosi Farisei (quelli che ammirano la risposta di Yeshua) si rifiutavano di usarlo, servendosi unicamente di valuta locale (23).

Alla luce di questo dato storico, allora, una interpretazione assolutamente accettabile della frase potrebbe essere non tanto una distinzione tra due ambiti, ma un totale rifiuto di uno dei due. Praticamente, Yeshua potrebbe voler dire: “Rigettate (rendete) il denaro di Cesare e restituite ciò che è di Dio (la Terra del Signore) a Dio”: si tratterebbe, allora, di un forte proclama antiromano che spiegherebbe sia l’ammirazione dei Farisei (acerrimi nemici di Roma), che di certo, normalmente, non amavano particolarmente Yeshua, sia l’accusa dei suoi nemici in Luca XXIII (24) di “impedire di dare tributi a Cesare”.

D’altra parte, tutto ciò rientra in un quadro più ampio di messianicità che, nell’accezione più puramente consona all’ebraismo toraico-talmudico, non è un concetto unicamente spirituale, ma anche (se non soprattutto) politico.

Il Gesù di pace sarà solo una interpretazione (e manipolazione) posteriore della sua figura, da parte del “marketing” paolino, ma una interpretazione che, alla luce di quanto visto, non possiamo che definire fuorviante e antistorica.

Note

1) Gv. 1:42.
2) Mt. 16:17.
3) Cfr. Donnini, citato; R. Eiseman, James the Brother of Jesus: The Key to Unlocking the Secrets of Early Christianity and the Dead Sea Scrolls, citato, passim
4) Mc. 3:16-17.
5) Cfr. H Davison, For a true history of the Zealot movement, Philadelphia, Shalom, 2004, pag. 111.

6) Cfr. Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, XIV.
7) Gv. 12:4-6.
8) Cfr. B. Osterman, Judas, Boston, Hope, 2001, pgg. 61 ss.
9) Giosuè 15:25.
10) Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica, II-12.
11) Senza tener conto delle interessanti conclusioni di Luigi Cascioli nel suo La favola di Cristo, in cui trova inquietanti corrispondenze tra i nomi di molti apostoli e quelli dei figli di Giuseppe il Galileo, fondatore del movimento zelota: “I figli di Giuda furono: Giovanni primogenito, Simone, Giacomo il maggiore, Giuda (non l’iscariota), Giacomo il minore, Menahem ed Eleazaro”…
12) Mc. 11:15, Mt. 21:12-15, Lc. 19:45-47.
13) Gv. 2:14-16.
14) Cfr. B. Herfordshire, The Temple of Jerusalem at the time of Jesus, London, Penguin, 1996, pgg. 182-191.
15) Lc. 22:36-38.
16) Cfr. P. Ruby, War and warefare in ancient Middle East, Baston, Syracuse U.P., 1997, pgg. 188-191.
17) Lc. 12:49-53.
18) Mt. 10:34.
19) Mt. 26:51.
20) Mt. 22:17-21, Mc. 12:13-17, Lc. 20:21-25.
21) Mc, citato.
22) Cfr. Rav. S. Abelson, The Jewish idea of God along the centuries, Ramada, Tel Aviv, 1988, pag. 163.
23) Cfr. A. Levison, citato, pgg. 611 ss.
24) Lc. 23:2 “e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re».”

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

2 Responses

  1. Gesù00
    | Rispondi

    mbè non capisco questo articolo, o meglio lo capisco ma non capisco l'atteggiamento, non capisco perché sembra che ne parli male o come se fossero tutte cose negative, è stata (anche) la parte "cattiva", rivoluzionaria e anti-imperialistica che mi ha fatto interessare di più a Gesù (o alla sua figura, a prescindere dalla sua reale esistenza)

  2. carlo
    | Rispondi

    Gesù ha fallito nella lotta contro l’impero romano e contro la predizione della fine del mondo entro una generazione. Era un combattente per liberare Israele ed era un profeta che predicava alle folle in gergo allegorico e zelota. San Paolo, senza averlo mai conosciuto, lo ha dichiarato , secondo lui figlio di Dio, contrariamente alla religione ebraica, che lo considerava un profeta. Gesù, è più figlio di San Paolo, che di Dio. E’ stato un Che Guevara, con la differenza che non è riuscito a liberarsi dagli invasori, mentre il Che, si.

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