Genealogia e nuovo inizio. Note sull’ultimo saggio di Giovanni Damiano

Giovanni Damiano, nei precedenti scritti, si è rivelato autore originale. I suoi testi, informati ed organici, consentono di evincere la significatività teoretica delle tesi espresse, mai semplicemente astratta, ma vigile nei confronti del presente e del reale, supportata com’è da vasta erudizione storico-critica. Nella sua ultima fatica, l’autore riesce a portare a conclusione un percorso di ricerca durato anni. Ci riferiamo a L’emozione genealogica, da poco nelle librerie per AR (per ordini: 0825/32239, euro 12,00). Il titolo ha il merito di immettere, con immediatezza, il lettore accorto, sulle tracce del cammino lungo il quale lo studioso lo accompagnerà. Emozione è termine di origine latina, derivante dal verbo emovere, il cui significato è muovere-da. La domanda essenziale alla quale i saggi, le recensioni e gli articoli raccolti nella silloge (pubblicati tra il 2007 e il 2012 sulla rivista di studi storici e tradizionali romano-italici La Cittadella) cercano di dare risposta è la seguente: quale l’origine della civiltà europea?

La chiave di volta del volume è rappresentata, per ammissione stessa di Damiano, dallo scritto Conflitto tra genealogie. Dalla lettura si comprende che, non solo è quanto mai necessario aderire nella prassi studiosa al metodo genealogico-nietzschiano, indispensabile strumento di individuazione-smascheramento dell’origine, ma altresì occorre acquisire contezza che la genealogia realmente emozionale, che muove-da, non assicura un esito certo al percorso storico-esistenziale, ma implica l’assunzione del rischio. L’origine, nell’evento storico, può precipitare nell’oblio, nel rinnegamento (e ciò che di fatto avviene nella nostra epoca), oppure essere riproposta in un Nuovo Inizio. Inoltre, l’originario genealogicamente inteso è, per definizione, conflittuale e non rassicurante. Pertanto, ha ragioni da vendere lo studioso nel distinguerlo in modo dicotomico dall’idea guénoniana di Tradizione, “una sorta di universalismo ante-litteram che in fondo si risolve in una nebulosa e preistorica “notte in cui tutte le vacche sono nere” (p. 35). La scelta genealogica e di tradizione che l’autore propone è, pertanto, segnata dalla presenza delle tesi di un autore troppo presto dimenticato, Giorgio Locchi.

Questi sapeva che l’Europa cova da millenni, nel suo vivo corpo “il suo più irriducibile nemico” (p. 32), il virus cristiano che ha progressivamente corroso dall’interno l’ethos greco-romano, sostanziato dalla visione del mondo indoeuropea. Occorre sapere che l’origine ci parla con voce, cuore e propensione indoeuropei. Si badi, però “questa scelta non è solo ricostruzione genealogica rivolta al passato…ma è scelta dell’avvenire” in quanto con Walter Benjamin “L’origine è la meta” (p. 36). Damiano distingue le proprie tesi dalle posizioni meramente reazionarie: con Heidegger e in opposizione a Spengler, opta per una lettura del Tramonto quale luogo, non del definitivo inabissarsi dell’origine, ma annuncio di un nuovo mattino. Precisa, a scanso di equivoci, che anche la scelta indoeuropea non è affatto pacifica, si pensi al vasto dibattito storico-filologico che riguarda l’indoeuropeismo, caratterizzato da posizioni a volte antitetiche e radicalmente contrastanti, anche in merito alla effettiva esistenza di questi popoli. Resta il fatto che, come uno studioso del rigore di Devoto ha dimostrato, solo il riferimento ad essi consente la comprensione del concetto di “libero” (la cosa ha rilevanza esistenziale e politica), il cui senso primitivo non è “liberato da qualche cosa; è quello dell’appartenenza a una razza etnica designata con una metafora di crescita vegetale” (cit. a p. 39). Ci pare che Damiano sia, su tale punto, comes di Adriano Romualdi, del quale condivide la scelta indoeuropea per indurre la vivificazione di istanze politiche attuali.

Le posizioni ora sintetizzate animano anche gli altri saggi che costituiscono la silloge. Ricordiamo brevemente quelli che ci paiono i più significativi. Innanzitutto, Intorno a Bachofen, nel quale viene con forza ribadito quanto il momento femminile dell’arché risulti essenziale nel contesto della comprensione dell’origine. Damiano, in tema, sostiene non solo la centralità di Bachofen, ma anche quella di Schuler, Klages e più in generale dei cosmici monacensi, per elaborare una filosofia dell’originario spendibile in una prospettiva rivoluzionaria (in senso etimologico). Nota, altresì, la paradossale prossimità di Evola, alle tesi che negli anni Venti furono del filologo Howald, che definì ascientifico ed empatico il metodo di Bachofen e sodali, anche se rileva che il filosofo dell’idealismo magico, in tema di dionisiaco, aveva maturato, negli anni Venti, tesi sintoniche a quelle dei “cosmici”. Ne Le maschere del politico si intrattiene sull’iniziale ruolo antimoderno svolto dalla Massoneria francese, espressione (anche) dell’aristocrazia in lotta con l’assolutismo monarchico. La parte più rilevante dello scritto va colta nell’individuazione dell’ambiguità politica manifestatasi nel Seicento: secolo proteso, come l’esegesi benjaminiana ha chiarito, a realizzare l’ideale restaurativo, ma attraversato in profondità dall’idea di catastrofe, che si realizzerà appieno con i giacobini, primi ad impegnarsi nel tradurre la morale in politica. Esemplare nello scritto L’eredità difficile, è l’analisi dell’eredità del mazzinianesimo, contesa nei diversi periodi storici, a destra e manca, dal fascismo e dall’antifascismo. Così commenta l’autore: “La memoria segue il medesimo percorso del procedere genealogico, non certo fatto di linee rette. E ne condivide il telos” (p. 62). Nonostante ciò, Mazzini in forza della religione dei doveri, dell’afflato emozionale e virtuoso alla politica, può rappresentare un importante argine, nei confronti della trionfante religione dei diritti dell’uomo.

Negli altri scritti viene ribadito come l’approccio genealogico mostri schmittianamente la necessità di ricostruire l’endiadi ordine/localizzazione, di contro ad un mondo nel quale la dismisura orientale tende, in ogni ambito a disconoscere il valore del limes. L’esempio degli “Imperi paralleli” realizzati nel mondo antico, dovrebbe servire a scongiurare il definitivo stabilizzarsi dell’ “Impero del Bene”. Si ricorda, inoltre, come con lo Stato moderno si manifestò il tramonto della tradizione teologico-politica, alla quale ha fatto seguito la teologia politica secolarizzata dei movimenti neo-gnostici. Infine, in Monoteismo contro politeismo, con persuasività di argomentazioni e di accenti, l’autore chiarisce come l’impero della globalizzazione universalista abbia le sue lontane radici nell’affermarsi del monoteismo, a partire dalla egizia “Rivoluzione di Amarna”.

Così, come alla fine dell’età ellenistica il neoplatonismo si pose “come controcanto del cristianesimo” (p. 115), quale alternativa al rinnegamento dell’origine, evocazione forte e piena del Nuovo Inizio, il libro di Damiano è riferimento saliente per quanti oggi si muovano nella medesima direzione.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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