Franco Battiato: la Sicilia dal lato del cuore

«Compare Socrate influenzò Platone, che influenzò Aristotele, che non fu capito da Avicenna, secondo Averroé, che attaccò Al Ghazali, che influenzò Farid ad Din Attar, che attaccò i filosofi greci. Io che sto diventando sabbia del deserto, ringrazio i venti che mi cambiano forma e punto di osservazione, un ideale perseguo, anacronistico e ridicolo: il miglioramento. Una volta pensavo che la mia totale incapacità nel disegno dipendesse dalla mancanza di una naturale predisposizione, come nel caso di uno stonato che non riesce ad emettere la stessa nota che ha in testa. Col tempo ho scoperto invece che avevo un’idea astratta, archetipa, dell’oggetto che osservavo: quello che mi mancava era la possibilità di coglierlo nella sua esatta forma. Per analizzare praticamente questo genere di chiusura, venti anni fa iniziai a dipingere, per pura sfida: questa terapia riabilitativa mi sta privando di quel difetto, pilastro di certa consacrata pittura moderna. f. b.».

Si apre con questo lungo “annuncio”, un manifesto di saggezza e di saggia modestia, la mostra dal titolo “Prove d’autore” che Alba, ricco paesotto piemontese, in occasione della fiera del tartufo, ha dedicato all’arte pittorica di Franco Battiato (e a cura di Elisa Gradi). Un cantautore che non ha bisogno di presentazioni. Fra i più grandi e celebrati artisti dei nostri anni, figlio di una terra – la Sicilia – punto di incontro fra le culture occidentali e orientali e del cui “matrimonio” Battiato si è spessissimo fatto portavoce. Dopo aver dato prova di cavarsela con la macchina da presa (con esiti diseguali a seconda dei diversi approcci: autobiografico, musicale, filosofico, biografico, eccetera), Battiato presenta al pubblico una serie di opere pittoriche – venticinque – composte in un lungo arco di tempo, vent’anni circa, e capaci di rappresentare in maniera completa la sua visione del mondo fatta di spiritualità e realismo pessimista. Una spiritualità apprezzata soprattutto dai giovani (molti dei quali, lo sappiamo, si definiscono di “destra”), dalla cui “sostanza” sono nate le canzoni più belle del “cantante-filosofo” e un realismo che lo ha guidato alla realizzazione di canzoni d’impegno civile, come “Povera patria” nel 1991. Fra le opere, come nobile esempio possiamo prendere a prestito il trittico “Autoritratto di spalle” (olio su tela, 2000-2010), nel quale si immaginano e intravedono i luoghi che hanno ispirato Battiato (in primo luogo la Sicilia stessa) e dal quale si riesce soltanto a immaginare l’espressione del suo autore, che si auto-coglie in un attimo di riposo, eppure sempre immerso in una florida “impersonalità attiva”.

L’assonanza fra le forme pittoriche di Battiato con i suoi richiami all’arte bizantina e i testi e le note delle sue canzoni, si coglie anche dalla realizzazione di un percorso di ricerca di forme e contenuti, un percorso plurale che lambisce, via via, terre inesplorate, tradizioni occidentali e orientali, come nella produzione discografica del catanese. Fra arte, ragione e “sentimento”, si parte dall’olio su tavola “La moschea”, o dall’olio su tela “Medioriente” che ovviamente traggono ispirazione dalla spiritualità musulmana (quanti brani ha dedicato Battiato alla ricchezza della cultura araba!), e si passa subito ai ritratti dei volti umani (così in didascalia: «la lunga galleria di volti ritratti è il risultato della ricerca sull’immagine dell’uomo nella sua totalità, nel rapporto fra corpo ed anima, fra espressione ed interiorità, fra contegno e pensiero»). Fra questi ultimi spiccano quello della sfortunata cantante siciliana Giuni Russo, molti ricorderanno la sua voce dotata di estensione sopranile, e del filosofo Manlio Sgalambro che da anni affianca Battiato nella produzione discografica. Sgalambro, apprezzato autore Adelphi, viene ritratto di profilo, con una traccia di pennello molto semplice che pone in rilievo il colore della barba e dei capelli (puri, incontaminati; bianchissimi, come quelli di un antico filosofo greco).

Immagini quotidiane, oggetti, animali e figure leggendarie arricchiscono la mostra: un androgino, una teiera col becco lungo, un cancello, un condor, una tigre, si tratta probabilmente di lunghi esercizi di colore, tentativi che lasciano presupporre l’imminente passaggio – o accostamento – a una materia più calda, più avvolgente. Il sacro e la mitologia appunto. Si fa così la conoscenza di “Gilgamesh”, olio su tela degli anni Novanta – Gilgamesh è l’eroe mesopotamico al quale Battiato dedicò un’opera lirica in due atti, con libretto e musica dello stesso cantautore, andata in scena per la prima volta il 5 giugno del 1992 – e ci si imbatte infine nelle due litografie su tavola e fondo oro “Preghiera” del 2000 e soprattutto “Dervisci danzanti” e nell’olio su tela “Sufi” (questi ultimi, entrambi del decennio 1990-2000), materiali che “cantano”, che fungono da tema visivo rispetto ai contenuti utilizzati dal Battiato nelle canzoni e nella “filosofia” ricavata dalla conoscenza di Guénon e Gurdjieff.

Si tratta di profili dai quali filtra la versione contemporanea di una spiritualità “di tipo goethiano” (un misto cioè di oriente e occidente). Spiritualità come armonia discreta, come apertura a una vita a più dimensioni (materiale e soprattutto immateriale). Leggiamo ancora la didascalia che accompagna gli ultimi lavori del maestro: «Nel tema ricorrente delle danze dei dervisci, orchestrate in sequenze isolate, l’attitudine di ogni personaggio raffigurato appare concepita per se stessa, isolatamente. Le cadenzate movenze danzanti dei corpi, intensificati dal biancore splendente delle vesti sul fondo oro, rendono il senso dello svolgersi del movimento nella sua esclusiva dimensione di esperienza intima, lontana da gesti macchinosi e mimiche declamatorie. La gestualità esprime così l’armonia interiore, il controllo sulle passioni, la ricerca di uno stato superiore di conoscenza, il movimento conquista un valore di natura etica e spirituale». Una didascalia che precede, di poco, quella di chiusura della mostra; quasi un modesto “arrivederci” dell’autore a tempi ed esercizi migliori: «…oggi posso dire, finalmente», scrive Battiato, «che potrei cominciare a dipingere, e bene, anche se non so quando. f. b.».

Nel cuore della mostra anche una novità – già presentata al festival di Venezia l’anno scorso. Il video che Battiato ha dedicato al grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (rivelatosi in tarda età con Diceria dell’untore), scomparso il 14 giugno del 1996 a causa di un incidente stradale. Il titolo Auguri don Gesualdo si riferisce anche all’imminente compleanno dello scrittore di Comiso che avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 15 novembre. Il video curato con la collaborazione di Sgalambro è, in realtà, una sorta di omaggio alla Sicilia terra d’arte e di cultura stratificatasi nei secoli. All’interno le testimonianze di chi conobbe Bufalino: da quella del maestro Piero Guccione, a quella di Elisabetta Sgarbi che lo votò al premio Campiello 1981 e che gli assicurò la vittoria, da quella dello stesso Sgalambro (li univa il significato ultimo – filosofico – della “guerra” che precedeva l’uomo), a quella del giornalista e scrittore Matteo Collura. Bufalino – il cui pessimismo da “prigioniero politico” può essere accostato a quello dello stesso Battiato, malgrado le aperture del cantautore nel contesto del “governo dei tecnici” della politica siciliana – era uno scrittore dal temperamento solitario, ma assai colto e vivace; la lingua che utilizzava era un omaggio alla bellezza e alla gioia della scrittura, i temi quelli della “mera” affermazione di un’esistenza il più delle volte isolata. Quell’aderire al versante intimo della realtà lo differenziava nettamente dal suo grande amico Leonardo Sciascia, verso cui Bufalino stesso nutriva una vera e propria ammirazione. Sciascia, grazie al suo indimenticabile impegno civile, era un testimone fondamentale dei nostri anni (una “coscienza del tempo”), al contrario Bufalino, era un “semplice” testimone di se stesso. Un’eredità letteraria, quella del comisano, che poteva riassumersi nel “racconto” della memoria di una terra che non smarriva il proprio codice d’eternità. In Sicilia, per Bufalino, anche la morte era uno scandalo, una «trasgressione» all’ordine delle cose.

A narrare della sua terrena “spiritualità”, c’è adesso un artista sincero, un nostalgico della bellezza perduta: Franco Battiato. Anche a lui, pertanto, va il nostro grazie.

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Tratto dal Secolo d’Italia del 3 novembre 2010.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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