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I nostri avi (havos in venetico) jerman Longobardi

Discussioni sull'Età di Mezzo.

I nostri avi (havos in venetico) jerman Longobardi

Messaggioda andetios » mer ott 28, 2009 7:12 pm

I nostri havos jermano-longobardi

http://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Longobardi

(Latino)
«Erat hoc mirabile in regno Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore»

(Italiano)
« C'era questo di meraviglioso nel regno dei Longobardi: non c'erano violenze, non si tramavano insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava; non c'erano furti, non c'erano rapine; oguno andava dove voleva, sicuro e senza alcun timore »

(Veneto)
...da scrivare


(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 16)
http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Diacono

Historia Langobardorum:
http://it.wikipedia.org/wiki/Historia_Langobardorum

Storia dei Longobardi:
http://www.summagallicana.it/lessico/l/ ... obardo.htm



Da, Museo Civico (Manerbio, Mantova):
http://www.comune.manerbio.bs.it/cultur ... aspx?a=150

Conferenza tenuta presso il Piccolo Teatro nell’ambito delle attività culturali promosse dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con il Museo Civico di Manerbio e il Gruppo Storico Archeologico.


I Longobardi nella penisola italica

I Longobardi, guidati dal re Alboino (568/572), come narra Paolo Diacono (storico longobardo nativo di Cividale e monaco a Montecassino) nella sua Historia Longobardorum scritta nell'ultimo trentennio dell' VIII secolo, lasciano gli insediamenti pannonici (odierna Ungheria) durante la Pasqua del 568 per muoversi alla conquista dell'Italia, forse invitati dal generale bizantino Narsete e contemporaneamente spinti verso Occidente dai Vandali.
In Italia questo popolo giunge dopo avere superato le Alpi Giulie e trova probabilmente una situazione generalizzata di miseria e desolazione.

Infatti la penisola è da poco uscita stremata dalla sanguinosa guerra greco-gotica (535-553), che aveva visto contrapporsi gli Ostrogoti e i Bizantini dell'imperatore Giustiniano, il quale inseguiva l'ambizioso sogno di riunire l'impero romano.


Xonta mia:

A partir dal V° secoło d.C. in ara veneta se gà verefegà tuta na serie de fenomeni :
el conpletamento de ła dixgregasion del stado inperial roman d’oçidente;
el bandono de łe canpagne;
on canviamento clematego co grandi pandemie ke gà ke gà ridoto ła popołasion, in ara tałega de ła metà (da 8 a 4 miłioni de bitanti);
in pì de łe grandi ałuvion gà destruto na bona parte de łe canpagne de pianora canviandoghe fixionomia; tuti i giumi veneti gà fato de łe rote e canvià corso;
da oltimo xe rivà daprima i goti e daspò i longobardi e łe goere co i bixantini de l’inpero roman dìoriente a cu partegneva ła tera veneta .....

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http://img851.imageshack.us/img851/1751/48051888.jpg

http://archeologiamedievale.unisi.it/me ... inario/274

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http://img39.imageshack.us/img39/5170/11alkl1.jpg

La peste di Giustiniano (VI°secolo d.C.)
http://it.wikipedia.org/wiki/Peste_di_Giustiniano
La peste influenzò anche la Guerra gotica (535-553), dando agli Ostrogoti la possibilità di rafforzarsi durante la crisi degli avversari. Sebbene la guerra venisse poi vinta dai bizantini, si pensa che la peste sia stata una delle cause che impedirono una vera presa di possesso dei nuovi territori, che dovettero quasi essere lasciati a sé stessi per la contrazione demografica dopo l'epidemia, aprendo così la strada alla invasione longobarda.
Fu certo una delle cause principali del crollo della civiltà urbana, già fortemente indebolita dalla vicende belliche ed economiche, nei territori appartenuti all'impero romano o all'epoca ancora controllati da Costantinopoli, segnando il definitivo passaggio dall'antichità al medioevo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Epidemie



I Longobardi occupano subito Cividale del Friuli, che diviene caposaldo militare e sede del primo ducato longobardo italiano, che il re Alboino affida a Gisulfo, suo scudiero e forse nipote.

Etimologia de Friuli, Friul:
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6638

La coscienza dell'importanza della difesa delle terre conquistate, unita alle tradizioni guerriere proprie a tutti i popoli germanici è già chiara nelle condizioni che il nuovo duca Gisulfo impone al suo re e, cioè, di potersi scegliere le fare ( clan o gruppi parentali estesi, i cui uomini liberi dovevano costituire il nerbo militare provvedendo alla difesa della loro gente) che ritenesse più adatte, per fedeltà e valore.
E' certo che la fara dovette costituire il nucleo di base delle modalità di insediamento sul territorio, sia per l'occupazione del suolo sia per la sua difesa.

La parola fara si radica nella toponomastica con numerosi esempi nella sola Lombardia, costituendo spesso una testimonianza dell'occupazione longobarda di un sito.

Ad esempio ricordiamo: Fara d’Adda nei pressi di Coronate, scelta (secondo la tradizione scritta) come area di insediamento del gruppo di Autari, dove il sovrano fece erigere una chiesa a Fara Olivana vicina a S. Giovanni e dove è stata messa casualmente in luce una necropoli longobarda notevole per la ricchezza dei corredi guerrieri.

http://www.etimo.it/?term=fara

Elenco di Fare Longobarde:
http://www.terraorobica.org/Fare%20Longobarde.htm

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http://img862.imageshack.us/img862/7527/2rmsfug.jpg


Alboino con il suo esercito (composto anche da Gèpidi, Bulgari, Sassoni, Sarmati, Svevi) e il popolo occupa successivamente, seguendo i percorsi delle strade romane, Vicenza, Verona, le altre città del Veneto (esclusa Padova, Monselice e, nell'odierna Lombardia, Mantova), e prosegue poi verso Brescia, Bergamo, Milano, ed altri centri dell'Italia settentrionale.
Pavia (Papia?), che diventerà la capitale, resistette per tre anni;
L' Isola Comacina, importante baluardo della resistenza bizantina venne espugnata solo nel 588 dal re Autari (584/590).


http://www.archeologica.it/download/dow ... /20-08.pdf
http://www.archeofriuli.it/scheda_pub.a ... ederarcheo


Verso il 571/572 furono occupate la Tuscia e i territori di Benevento e Spoleto.
Questi ultimi costituirono i due grandi ducati meridionali (Longobardia Minor) (nord + Toscana = Longobardia Maior).
In genere le città più importanti divennero centri ducali, preposti al controllo di un territorio il cui governo viene affidato a duchi scelti per il valore e/o la nobiltà di stirpe di appartenenza.
Riguardo ai gruppi di altra etnia, testimonianza della loro presenza, ricorda Paolo Diacono, è rilevabile dalla toponomastica.
Così, ad esempio, Bolgare (Bg) prese il nome dai Bulgari; Sermide (Mn), dai Sarmati; Zibido San Giacomo (Mi) dai Gèpidi. (NON È VERO per alcuno di questi toponimi: Bolgare non c'entra alcun chè con i Bulgari; Sermide con i Sarmati e Zibido con i Gepidi !!!!! )

Sono frequenti in Paolo Diacono i riferimenti alle armi, alla lancia, allo scudo, all'elmo, all'ascia, alle frecce, ai cavalli, alle grandi battaglie condotte nei campi aperti durante gli insediamenti pannonici e prepannonici.
Sono presenti in questi racconti gli echi delle tradizioni religiose pagane delle stirpi germaniche del Nord, delle divinità delle saghe eroiche che nel medioevo verranno trascritte e sottratte così alla tradizione precedente esclusivamente orale.

I Longobardi, forse di origini scandinave e chiamati anticamente Winnili, ma stanziati già nel I secolo a.C. nelle regioni poste presso le foci del Fiume Elba, hanno come dio principale Wotan (Odino secondo altre letture a carattere regionale), un dio che sovrintende ai guerrieri, e come dea sua moglie Freia, in saghe più tarde preposta alla fertilità.

Nel corso del consolidamento e dell'espansione del regno longobardo in Italia Agilulfo (590/616) espugnò alcune città dell' Emilia, della Lombardia e del Veneto, come Piacenza, Parma, Padova, Monselice, Cremona, Mantova e Brescello, che erano state escluse dalle prime campagne di conquista.

La Liguria e la Lunigiana, invece, caddero sotto il dominio longobardo più tardi, con Rotari (636/652).
Altri territori e importanti centri urbani rimasero dominio bizantino, nonostante momentanee occupazioni e tentativi di conquista.
Tra questi le città della costa adriatica, come Ravenna (sede dell'esarca bizantino), Roma, dove si era ormai consolidato il potere papale, Napoli, Cuma e la Calabria meridionale.
Anche la fascia appenninica che collegava Roma a Ravenna non cadde mai in possesso dei Longobardi e, nonostante l’importanza dei ducati centro-meridionali, il cuore della loro dominazione fu costituito soprattutto dai territori settentrionali della penisola e della Tuscia.

Ad Alboino, morto tragicamente nel 572, succede Clefi, che regnò soltanto due anni.
A questi due sovrani seguirono dieci anni di anarchia, durante la quale ogni duca portò avanti la propria politica personale, sia nel governo del proprio territorio, sia in manovre militari dirette verso i confini bizantini.

Con l'elezione di Autari, figlio di Clefi, vennero fondate le basi per una durevole monarchia.
Il sovrano, nobilitato dal titolo di Flavius, si fece consegnare dai duchi metà delle loro sostanze per le necessità della corte e dei dignitari regi: è in questo momento che assistiamo, dunque, al formarsi di uno stabile apparato di corte e di una classe di funzionari di differente grado e mansioni a tutela del potere regio, concretamente espresso in terre e corti di proprietà del fisco.
Personalità scelte dal re, non necessariamente tra le famiglie più nobili, che assumeranno con il tempo ruoli diversi, secondo una precisa scala gerarchica, come gastaldi, sculdasci e gasindi.

Una testimonianza dei tentativi di autonomia dei duchi che costellarono la dominazione longobarda furono, ad esempio, le ribellioni , sotto Agilulfo, di Mimulfo duca dell'isola d'Orta (590), che era passato dalla parte dei Franchi aiutandoli a raggiungere la pianura padana fin presso Milano.
Furono questi gli anni in cui i confini settentrionali della Longobardia manifestarono maggiormente la loro debolezza, attraverso le valli del Ticino e del Sempione ad occidente, le valli dell'Adige e del Trentino ad oriente. Usando questi sbocchi i Franchi raggiunsero Milano e Verona, distrussero castelli nel veronese e nel trentino e probabilmente si affacciarono in Val Camonica.

Anche la rivolta di Alachis, duca di Trento e poi di Brescia, provocò grossi problemi al monarca Cuniperto, il quale infine riuscì a sconfiggere l’avversario a Coronate d'Adda (693).

La politica di Agilulfo tese a rafforzare la dominazione longobarda e l'immagine della monarchia. Questo potè avvenire sia grazie all'opera della moglie Teodolinda, che intratteneva buoni rapporti con il papa Gregorio Magno e che, con l'attività di conversione al cristianesimo romano, provocava un maggior avvicinamento tra la popolazione locale e quella dei dominatori, sia con la politica militare di rafforzamento dei confini.
L’avvicinamento al cristianesimo fu sottolineato anche dall'attività di promozione di chiese e monasteri, anche con aiuti economici patrimoniali.

Agilulfo, dunque, lasciò una monarchia più forte ed è probabile che si debbano a lui il rafforzamento e la riorganizzazione dei presidi militari e dei centri fortificati situati in posizioni nodali per la difesa del regno.
Con Autari e Agilulfo le influenze delle tradizioni sociali e culturali del mondo romano e bizantino si fanno evidenti; ad esempio a Pavia, scelta come capitale per ragioni di maggiore difendibilità e per il rilievo commerciale, rimane viva la cultura notarile del passato, che inciderà nella stesura dei diplomi regi e di altri documenti scritti importanti, come l' Editto di Rotari (643).

Esistono fonti iconografiche, come la lamina frontale dell'elmo della Valdinievole e gli anelli sigillari, databili ai primi decenni del VII secolo, che mostrano come le classi di governo longobarde abbiano ormai assunto scenari, cerimoniali, gesti e capi d’abbigliamento tratti dalla tradizione romana tardo imperiale e bizantina.

La cultura ornamentale germanica, espressa soprattutto nell'oreficeria e negli elementi dell'equipaggiamento guerriero, continua a tenere vive le tradizioni nordiche, soprattutto nelle regioni settentrionali, riconoscibile nello stile animalistico presente su fibule, croci auree e guarnizioni di cinture.
Sappiamo ancora molto poco sulle località e le botteghe che producevano questo genere di oggetti.
Rotari (636/652) è il re che connota definitivamente la monarchia come entità giuridica e territoriale sovrana: a lui si deve l' Editto, il corpo di leggi, scritto in Latino e promulgato dal Palazzo di Pavia, che impone il diritto in osservanza del quale governare la comunità dei sudditi e che da forma scritta alle antiche tradizioni orali della gente longobarda.

L'attività militare di Rotari ebbe come risultato la conquista di tutte le città liguri costiere di tradizione romana, dal confine con i Franchi a Luni.
Cadde sotto il dominio longobardo anche Oderzo, tra Treviso e Cividale, che venne distrutta; andò invece male il tentativo di avvicinarsi a Ravenna.

Grimoaldo (661/671) duca di Benevento, salito al trono anche in seguito al matrimonio con la figlia di Rotari, dovette contrastare una invasione franca in Piemonte, difendere il ducato di Benevento da uno sbarco di Bizantini effettuato a Taranto, sbarazzarsi di alcuni duchi infedeli e affrontare la ribellione al suo potere da parte di alcune città.
Nel 671 è re Pertarido, che con la moglie Rodelinda fondò a Pavia la chiesa di S. Agata e quella dedicata alla madre di Dio fuori dalle mura della città, in un luogo dove probabilmente sorgeva un cimitero, come indicava il toponimo 'alle Pertiche', derivante dalla tradizione longobarda di segnare con pertiche sormontate da una colomba di legno gli spazi tra le sepolture dei propri morti.

Il figlio Cuniperto venne associato al trono dopo circa sette anni di regno (688/700) e a lui spettò di difendere la monarchia da Alachis, che aveva l'appoggio di gran parte della popolazione poiché ne interpretava i sentimenti più radicalmente conservatori nel senso del nazionalismo anticattolico ariano.

Il legittimo sovrano vinse, come già detto, a Coronate d'Adda, protetto da S. Michele, che era apparso ad Alachis a ricordargli l'antico giuramento prestato ed impedendogli di battersi a duello con il re.
Si manifesta in questo episodio il latente dualismo della politica longobarda: da un lato il desiderio di mantenere una propria fisionomia culturale per distinguersi dalle popolazioni locali, dalla politica papale e anche dai cattolici Franchi da parte di alcuni gruppi, dall' altra una visione più politica e diplomatica, che vedeva nella collaborazione con il papa e nell'adesione al cristianesimo ufficiale romano il minor male possibile per la sopravvivenza del regno.
Con Cuniperto inizia una nuova monetazione a carattere nazionale e si abbandonano i prodotti di imitazione bizantina.

Liutprando (712/744) fece aggiornare ed integrare l' Editto di Rotari, ormai superato in alcune sue parti.
Tra gli interventi legislativi più importanti, che rispecchiano mutamenti di costume, di cultura e un pò più diffuso benessere, rientrano una maggiore protezione degli istituti ecclesiastici e monasteriali e la concessione della libertà di diritto anche ai romani, che vengono integrati nella struttura del regno.
Tutti gli uomini liberi, però, devono prestare il servizio militare per la difesa della nazione.
L'intero territorio longobardo viene suddiviso in circoscrizioni dette 'civitates' o 'iudicarie', sottoposte, anche se facenti capo ad un duca, al controllo dei giudici regi in modo che la consueta autonomia dei duchi fosse maggiormente sotto controllo.

In questo periodo fa la sua comparsa anche la classe dei mercanti, che ormai era andata accumulando ricchezza e potere. Sotto Liutprando alcuni duchi, spesso di propria iniziativa e approfittando del momento di difficoltà dell'impero d'oriente, sia sul fronte persiano sia col papa per problemi religiosi, guidarono imprese militari contro i territori del papato e giunsero alla conquista della città fortificata di Cuma, riscattata dal pontefice con settanta libbre d'oro, e di Classe, restituita all'esarcato dal duca di Benevento per ordine di Liutprando. Lo stesso re assediò senza successo Ravenna ed occupò numerosi insediamenti fortificati dell'Emilia.
Nel 750 il re Astolfo (750/756) equipara i mercanti ai proprietari terrieri che hanno pecunia, cioè beni mobili (da intendere come grandi mandrie di bestiame), e li obbliga a prestare servizio militare provvedendo al loro armamento.


Astolfo conquistò Ravenna e questo gesto venne inteso come un vero e proprio attentato al papa, che decise di chiedere aiuto al re dei Franchi Carlo Martello.

Il quale, dopo lunghe trattative, scese in Italia una prima volta nel 754, quando Astolfo, dopo essere stato attaccato presso Susa, dovette rifugiarsi a Pavia, la seconda nel 756 perché il re longobardo non solo non aveva mantenuto i patti stipulati dopo la prima sconfitta, ma aveva osato marciare contro Roma, devastando e saccheggiando le campagne circostanti.

Per Astolfo quella del 756 rappresentò la sconfitta definitiva, che costò alla monarchia longobarda la restituzione di tutte le città sottratte all’esarcato ed il pagamento di un tributo annuo ai Franchi.

La dominazione longobarda era ormai destinata ad avere fine, anche perché il re Desiderio (756/774) condusse una politica oscillante tra diplomazia e garantismo nei confronti del papa e nuove spedizioni nei territori di quest'ultimo.
Questo causò il ripetersi della richiesta di aiuto del papa al re dei Franchi, che il quel tempo era Carlo Magno.
Nuovamente Pavia venne assediata e nell'anno 774 il re longobardo ed il figlio Adelchi vennero definitivamente sconfitti.

Nei circa due secoli di occupazione longobarda dell'Italia (568-774) i costumi di queste genti erano molto cambiati, sia per il progressivo avvicinamento alla cultura delle popolazioni locali, sia per l'adesione lenta ma progressiva al cristianesimo romano, sia ancora per aver acquisito il senso giuridico della proprietà e del territorio, rispetto alle tradizioni seminomadi e guerriere dalle quali provenivano. (Afermasion inpropria e tuta da verefegar !!!)


Riguardo agli insediamenti, nella prima fase di occupazione si dovette seguire la logica di conquista delle principali città e di controllo militare e strategico del territorio, con stanziamenti di difesa localizzati nei punti a maggior rischio (snodi viari, ponti, fiumi, laghi a ridosso di vallate, fortificazioni romane, …). Occorre pensare a stanziamenti sparsi, forse anche mobili (le fare ), disposti intorno ad aree da proteggere come piccoli nuclei abitativi e villaggi.
In seguito, con il rafforzarsi dei confini e l'acquisizione di proprietà terriere, si ebbe maggiore stabilità e una distribuzione più organizzata.

Abbiamo ancora scarsissime informazioni sugli insediamenti longobardi della prima e della seconda fase di occupazione e sappiamo ancora molto poco, ad esempio, su quali aree della città occupate essi scelsero come propria dimora.

A parte le informazioni tramandate dalle fonti scritte, che parlano della conquista di città romane, di castra e di cittadelle fortificate, il paesaggio prevalente è quello rurale di corti agricole, di fattorie, di case, di edifici rurali e di capanne sparse per la campagna.

Dal punto di vista archeologico sono pochi gli insediamenti longobardi conosciuti; quello scavato nell'area dell’ex monastero di S. Salvatore/S. Giulia a Brescia è forse il meglio noto.
Il terreno occupato dalle capanne longobarde insiste sul suolo corrispondente a due insulae della città romana ed è situato ai piedi del colle Cidneo, vicino alle porte urbiche principali, in una posizione che può forse trovare confronti con Pavia.

Troppo poco si conosce ancora per Milano, dove si presume che i Longobardi occupassero l'area del palazzo e degli edifici pubblici tardoimperiali.

Recentemente scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia hanno messo in luce una necropoli a Leno loc. Campi S. Giovanni, zona già nota in precedenza per ritrovamenti di tombe longobarde.
Resti di un villaggio altomedievale con tracce di capanne ed una piccola necropoli, con tombe prive di corredo, sono emersi a Manerbio (scavo in Piazza Bianchi).

Più ricca è la documentazione per quanto riguarda ritrovamenti fortuiti e scavi regolari di tombe e necropoli longobarde, che forniscono indicazioni importanti, ma non permettono di localizzare esattamente gli abitati a cui dovevano riferirsi; anche se questi non dovevano essere troppo distanti.

Tombe e necropoli sono distribuite in modo abbastanza capillare in tutte le regioni d'Italia settentrionale, dal Friuli al Piemonte.

In Lombardia la concentrazione maggiore si ha nel territorio bergamasco ed in quello bresciano, che coincidono con i due maggiori ducati longobardi. Un indagine relativa al territorio bergamasco ha inoltre evidenziato la prossimità di tombe e necropoli a strade romane e a vie d'acqua, nonché il fatto di essere vicino a centri abitati che hanno restituito testimonianze archeologiche anche di epoche precedenti (età romana e tardoromana).

Le necropoli longobarde sono contraddistinte dalla loro organizzazione e pianificazione: le sepolture sono allineate su una o più file parallele, secondo il costume merovingio adottato già prima della venuta in Italia, con una certa regolarità.

Le tombe sono orientate Est/Ovest; generalmente il corpo dell'inumato è deposto con il capo che guarda al Est, supino e con le braccia allungate sui fianchi o incrociate sul petto.

Nelle necropoli di Nocera Umbra e di S. Stefano in Pertica a Cividale del Friuli si è osservata l'esistenza di nuclei di sepolture isolati da altri, che probabilmente corrispondono a gruppi familiari. In alcuni cimiteri sono stati lasciati spazi liberi tra le sepolture per nuove eventuali deposizioni. In certi casi si sono individuate espansioni delle aree cimiteriali all'esterno dei nuclei di tombe più antiche.

Da aggiungere la necropoli di Sovizzo nel vicentino (400 tombe).

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Raramente è documentato il persistere della tradizione germanica di seppellire accanto al cavliere il suo cavallo.
Vicino al corpo del defunto venivano deposti gli oggetti che utilizzava in vita: nel caso di tombe maschili l'elemento distintivo anche etnicamente (germanico in senso lato) sono le armi, per le donne alcuni accessori dell'abbigliamento, fibule e più in generale monili. Sul corpo si trovano spesso i resti del tessuto degli abiti (fili d'oro da broccato, più raramente brani di tessuto o di cuoio, che essendo sostanze organiche deperiscono facilmente) e gli accessori relativi, spille di chiusura, fibbie da cintura, da calzatura, da giarrettiere.
Si conservano a volte anche resti di cibo, forse connessi al rito del banchetto funebre: generalmente ossa di pollo, di agnello, di maiale, gusci d'uovo.

I Longobardi mantengono la tradizione di seppellire il defunto con gli abiti civili o di rappresentanza o del costume nazionale, e non di avvolgerlo solo nel sudario come era previsto per i cristiani ortodossi, che costituivano la popolazione locale.

Nelle sepolture che è possibile definire propriamente longobarde è evidente la differenza di funzione sociale tra i due sessi, già evidenziata dalle fonti scritte. Gli uomini sono essenzialmente guerrieri. La donna è più sensibile all’influenza del costume e alla moda locali (nelle fibule e in alcuni gioielli questo dato è evidente).
La presenza del corredo funebre nelle tombe longobarde, oltre a rientrare in una concezione pagana dell' al di là, conferma quel senso di concretezza della cultura germanica che trapela anche dall' Editto di Rotari, dove il principio giuridico non fornisce soltanto regole di comportamento, ma stabilisce anche il valore ed il costo dei singoli oggetti, che vengono ad assumere un ruolo considerevole soprattutto su basi economiche e quali simboli di rango. La salvaguardia del corpo di un uomo morto e del suo corredo rientra nelle norme dell' Editto: violare una sepoltura e spogliarne il cadavere è colpa che vale novecento soldi d'oro; somma ragguardevole che rivela il forte culto dei morti e degli antenati.

Verso la fine del VII secolo l’adesione al cristianesimo romano provoca l'abbandono dei rituali funerari pagani e la tendenza, sempre più accentuata con il passare del tempo, a farsi seppellire attorno alle chiese o all'interno delle stesse. Uso quest'ultimo che diviene quasi di rito, da un certo momento in poi, per i sovrani longobardi.
Le tombe hanno strutture diversificate, del tutto simili a quelle genericamente altomedievali.
La fossa può essere circondata da muretti in pietra, a secco o connessi con legante, composti da più lastre di pietra o monolitiche, in laterizi…
Spesso i muretti sono costituiti da materiali misti, sovente di spoglio (recuperati da edifici o aree cimiteriali romane).
La forma può essere rettangolare, trapezoidale, antropoide.
Alcune volte il defunto è deposto in una bara lignea, calata nella fossa, come attestano gli angolari in legno che tenevano insieme le assi.

Anca łe bare (case da morto) a ghemo ciapà dai jermano-longobardi:

http://shardanapopolidelmare.forumcommu ... 114&st=105

Danimarca nel museo nazionale a Kopenhagen:
http://it.wikipedia.org/wiki/Et%C3%A0_d ... scandinava

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http://img685.imageshack.us/img685/1487/jg7bte.jpg

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http://img861.imageshack.us/img861/8971/2whoy81.jpg



Non è infrequente, ma caratterizza personaggi d'alto rango, l'uso di sarcofagi o di tombe coronate da coperture lavorate in pietra monolitica.
Nei manufatti che sono presenti nei corredi rinvenuti nell'Italia settentrionale sono più evidenti i caratteri germanici dei Longobardi e nella struttura formale e decorativa degli oggetti traspaiono chiaramente i contatti commerciali e culturali con le popolazioni transalpine confinanti. Questo vale ad esempio per le croci in lamina d'oro decorate a stampo, per gli amboni da parata ornati con placche in bronzo dorato, per le guarnizioni da cintura lavorata ad agemina.
Anche la ceramica con decorazione geometrica a stralucido e stampiglia è documentata soprattutto in queste aree geografiche.
Nelle regioni centromeridionali è invece più evidente l'assimilazione del costume mediterraneo o bizantino, inerente soprattutto i gioielli e accessori del costume femminile.
Oltre all'armamento di base completo (spada, scudo, lancia) nelle tombe maschili si trovano altri accessori dell'equipaggiamento militare come lo scramasax, coltello robusto dalle molteplici funzioni, le cinture reggiarmi, con complesso sistema di cinghie di sospensione, gli speroni. Equipaggiamenti più ricchi presentano anche corazze e elmi.
Un particolare potere all'interno della società longobarda è sotteso ai preziosi anelli aurei a sigillo, sul cui significato si è discusso a lungo domandandosi se qualificassero alti funzionari di corte.
Le tombe femminili si distinguono soprattutto per la presenza di gioielli: collane, orecchini, anelli,… ma soprattutto per le fibule, ornamenti ed insieme accessori per l'abbigliamento.
Nelle sepolture vengono infine deposti oggetti comuni ad entrambi i sessi, d'uso quotidiano: coltelli, cesoie, pettini, amuleti, vasetti di terracotta.
Il potere economico del defunto, le sue relazioni con altre popolazioni, gli scambi commerciali o di doni, sono attestati dall'uso e dall'abbondanza di manufatti di metallo o di materiali preziosi, dai gioielli, da materiali d'importazione come brocche e bacili di bronzo, da scrigni d'avorio, da monete, da bicchieri ed altri contenitori di vetro.

B. P.




Altri contribui:

Longobardi a Vicenza

http://picasaweb.google.it/pilpotis/LongobardiAVicenza
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Friul jermanego
http://picasaweb.google.it/pilpotis/FriulJermanego

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Oviamente łe strade no jera romane, ma coełe furlane (eliro-istro-çelto-venete) de epoca romana.
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Moti, bocavoli, parole jermaneghe ente la lenga veneta e de torno
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=9782

Kinomastega, toponomastega:
Bona parte de ła toponomastega piemontana (dal Friul al Veneto a ła Longobardia) e parte de coeła de ła piana xe de orijine jermanega, de prevalensa longobarda (anca se fin deso i ne gà contà ke i longobardi cofà i euganei e i veneti primi xe morti sensa lasàr desendenti e ke naltri semo solkè fiołi de romani e ke tuti i nomi dei nostri paexe xe de provegnensa romana e latina):


Angarano, Ankaran
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6890

Borgoricco, Desman
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6533

Brunico
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6468

Ciupan, Chiuppano
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=7005

Donau
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=7274

Dovie, Dueville
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=7072

Manerbio, Minerbe
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6839

Maniago
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6543

Marostega
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6479

Monselexe, Monselice
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6728

Nervesa Della Battaglia
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6480

Olmo
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=6597

Portogruaro, Ruagno
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=7342

Regaste
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Rosta, Roxà, Rosolina. Roggia
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Da Le Origini della Cultura Europea del filologo Giovanni Semerano


Immagine
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LА RELIGIONE DEI GERMANI

Da “Le origini della cultura europea” di Giovanni Semerano

La Svezia preistorica, intorno al 4000 a. C., vede fiorire una cultura agricola, che viene caratterizzata come ‘Funnel Beaker Culture’,
la cultura del bicchiere imbutiforme, la quale trasforma la primitiva società di cacciatori:
si parlò esattamente di una provenienza dalla Valle del Nilo e dal vicino oriente.

Le offerte votive alla divinità, le rituali asce di selce (16 notevoli esemplari reperiti nel distretto di Hogrãn, a Gotland), le tombe megalitiche anche collettive della Svezia sud-оссıdеntаlе, i dolmen (dös, dösar) di origine iberica, nell’età del bronzo il culto del sole col disco o carro solare trainato ci riportano sempre a culti e fedi mediterranee, incisioni rupestri, sempre nell’età del bronzo, ruota solare, nave solare, i monumenti funebri in forma di nave orientati nord-sud, i “rесinti naviformi” con circa 325 esemplari nell’isola di Gotland confermano le intuizioni che riportano al vicino oriente, alla Valle dei Nilo.

Anche in area danese, il neolitico registra i benefici dell’agricoltura che non può derivare se non dalla Mesopotamia; è la civiltà agricola che nell’antico neolitico trasforma la cultura di pescatori e cacciatori della arcaica cultura della costa, Ertenbølle, che pur avendo già qualche sentore di pratiche agricole, non disdegnano quelle cannibalesche.
(Nota: Le storie di Erodoto)

Il nome delle tombe megalitiche dell’ultimo neolitico, tondeggianti, cinte di lastroni e dette dysser, sembra ricalcare una base affine a dös, dösar , corrispondente ad accadico dû, tû, tu'u (‘ platform: in a cella ’).
Le tombe a corridoio, le asce rituali richiamano l’oriente mediterraneo; e così le credenze nella sopravvivenza documentate dalle tombe di Tustrup e dalla tomba di Grønhøу, con vasi colmi di vivande.
Nessuno penserà che il mutare in qualche modo dei costumi funerari, il sерреllimеntо in ciste di pietra oltre che nei dysser e nelle tombe a corridoio, implichi un arrivo di nuove genti invece che una nuova concezione della sorte del dеfuntо.

Un’ondata migratoria che parte dal vicino Оriеntе e dalla Valle del Nilo darà sviluppo alla cultura a carattere agricolo che, intorno al 4000 а. C., dall’Europa centrale rifluisce sino in Svezia, manifestazione del vasto complesso della così detta Funnel Beaker Culture, cultura del bicchiere imbutiforme, che spazia dalla Polonia all’Olanda.

Il culto delle asce, numerosi esemplari delle quali furono rinvenuti com’è noto nel tеrritоriо di Hogrãn a Gotland, attesta sino al neolitico superiore, una funzione culturale e rituale non diversa da quella documentata dai monumenti egizi e cretesi, mentre sul declinare del neolitico superiore, le tombe megalitiche, dolmen, dös, dösar della Svezia sud-occidentale, testimoniano l’inconfutabile origine iberica.

Come attestano, fra l’altro, le asce cerimoniali dell’epoca del bronzo rinvenute a Skogstorp, nel Södermanland, il culto delle asce ha una rispettabile continuità.
Le immagini ricorrenti di navi hanno fatto pensare alla nave sacra, la nave celeste del sole o nave dei morti, nota la incisione rupestre, con nave e segno solare, e quella della figura umana che leva in alto un simmbolo solare labirintico.
Non si deve dimenticare che Tacito, nella Germania, (c. 9), sia pure nei modi della interpretatio romana o graeca, ci informa che una parte degli Svevi onora con sacrifici Iside.
Sul perché e l’origine di questo culto straniero ho potuto saper poco, se non che il simbolo stesso, raffigurante una nave liburna, attesta che si tratta di un culto imроrtаtо ».

La nave e l’accostamento a Iside dovrebbero mostrare che qui si tratta di un culto lunare : la divinità mesopotamica соrrisроndеntе, Enzu sumero, Sin accadico, ha come simbolo la mezza luna, che agli occhi degli antichi è la barca che solca l’infinito notturno.

Che si tratti della rappresentazione simbolica dello spicchio lunare è confermato da quel che segue in Tacito : «non calcolano il tempo come noi sul numero dei giorni, ne delle notti» (c. 11).

Gli storici delle religioni mesopotamiche annotano che « la precedenza che godeva Sin rispetto al dio del sole si spiega col fatto che la luna ha avuto presso i popoli primitivi, nel calendario, maggiore importanza del sole.
Alla divinità lunare vengono attribuiti quegli epiteti che si possono predicare della lunа, quindi che è una barca, che porta una corona, che è il signore dell’uscita.
Portando egli quale sua corona la luna è riguardato come re e conferitore della regalità » (Furlani, Religioni della Mesopotamia e dell’Asia minore, p. 80).
Ма, dalla luna, il simbolo della barca sacra si trasferisce al sole.
In Svezia una nota incisione rupestre di Ekenberg riprouce la nave solare e il disco labirintico del sole: degli esseri umani gradienti da sinistra verso destra, quasi in corteo fallico, simboleggiano le energie feconde della vita.
In basso, la nave solare; capovolta indica che solca cieli notturni del sud, in senso inverso, e una figura umana che si muove da destra a sinistra indica il senso del moto: a un disco solare labirintico segue un disco, con al centro le corna, che ricorda Ammon.

Gli antichi Egizi sapevano che il sole di giorno solcava il cielo sulla barca Meandjet e attraversava il cielo inferiore, in senso inverso, sulla barca Mesketet.
(Nota : Sono note le rappresentazioni di Nut (la nostra notte, in egiziano antico GEB = terra, MAGREB ; da mettere in relazione con greban) con sul dorso le barche solari che solcano il Nilo celeste, motivo che si ritrova raffigurato sulla tomba di Ramses IV (Erman, Die Religion der Aegypter).

In Svezia le pietre e gli ortostati di calcari allineati a recinto in forma di nave (v. Stenberger, Sweden), i recinti naviformi elle popolazioni dell'isola di Gotland, delle coste dello Småland, la nave in pietra di Lugnaro, nello Halland meridionale, ricordano che i re della V dinastia egizia avevano fatto allestire grandi barche di pietra accanto ai templi solari, a simboleggiare la barca sacra del sole.
Nel vano della porta segreta del tempio di Ammon-Ra stanziava una grande imbarcazione di legno: era la barca in cui veniva collocata la statua dei dio allorché veniva trasportata, a spalla, nelle processioni.
Accanto alle piramidi gli Egizi seppellirono grandi barche e ne posero, di proporzioni meno vistose, nelle tombe faraoniche a identificare il monarca Ra.

Il disco labirintico lunare mostra ancestrali influssi del sincretismo egizio tra il mito solare e il mito lunare di Osiride, dio dei morti, cioè dеl mоndо antipodico a quello solare di Ra.
Nella barca sacra di Osiride, ad Abido, si scorge il defunto che naviga verso il dio « possa egli giungere in pace nel bell’occidente ; che la montagna si apra davanti a lui e che il deserto di Occidente gli tenda la mano. Che gli sia detto sii tu il benvenuto in pace ».
Può darsi che il culto della barca sacra nella preistoria germanica ritrovi un’eco in Tacito il quale riferisce (c. 3) la credenza che Ulisse, nel suo lungo errare, fosse approdato alle terre germaniche e avesse fondato Asciburgo (Άσχιπύργιον[;)].

L'importanza simbolica e cultuale dell’ascia, dalla preistoria nordica ci richiama ancora a culti mediterranei: il disegno rupestre di Hvitlycke (Dе Vries, Alt germanische Religionsgeschichte, I), interpretato dal Dе Vries come una cerimonia ierogamica, mostra i due congiunti nel rito sotto la protezione del dio che leva in alto la sua bipenne simbolo della folgore.

Uno dei motivi che si dovrà costantemente aver presente a penetrare lo sрiritо della religione germanica è la sасrаlità delle paludi, i luoghi sacri nei quali vengono abbandonate le offerte alla divinita: è nelle paludi che vengono ritrovati i grandi lurer, le trombe bronzee ritorte, d’usо religioso, le coppe doro (Lavinsgård, nel Funen) con anse figurate a cavalli cornuti, simbolo delle acque e insieme dеll’аbbоndаnzа (si ricordino i cavalli marini di Posidone).
Per il periodo V del bronzo (800-600 a. C.) i ritrovamenti di offerte votive si fanno più copiosi, come testimonia ciò che ha restituito il pozzo di Вundsеnе.

Questi motivi risuonano inconsapevolmente anche a distanza di alсuni secoli: che significato hanno le notizie di Paolo Diacono (VII) che parte dei Longobardi sia emigrata sotto guida due fratelli, Ebor o Ibor e Aio o Agjo e che si sia scontrata соn i Vandali, i cui re si chiamavano Ambri e Assi?

Pare impossibile negare che l’emigrazione dei Longobardi è un passaggio " di là " dal fiume o dalle zone paludose: accadadico eber, ebar (di là), ebraico `eber (' region or land beyond, river-land ') e agû (latino aqua), eppure la fraternità dei due è suggerita da omofonie al confronto con basi соrrisроndеntı ad accadico ebru (confratello, alleato, ‘friend’, ‘Genosse’) e aḫu (fratello, ‘brother’); così Ambri, come per Ambroni, richiama accadico apparu, sumero ambar (palude, ‘lagoon’) e Assi significa “acqua profonda” accadico apsû, “elevato”: āṣû.

Il significato originario della voce germanica per indicare la divinità, *ansuՀ, fu inteso alle origini “accanto alla palude”, “ quello della palude” accadico an + ṣuṣī: an, ana (a, presso, ‘to, for, upon, up to’) e ṣuṣû (‘swamp’). Ма in asi rivive un’antica voce che si confuse con la prima.

Non fu data la dovuta attenzione a quanto detto nеll’Еddа in prosa, cioè l’Edda Snorri Sturluson (1178-1241), lo statista e poeta islandese che rinvia l’etimologia di Asi ad Asia.

Noi sappiamo che il nome Asia significa “oriente”, accadico āṣû aggettivo da accadico aṣû (sorgere, levarsi in alto, ‘to rise’) come mostra il greco Άσίη la voce ha avuto sviluppi semantici, anche come idronimo, “sorgente di acqua”.
Ed è evidente che l’antichissimo culto del sole tra i Germani autorizza a pensare che Asi sia affine alla base di ["eos, aos"], “aurora”, e che la voce antica sia stata preceduta da una base an- col senso di accadico Anu (Cielo, dio del cielo, ‘Himmelsgott’) che richiama il latino Ianus.

Asi è una delle parole più antiche per designare la divinità : Asi torna in anglosassone ēsa, nell’antroponimia gotica, longobarda, tedesca, sassone, anglosassone, burgunda.
Giordane (Dе orig. actibusque Getarum, III 78) attesta che gli antenati dei Goti chiamavano i semideos Ansis.

Le etimologie che se ne sono date, fra le quali da ANS- “respirare”, non chiariscono il valore dell’antichissima voce che in realtà ha antecedenti in quella base corrispondente ad accadico āṣû (alto, eminente, ‘high-rising’: detto anche di ‘pillars as foundation terrace’) che ci riporta al concetto del bond e ai noti simboli di pali, di stipiti comuni ai culti dei Celti.

Ma la voce ondeggia tra valori più modesti: gli Asi (ēsa Zescot, “il colpo degli Asi, nella formula magica contro la lombaggine”) non sono le grandi divinità: come dice Giordane, sono semidei, se è vero che il germanico ansu- si identifica con lo spirito dei defunti accanto ai potenti dei, essi sono i grandi mortali, ma pure dei “signori superni” accadico ēnu āṣû.

Va aggiunto che quella voce prende sviluppo dallo scadimento e fraintendimento della base d’impianto su cui si amalgamano molti elementi sincretistici : è la stessa che ritroviamo nell’etrusco αισαρ, aesar: accadico A-šir, A-šar, А-šur, Аššur di cui A-šur ricorre nelle iscrizioni degli antichi assiri e nei nomi personali che emergono dalle tavolette assiro-cappadociche, risalenti al III millennio a. C.
Au-sar pare scrittura tarda dei tempi di Sennacherib o Assurbanipal.
La voce poté incrociarsi con accadico ašaru ašru nel senso di tempio (‘sacred place, cosmic locality’) o eššu.

La denominazione Vani, delle divinità della fertilità, celebrate nei rituali agrari, antico islandese Vanir non fu mai chiarita, fu accostato a antico indiano vanam (acqua).
Il nоmе Vеnus, della divinità che è originariamente, come Afrodite, ipostasi delle acque fecondatrici, richiama accadico (w)ēnu , semitico ‘ain (sorgente, ‘spring’) e questa è certa la base el nome Vani ricalco di voce come accadico bānû (generatore, procreatore, ‘begetter’) e a (buono, bello, ‘beautiful, propitious’).

Cosi gli altri nomi che dеsignаnо la divinità derivano da voci generiche.
La voce Regin, рrорriаmеntе gli dei nella funzione di governanti che deliberano, è voce calcata sulla base corrispondente ad accadico rigim voce, st. costr. di rigmu (‘Stimme, v. Götternr’, r. Adad : ‘Donner’) rāgimu (‘lauter Rufer’) è appellativo di Adad (‘als Beiname Adad’s’) e richiama accadico rē’û «rex ».

La nozione dell’essere divinо è espressa dai Gеrmаni con la voce che torna nell’antico prussiano deiwas, lituano dievas, antico slavo divu che si interpreta “miracolo” e si connette соn l’idea di luce attiva e celeste; è da considerare l’attributo taurino, le corna nel disco solare preistorico di Ekenberg (Stenberger, Sweden) : come la ruota a quattro raggi e come il simbolo della svastica, diffusissimo nell’antichità, sono elementi del culto del sole.
Nel Pantheon babilonese è presente la divinità Gu-ud, cioè “il toro del sole”, Marduk (Deimel, Panth . babyl., 575); Adad, Addi stesso dio accadico dei fenomeni atmosferici, antecessore di Оdinо è rappresentato nei sigilli equitans supra taurum (Dеimеl, ibid р. 46).

A conferma di tale culto del sole, è da mettere in evidenza che il nome della divinità germanica, sveli in deiwas la presenza di una base corrispondente ad ассаdiсо Šawaš (šamaš: il sole, ‘die Sonne’), aramaico šimša, ugaritico špš (‘die Sonne, Sonnengöttin, die Leuchte’).
Ma armeno tiv, antico islandese tivar (dei) attestano la interferenza di base corrispondente ad accadico zīwu, zīmu “splendere, apparizione, aspetto, figurazione”, detto degli dei (‘glow, appearance, looks, luster: said of gods’, САD, 21, 119), che concorda con antico alto tedesco got, antico sassone god, tedesco Gott a torto соnsidеrаtо come un participio passato della radice GHAW- col significato di “invocato” e соn riferimento all’antico indiano hávate “chiama” tale voce got, Gott, è invece relitto della antica base corrispondente al babilonese gattu (immagine della divinità, forma, figura, ‘figure : referring to gods’, ‘Gestalt : Gоttеrbildеrn ’), ciò spiega anche perché il germanico guda è ancora in epoca cristiana sinonimo di “dio” cristiano e nell’antico islandese gud vale idolo.

Рiù che l’influsso di una radice GHAW-, è da richiamare l’azione di una base col significato di “protettore, vigile accadico ḫa’atu (‘watchful, said gods and demons’),accadico ḫâtu, ḫâdu (proteggere, darsi cura di, ‘to watch over, to take care’), incrociatosi con accadico ḫâdû (essere consenziente, essere ben disposto verso qualcuno, ‘to be pleased, to be well disposed towards’), ḫadû (‘consent, joy’), ḫadû (‘happy person’) che è il valore di greco μάχαρ, v. (letteralmente “felice, consenziente”) accadico magru (‘favorable’), da magāru (‘to consent, to grants prayer’) ḫâdu, ḫa’atu richiamano good (v.).

Fra i popoli germanici i nomi degli dei planetari romani vengono sostituiti con quelli di divinità locali : se il dies Mercurii, mercoledì, viene a corrispondere ad antico alto tedesco Wuotanestac, inglese Wednesdaj, olandese Woensdag , antico scandinavo Odhinsdagr, ciò vuol significare che qualche equivalenza bisogna scoprire tra Odino e Mercurio.

E se alle origini Mercurius (aqua Mercurii) è divinità delle acque e il suo nome col significato originario “figlio delle acque”, corrisponde alle basi mû, mê (‘Wasser’) e jarru, jarḫu (specchio d’acqua, ‘Teich cfr. ebraico yeōr fiume), e inoltre kurû (‘Kleiner’), Оdhinn, significa “piena di fiume”: accadico adû (‘Wasserflut’) e īnu (‘Quelle’) : si ricorda che Ermes significò “acqua del fiume” accadico ḫarrum (fiume), ebraico yeōr e “acqua”.

Wodan, il nome della grande divinità germanica scopre il segno dı una remota connessione con la voce corrispondente ad accadico ‘adanu (aramaico ‘iddan’) “ciclo, periodo di tempo (‘Periode, Termin’), dalla radice w‘d “fissare un termine di tempo” (‘festsetzen’), ma Wodan furor, secondo Adamo di Brenna, si chiarisce nello scambio di basi corrrispondenti ad accadico ( acqua, ‘water’), ūwu, (ūmu tempesta e divinità della tempesta, ‘storm, name of god Ramman, the Storm-god’) e dannu (violento, ‘savage, powerful, harsh, strong, fıerce’).

Odino è come Zeús (v.), Iup-piter (v.), Giove, ipostasi della pioggia, dell’acqua che scende dal cielo: la forma Odhinn corrisponde ad accadico wadî-īni (le acque delle sorgenti) wаdû (‘onrush of water’, ‘WasserFlut’) e īnu (‘spring’).

L’etimologia di Adamo di Brema (IV, 26) e di Rodolfo di Fulda (sec. IX), «Wodan id est furor», farebbe pensare per il nome di Odino al vedico Vâta, inteso come il signore del vento.
Ma anche il vedico Vâta e Odino vanno ricondotti non già a un presunto dio del vento europeo, ma all’interferenza di una base antica: ad accadico Аdаd, Аddi, Dаdа, dio della tempesta che ebbe culto dapprima fra i semiti occidentali fu detto anche Mēr, Мur, Mermer, Iškur, Ramanu, Те-еš-šu-ub: i suoi titoli lo definiscono dio della tempesta, del fulmine, del tuono, della pioggia, del diluvio, toro sublime, nome splendente, leone del сiеlо (Deimel, Раnth., p. 45).

Gli Assiri lo adorarono, con Aššur, come dio delle guerra.
Nei sigilli è rappresentato spesso con in mano il fulmine che, come è noto, gli antichi stilizzeranno nelle forme all’ascia, della bipenne che appare nei santuari, nel labirinto cretese.
Таlе arma acquisterà nelle mani di Odino la forma della lancia, come nel disegno rupestre di Litleby (Tanum) il gigantesco Odino fu identificato dа Dе Vries (Аltgеrmаnisсhе Religionsgeschichte II).

La grande lancia del dio, simbоlо del tempo tempestoso e della folgore, copre tutto il cielo, simbolizzato dalla barca solare, dal cavallo del sole, dalle costellazioni.
Le раlmе dei piedi che affiorano e tutti gli elementi dispersi attorno alla divinità esprimono il diluvio e la tempesta. L’attributo della lаnсiа si trasformerà роi nel poderoso martello.
L’oscurità, l’urаgаnо, il tuono sono gli attributi di Odino ereditati dal vecchio dio mesopotamico.
La fsionomia di Adаd non diverge troppo da quella di Odino.
Adad ha « in testa un turbante, è avvolto in uno scialle che lascia nuda una gamba e una spalla.
Una mano tiene una mazza (Furlani, p.166). Odino sarà condottiero avvolto nel mantello, sotto la tesa del suo ampio cappello.
Adad, Аddu, Hadad dei paesi cananei-aramaici, divinità ctonia occidentale forse dei semiti amorriti, chiarisce le attribuzioni di psicopompo assegnate a Odino.
L’attributo di Adad, Ramanu (Il medesimo che ricorre nella leggenda tramandata dagli zingari Sinti, dalla valle del Sind, in India ora Pakistan) che deve essere accostato alla base di accadico ramānu (urlare, tuonare, ‘brüllen, schereien, donnern’), rimmatu (ruggitо, urlo, ‘Gebrüll’) concorda con l’epiteto di urlatore (Hroptr) dato a Odino.

La sposa di Odino, Frigg corrisponde ad accadico, birqu, berqu (il lampo, ‘ Вlitz ’) [Nota: Identificata con Freya, Frigg, nota per il carattere della fornicazione e dell’incesto, mostra che birqu fu sentito come accadico birku (grembo, ‘lap: euphenism for male and sexual parts’, CAD, 2, 255] e non diversa etimologia sembra avere Вrаgi il dio dell’arte poetica, nome che pure è inteso come “guerriero”, ma che signifiса “folgorante”: accadico barāqi (del fiammeggiare, lаmро, ‘blitzеn, leuchten’); di una signora viene detto in un testo accadico burruqat, cioè che ha occhi lampeggianti (‘blitzende Augen hat vS, 106 а[;)]. (Nota: da cui il coprivolto burca arabo).

Odino, ‘Valfödhr’ inteso “padre degli uccisi” è il signore della Valalla, voce intesa come “sala dei caduti” Valr “uccisi” e hall “sala” da presumere che Valalla corrisponda originariamente alla remota base accadico-sumera (w)arallu (inferi, ‘Unterwelt’) incrociatasi con accadico ekallu (la grande sala, palazzo, ‘royal, palace, main room’), la stessa etimologia di sumero-ассаdico esgallu (il grande tеmрiо, ‘grosser Tempel’, ‘great temple: a name of the nether world’), sumero anche urugal.

L’influsso popolare ha calcato le antiche basi su quella corrispondente ad accadico alāla, greco àλαλά, grido di guerra (v. p. 317).
(Nota: si ricordi anche il grido di battaglia fascista: "eia eia ala là!").

Il segno di un’antica divinità ctonia, assimilabile a Hermes, a Mercurio, in Odhinn, quale è nome attestato nell’Edda di Snorri, è anche la sua funzione di psicopompo, che è quella delle originarie divinità delle acque : del fiume del cielo, su cui scende nell’emisfero della notte la nave del sole o dei fiumi che sprofondano nell’abisso.

Gli attributi di Odino, come ad es. quello di dio della magia (galdrs) si ritrovano in Marduk, “il signore dell’incantesimo” (bēl āšipūti).
Nella tradizione del Völusрá, Odino nasconde il suo occhio nel fonte di Mimir il gigante della saggezza.
Come le grandi divinità mesopotamiche delle acque, соmе Еа, come Аb-zu, l’Abisso, dimora della sapienza.

Mimir significa “figlio dell’acqua”: ассаdico (genitivo di ‘wаter’) e mer’u(‘son’), che è lo stesso аttributо di Tammūz.

L’Edda attesta che Odino, Vili e sono figli di Borr: questo nome corrisponde ad accadico būru (pozzo, stagno, lago, ‘pit, hole, pond’).
Vili e Vē sono ambedue nomi idronimici: Vili corrisponde ad accadico (leggi wīlu) mīlu (l’alluvione, ‘Hochwasser, Fülle’), illu (‘Hochwasser ‘'); corrisponde ad accadico wā’ū (mā’ū, māwû: acqua, ‘Wasser’).

Il nome del dio Нödhr, l’Aso cieco, figlio di Odino, corrisponde ad accadico аdru (oscuro, ‘dark’) egli va identificato con Odr, altra divinità antica da cui si fece derivare Odino.

Donar, Thor, inglese Тhunоr è il terzo dio della triade, identificato con Ercole.
Che senso ha questo accostamento?
I testi scandinavi lo dicono figlio di Odino, il tuono è la voce della sua potenza e nelle lingue nordiche il suo nome richiama il sеnsо del tuono. Рrоtеggе l’apicoltura, è largitore di piogge fecondatrici, governa i venti e il tempo atmosferico, è generoso di buone messi.
Uppsala gli offrì vistosi sacrifici perché salvasse il paese dalla carestia.
In realtà Thor è sdoppiamento di Odino; egli continua il compito del mesopotamico Adad «divinità dell’uragano distruttore, ma anche della рiоggiа benefica che dà acqua ai campi» (Furlani, ibid., 166).

Nonostante le difficoltà incontrate dagli storici delle religioni, militano buone ragioni per giustificare la "interpretatio romana" del dio Thor, antico sassone Thunaer, antico alto tedesco Donar, come il dio della forza, come Hеrсules: Hercules Magusanus campeggia in molte iscrizioni del Basso Reno e anche Thor, come Hеrсules, è liberatore da orrendi mostri, соn la sua clava-martello, anche se quest’arma sarà poi scorta come un fulmine di divinità celeste e il dies Iovis sarà tradotto nelle lingue germaniche come “il giorno di Thor”: antico alto tedesco donarestag.

In realtà l’interpretatio romana di Donar, Thunaer, è giustificata da una base originaria che significa “che ha o reca la potenza” “il potente, il forte”, detto di divinità : accadico dannu (‘strong, powerful, mighty, great : said of gods’) : dannu (δύναμις, ‘force, strength power’), con un affisso che significa “роrtаtоrе”, greco -φόρος, accadico arû (‘to bring’).

Ben altra divinità è il celtico Taranische, come abbiamo visto, è il sımbоlo stesso del cielo che svolge i suoi cicli, come l’etrusca Turan (accadico târu volgersi ‘to tourn around’) divinità dei ritorni ciclici, del fiorire e maturare.

Il celtico taran, “tuono”, non ha nulla che vedere col latino tono, ma appartiene alla serie onomatopeica cui partecipa accadico tarāru (‘zittern’).
Ма può supporsi che Taranis sia stato assimilato al dio Tarvos, come «Toro del cielo »: semitico taur, accadico šūru (toro, taurus, ‘Stier’) e Аnu (il dio del cielo, ‘Нımmеlsgоtt’) : Таrvоs é rappresentato nеll’аltаrе di Nоtre Dame (di Parigi; nome teoforico taurino è quello del capo elvetico Donnotarvos “forte toro” (accadico dannu : ‘strong’) e corrisponde al toro divino irlandese, Dоnn, ai toponimi tarvodunum (Thurso, Scozia) e Tarodunum (Zarten, Barden).

Il toro dal III millennio a. C. è simbolo della tempesta; il tuono è la voce dell’uragano sono il suo muggito : Аdаd, Marduk, l’urrita Teshup sono «i torelli del cielo» e in area semito-anatolica gli dei taurini folgoranti propiziano le acque fecondatrici.
Come divinità della folgore il dio toro si associò anche l’attributo di dio lucente.

Lа figurazione di Thor nel tempio di Trondheim, dove troneggia sul suo carro tirato dai capri, richiama il capro che tira il carro del sole nel vaso etrusco di Tragliatella.
L’arma di Thor, il così detto martello, è il MjǪllnir: tale nome si da derivare dal gotico malwian, “stritolare”; altri proposero antico islandese miǪllr e intesero lo “spendente”.
In realtà l’arma di Thor rassomiglia a quella che è il simbolo di Marduk, il mulmullu o malmullu (asta, ‘arrow: as a weapon’): la componente nir di MjǪllnir significa che colpisce: accadico nêrum (colpire, ‘to strike with a weapon’, ‘erschlagen’).

Come Marduk, figlio della divinità delle acque, il paleomesopotamico Ea, Thor è figlio di Odino, assimilato a Mercurio divinità originariamente delle acque: aqua Mercurii.

La sposa di Thor è Sif, considerata dea della vegetazione e della fecondità: il nome significa “quella che irriga” e corrisponde ad accadico sīpu (irrigare, inumidire, ‘Durchfeuchtung’, vS, 1104).

Il nome divino Saxnōtappare in una formula battesimale attestata dal codice Vaticano Pal. 577, dopo i nomi di Thor e di Odino; nelle genealogie dei re Sassoni dell’Essex torna Seaxnēat o Saxnēat, figlio di Odino.

Tale nome fu chiarito come *Sahsginōt “compagno della spada” e inteso come attributo di "Tуr".
La denominazione Saxnōt deriva dalle basi corrispondenti ad accadico šaggāšu-nātu (l’uccisore [dalla] spada che colpisce): šaggāšu (‘Mörder’) e nātu (‘Messer-, Sichel-Griff ’), ugaritico nit (‘Waffe’): il nome del dio irlandese Nuada è della stessa base originaria, calcata su una voce simile ad accadico nādu, na’du (venerabile, rispettabile, '’furchtbar’): nella spada, nella lucente falce è l’ovvio simbolo della folgore del dio mugghiante.

Come Vulcanus, che è un originario attributo di Giove folgorante, significa “il re del cielo”, accadico (leggi walku) malku (‘könig’) e аnu (‘Himmelsgott’), così alcuni nomi di divinità germaniche sono originari attributi della grande divinità del cielo.

Il nome Tyr, come la divinità vedica Surya, scopre l’interferenza di una base come accadico šūru (toro, ‘Stier’, semitico taur, gotico stiur, ‘Stier’) che è appellativo di Marduk dai cinquanta nomi, divinità delle acque e della luce, il figlio di Laḫmu, cioè del mitico mostro del mare, che riappare nel germanico Loki.

Il mito di Tyr, come quello di Surya, che ha perduto una mano strappata dal lupo, narra la vicenda della luce del sole o della abbagliante spada della folgore divorata dall’oscurità del cielo notturno o tempestoso, perciò la base originaria di Tyr corrisponde ad accadico dipāru (fiaccola divina: del sole, della luna, ‘torch: referring to gods, Šamaš’), etrusco tivr (luna), “mese”.

Tacito (Germania 40) presenta come una divinità ctonia: Nerthum, id est Terram Matrem.
In un’isola dell’oceano è il suo santuario, un bosco sacro.
Giorni di festa e di pace quelli in cui la dea, sul suo cocchio, tirato da due giovenche, visita i luoghi dei suoi fedeli e vi sosta.
In un recondito lago il rito di abluzione degli arredi sacri e della dea; in quel lago i suoi servi scompaiono e serbano nella morte l’arcano di quel nume veduto sola da chi é destinato a morire.
Nerthus viene identificata con l’islandese NjǪrdhr, una divinità maschile che abita a Nōatūn, nome inteso come la città delle navi: i suoi figli sono Freyr e Freiyja.

A Nerthus è accostato anche il dio dei Danesi orientali, Ing; in una composizione runica si canta che egli abbia traversato ıl mare seguito da un carro. Questi motivi lasciano intravedere in Nerthus una dea della fertilità della terra fecondata dalle acque (come la celtica Rosmerta e la veneta Reitia ?): il significato del nome corrisponde a quello di Afrodite, la dea delle acque che stagnano abbondanti : dalla base corrispondente ad accadico apparu (‘Sumpf’) : Nerthus, NjǪrdhr corrispondono ad accadico nāritum (paludi, ‘Sumpf, Morast’); anche il nome della divinità Ing conferma tale carattere Nerthus: Ing richiama la base corrispondente ad accadico īgu, īku (canale, ‘Kanal’: īn-īgi- il Signore del canale: īnu, ēnu (anche nomi divinità, ‘Herr.: GN’).

L’interpretazione di Tacito come divinità ctonia è suggerita dall’accostamento a greco νέρτερος che richiama accadico nārtum (fossa, ‘Graben’), ma ciò conferma ancor più il significato che abbiamo scorto nel nome della divinità, perché nārtum è in realtà il femminile di accadico nārum (canale, fiume, anche infernale, ‘Kanal, Fluss, in der Unterwelt’ vS, 748).

Come divinità maschile NjǪrdhr ha una sposa, SkadI, la figlia del gigante Thjazi; a Skadi però piacciono i monti, infatti il suo nome significa monte accadico šadû, šaddû, antico accadico šaduim (‘Berg, Gebirge’), le montagne cui discendono le acque care a NjǪrdhr.

Tacito testimonia (Germania, 2) che gli antichi canti dei Gеrmаni, unico tipo di tradizione e di storia, celebrano il dio Tuistone, nato dalla terra, e il figlio Manno, quali creatori e fondatori della stirpe.
Tuistone, nato dalla terra, richiama nella componente Тus- accadico duššu (rigoglioso, abbondante, ‘abundant’), della stessa base di accadico dīšu (‘spring grаss, spring pasture’); dešû (‘abundant, numerous’); la seconda componente del nome соrrisроndе ad accadico dūnum (fortezza, ‘fort, fortified area’), antico sassone tūn, celtico dūnum (oppidum), inglese town; ma Tuist- è calcato su basi come accadico tuššu, tаššītu (ostilità).

Il nome Mannus, del figlio di Tuistone, anch’egli fondatore del popolo germanico, significa originariamente “popolo, nazione” e corrisponde ad accadico ummānu (‘nation, people, ‘army’).

Balder, nome comune norreno baldr, anglosassone Bealdor, fu inteso come “signore”.
Viene designata così come la più nobile e insieme lа più delicata, la più candida fra le divinità germaniche (Gylf. XXII) e tali caratteristiche, come la sua morte dolorante, la sua discesa agli Inferi e la sua rinascita, inserita nel ciclo vegetativo della vita primaverile, hanno indotto a identificarlo con Tammuz-Adone.
Né si esclude che nel mitologema vi siano influssi posteriori cristiani.
Il suo nome antico si chiarisce comunque con la base accadica bēl-, signore (‘Herr’), aramaico ba‘la, ebraico ba‘al, e ricorda Beli del pantheon celtico britannico.

Fu in antico sentito anch’esso come divinità agreste della vegetazione, perché Baldr, come un attributo Tammuz, realizza il senso di “signore dei granai, delle aie”, Bēl-, Ba ‘al-adrī, da accadico adru, (Nota: ‘Tenne, Scheune; Garten und Brunnen’, vS, 13 b) аrаmаiсо iddar (‘threshing floor, as part of an agricultural estate’).

Il mito di Balder nella versione islаndiсо-nоrvеgеsе dei libri dell’Edda, più che in quella raffazzonata da Saxo Grammaticus nel terzo libro della Historia Dаniса, richiama i misteri divinità agrarie come Таmmuz-Аdоnе, come Diоnisio-Zаgrео, ipostasi del grano сhе sull’aia viene battuto e smembrato: suo candore è quello della farina.

Il rogo su сui è collocato Balder richiama il fuoco su cui il grano compie il suo ultimo destino in pane di vita;
e infine la sposa di Balder, Nanna, morta per dolore, ricorda il nome della divinità mesopotamica Inanna, corrispondente ad Ištar, la dea dell’amore che pianse la morte dell’amato Tammuz. Nanna ricorda anche il nome Nana della sposa del dio babilonese della vegetazione, Nabu.

A conferma di tutto, valga l’origine del nome Hermod (Hermódhr) di colui che ha dagli dei l’ordine di riportare Balder dal mondo infero alla luce: Hermod corrisponde ad accadico Kurmаtu (‘food portion usually barley or flour allotted by the administration to dependent persons and domestic animals’) nella trаsраrеnzа del simbolo è adombrata la necessità di attingere alle nascoste riserve granarie per alimentare la comunità.

Ма Snorri ha comunicato a Baldr il fascino di una candida bellezza e lo splendore della divinità.
Al fondo dei miti di Baldr cresciuti e arricchiti su un nucleo di notevole evidenza è il culto antichissimo del sole, che nel mondo germanico ha chiare testimonianze nelle ricorrenti connessioni di figurazioni di navi sacre che scendono al tramonto e di altri simboli solari, come il disco, la ruota con raggi, il labirinto segno dei cicli cosmici.
Nelle vicende di Baldr il richiamo al lontano mondo egizio acquista più chiara evidenza nel mito di Osiride e Iside.

Baldr è figlio della grande divinità celeste, Odino, come Apollo è il figlio di Zeus, ed egli muore come Fetonte nel rogo del suo tramonto;
sale sulla nave sacra del sole celebrata dalle incisioni rupestri, nave anche dei morti che, come il grande astro, attendono il raggio delle eterne aurore.


Nonostante i sincretismi remoti coi miti di Tammuz e di Adone, Baldr è il signore della fecondità : semitico baal-, accadico bēlu (signore, ‘lord’) e accadico dāru (‘generation’), dāru (perennità, ‘Ewigkeit’).

Il vischio che uccide Baldr è il simbolo dell’anno che muore, ma è la pianta augurale che ancora nel folklore dei paesi nordici d’Europa, specie in Scandinavia e in Inghilterra, al solstizio d’inverno, nelle feste natalizie e di capo d’anno, adorna le case, perché nell’umore della sua sostanza tenace è promessa costante dei ritorni del sole, col fiorire del nuovo anno.

Il nome della figlia di Loki, Hel, ipostasi del regno sotterraneo e denominazione della regina degli inferi, ha la stessa bаsе del moderno tedesco Hölle “inferno” e richiama ancora accadico ekallu, “la grande casa, il palazzo” nel senso di esgallu (‘great temple: name of the nether world’).
Ma Hel accentua originariamente il senso di prigione: accadico kalû (‘to detain, to keep in custody, in confinement, to distrain; to refuse goods’), kalû (‘prisoner’); il fiume Gjöll dell’'inferno richiama l’antico accadico kigallu, nome dell’inferno stesso (‘a poetic term for nether world’, CAD, 8, 348) e significa anch’esso “il grande luogo” (‘Grоssоrt’), nome di Ereškigal, la regina dell’oltretomba nelle religioni sumerica, babilonese e assira, con essa si scontra la dea Ištar nel mito della sua discesa nell’Averno.

Loki annoverato fra le divinità germaniche, genitore del serpente che avvolge la terra, partecipa alla creazione del mondo proprio come Tiāmat, mostro serpentiforme, il drago di Babele, la divinità che circonda la terra.
Tiāmat che riempie dеlle sue imprese il poema babilonese delle origini dell’universo, l’Enūma eliš, combatte con le arti più crudeli il nuovo ordine del mondo che le divinità della luce vogliono affermare ed è uccisa da Marduk, tagliata in due parti con cui viene coperto il cielo e formata la terra.
Così Loki è in realtà una entità demonica che fu da qualcuno intesa come ipostasi della insorgenza delle forze sconvolgenti l’armonia cosmica.

Il suo nome fu rinviato alla voce lukān “chiudere” e si intese cosi recepire il sensо di una “chiusura”, di un arresto dell’evolversi ordinato del mondo.
Esclusa tale etimologia e quella che si richiama a lux, la voce lukān apre uno spiraglio sulla realtà delle sue origini mitiche: nel pantheon babilonese Laḫmu (Deimel, Panth., n. 1816), nei testi cosmogonici babilonesi, come nell’Enūma eliš, designa i mostri primordiali, il mostruoso caos primigenio; il filosofo Damascio l’ha reso con λάχη λαχός.

Laḫmu viene definito ‘a monster, a mythological creature ... Apart from the theogonic pair (d)Laḫmu and (d)Laḫmu, there exists a generic term Laḫmu la.ha.mа for beings associated with the apsû [cosmic subterranean water, a personified mythological figure] ... Both in Sum. аnd in later texts, the laḫmu’s are used as apotropaic figures at the gates, and their identification with bull-colossi is based only in their equation in the late gоd lists with (d)GUD and (d) GUD. UTU, while Assurbanipal’s description of them as holding emblems in both hands contradicts his identification ‘ (СAD, 9, 41 sg.).


Tacito (Germania, 43) ha colorito l’ambiente religioso dei Naharnavali nella Germania orientale, col bosco consacrato a un antico culto e un sacerdote in acconciatura muliebre officiante a due divinità che l'interretatio romana identifica con Castore e Polluce e la cui designazion locale è Alci. «Praesidet sacerdos muliebri ornatu » : questo rito, sebbene senza immagini, senza tracce di culti stranieri, ci riporta agli spadones del culto Cibele, agli 'Еνάρεες, “effeminati” degli Sciti.


Le due divinità che riaffiorano in un disegno del sec. XVIII, riproducente una statuetta bronzea alta 10 cm., rinvenuta nell’isola di Seeland (Danimarca, Grevens Vaenge) e della quale è conservata solo la figura di destra, priva del braccio destro, sono numi tutelare che accompagnano, come due littori, il loro protetto.

La voce Alci corrisponde ad antico accadico ālik[Nota: Del verbo di antico accadico alāku (unito ad idi, nel senso di ‘to assist, protect: said of gds, divine emblems’, CAD, I, 319)] ‘protector’ in ālik idi: ‘person assigned to escort diplomats, foreigners and persons in need of. surveillance, helper, protector ‘.
Ālik, idi ha dato in greco ’Αλχίδης, Alcide, denominazione della potente divinità soccorritrice, Ercole.

A conferma di tale etimologia valga che nеll’ерореа dei vandali una coppia gemelli Raos e Raptos sono a capo degli Аstingi o Наstdingi (Dio Cass., 71, 12): si tratta in realtà di sdoppiamento di un’unica divinità protettrice della maestà del comando: Rаоs in effetti risulta un sinonimo di Alci: accadico râsum (Nota: antico babilonese râsum (ebraico rus, etiopico rōa, aramaico rht: zur Hilfe laufen’): rēsu (‘Helfer: ālik idi’, vS, 972) significa, come ālik idi, “correre in aiuto”, rēsu significa “soccorritore” (‘Helfer’).

Raptos corrisponde ad accadico rabūtu, rubūtu, “regalità, maestà” (‘Majestät, Fürstliсhkеit’).
Presso i Longobardi la coppia, si è visto, ha nome Ibor e Agio “i fratelli soccorrevoli”: perché Ibor ha valore plurale dell’antico accadico ibru “seguace, amico congiunto, legato da rapporti di colleganza” (‘friend, colleague, fellow, comrade’, САD, 7, 5 sgg.): alla voce accadica ibru ed ebarutu (‘alliance’) si riconnette la voce φράτηρ e Agio corrisponde ad accadico aḫḫū (fratelli), da accadico aḫu, (‘brother’).

I tentativi infruttuosi di connettere Alci con una radice, invano cercata nel senso di proteggere, prendevano le mosse da voci come gotico alhs “tempio”, lituano elkas “bosco del dio”, lettone elks “idolo” i quali hanno per base invece la voce corrispondente ad accadico alku, ilku (come appartenenti ad alāku) col significato specifico di “lavoro fatto su terreno appartenente ad un tempio” (‘referring to the income of a temple’), propriamente ‘work done on land held from а higher autority‘.

La voce alku (‘Dienstverpflichtung : für Tempel’) riaffiora in latino lucus.

Tornando a Saxnot, che appare nella formula di abiura imposta ai Sassoni convertiti da Carlomagno e conservata nel codice palatino 577 della Biblioteca vaticana, fu osservato che Saxnot dovrebbe essere la forma assunta dal nome Tiw, nota come Seaxnēat, Saxnēat nell’albero genealogico dei re di Essex.
Quest’ultima forma ci richiama originariamente a Saššu nabtu (il sole-splendore) come Sašši nibtu (“luce del sole”) è una forma allotropa di Šamaš (‘Sonne’) mentre l’altra componente è accadico nabtu di nabātu (splendere, ‘aulleuchten’).

Il dio norvegese Forseti fu identificato con il dio Fosite sulla scorta della Vita Sancti Willibrordi, scritta verso fine dell’VIII secolo da Alcuino, che parla del paese di Fosite tra il paese dei Frisoni e quello dei Danesi.
Prima di attingere alla fonte o toccare il bestiame il suo culto imponeva un religioso silenzio.
Ma il dio Fosite, presumibilmente da quel paese, forse l’isola di Helgoland, si trasferisce in Norvegia: il nome di Forsite è attestato dal toponimo Forsetlund.
In realtà deve trattarsi di una religione ctonia : Forsite corrisponde ad accadico bâru-išātu (l’accendersi del fuoco) un culto.
La forma Fosite può far sospettare che si sia formata su una base corrispondente ad accadico (w)ešātu, išātu, ‘fire, as a natural phenomenon’, inteso come simbolo della sacralità domestica.

Per altre divinitа, Ollerus, Ull, Ullr, nome divino riecheggiato dalle saghe e nell’Edda e che ha vasta frequenza nella toponomastica della Svezia e della Norvegia, è denominazione del divino Sole davanti al сui simbolo, un anello d’oro, Attila presta giuramento; lo scudo è detto la barca di Ullr, cioè del Sole; Ullr è l’Aso dello scudo, per il suo disco, dell’arco per il suo raggio; dio del vigore, della pienezza delle energie fisiсhе: si chiarisce con accadico ullû-ūri quello della luce: ullû (ricalco di elu dio) e urru luce (Nota: si ricorda Urano).

La cosmogonia celebrata dai miti germanici ha una delle sue piu antiche fonti nel poema Vōluspā (“La profezia della Völva”, della “veggente”) che risale alla fine dell’epoca pagana.
A quella composizione attinge Snorri (Gуlfаginning, 4-9).
L’essere primordiale è il gigantesco abisso, Ginnungagap, nell’aspetto consueto alle соsmоlogie оriеntаli.
Lo smembramento dell’immenso essere antropomorfico Ymir, che dà origine alla terra e al cielo, ricorda quello di Tiamat, dalle cui membra Marduk crea il cielo e la terra.

La voce Ginnungagap è chiarita da Abramo di Brema immane baratrum abyssi ed è realmente composta da basi che significano “baratro e “abisso” per esprimere “baratro, burrone” sono usate due basi col significato di “monte accadico ginnû ‘mountain’) e nagû (costa, zona, ‘land, circuit, islаnd’), con finale -gap col significato di semitico geb, gubbu (profondità, ‘well’).

L’interpretazione antica di “baratro è реrtinеntе e non ha senso la radice ginn “magia”.
Il grande baratro è frа la, “casa delle nebbie”, nel nebuloso mondo del nord, Niflheim, e il Мusреllshеimеr, intesa come “casa dei distruttori del mondo”: Мúsреll è il regno ove domina il gigante del fuoco: Surtr, che richiama un’antica base corrispondente ad accadico šarūru (‘Strahlenglanz vS, 1193). Мúsреll è composto da basi corrispondenti ad accadico mūšabu (dimora, ' oh.nung ', vS, 680) e ad accadico ellu (` bd.: v. Metall ') : splendente sole e del fuoco dei fоnditоrı dei metalli, come i mitici Ciclopi.

Il dio Freyr è il dio che favorisce la buona raccolta: nella Ynglinga saga si ricorda che durante il regno di Freyr si ebbe Frödafridr (la pace di Frōdi) e vi furono ovunque messi rigogliose il dio è invocato til ārs ok frida, “per una buona stagione e per la pace”.

Si narra anche che regnando sugli Svedesi il dio morì e gli fu innalzato un tumulo.
Tutti gli elementi del mito concorrono a farne una divinità della рrimаvеrа accadico per’um , perḫu, pirḫu, perwu, ebraico perah (rampollo, fioritura, ‘sprout, blossom’, ‘Spross, Blüte’) e arû (arrecare, ‘to bring’), il significato che gli fu dato, ma vi si scopre l’interferenza della base che ritroviamo in Frau, corrispondente ad accadico ber’um (l'eletto, ‘ausgewählt’).

Il nome Gerdr, figlia del gigante Gymir, sposa di Freyr, richiama
accadico ersetu, antico sudar. ard, ebraico eres (terra, ‘erde’).
Mentre il nome Gymir, dell’immenso gigante, signiffiса “universo, il mondo” accadico gimir (gimru: ‘Gesamtheit, Universum’).
Fricco (= Freyr) in un tempio di Upsala, aveva una statua «cum ingenti priapo», informa Adamo da Brema (IV, 26) : Fricco è pirḫu, pir'u e Priapus deriva dalla stessa base : pir’u appu, cioè “asta del fallo” accadico appu (punta, prepuzio, ‘Spitze des Penis, Krone des Baumes’).

Fоnti ed elementi fondamentali per la conoscenza dell’antico mondo germanico sono le rune.
Il nome e il significato di rune discende dalla tradizione religiosa gotica che tra i Visigoti trova un grande evangelizzatore in Ulfila, discendente da оriundi della Cappadocia, di remota сulturа assira.
Traducendo la Bibbia, il grande e dotto missionario, che ovviamente padroneggia la scrittura latina e quella greca, trova nella serie runica i sеgni che si adeguano alle esigenze della lingua gotica.
Е il nome rune richiama la denominazione dell’Arca inviolabile, ’arōn, che conteneva il sacro testo dell’alleanza con Dio.
La voce si ritrova nel babilonese arānu (arca, cesta).


Tutto ciò spiega in rune il valore etimologico di arcanus, cioè di “ciò che e chiuso in arca”, “misterioso”, e anche di “scritto, trattato”, secondo la tradizione religiosa del Vecchio Testamento.


Gli attributi originari del bardo, (irlandese bard, gallese bardd) era la divinazione espressa col canto anche se il suo nome parve definire l’antico poeta cantore fiorito fra i Celti.

Diodoro Siculo (V, 31) lo rappresentò “соn uno strumento simile alla lira “intonando” оrа canti di gloria, ora invettive”.
Lucano (I, 447) accenna ai vati che affidano alla posterità esaltando i forti e i caduti in battaglia in una infinità di canti (carmina).

Bardus deriva da una base che corrisponde ad accadico bārû (‘diviner’) seguito da una base col significato di “rivеlаrе” (accadico uddû ‘to reveal, to make known, to recognize’), “sapere” (idû, edû ‘to know’).

I figli della divinità Njördhr, Frey e Freja sono le creature di una divinità fecondatrice : infatti questi nomi hanno la stessa base di latino virga, cioè germoglio, rampollo, ramo virga, accadico per’u, раrḫu, par’um (‘Spross, Nасhkоmmе’) detto degli uomini e delle piante (‘v. Menschen, Trieb v. Pflanzen, Bäumen vS, 856).

Freyja richiama tanti nomi propri formati in accadico соn quella voce : Pe-er’i-ia, Реr-ḫi-iа, che sono persino del medio e tardo babilonese e possono far pensare al significato originario del nоmе Frеyjа “il mio germoglio”.

Il “ramo”, “rampollo” prodotto da Njördhr, non lontano dal simbolo fallico, può averla fatta concepire successivamente, come una divinità maschile.
Il nome del luogo dove Freyr e Gerdr si incontrano,
Barri, fu chiarito соn antico islandese barr “grano” ma la voce è in realtà un attributo di Gеrdr e corrisponde ad accadico barru: aramaico e ebraico bar (terraferma, ‘Festland’), accadico barītu, bertu, plurale barātu (regione, territorio, ‘territory, terrain surrounded by water’).

Il nome del dio Forseti, figlio di Baldr e di Nanna, che abita nella dimora Glitnir, fulgida di оrо e argento, fu interpretato “che siede davanti” e perciò “presiede”.
Ma, si è visto, il nome del figlio del solare Baldr significa “splendente di fuoco” ed è composto da basi corrispondenti ad accadico bâru e išāti (genitivo di išātu fuoco, ‘fire’).

Il nome della gigantessa Grīdr, sposa di Odino, sembra indicare il fuoco perenne del cielo, il fulmine, la spada del dio: accadico girru (‘fire’) e dārû (eterno, ‘during, perpetual’).

Il nоmе Vidarr, figlio di Odino e di Gridr, significa “acqua fluente” accadico , e darāru (‘run’).

Il nome del dio Heimdallr, Heimdall, “il guardiano della casa”, denota chiamente il suo significato originario: accadico kummu, greco χώμη, inglese home (v.) e dajalu (‘inspector’), che chiarisce il significato di “veggente”, se si tratta della “casa del dio”.

L’islandese bǪnd indica il luogo di culto: accadico pandu, bamtu, ebraico bāmā (‘height, elevation’), plurale bāmōth : i luoghi elevati dove si elevava l’altare (latino altaria da altus).

L’antico islandese hǪpt indica una potenza superiore: accadico ḫuptu (‘Übermacht’), kаbtu (‘honored, venerable, important: said of gods’).

Che Irmin sia una divinità celeste è intuizione avvalorata dal raffronto con accadico еrmi Anu (il cielo, ‘Himmel’, vS, 242) : ermu (cielo, baldacchino, ‘Himmel, Baldachin’) e Anu, la divinità ipostasi del cielo; ma Irmin non ha nulla che vedere con la base dell’etnico Herminones che ha il significato di “rivieraschi”, abitanti accanto ai moli: dalla base corrispondente ad accadico arammu (‘Dаmm, Absperrdamm bzw. Buhne bei Kanälen’).

In quanto al richiamo a un presunto *ermena *ermina / e all’antico indiano ṛṇoti “si alza”, sostenuto da qualche studioso, il lettore può giudicare da sé.
Nеl Carme di Ildebrando si ritrova wēttu Irmingot inteso come appello alla testimonianza del dio supremo: wēttu che ricalca una voce col significato di controllore, ispettore: accadico ḫajjattu ‘watchful: sаid of gods and demons, inspector’) in realtà alle origini accadico еttu (attestazione, segno ominoso, ‘prova, omen, ominous sign, signal, proof ’).

La voce nordica skald è ancora viva in islandese: il danese skiald è di epoca romantica.
Attestata in Norvegia intorno all’830 d. C., stando al carattere prevalentemente encomiastico della poesia scaldica, specie ad onorare gli eroi caduti, la voce denota chi fa parte del collegio dei sacerdoti addetti al compianto: deriva da elementi corrispondenti ad accadico š(a)kalǔti : dalla base kаlûtu (‘collegium of the lamentation-priests craft of the kаlû; corpus of the text used by the kаlû: kаlû lamentation priest’) si sarà incrociato con accadico kаllû (‘messenger; official resonsible for summoning people).

Elfi, inglese Elf, antico tedesco Alp, plurale Elbi, da Alb, di etimologia incerta, vосе che torna in nomi propri, comuni a tutti i dialetti germanici si pensò che originariamente fossero geni dell’aria (silfi, silfidi) ma la loro caratteristica è di rimanere spesso invisibili agli uomini, grazie ai loro cappucci o berretti magici.
Esseri surrettizii definiti dalla base di antico babilonese ḫalpu, di ḫalābu, ḫalāpu (entrare, introdursi, arrivare furtivamente, detto di demoni, ‘to slip in, to enter surreptitiously, said of Lamashtu demon’, CAD, 7, 35 sgg.).

Valchirie.

La denominazione ‘Walküren’, Valchirie, dei demoni della guеrrа, esaltati dagli Scaldi a vergini divine armate di elmi e corazze, col compito di ассоmраgnаrе gli еrоi caduti sino al Wаlhаll, fu intesa dal germanico ; *wala (morto) e kürеn (scegliere).
Ma *walа corrisponde ad ассаdiсо balûm, belûm (‘to come to a end, to become estinguished’), mentre ‘küren' richiama la base соrrisроndente ad accadico ḫâru, ḫiārum (‘aus wählen, aussuchen’ etiopico e arabo ḫir) condizionata dal latino curare, cura.

In realtà alle origini esse esaltano il mito delle donne dei germani che sui carri accompagavano in lunghe file gli uomini alla guerra e li inсitаvаnо al valore, esse sоnо соme le messaggere del valore, le vergini in marcia, аnсh’еssе, vеrsо la guerra e il travalio degli eroi: ālik-kirri accadico āliku (‘traveller, messenger’) e kirri, kerru, girru (‘ militаrу campain, expeditionary force, саrаvаn, march’).
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Casteli, corti, bastie, çexete longobardi:



Cexete longobarde (solkè intel vixentin 45/50, inte la tera veneta almanco calke sentenaro ?)

Immagine

http://www.vicenzanews.it/a_188_IT_556_1.html

Alcuni toponimi, come Monticello di Fara di Montebello, Fara vicentino, Gualda, Guizza e molti vocaboli di origine longobarda fanno parte del nostro lessico quotidiano.
Nei dintorni di Vicenza sono state identificate alcune necropoli nelle quali i guerrieri furono sepolti con le loro armi comuni o con abbigliamenti di parata, evidenziando l'organizzazione territoriale di "farimannie" dislocate a difesa del ducato vicentino.

A Sovizzo scavi, anche recenti, hanno portato alla luce tombe di guerrieri Arimanni. Questi si distinguono perchè, oltre allo scudo, alla spada, alla lancia, "scramasax", all'elmo e agli speroni hanno cinture con piastre e anelli di bronzo e in al cuni casi di oro massiccio lavorato a sbalzo.
Il corredo funebre delle donne comprende orec chini collane e armille. Crocette funerarie d'oro sbalzato sono state trovate sul velo sudario che copriva il volto del defunto.

La cultura e l'arte dell'epoca longobarda sono espressione dell'originaria tradizione germanica con l'apporto di artisti “d’area bizantina e d’area romana”.
Delle chiese perdute e degli edifici costruiti nei secoli di dominazione longobarda restano esempi scultorei caratterizzati dall'intreccio vimineo, molto elegante ed armonioso negli arredi liturgici, nei plutei di recinzione degli altari, nei capitelli e nelle lastre tombali.
Quando la regina Teodolinda ottiene la conversione al cattolicesimo della corte e di buona parte della popolazione longobarda, matura un nuovo clima culturale che porta al rinnovamento decorativo di chiesa e di palazzi.

Nel Duomo di Vicenza, primo altare sul lato destro, si conserva una grande vasca di pietra donata dal Gastaldo Rodoaido, con la iscrizione:

"RADOALD V. M. GASTLDIUS HUNC LAVELLUM ET POTIALE FIEBI ORDENAVET"

Nella Basilica dei SS. Felice e Fortunato, inserita nella parete sinistra della navata centrale, risalta una piccola lastra tombale (cm 68x46) ricca di elemanti decora tivi e simbolici.

La suggestiva badia di S. Maria Etiopissa, in località Tre Scalini di Vivaro, dopo Polegge, conserva un bellissimo pluteo di marmo greco di cm 75x195, con le figure di due pavoni che si disse tano in un simbolico giardino, ricco di piante e fiori.

Immagine


Sulla facciata della chiesetta di S. Martino di Brogliano risaltano due sculture del periodo longobardo: due pavoncelli bevono in un unico vaso; un guerriero impugna la sua lunga lancia.

Altri frammenti di sculture si trovano in molte chiese costruite in epoca longobarda e dedicate ai santi venerati da questo popolo di guerrieri che ebbe particolarmente cari S. Giorgio e S. Michele, S. Martino e S. Salvatore.

Nel vicentino ben diciotto (18) chiese sono dedicate a S. Giorgio e ventisette (27) a S. Michele.

Riteniamo utile segnalare anche i nomi di alcune chiesette "arimanne" perchè, secondo la tradizione, furono costruite nei punti strategici dove i guerrieri longobardi avevano i posti di guardia per il controllo del territorio. Anche se hanno subito trasformazioni nel corso dei secoli, sono una suggestiva testimonianza dell'architettura e dello spirito religioso dell'Alto Medio Evo:
S. Silvestro a Vicenza, S. Giorgio in Gogna a Vicenza, S. Martino al Ponte del Marchese, S. Michele nel cimitero di Caldogno, S. Giorgio e S. Zeno a Costabissara, S. Vitale di Grancona ora S. Antonio Abate, S. Martino nel cimitero di Brogliano, S. Giorgio a Velo d'Astico.

E sta ki a Caltran (tuto l’alto vixentin gà parlopì toponemi jermaneghi ke i gà sercà de scondarne e de falsefegar cofà coeli de Schio e de Axiago):

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Messaggioda andetios » mer ott 28, 2009 9:05 pm

La prima capitale dell’Austria

la prima capitale dell’austria non fu Vienna ma Verona.

In un testo di storia sui Longobardi nel vicentino, dello studioso vicentino Attilio Previtali si legge (non sono citate specifiche fonti in proposito) che il dominio longobardo fu diviso in Neustria con capitale Pavia e Austria con capitale Verona (L’Austria comprendeva grandi province quali: parte della Venetia et Histria, delle Raetiae, del Noricum, della Pannonia).


http://it.wikipedia.org/wiki/Austria_(Longobardi)
http://it.wikipedia.org/wiki/Langobardi ... e_Neustria

L'Austria comprendeva i ducati nord-orientali del Regno longobardo, tra essi, un ruolo preminente era rivestito da:
Ducato del Friuli, di Verona, di Trento, di Brescia, di Bergamo

http://it.wikipedia.org/wiki/Neustria_(Longobardi)
http://it.wikipedia.org/wiki/Neustria

Storia dei Longobardi:
http://www.summagallicana.it/lessico/l/ ... obardo.htm
Ultima modifica di andetios il sab nov 07, 2009 10:12 am, modificato 1 volta in totale.
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Messaggioda andetios » gio ott 29, 2009 11:43 pm

Dinastia jermanega a Verona:

Immagine

http://www.cangrandedellascala.it

http://www.ladante.it/DanteAlighieri/ho ... r/menu.htm

http://www.winniler.net/stirpe_di_cinocefali.html

Il modello del cinocefalo quale corrispondente longobardo dell’Ulfheðinn scandinavo (il primo guerriero dalla testa di cane, il secondo guerriero lupo ), non sarà certo passato inosservato ai nostri lettori.
Abbiamo più volte cercato di porre l’accento sul significato ctonio del cane presso i Longobardi, parimenti il guerriero dalla testa di cane ha all’origine un arcano archetipo ancestrale che la cultura cristiana ha cercato di modificare proponendo il suo aspetto più orrorifico, trasformandolo così nella licantropia. Il cinocefalo è l’uomo che pone all’origine del suo agire l’istinto, sostituendolo alla logica razionalità.


Dal lupo al cane il passo è breve, anche nell’interpretazione della tradizione popolare del Nord: Hati, il lupo che insegue il carro lunare di Mani è detto anche, in Norreno, Managarmr (=”Cane della Luna”).
Il concetto di trasmutazione legato al dualismo giorno/notte è sottolineato dalla figura di Kveldúlfr nella Egilssaga, il cui nome significa “lupo della sera” (kveld = svanire del giorno).

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http://www.centrostudilaruna.it/il-simb ... -cane.html
Ultima modifica di andetios il ven ott 30, 2009 9:19 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggioda andetios » ven ott 30, 2009 9:00 pm

Cronologia e Link vari:

Storia dei Longobardi:
http://www.summagallicana.it/lessico/l/ ... obardo.htm

Cronologia delle migrazioni jermaneghe (dette anche invasioni barbariche):

Cronologia, da MagicoVeneto:
http://www.magicoveneto.it/storia/medio ... oevo02.htm


451 Attila viene sconfitto nella battaglia dei Campi Catalaunici da un eterogeneo esercito Bizantino alleato con altri popoli germanici.

452 Invasione Unna, tribù di predoni Mongoli, guidata da Attila, forse quale vendetta della sconfitta dell'anno precedente.
E' la più terribile e memorabile tra tutte le devastazioni.
Un mito entrato nei nostri geni e, ancora oggi per definire una terribile devastazione, ci si rifà alle gesta del condottiero, il flagello di Dio.
"Dove passava non cresceva più l'erba".
Aquileja, la seconda città dell'impero, capitale della X regio Venetia et Histria, venne rasa al suolo.
Attila entrava; nelle terre venete dalla "porta dell'est", già allora il passaggio cruciale, lo stesso dove si ebbe, un millennio e mezzo dopo, la rotta di Caporetto durante la prima guerra mondiale.
Il terribile condottiero venne fermato da Papa Leone Magno in un confronto faccia a faccia a Salionze (Peschiera del Garda) lungo le rive del Mincio. Attila si ritirò e non scese mai più in Italia.

455 I Vandali saccheggiano Roma.

476 Caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Viene deposto Romolo 'Augustolo', ultimo imperatore d'occidente. Teodorico, Re dei Goti, e 'Magister Militun' (generale imperiale) di Zenone, Imperatore dell'Impero Romano d'Oriente, sconfigge ed uccide Odoacre a Verona. Teodorico si insedia a Ravenna che diviene l'avamposto in Italia dell'Impero d'Oriente. Merito di Teodorico è la stabilizzazione dell'Italia settentrionale, integrando i cavalieri goti con la nobiltà e l'amministrazione romana, riuscendo a bloccare temporaneamente le ondate barbare.

489-553 Regno ostrogoto con capitale a Verona e poi a Ravenna.

526 Morte di Teodorico, re dei Goti e Magister Militum dell'Imperatore d'Oriente, a Ravenna.

535-553 Guerra gotico-bizantina. Giustiniano, Imperatore d'Oriente, muove guerra ai Goti e, dopo 19 anni di guerra terribile, si riappropria dei possedimenti bizantini di Ravenna e delle Venezie.

557-669 Scisma dei 'Tre Capitoli'.
Disputa teologico-religiosa (abbastanza oscura nella sua formulazione) tra l'imperatore d'oriente Giustiniano ed il Papato, con effetti soprattutto nell'area gravitante sul patriarcato di Aquileia.
Una commistione tra religione e politica che, quali effetti collaterali, produce numerosi movimenti 'scismatici' in tutta l'area Veneto-Friulana, con nomine vescovili incerte e appoggi che guardano all'imperatore di Germania.
Sia pure subdolamente è il cordone ombelicale con gli imperatori germanici, e con la cultura mittle-europea in genere, e una presa di distanze dalla chiesa romana e bizantina.
E' di questo periodo la profonda frattura con la chiesa di Grado che orbita, e viene successivamente assorbita, nella sfera della Serenissima Repubblica di Venezia.
Il patriarcato di Aquileia verrà definitivamente soppresso nel 1751 su proposta del Papa e trattative tra Venezia e Maria Teresa d'Austria.
E' una faccenda storicamente poco nota e, ancor più, poco frequentata, ma di estremo interesse per ulteriori approfondimenti e di non secondaria importanza nella storia del territorio Veneto e Friulano.

568
I Longobardi muovono alla conquista dell'Italia.
E' una specie di migrazione biblica di oltre 200.000 persone (econdo altre stime più recenti pare siano state circa 300 mila in vari periodi). Contadini, soldati, donne, vecchi, bambini, schiavitù, animali, su carovane stracariche di vettovaglie, lasciano le terra dove erano insediati da secoli, nell'odierna Ungheria, con il miraggio di insediarsi in una nuova terra ricca e fiorente.
Prediligono le grandi strade di comunicazione di epoca romana, soprattutto la via Postumia.
Treviso, per intercessione del vescovo, è risparmiata, Padova viene ignorata (la Postumia passa nei pressi di Cittadella).
Capitale del regno longobardo fu Cividale del Friuli.

572 Alboino viene assassinato.

589 Grande alluvione. Il Brenta e l'Adige (anche l’Astico) cambiano addirittura l'alveo. Il territorio rimarrà paludoso fino alle bonifiche benedettine del mille.

590 Morte, forse per avvelenamento, di re Autari, la cattolica moglie Teodolina ritesse i rapporti tra longobardi e cristiani.

601 Agilulfo, re dei Longobardi, assedia, conquista, saccheggia, rade al suolo Padova. Della città resterà un ammasso di rovine con pochissimi abitanti, Padova diverrà insignificante villaggio per molti secoli.

601 Conquista ed insediamento di Agilulfo a Monselice. Il Castrum Montissilicis dominerà l'agro patavino, trevigiano, vicentino e veronese per tutto il periodo della dominazione longobarda e fin quasi all'anno mille.

603 Conquista di Grado, il Patriarca (già fuggito da Aquileja) venne portato a Cividale con l'investitura di 'Metropolita' dell'intero Veneto.

605 Guerra Bizantino-Longobarda.

610 Scorreria con saccheggi dei territori friulani da parte della tribù degli Avari.

636-652 Regno Longobardo di Rotari.

643 Editto del re Rotari nella capitale Pavia, nel quale viene unificato il diritto romano e longobardo e viene riconosciuta la libertà di culto alla Chiesa Cattolica.

664 Nuova scorreria degli Avari nei Friuli.

668 Grimoaldo, re longobardo, conquista Oderzo e Asolo, le due 'enclave' bizantine ancora rimaste in territorio longobardo.

712-744 Regno Longobardo di Liutprando.

753 I Longobardi conquistano Ravenna e assediano Roma.

774 Discesa in Italia del Re dei Franchi Carlomagno. Assedio di Pavia, cattura di Desiderio, e caduta del Regno Longobardo.

800 Incoronazione, a Roma nella notte di Natale, di Carlomagno "Romanum gubernans imperium" del Sacro Romano Impero.
E' una delle date fondamentali della storia, segna il passaggio alle investiture del feudalesimo, una visione del mondo che reggerà tutto il medioevo e la premessa alle Signorie, ai liberi Comuni e alla storia moderna.

IX sec. Insediamenti benedettini a Padova.

866 Su investitura di Carlo il Calvo, della dinastia Carolingia, Everardo è Marchese del Friuli.
866 Il Vescovo di Rovigo edifica un ospizio a Santa Giustina a Padova e restaura la cattedrale. E' l'inizio della crescita benedettina.
888-924 Berengario marchese del Friuli e Re d'Italia.
899 Devastante invasione degli Ungheri, nuove distruzioni e saccheggi in tutte le città venete e a Padova in particolare, ancora indifesa e senza mura. Viene incendiato anche il monastero di Santa Giustina. Sembra che le terribili incursioni Ungare siano state almeno una dozzina tra Friuli e Veneto.
900 Sconfitta di Berengario contro gli Ungheri, lungo il fiume Brenta.
918 Concessioni e donazioni di Berengario, insediato a Verona, a Sicobone, vescovo di Padova, per la ricostruzione della città.
942 L'imperatore Ottone I, patrocina il restauro della Basilica di Santa Giustina e del monastero.
951 Ottone I, imperatore di Germania e titolare del Sacro Romano Impero, scende in Italia.

952 Dieta di Augusta. L'Italia è un feudo della Corona Germanica.
E' l'instaurazione del sistema feudale in Italia. L'Imperatore investe i suoi fedeli cavalieri del titolo di Vicario Imperiale nelle contee venete.
I Vescovi vengono inseriti a pieno titolo nel sistema feudale dando luogo al principati dei Vescovi-Conti.
Tra i più famosi il Principato di Trento e quello del Tirolo che sopravviverano per oltre ottocento anni, fino alle campagne napoleoniche.
962 Smembramento dell'impero Carolingio, a dominare sarà la casa di Sassonia con Ottone I
983 Dieta di Verona. Viene designato imperatore Ottone III di soli 3 anni. Il ruolo diplomatico di Venezia non è secondario.
1004 Le profezie per l'anno mille sembrano avverarsi. Nel Veneto si susseguono in tragica sequenza: un violentissimo terremoto, una gravissima carestia ed infine il colpo di grazia della prima grandissima pestilenza.


Treviso è stata anche un ducato longobardo
http://www2.regione.veneto.it/videoinf/ ... obardi.htm
L’occupazione di Treviso, destinata insieme a Verona e Vicenza, ad essere al centro della zona di più consistente insediamento longobardo nella nostra regione, avvenne probabilmente in modo pacifico a differenza di quanto accadde in altre parti della penisola con il dilagare dei nuovi invasori.

Paolo Diacono nella Historia Longobardorum ci parla della conquista di Treviso da parte di Alboino, sovrano che aveva condotto i longobardi in Italia nel 569.
Quindi Alboino giunse al fiume Piave e lì gli venne incontro il Vescovo di Treviso, Felice: su sua richiesta, il re - generoso com’era – gli permise di conservare tutti i beni della sua chiesa, confermando la concessione con un decreto”.
La civiltà longobarda è stata considerata per molto tempo dagli storici all’origine di uno dei momenti più oscuri della storia medievale per essere stata causa della rottura politica, sociale ed amministrativa, con il mondo classico.
La calata (migrasion) dei longobardi rappresentò la fine dell’unità sia all’interno dell’Italia padana che in quella peninsulare.
Il Veneto venne diviso tra una fascia litoranea, bizantina, e l’entroterra controllato dai duchi longobardi.

Longobardi a Cividale:
http://www.arengario.net/momenti/momenti27.html

Agordo e Longobardi
http://www.archeoagordo.it/15/autoctoni.htm

Ceneda (ducato longobardo)
http://members.xoom.virgilio.it/stelmag ... anella.pdf

Lombardia:
http://www.lombardiabeniculturali.it/is ... nita=01.01

La conquista longobarda
Nel 568 (o 569, gli storici non sono concordi) la penisola italica conobbe l'invasione di una nuova popolazione germanica proveniente da est, e più precisamente dalla Pannonia, l'odierna Ungheria: si trattava dei longobardi, guidati dal loro re Alboino, cui si erano uniti anche appartenenti ad altre nazioni germaniche, come svevi e sassoni. Alcuni guerrieri della stirpe longobarda avevano partecipato in qualità di mercenari alla lunga guerra che dal 535 al 553 aveva contrapposto, sempre in Italia, i bizantini agli ostrogoti: è probabile che da questa conoscenza del territorio, unita alla necessità di sfuggire alla pressione sulle terre pannoniche di altre popolazioni, derivasse l'idea successiva di migrare in Italia.

Fu un esodo di massa, che nei numeri va comunque ridimensionato alla demografia del tempo: compresi uomini, donne, bambini, servi si trattò di circa cento-centocinquantamila longobardi, che salgono fino a trecentomila unità se calcoliamo, peraltro in maniera approssimativa data l'indeterminatezza delle fonti, gli altri gruppi germanici.

Approfittando della debolezza dell'impero romano-bizantino, rientrato da poco in possesso della penisola dopo la guerra greco-gotica e in quel periodo concentrato in campagne militari in oriente e nei Balcani, i longobardi riuscirono nel giro di breve tempo a conquistare ampie aree della penisola italica: quasi tutto il nord, dal Friuli a Torino all'Emilia occidentale (Modena compresa), parte dell'Italia centrale, con la Tuscia (corrispondente grosso modo alla Toscana e a parte del Lazio) e Spoleto, e buona parte del Mezzogiorno, con centro a Benevento. Rimasero invece in mano bizantina le coste dell'Italia settentrionale: la Liguria (conquistata però nel secolo successivo dal re Rotari) e, pur con qualche interruzione, il lungo litorale compreso tra Venezia e Ancona.


http://www.storiadimilano.it/citta/Piaz ... arbari.htm

...

L'abbandono della piazza
Con la morte di Teodorico nel 526 ricominciano i guai per Milano, perché l'imperatore Giustiniano è deciso ad eliminare il regno dei Goti. La reazione non tarda a fari sentire e alla fine del 537 il vescovo Dazio deve abbandonare Milano assediata alla volta di Roma, per invocare aiuto contro i Goti. L’assedio guidato da Uraja, nipote di Vitige, dura per tutto l’anno 538, con l’appoggio dei Burgundi. Nell’inverno 539 la città, ormai stremata, viene saccheggiata, rasa al suolo e le donne vendute come schiave. La tradizione vuole che per qualche anno Milano fosse cancellata dalla faccia della terra, ma in realtà la distruzione non fu così drastica, seppur gravissima. Pur rimanendo la metropoli della diocesi, non si capisce nemmeno più chi è il vescovo, assente da Milano.
La banderuola girò nuovamente a favore dell’esercito imperiale nel 552, quando il generale Narsete riconquistò l’Italia. La tradizione vuole che rifacesse le mura ovunque fossero state distrutte. A Milano queste nuove mura vennero arretrate rispetto a quelle romane e fatte passare nell’area meridionale lungo una linea rintracciabile grazie alla presenza di cappelle, rimaste successivamente a indicare le torri: la Rotonda del Pellegrini, S. Andrea al muro rotto, S. Giovanni Laterano, S. Zenone, S. Pancrazio. Queste mura rovinarono molto presto e vennero forse utilizzate successivamente come deposito di materiali da costruzione, lasciando sussistere le torri mozzate e trasformate in cappelle.
Nel 569 il re dei Longobardi Alboino entrò a Milano e il vescovo Onorato fuggì a Genova con il clero maggiore e l’aristocrazia. I Longobardi non toccarono il gruppo cattedrale cattolico, ufficiato dal clero minore rimasto a Milano (che prese il nome di decumano), e costruirono un proprio polo liturgico. La basilica regia longobarda divenne S. Simpliciano, mentre per il culto dei fedeli ariani si costruì fuori dalle mura la chiesa di S. Giovanni in augirolum con annesso battistero, dove ora si trova la Torre Velasca.
Nel terreno un tempo occupato dalla basilica vetus, a fianco del battistero di S. Stefano, si ebbero le prime sepolture nell’area del complesso episcopale, come quella del VI sec. inoltrato di Lucifer aurefix, rinvenuta nella sacrestia aquilonare del Duomo.

Archeologia Medievale città di Lucca:
http://archeologiamedievale.unisi.it/me ... sizione/60


Longobardi:
http://www.winniler.net/longobardi.html

http://www.winniler.net/esercito.html


http://www.summagallicana.it/lessico/l/ ... obardo.htm

Ducati longobardi

I ducati longobardi furono le principali organizzazioni politiche create dai Longobardi in Italia.
Dopo l'invasione guidata da Alboino nel 568, il territorio conquistato fu ripartito secondo criteri principalmente militari e assegnato a quanti, tra i nobili longobardi, si erano distinti in combattimento: i duchi, appunto.
La carica non era nuova ed era legata all'istituzione della fara, unità base della struttura sociale e militare dei Longobardi, ma dopo l'insediamento in Italia assunse nuove caratteristiche.
Il primo ducato a essere costituito fu, già all'indomani della conquista (569), quello del Friuli, affidato da Alboino a Gisulfo.
Particolare rilievo storico ebbero i due ducati eretti nell'Italia centro-meriodionale (la Langobardia Minor), Spoleto (ca. 571) e Benevento (570), che godettero spesso di ampia autonomia all'interno del regno longobardo.
Nei primi anni del dominio longobardo in Italia, i ducati si ressero autonomamente per un decennio, senza che ci fosse un re centrale (Periodo dei Duchi, 574-584).
In seguito, di fronte all'inefficienza e alla pericolosa debolezza militare di una simile frammentazione, i duchi tornarono a eleggere un re (Autari), ma i rapporti tra il potere centrale e i ducati rimasero deboli.
Soltanto con il tempo l'accentramento del potere regio, almeno nella Langobardia Major (Italia centro-settentrionale), ebbe la meglio sui particolarismi dei ducati.
Il ducato rappresentò per diversi nobili longobardi una sorta di "trampolino di lancio" verso il trono di Pavia (tra i tanti esempi, spiccano molti tra i più grandi tra i sovrani longobardi: Autari, Agilulfo, Rotari, Grimoaldo, Rachis, Astolfo, Desiderio).
Non sempre però il colpo andava a buon fine, e il tentativo di usurpazione culminava con la morte del duca ribelle (Alachis, Rotarit).
I ducati longobardi, tanto nella Langobardia Major quanto nella Langobardia Minor, non furono soppressi alla caduta nel regno (774), ma furono inglobati nell'Impero carolingio. Unica eccezione, il Ducato di Benevento: presto elevato al rango di Principato (ma poi anche indebolito da secessioni), conservò la sua autonomia e anzi rivestì un importante ruolo politico fino all'arrivo dei Normanni (XI secolo).

Elenco dei ducati longobardi e data di costituzione

Ducato del Friuli - 569
Ducato di Ceneda – 568/667
Ducato di Treviso - 568
Ducato di Vicenza - 569
Ducato di Verona - 568
Ducato di Trento - 568
Ducato di Parma – 579/593
Ducato di Reggio – 584/593
Ducato di Piacenza – ca. 593
Ducato di Brescia – 568/569
Ducato di Bergamo – 570/575
Ducato di San Giulio Isola del lago d’Orta – ca. 575
Ducato di Pavia – dal 572 al 774 capitale del regno
Ducato di Torino – 568/569
Ducato di Asti - 569
Ducato di Tuscia – 574
Ducato di Spoleto - 571/576
Ducato di Benevento – 570/576

Fonti
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992
Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino, Einaudi, 2002. ISBN 8846440854
Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. ISBN 8872734843
Ultima modifica di andetios il sab nov 07, 2009 10:02 pm, modificato 2 volte in totale.
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Messaggioda andetios » ven ott 30, 2009 9:10 pm

Rotari


Rotari (Brescia, 606 – 652) fu re dei Longobardi e re d'Italia dal 636 al 652.
http://it.wikipedia.org/wiki/Rotari

Re longobardi:
http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_dei_re_longobardi


Edito de Rotari:
http://it.wikipedia.org/wiki/Editto_di_Rotari
La memoria di Rotari è legata soprattutto al celebre Editto, promulgato alla mezzanotte tra il 22 novembre ed il 23 novembre 643, con il quale codificò il diritto longobardo rimasto fino ad allora legato alla trasmissione orale. L'Editto apportò significative innovazioni, come la sostituzione dell'antica faida (vendetta privata) con il guidrigildo (risarcimento in denaro), e limitò fortemente il ricorso alla pena capitale.
L'editto fu scritto in latino e con frequenti parole (latinizzate) d'origine longobarda.

Immagine

http://www.mondimedievali.net/Barbar/im ... rotari.jpg


http://cronologia.leonardo.it/umanita/cap057.htm


http://www.marcopolovr.it/progetti/barb ... htm#rotari

Diritto Longobardo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_longobardo
http://archiviodistatomilano.it/cartola ... pto-mundio

Anche l'Archivio di Stato di Milano ha la sua numero uno, la più antica pergamena conservata dagli Archivi di Stato italiani.

Si tratta di un mundio, istituto del diritto longobardo secondo il quale un uomo aveva il diritto e il potere di amministrare i beni della donna considerata dal diritto longobardo incapace di agire, e di assisterla nel compiere atti giuridici anche nel caso di beni di proprietà della donna stessa. Il mundio era esercitato dal mundoaldo, in genere un parente maschio della donna (marito, fratello, anche un figlio minorenne nel caso di una vedova); senza l'approvazione del mundoaldo gli atti giuridici della donna non erano validi. L'istituto del mundio proviene dal diritto germanico che poneva la donna in condizione fortemente subalterna all'uomo; nell'editto di Rotari, col quale questo re mise sulla carta i principi del diritto longobardo, è ribadita l'impossibilità giuridica della donna di liberarsi dal mundio.

La Cartola de accepto mundio è conservata nel fondo Museo diplomatico che raccoglie i più antichi documenti dell'Archivio di Stato di Milano, pubblici e privati, anche cartacei, ma in grande maggioranza pergamenacei, in originale e in copia, a partire dal secolo VIII fino al secolo XII.

http://www.medioevoinumbria.it/Standard ... aiale.aspx

Nell’Editto di Rotari, la categoria lavorativa più tutelata è quella dei pastori, e al loro interno in particolar modo dei porcari: chi avesse ucciso uno di loro sarebbe stato condannato al pagamento di una multa di 50 lire, cifra esorbitante per l’epoca, contro le 20 di chi si fosse reso colpevole dell’assassinio di un contadino. Quindi, secondo la mentalità dei nuovi padroni, la vita di un guardiano di porci valeva due volte e mezzo quella di un agricoltore. Ma questo non deve stupire più di tanto: era la struttura stessa dell’economia longobarda, di tipo silvo-pastorale, che induceva a questa sopravvalutazione della professione del porcaro, e per di più la carne di maiale era presso i popoli germanici la preferita per l’alimentazione.
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Messaggioda andetios » sab ott 31, 2009 8:16 pm

L’inçidensa entega de i jermani in jeneral e de i longobardi in particolar in te l'ara venetiana:

La storiografia ufiçal del stado tajan ła tende a taxer o a xminoir l’aporto etnego, cultural, łengoestego e toponomastego de łi migranti jermani.

Łi storeghi de rejime łi conta de tuto fora ke ła veretà: negar, scondar e ridur el pì posibiłe el contribù-inesto jermanego e exaltar sora tuto l’inesto latin ke in proporsion, forse, ‘l xe sta enferior de nomaro: stando a ła toponomastega, a na recostrusion etno-storega ,no de parte, e a na łengoestega libera da li dogmi romanxi e da li vincoli de rejime.



Co gà scuminsià a rivar kive łi jermani, in vanti i goti-ostrogoti e daspò i longobardi in coantità pì granda, ła popołasion de ła nostra tera veneta e de coeła tałega se gheva ridota coaxi de ła metà respeto al II secoło daspò Cristo.
L’inpero roman co łe so goere, co łi so parasidi e priviłejadi, ła cu economia agricoła jera fondà so ‘l sfrutamento de łi s-ciavi e ła seitante/continoa espansion teritorial-połidega-miłitar co łe so rapine e ła so ridusion in s-ciavetù el ghea xà rosegà ła so baxe omana-soçałe-conomega.

In pì ghè sta na carestia granda, na pestiłensa teribiłe e na serie de ałovion ke gà canvia l’aseto-aspeto de ła piana veneta da l’Astego al Brenta a l’Adexe e al Pò.

La peste di Giustiniano (VI°secolo d.C.)
http://it.wikipedia.org/wiki/Peste_di_Giustiniano
La peste influenzò anche la Guerra gotica (535-553), dando agli Ostrogoti la possibilità di rafforzarsi durante la crisi degli avversari. Sebbene la guerra venisse poi vinta dai bizantini, si pensa che la peste sia stata una delle cause che impedirono una vera presa di possesso dei nuovi territori, che dovettero quasi essere lasciati a sé stessi per la contrazione demografica dopo l'epidemia, aprendo così la strada alla invasione longobarda.
Fu certo una delle cause principali del crollo della civiltà urbana, già fortemente indebolita dalla vicende belliche ed economiche, nei territori appartenuti all'impero romano o all'epoca ancora controllati da Costantinopoli, segnando il definitivo passaggio dall'antichità al medioevo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Epidemie

Le aluvion del Brenta e de l’Astego:
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Pensè ke in tel VI secoło ła popołasion de ła penixla tałega jera ridota a suparsò 4 miłioni di omani, ła metà de łi 8 ke dovea esarghe intel II secoło v-C.

Inte ła tera venetiana se pensa ke intel VI° secoło podese esarghe suparxò da 350 a 500 miła omani.

http://archeologiamedievale.unisi.it/me ... inario/274

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Odoacre
http://cronologia.leonardo.it/storia/anno476a.htm
Ostrogoti
http://cronologia.leonardo.it/storia/anno489a.htm
No ho trovato molte notizie sul numero: si dice che si mossero dal Nord-Europa in circa 300 mila, in area italica ne giunsero forse 100/200 mila ?

Teodorico
http://cronologia.leonardo.it/storia/anno493a.htm

I goti
La nostra unica fonte per la storia antica dei Goti è l'opera "Getica" di Iordanes (pubblicata nel 551), una condensazione dei dodici volumi di storia dei Goti, andati perduti, scritti in Italia da Cassiodoro.
http://it.wikipedia.org/wiki/Goti


I longobardi
http://www.lombardiabeniculturali.it/is ... nita=01.01

Nel 568 (o 569, gli storici non sono concordi) la penisola italica conobbe l'invasione di una nuova popolazione germanica proveniente da est, e più precisamente dalla Pannonia, l'odierna Ungheria: si trattava dei longobardi, guidati dal loro re Alboino, cui si erano uniti anche appartenenti ad altre nazioni germaniche, come svevi e sassoni. Alcuni guerrieri della stirpe longobarda avevano partecipato in qualità di mercenari alla lunga guerra che dal 535 al 553 aveva contrapposto, sempre in Italia, i bizantini agli ostrogoti: è probabile che da questa conoscenza del territorio, unita alla necessità di sfuggire alla pressione sulle terre pannoniche di altre popolazioni, derivasse l'idea successiva di migrare in Italia.

Fu un esodo di massa, che nei numeri va comunque ridimensionato alla demografia del tempo: compresi uomini, donne, bambini, servi si trattò di circa cento-centocinquantamila longobardi, che salgono fino a trecentomila unità se calcoliamo, peraltro in maniera approssimativa data l'indeterminatezza delle fonti, gli altri gruppi germanici.


A spàne, de sti 300 miła jermani se pol prexomare ke 100 miła se gapie fermà inte la Venetia, tra Cividal e ‘l Garda; 100 miła se gapie ferma in Lonbardia e Piemonte e staltri 100 miła xo intel resto de ła penixla tałega.

100 miła omani jermani (conprexo done e putełi) in ara venetiana vol dir ke l’aporto jermanego xe stà a spàne da on 12% a on 25%, inte l’ara piemontana da Cividal al Garda ła perçentual pol rivar al 70% e in çerte xone dixabetà del piano anca al 100%; inte l’ara de ła lagona łi ensediamenti jermaneghi xe sta coaxi zero.


Ła toponomastega de l’ara piemontana veneto-furlana xe xepa de nomi jermaneghi :
Monsełexe, Trambake, Borgoricco, Desman, Maniago, Conelian, Spresian, Castelfranco, Casteło de Godego, Nervesa (de ła Bataja), Marostega, Sandrigo, Schio, Doviłe, Thiene, Veło d’Astego, Breganze, Brendola, Olmo, Creazzo, Sovizzo, Castelgumberto, Soave, Zevio, Fare-Fara (xvarie), Montegalda, Gazzo, Nove (?), Angarano (?), Scodoxia, Vigardoło, Garda e Gardon (? forse preexistense çelte o reto-eugano-çelte), Bardołin, Guizza, Pavia (Papia), Pavioła (PD), Altaviła, Viłalta, Viłafranca, Vilaverla, Romagnan, Romanore (da Arimanni ?), ... (el fiume Bakiłion, anca Rovigo e Rodigo nel mantovan), ... e çentenari de altri.
(Saria da far na çerca jeneral e profondia)

El lesego de łe łenghe de l’ara furlan-veneto-padan el gà çentenari de bocabołi de orijine jermanega almanco el dopio de coełi ke se cata inte ła łenga tajana, daspò łe łenghe de l’ara piemontana vixentina, trevixana, veronexe łe gà ‘ncor de pì bocabołi jermaneghe par l’aporto dei çinbri.
(Saria da farna çerca jeneral e profondia)


http://cronologia.leonardo.it/storia/anno371.htm
...
Parliamo però ora di TEODOSIO il Vecchio, cioè del valoroso generale, padre del futuro imperatore che ha ora poco più di vent'anni e ha seguito (anche lui come Graziano) fin dall'adolescenza il padre nelle numerose campagne militari in varie province.

Teodosio padre, aveva combattuto nel 367-368 in Britannia contro i Pitti e gli Scoti ristabilendo l'ordine a Londra, poi chiamato in Italia da Valentiniano, era sceso in suo soccorso partendo dalla Rezia.

Da Stoccarda era sceso sul Reno, poi l'aveva risalito. Lungo il percorso, oltre le grandi distruzioni e i saccheggi che abbiamo già narrato, prendendo alle spalle gli Alamanni, fece numerosi prigionieri.

I BARBARI JERMANI:
Non solo soldati, ma anche 30.000 pacifici pionieristici coloni che - come abbiamo già accennato negli scorsi anni - avevano trasformato il territorio in un Eden.
Sia al di qua sia al di là del Danubio, della Mosella, del Neckar, del Reno, e del Marne.
Avevano disboscato, aperto canali irrigui in questi grandi fiumi, drenato terreni, create piantagioni e pascoli e soprattutto messo a dimora i vitigni che ancora oggi sono il vanto della Renania, del Palatinato, della Bassa Giura, e dello Champagne.
Avevano coltivato il luppolo pregiato, la materia prima per la birra, una bevanda che i romani disprezzavano chiamandola "urina dei barbari".


Padre e figlio rimasero impressionati. Loro spagnoli di Segovia avevano visto, attraversandole, già le colture della Spagna, della Francia, e quelle italiane molto misere ai lati del Po lungo la Pianura Padana, ancora dominata da immense foreste. Non avevano mai visto nulla di simile, un territorio così bene organizzato, coltivato, e reso così produttivi i terreni.

Teodosio requisì tutti quei bravi coltivatori, smembrò famiglie, distrusse parentadi, incolonnò i 30.000 uomini migliori, e nel senso inverso deportandoli li fece scendere, attraverso il Passo Resia, nella Val Venosta a Bolzano, poi Trento, Verona, fino al Po.
Distribuì così sulle sue sponde 60.000 braccia, per sradicare boschi, arare campi, aprire canali, fare argini al fiume; come aveva visto fare lassù nel Nord. Ed eccoli questi deportati nella pianura Padana, a Cremona, Guastalla, Ostiglia, Occhiobello, ospiti forzati; a integrarsi poi col tempo, e a trasferire poi nel bagaglio genetico degli indigeni anche quello di Goti, Alamanni, Germani.


http://cronologia.leonardo.it/storia/anno369.htm
Ricevuto l'ultimatum e saputo quanti erano - 150.000 goti pronti a spazzarlo via se non accettava una pace definitiva - Valente fu costretto ad acconsentire all'incontro e firmare un trattato di fine ostilità, oltre ad impegnarsi a riparare i danni.
VALENTE era però andato di là dalle intenzioni di VALENTINIANO, oltre ad aver accettato una pace con una prassi umiliante.

C'è, infatti, un curioso particolare in quest'incontro (da fonte tedesca). Quando il grande re dei germani, il Visigoto ATANARICO, sul Danubio a Marcianopoli s'incontrò per discutere la pace con VALENTE, il capo goto, non volle mettere piede al di là del Danubio; mandò a dire che non si fidava dei romani "siete dei traditori e un giuramento solenne fatto al mio popolo m'impedisce di calpestare il suolo di un "barbaro" romano, ma nemmeno voglio che un "barbaro" romano calpesti il sacro suolo dei miei germani".
In mezzo al Danubio fece costruire una chiatta, lì con due piccole barche i due "grandi" s'incontrarono guardati a vista dai soldati dalle rispettive rive. Più che una pace era una resa dei romani. Inoltre stavano provando l'"umiliazione" di essere trattati alla pari, anzi peggio, Valente dovette accettare le condizioni da loro poste.
E questo in quattro secoli non era mai accaduto. Stava cambiando un mondo e un epoca.
...
Qualcosa di simile di quanto detto a Valente dissero poi in faccia anche a lui, a VALENTINIANO i Sarmati, nel 375 (leggeremo più avanti) a Bregetio, dopo che lui di persona aveva devastato e fatto saccheggiare Acinco sul Danubio illirico.
La delegazione invitata a trattare la resa, ebbe l'ardire di affermare che era lui il "barbaro", che era lui un "invasore".
La ferita sull'orgoglio di Valentiniano, fu mortale; nel parossismo della collera morì fulminato da un colpo apoplettico.


http://cronologia.leonardo.it/storia/anno476a.htm
Del governo di Odoacre gli Italiani non ebbero a lagnarsi: un atto solo egli compi che non poteva essere molto gradito: la distribuzione del terzo delle terre ai suoi soldati.
Ma era questa una promessa che lui ai suoi aveva fatto e andava mantenuta. Tale distribuzione del resto, non dovette danneggiare gran che l'Italia. L'esercito barbarico non era numerosissimo né sparso, come qualcuno crede, in tutta l'Italia. Probabilmente era stanziato quasi tutto presso Ravenna e poca cosa nella Transpadana e il provvedimento dovette soltanto colpire i possessori di terre di queste regioni.
E forse nemmeno tutti i proprietari, perché non valeva la pena togliere il terzo a chi aveva appena quel tanto da cui a stento traeva da vivere, ma i grandi latifondisti, ai quali - è da credere - vennero diminuite le imposte. Se si pensa che, per la legge sugli acquartieramenti, questi proprietari terrieri erano obbligati a pagare, e pagavano, il terzo del frutto delle loro terre, si concluderà che la cessione del terzo della res frugifera in luogo del fructus non veniva a costituire di certo un danno molto più grande.

Qualcuno pensa che il provvedimento di Odoacre abbia dato rilevanti vantaggi economici all'Italia, derivati dalla divisione delle proprietà, dall'accresciuta popolazione agricola o dall' incremento venutone all'agricoltura. Ma è un giudizio che non possiamo condividere perché, se lo spezzettamento ci fu, non ci fu però l'aumento di coltivatori diretti, preferendo i barbari far coltivare il suolo agli Italiani e, se anche i soldati di Odoacre avessero direttamente coltivate le terre loro cedute, la breve durata di questo regno non avrebbe potuto produrre quei benefici di cui qualcuno parla, benefici che non possono ammettersi neppure in misura limitata se si pensi inoltre che la distribuzione dovette esser fatta con molta lentezza e dopo un lungo e paziente lavoro.
La situazione dell' Italia dunque non mutò gran che sotto il governo di Odoacre: furono mantenute le antiche istituzioni e l'amministrazione centrale e provinciale non subì alcuna modificazione. All'esercito, è vero, fu dato un carattere spiccatamente germanico e ai barbari furono affidati i più alti comandi militari, ma le più importanti cariche civili rimasero nelle mani dei Romani.
Ultima modifica di andetios il sab nov 07, 2009 9:10 pm, modificato 1 volta in totale.
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Messaggioda andetios » mer nov 04, 2009 7:38 pm

Sta kì xe na carta de ‘l teratoro vixentin intel XIII° secoło,
ke ła testimona de ‘l stado jeomorfołojego, topononastego e połedego de sto canton de l’ara veneta.

Par çerti aspeti sta situasion xe comun a coeła de ‘l veronexe, de ‘l trevixan, de ‘l belunexe, de ‘l ruigoto e de ‘l’udanexe (łe xvare Marke);
resta fora da sto grande aporto etnego e da ła ejemognia połedega jermanega l’ara venesian lagonar e parte de coeła pavana (?).

Se pol vedar come ca l’enfloensa jermanega scuminsià intel V° secoło d.C. (supar xò in coiçidensa de ła fin de l’inpero roman) col rivo e l’inesto de migranti goti e po’ longobardi e pì tardi co coeło de l’enfloensa połedega franca (IX secoło, Carlo Magno e l’inpero carolinjo : http://it.wikipedia.org/wiki/Impero_carolingio e de ła todescaria Sagro Roman Inpero : http://it.wikipedia.org/wiki/Sacro_Roma ... _Germanico ) sipia durà suparxò 800 ani fin a ‘l XIII° secoło: http://cronologia.leonardo.it/umanita/papato/cap078.htm.

El contribù o aporto etnego medio dei migranti jermani in ara veneta, xe sta almanco da 2 a 4 volte coeło dei latin-romani, 7/5 sento ani prima (łi roman-latini 5/8%; łi jermani 15/25% e inte ła piemontana venetiana da Cividal al Garda se riva anca al 50% e in çerti posti al 70%) e ła so enfloensa połedega ła gà durà coaxi el dopio (coeła romana dal II secoło a.C. a partir da ła dedusion de ła cołogna de Akiłeja fin al III° d.C. co ła capital de l’inpero roman xe stà spostà da Roma a Milan, suparxò 470 ani e coeła jermanega envençe dal V° secoło d.C. a ‘l XIII° d.C., 800 ani).
Daspò se gà da xontar i çinbri e altri, dagnora de orijine jermanega o mista in ara bavarexe e tirolexe (çelto-jermanega) ke gà popołà łe prialpi venete de Trevixo, Viçensa, Verona co n’aporto etnego ke riva anca al 100%.


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Messaggioda andetios » sab nov 07, 2009 12:16 am

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Storia e geografia della colonizzazione germanica medievale
(in ste pajine no se trata de łi jermani goto-longobardo-franki rivasti dal V° al IX secoło; ma de coełi dopo)

di Sante Bortolami, Paola Barbierato

Un mondo in costruzione: l’Altopiano nei secoli XI-XIII
di Sante Bortolami

...

Verso un mondo di “cimbri”?

Note di antroponimia e di toponomastica

È cosa nota che a partire dall’annessione delle regioni venete alla Marca di Carinzia e dalla costituzione di una autonoma Marca Veronese scorporata dal Regno Italico nella seconda metà del X secolo [cfr. Castagneto, 1985, p. 11], la politica degli imperatori sassoni mirò a precostituire nella nuova circoscrizione pubblica creata a sud delle Alpi una robusta trama di favorevoli collegamenti feudali sia nelle città che nelle campagne, insediandovi spesso marchesi, conti e soprattutto vescovi di origine germanica alla guida delle tradizionali strutture d’inquadramento territoriale [Schwartz, l 913; Hlawitschka,1960] .

Che un simile processo abbia comportato movimenti consistenti di personale militare transalpino destinato a radicarsi e spesso ad affermarsi tra i quadri dell’aristocrazia italica è fatto anch’esso comunemente ammesso [Castagneto, 1990; Haussmann, 1983, pp. 547-596].

Ci sfuggono però ancora, a dire il vero, tutte le implicazioni di un fenomeno del genere; e in particolare se e in che misura esso ebbe un’incidenza sulla qualità della spinta colonizzatrice che investì principalmente, appunto, regioni come quelle trivenete, cui si riconosceva una decisiva funzione di raccordo tra il mondo tedesco e la penisola.

In un simile contesto s’inquadra la questione, ancora ricca di risvolti non chiari, sulla quale si sono affilate soprattutto le armi dei glottologi (le ideolojie al lavoro per falsificare la realtà) dall'Ottocento ad oggi: quando e con quali modalità si sono create le isole alloglotte tedesche trivenete e, nella fattispecie, quella dell’Altopiano dei Sette Comuni?

Una questione che si raccorda a quella, meglio approfondita ma anche più ipotecata da preoccupazioni extrascientifiche, della germanizzazione medievale del Trentino-Tirolo [Leitner, Haider, Riedmann, 1985; Rogger, 1987, pp. 45-51].

Abbandonate indimostrabili idee sulla continuità di stanziamenti barbarici antichi o tardoantichi e vecchie tesi “pangermaniche” che arrivavano addirittura a intravedere nella minoranza etnica della nostra zona «i resti di un’antica popolazione germanica che si univa alla madrepatria senza discontinuità di territorio fino al secolo XIII» [Frescura, 1894-1898, vol. II, pp. 37-38, ma anche Cipolla, 1882, pp. 7-8], sembra oggi prevalere anche fra gli storici l’opinione di una graduale immigrazione di genti germaniche intervenuta all’incirca tra il Duecento e il Trecento, che avrebbe finito per soverchiare il sostrato romanzo rimastovi
[no ghe jera gnaon sostrato romanxo, ghe jera caxo mai on strato goto-longobardo-franco so on sostrato veneto; so i monti veneti no ghe jera purpio o coaxi nesun latin e gnaon romanxo e poca ma poca xente].


In particolare, dopo le giudiziose ma più che centenarie ricerche del Cipolla [cfr. Cipolla,1882, e Bologna, 1876], si tende a sponsorizzare l’idea di una derivazione abbastanza univoca e cronologicamente circoscritta dell’elemento germanico nel Trentino meridionale (so on sostrato retego e on sora-strato jermanego goto-longobardo) e nelle Prealpi vicentine e veronesi (solkè çinbro o prevałentemente çinbro).

Secondo tale ipotesi, da un iniziale stanziamento sull’Altopiano di Lavarone, patrocinato nel 1216 dal vescovo di Trento Federico Wanga d’intesa con i signori Olderico ed Enrico da Beseno, certamente "tedeschi" come il presule, anche se insediati nel Trentino meridionale, le «tribù tedesche nomadi [...], menando seco i loro armenti, di pascolo in pascolo, di monte in monte» si sarebbero infiltrate gradualmente sull’altopiano di Asiago da un lato e dall’altro avrebbero oltrepassato l’Astico, raggiungendo e occupando verso la fine del Duecento le montagne dell’alta valle dell’Agno; di qui, attraverso il “ponte” di Recoaro, si sarebbero spinte ancora più a est, disseminandosi sui Lessini veronesi, dove il Cipolla è propenso a escludere qualsiasi presenza di allogeni prima del 1287 [Cipolla, 1882, pp. 60-61 ] .

Presso i linguisti, d'altro canto, prevalgono oggi prospettive che, sia pure con sfumature diverse, inclinano a riconoscere negli alloglotti tedeschi dei Sette Comuni vicentini dei tirolesi occidentali o comunque degli oriundi dall’area dialettale bavarese calati in queste zone in un periodo collocabile intorno alla metà del XII secolo [Heller,1982, pp. 51-58; Vigolo, 1987, pp. 17-28; Heigl, 1974; Hornung, 1984, pp. 47-53 e 1988, pp. 13-24; Pisani, 1979, pp. 39-41; Pellegrini, 1979, pp. 365-384] .

In realtà, senza negare un intensificarsi delle migrazioni di lavoratori tirolesi, bavaresi, svevi, carinziani e stiriani - specialmente contadini, minatori, boscaioli - a partire dal XIII secolo, è da pensare che una costante pressione di genti germaniche sul versante meridionale delle Alpi, variamente pilotata da poteri pubblici e privati di quelle zone, si sia mantenuta anche nei due-tre secoli precedenti, con effetti ben visibili anche in tutto il Veneto settentrionale.

Si pensi, per fare un esempio che va a smentire tradizionali convincimenti, al caso delle minoranze tedesche massicciamente insediate sulle montagne circostanti Valdagno, nei piccoli centri di Muzzolon, Quargnenta, Selva di Trissino, Rovegliana, Altissimo, Cerealto, San Pietro Mussoline.
L’opinione corrente in proposito è che tale situazione abbia avuto inizio solo dal 1288, quando un gruppo di consorti forestieri capeggiati da tale Olderico Falileane de Falde avrebbe concordato a certi patti con i signori del luogo il popolamento (o il ripopolamento) delle «contrade e selve» di Trissino con la costruzione di trentasei masi e di una chiesa [cfr. Morsolin,1881, pp.169-178] .

Documenti più recentemente affiiorati provano invece che già nel 1224 dei parlanti la lingua tedesca (tiatonici) risiedevano nel territorio di Valdagno [Grigoletto, 1988, doc. II, p. 195]; e d’altra parte la stessa stirpe nobiliare dei Trissino, loro signori, che secondo un’attendibile informazione cronachistica apparterrebbe a un ceto di vassalli imperiali scesi in Italia al seguito di Enrico II nel 1004 [Pagliarini, 1990, pp. 238-239], è effettivamente più antica di quanto fino ad oggi si è ritenuto, dal momento che la si trova insediata nella valle già nel 1090, molto probabilmente con servitù sia transalpina sia italica [CDP, I, doc. 303 p. 328] .

Per gruppi più o meno consistenti, ma sempre comunque tali da segnalarsi per una loro almeno iniziale eterogeneità rispetto al circostante tessuto sociale, elementi oriundi dalle regioni germaniche ebbero sicuramente modo di stanziarsi anche altrove nel Vicentino fin dall’XI secolo, con spiccata preferenza per le zone collinari e montuose.

Ad esempio, tra le terre che il vescovo Leudigerio (uno di quei presuli vicentini dell’XI secolo «sempre più risucchiati dentro l’impero» che fu tanto legato alla Chiesa tedesca da essere ricordato nel 1072-1073 tra i vescovi defunti nel Liber Pontificalis di Eichstätt [fracco, 1988, pp. 380-382; Rande, 1991, pp. 49-59]) donava al monastero di San Pietro nel 1068, ve n’era una, nei dintorni di Altavilla, chiamata Runco Tutisco, dove si prevedeva di impiantare una corte [Gualdo, 1954, doc. 24 p. 54] (e forse memore di questi precedenti il suo successore nella cattedra vicentina avrebbe tentato di attirare ancora nel 1328-1329 un gruppo di lavoratori teutonici sulle stesse colline di Altavilla allo scopo di ammansare oltre seicento campi d’incolto) [Morsoletto, 1990, pp. 178-180] .

Ancor prima, nel 1033, in prossimità dell’Astico sono menzionate una silva Alamanna e un’altra selva detta Mugla, pure trasferite dalla mensa vescovile ai monasteri di San Felice e di San Pietro ad opera del presule Astolfo, fedelissimo dell’imperatore Corrado II e del figlio Enrico [Gualdo, 1954, doc. 12 p. 29].

A Bassano nel 1175 erano ben nove i todesci (immigrati di fresco per essere così denominati) che partecipavano regolarmente alla vita del comune [Verci, 1779, doc. XL pp. 62-64] .
Un Uguccione di Enrico Tedesco, proveniente da Marostica, nel 1189 rivestiva addirittura l’ufficio di procuratore del comune di Vicenza [Verci, 1779, doc. LII p. 96; ma cfr, anche Scarmoncin, 1986, doc. 60, pp. 114, 238, 248, VI p. 273] .
Nelle campagne di Marostica, vero "occhio" dell’Altopiano, verso la metà del Duecento è normale trovare persone chiamate Olderichus Todeschus, Albertus Iohannis Tedeschi, Michael Todeschus, Blancus Encontri Tedeschi e persino una contrada detta dei Latini (hora Ab Latinis), da intendere probabilmente come "ladini" [cfr. Carlotto, Varanini, 2006, pp. 72, 82, 93, 28 1, 301 ].

Esistono insomma numerose spie che fanno pensare a un’ininterrotta infiltrazione, avvenuta in tempi e per ragioni diverse specialmente dopo il Mille, di piccole ma attive minoranze etniche del genere sulle montagne, nelle valli e lungo i passi posti anche più a sud dell’episcopato trentino.
Un fenomeno, questo, comprensibile anche alla luce dell’importante ruolo che vescovi, grandi vassalli, ministeriali sia “latini” sia “teutonici” di quest’ultimo principato territoriale di cerniera fra Germania e Italia [cfr. Huter, 1937, doc. 150 p. 69, del 1124] svolsero soprattutto dal Duecento come vettori e smistatori di genti germaniche sul versante alpino meridionale.

Nel caso specifico dell’Altopiano, non va dimenticato che proprio la sperimentata necessità di presidiare con forze fedeli le vie che da Trento potevano offrire percorsi alternativi alla val Lagarina per raggiungere il planum Italiae indusse verosimilmente gli imperatori germanici a vigilare su passi e chiuse e a favorire la moltiplicazione di castelli e centri abitati in cui non fu difficile insediare quote più o meno consistenti di popolazione tedesca. Valga o no l’identificazione del monte Longara con quel mons Ungdricus
sul quale, sbarrate a sud di Trento le strade di fondovalle, il duca Ottone di Carinzia nel 1002 fu costretto ad attendere e ad affrontare le truppe lombarde di Arduino d’Ivrea, è giocoforza riconoscere l’acrocoro dei Sette Comuni almeno nel «montem clusis superpositum» da cui, due anni dopo, i contingenti militari imperiali avrebbero aggredito gli italici, costringendoli a gettarsi a precipizio dai dirupi o ad annegare nel Brenta [ Thietmari Merseburgensis episcopi, 1955, pp. 249-251, 278].
Se si considera poi che il “cavaliere con un solo cavallo” Ecelo di Arpo (entrambi i nomi riportano a consuetudini onomastiche notoriamente diffuse nei lignaggi nobiliari del ducato di Baviera), capostipite dei Da Romano, secondo le più autorevoli e verosimili ipotesi sarebbe sceso in Italia con l’imperatore Corrado II tra il 1027 e il 1036, per divenire il vero tutore della valle del Brenta e delle adiacenti montagne, nulla impedisce di ipotizzare che anche con lui e per suo tramite nuclei tedescofoni abbiano intensificato la loro penetrazione in queste zone fin dai primi decenni dell’XI secolo, affiancandosi alla non numerosa popolazione locale (in buona parte di orijine longobarda) o mescolandosi con essa.

A lui e ai successori, del resto, non sarebbero mancate le possibilità di attirare dalle superiori regioni tirolese e bavarese e dalla stessa diocesi trentina abbondante personale da lavoro e da servizio col duplice scopo di popolare e difendere i propri domini.
Basti pensare che, per quanto ne sappiamo, già prima del 1159 i Da Romano prestavano il loro servizio di vassalli a sud delle Alpi ai vescovi di Frisinga, i quali fin dal Mille avevano beni a Godego, presso Castelfranco, e a San Candido, in val Pusteria [Bortolami, 1992, p. 4; Collodo, 1987, pp. 351-389]; che fra XII e XIII secolo la stessa famiglia continuò a intrattenere relazioni d’amicizia e addirittura di parentela con la più scelta nobiltà tirolese di costume tedesco, come i conti di Tirolo, i conti di Appiano, i signori di Egna, gli stessi castellani di Beseno [Riedmann, 1977, pp. 7-56; ACVTV, cod. AC, ff. 14r-16v, del 4 e 24 novembre e 8 dicembre 1223]; che lo stesso Ezzelino il Tiranno, infine, il quale potè sempre contare invita su un contingente di alcune centinaia di fedelissimi theutonici stabilmente acquartierati a Fontaniva e aveva a disposizione nel suo esercito gente esperta di cave e miniere, oriunda «de partibus Carinthie», usava esiliare i suoi oppositori politici in zone fidate di tradizione tedesca, come Bolzano e Bressanone [Rolandini Patavini, 1905-1908, pp. 91-92, 105, 141-142] : tutti elementi che danno forza all’ipotesi qui formulata e portano a dimensionare la convinzione di una repentina e ben localizzata apparizione dell’elemento germanico sull'Altopiano al principio del Duecento.

Tanto più che una corretta lettura del citatissimo documento con cui il vescovo Federico Wanga nel 1216 concedeva a Olderico ed Enrico de Posena (o de Pozano o de Bolzano) di insediare sull’altopiano di Folgaria, tra Costa e Centa, venticinque famiglie di «bonos et utiles et prudentes laboratores, qui dictos mansos vel curias pro episcopatu Tridenti et episcopo teneant», non offre in alcun modo la certezza che si tratti - come comunemente si sostiene – senz’altro di “colonî tedeschi” o addirittura “bavaresi”: quelli, appunto, che avrebbero costituito il nucleo germinale della grande sciamata verso l’Alto-piano [Kink, 1852, doc. 132 p. 304; Ferraro, 1981, p. 11; Riedmann, 1982, p. 341 ] .

Evitando di abbordare insolute e forse irrisolvibili questioni relative alle “origini”, con maggior prudenza possiamo ritenere, fonti alla mano, che intorno alla metà del Duecento un adstrato di popolazione di lingua germanica era da tempo presente sulle montagne vicentine, così come su quelle contermini poste sotto l'influenza di una nobiltà ormai chiaramente coordinata intorno al potere vescovile trentino; una popolazione che doveva vivere gomito a gomito, forse nello stesso villaggio, con dei “latini” (caxo mai veneti e no latini o ladini o mejo veneto-longobardi, dove sarisełi finii i 100 miła longobardi migrà 600 ani prima e stansià inte l’ara veneta da Cividal al Garda e łi altretanti goti de sento ani prima ? ) e nel soggiacere con essi a stirpi signorili gravitanti invece su Vicenza e nettamente catturate in un gioco politico essenzialmente “padano” e italico.

A Rotzo ne è un chiaro segno l’esistenza fin dal 1231 di una chiesa: la stessa, verosimilmente, che nel 1250 risulta intitolata, come s’è detto, a Santa Engheltrude: nome assolutamente assente nel quadro delle attestazioni e delle dedicazioni santoriali del Veneto medievale, la cui introduzione sull’Altopiano si può tranquillamente attribuire a influenze nordiche [D’Haenens, 1965, p. 288, alla voce; ACVI, perg. S 3].
Così come ci sembra possibile coglierne qualche indizio nella toponomastica, sostanzialmente ancora contrassegnata da retaggi preromani ??? (reto-veneto-celti) e romanzi (non łi existe łi romanxi).

Fra le varie contrade dello stesso paese di Rotzo registrate da un rogito del 1294 [ACVPD, Libri feudorum, III, f. 191 r], ad esempio, ne compaiono alcune nettamente rapportabili al sostrato romanzo (Albaredum, Costa, Runchi; tuti nomi veneti no latini o romanxi), altre ancora di dubbia attribuzione, vuoi perché di etimo non chiaro (Rama: da “ramo” o da ramni, “corvo” nel cosiddetto linguaggio cimbro?); vuoi perché viziate dal sospetto di un “travestimento” latinizzante del notaio (Mediasilva per un possibile Mittewald o Mitteballe, secondo la parlata locale = Mexaselva ?); vuoi ancora perché più facilmente ascrivibili ad apporti germanici di più antica data o entrati nell’uso corrente in tutta l’Italia centrosettentrionale (Burgus de Rido, Furigualdum) [cfr. Pellegrini, 1991, pp. 279-294; Schmeller, 1855, p. 221; Krantzmayer, 1985, pp. 128, 208; Bacher, 1985, p. 356; cfr. anche Budarzo, Rapelli, 1982, p. 63] .
Ma si ha anche un Maratalle (oggi indebitamente italianizzato in “val Martello”), dove il concreto contesto ambientale (si tratta di una vallis), oltre che la grafia in cui è reso il toponimo, sembrano chiaramente rinviare al primo fra i nomi germanici documentati sull’Alto-piano della ricca famiglia di composti con il suffisso -tal conosciuti in epoca moderna (Sbarbatal, Paghtal, Pruntal, Lovental ecc.) [Benetti, 1988, p. 19; Krantzmayer, 1985, pp. 204, 208 e 1981, p. 75].

Alla fine del Trecento, sebbene nella toponomastica locale le componenti romanza e preromanza risultino ancora largamente predominanti (buxiari, buxiari e gnoranti!!!) [ACVPD, Feudorum, X, f. 49f], sicuri indizi di una colonizzazione in atto da parte dell’elemento etnico-linguistico tedesco si rinvengono in attestazioni quali Tragaloita (da confrontare con Torgolaita, Troghelaita e i vari Longalaita, Siselaita, Garlaita note più tardi a Lusiana, costruite su Laita, “erta”, “pendio”), Pauholcii (originata in composizione con Halse, “Colle”, “collina” o più probabilmente Holz, “legno”) e forse Stonelle (diminutivo da collegare a Ston, Stoan, "sasso", “pietra”).
L’onomastica, dal canto suo, suggerisce pure - e non solo per Rotzo, ma anche per Roana, Gallio, Enego – l'impressione di mutamenti in atto nel senso indicato.

La pratica delle fonti medievali latine obbliga anche qui a grande cautela, trattandosi di attestazioni giunteci spesso "corrette" e deformate per la mediazione dotta del linguaggio notarile (in latino e in un latino già in parte germanizzato dagli egemonici stanziamenti goto-longobardo-franchi dei 5/6 secoli precedenti; l’influenza etnolinguistica più inportante fu quella longobarda).
Ad esempio, nello stesso paese di Rotzo si può abbastanza tranquillamente ritenere di tradizione “tedesca” un nucleo il cui capofamiglia, Bernardo Zoto, ha tre figli di nome Trentino, Gotscalco e Olderico detto “Irtile”, dove quest’ultimo appellativo è chiara forma diminutiva di Hirt(e), cioè “pastore”, e invece romanza un’altra detta nel 1250 “de Scorlacapite” (ma coałe romanxa axeni?).

Ma, per fare un altro esempio, è difficile stabilire se quel Martellus de Enico ricordato nel 1261 non sia una semplice traslitterazione dal tedesco di voci del tipo Amerlotus, documentata come soprannome a Rotzo nello stesso secolo, dove si è forse di fronte a un Hammerle, “martello”, “martelletto”, arricchito dal suffisso -otus, caratteristico delle parlate venete e in particolare delle aree marosticana e bassanese [Bortolami, 1990, p. 13; ACVPD, Feudorum, X, f. 49f; cfr. Schmeller, 18 5 5, p. 192; Krantzmayer, 198 5, p. 84] .

In ogni caso, un esame sistematico dello stock dei nomi personali portati nel Duecento dagli abitanti dell’Altopiano sulla base inoppugnabile della documentazione superstite rivela fatti di estremo interesse [Pellegrini,1981, p. 24; Bourin, l 989-1992] .
Vi si trovano infatti, com’è ovvio, forme (in latino) del diffuso repertorio giudeo-cristiano come Petrus, Iohannes, Simeon, Jacobus, Adam, Nicolaus, Daniel, Dominicus.
Tra quelle di origine germanica, alcune - Albertus, Federicus, Henricus, Otto, Warnerius, Aldigerius, Litaldus, Aldericus, Beraldus, e soprattutto i più diffusi Oldericus e Conradus, ad esempio - appaiono abbastanza usuali anche in zone da sempre romanze (par forsa łe jera uxuałi, łe jera jermanego goto-longobarde, ma coale romanxe ??? buxiari) e non consentono di inferire alcunché ai fini di una possibile individuazione di discriminanti etnolinguistiche [Folena, 1990, pp. 175-210; Rippe, 1986, pp. 9-16; Pellegrini, 1981, pp. 8-9] ( Folena ignoranton, come mai te ti si dexmentegà i jermano goto-longobardo-franki in vanti de łi todeski, lo feto posta).


Al massimo si può arrivare a riconoscere il riverbero di consuetudini onomastiche nobiliari locali (Rico, ad esempio, che è nome caratteristico della schiatta dei signori di Caldonazzo;
Ecellus e Adelleita, tipici del casato dei Da Romano, ma ampiamente diffusi presso i ceti aristocratici di tutta la bassa Germania e del Tirolo; Oldericus e Conradus, ricorrenti nelle famiglie dei Da Beseno, dei Da Pergine, dei Da Peóla) o pallidi indizi di tradizioni longobarde mai spente (ad esempio nel femminile Almengarda, presente a Roana nel 1263).

Ciò che colpisce, però, è che nel gran serbatoio di nomi di marca germanica ne sono testimoniati in misura crescente parecchi pressoché assenti nel Veneto del tempo, ivi compreso il vicino pedemonte marosticano; nomi che riflettono piuttosto orientamenti propri all'epoca soprattutto dell’ambito trentino-tirolese e bassotedesco, e che possono pertanto diventare spie di un’assai probabile origine “germanica” della popolazione che li porta, come: Hengelmarius, Henverardus, Hengelpretus, Gualtritus, Gualdemannus, Alberius, Guischerius, Rodegerius, Menegoldus, Gunterius, Gervinus, Bernardus, e fra i femminili, accanto ai più comuni Gisla, Gisa, ad esempio l’alquanto raro Manna [Finsterwalder, 1978] .

Accanto ai vari Olderícus, Conradus, Bertholdus, Gothescalcus, che restano tra i più usati, sembrano inoltre aver qui una fortuna sconosciuta in altre zone dell’Italia settentrionale (no ghe jera l’Itałia setentrionałe a kei ani), ad eccezione del Trentino, nomi quali Cristanus o Ianesis, o ancora Ancius e Guncius (forme abbreviate e familiari rispettivamente di Heinricus e Cuonradus, diffusissimi nella Germania medievale come Hinz una Kunz) .

E, guarda caso, si tratta di preferenze che - mancando ancora un vero e proprio sistema fisso di cognomi [ASPO, Notarile, 2787, f. 386r; ASPO, Corona, 2242, f. 180v; in generale cfr. Rapelli, 1980 e 1983, pp. 49-56] - si possono universalmente riscontrare nel basso medioevo in tutta la frastagliata area di montagne trentine, veronesi e naturalmente vicentine (ad esempio a Posina, Enna, Torre Belvicino, Selva di Trissino, Recoaro, Monte di Magrè ecc.) in cui si consolidarono minoranze alloglotte tedesche [Ranzolin, 1987, pp. 16, 20; Filippi, 1983, pp. 47-55 e soprattutto Mantese, 1954; cfr. Santifaller,1948, doc. 9 p. l3; ASPO, Corona, 2242, ff. 82v, 199y; ACVPD, Feudorum, X, f. 49f] .

In breve, si ha la sensazione di avere a che fare con uno specifico "sistema" onomastico tendenzialmente ibridato in senso “alpino-germanico”.
Sebbene esso non appaia ancora perfettamente rodato e mostri di convivere con altri usi più tradizionali in loco (si pensi alla compresenza di forme anche molto particolari quali Abrianus, Uivianus, Benevenutus, Pandinus, Guerreta, per nulla ignote ai piedi dell’Altopiano), ci pare che si confermi in linea di massima un’impressione: l’Endeutschung delle montagne vicentine, cioè, iniziata forse in sordina da qualche secolo in un clima di accelerata mobilità orizzontale da nord a sud in tutto l'arco alpino orientale, era ancora in fieri, anche se aveva fatto notevoli progressi. Lungi dal coprire uniformemente il territorio, per il momento essa si sfrangiava, sull’Altopiano e perfino a sud di esso, al contatto con culture e gruppi umani diversi ma non separati più in ragione di una comune pratica di vita montanara che di una omogenea organizzazione politico-amministrativa o religiosa.

D'altra parte lo sappiamo: nell’avanzato Duecento sull’Altopiano arrivavano personaggi come «Petrus Guarnerii qui fuit de Ultimo» (anche dal Tirolo meridionale, dunque, se, come supponiamo, si tratta della val d’Ultimo laterale della Venosta i cui conti erano sicuramente in rapporto D’amicizia coi Da Romano), venendo a contatto a Gallio coi contadini-montanari insediati nei mansi del monastero di San Felice [ASVI, San Felice, 529, perg. del 15 marzo 1270, da confrontare con 1'Henricus de Prexanore (= Bressanone, non bene inteso dall’autore) in Cipolla, 1882, p. 65; cfr. Rogger, 1979, p. 161 ] .

Famiglie di Roana che si possono pure ritenere di etnia tedesca nel 1263 avevano terre anche a Carrè e vi maritavano le loro donne [ASVI, San Tomaso, 2595, perg. del 19 agosto 1270].
Soggetti appartenenti con tutta probabilità allo stesso gruppo nazionale, come Waldemannus de Casteleto o Conradus Thodescus, sono citati fin dal 1250 con numerosi altri “latini” (???veneti e no latini) tra i coltivatori delle colline di. Breganze, dove erano stati forse dirottati dai loro signori per esigenze di funzionalità interne al grosso complesso fondiario amministrato [ACNI, Pergamene, I, perg. 71; II, 83].

D’altra parte va ribadito che valligiani di Cismon come Pietro di Martinello o Trento di Negro, verosimilmente italofoni (venetofoni e no italiofoni, axeni ca no si altro), all’epoca salivano e scendevano quotidianamente gli erti sentieri che portavano ai loro prati e ai loro “ronchi” di Enego e che ancora alla metà del Trecento in questo paese, come in quelli vicini di Gallio e Foza, la popolazione "latinà" (ma coale latina buxiari!) sembra fosse nettamente prevalente [Carlotto, Varanini, 2006, pp. 240-244; vedi BCB, Torre, b. 605, fase. 13, del 1351, e 19, del 1365] (falsi e buxiari!!! coałi latini, ladri de veretà).

I casolari fumiganti e i viottoli sassosi annegati nel gran verde dell’Altopiano non erano del tutto ignoti neppure a gente più lontana, se, come c’informano alcuni documenti del primo Duecento, a Solagna o a Bassano si faceva quotidiano mercato di lana o di «lignamen de circulis et de tocco et ligna de laborerio [...] et ligna magna et trabes» prelevati quasi certamente nelle nostre montagne [Scarmoncin, 1986, doc. 43 p. 105, del 1222; 224 p. 229, del 1238] e se ancora per tutta la prima metà del Trecento vi giungevano borghesi di Bassano, nobili di Padova, piccoli castellani di Arsiè per prelevare danaro, formaggi, animali e quanto loro competeva come concessionari dalla cattedrale padovana delle decime ecclesiastiche [ACVPD, Feudorum, VI, f. 192v] .

Una realtà socio ambientale tutto sommato composita (ma ke conpoxita ! buxiari), ancora piuttosto fragile e in via di assestamento, dunque, quella dell’Altopiano sul finire del Duecento: con presenze tedesche frastagliate, diverse per provenienza e dovute verosimilmente a ondate migratorie plurime e tutt’altro che esaurite; certo una realtà lontana da quel compatto e stabile sistema di colonie bavaresi-tirolesi che si continua a voler dare per esistente in questo periodo senza il doveroso riscontro sulle fonti d’archivio (axeno no ghe solkè łe fonti de arkivio, axeno, ghè anca l’arkeołojia e altro 'ncora).

Restano da chiarire meglio come e con quali tempi si fece strada il futuro.
Si dovranno ad esempio ben soppesare svariati elementi di carattere demografico, biologico, mentale (maggior adattabilità al clima e all’ambiente, superiore prolificità, migliore capacità di organizzazione del lavoro collettivo ecc.) per giustificare la costante crescita - se fu tale - dell’elemento tedescofono (no sta ranpegarte intel specio axeno).

Si tratterà di verificare se e fino a che punto tale fenomeno, collegato a quanto sembra a un generale avanzamento dei “teutonici” su tutto il fronte delle Alpi orientali, sia da attribuire agli esiti differenziati e ancora poco noti di fenomeni quali la peste nera del 1348 o non abbia piuttosto relazione con la efficace politica espansionistica dei conti del Tirolo prima e degli Asburgo poi.
Bisognerà meglio capire come si costruì gradualmente l'habitat e si conquistarono le zone interne; con quali ritmi si definirono gli spazi comunitari; quando e da chi furono fondate nuove chiese; quale peso ebbe l’azione pastorale e di acculturazione da parte di un clero nazionale tedesco assai vario per provenienza e mobile entro una sorta di circuito allargato alle molteplici Sprachinseln tedesche delle valli del Fersina, del Posina, degli altopiani di Tonezza e dei Tredici Comuni veronesi [cfr. ACVPD, Diversorum, XI, ff. 33r, 36r, 84v, 85r, 91r, 93v, 94r; XV, ff. 26r, 28r, 33f, 42v, 43r; cfr. Gios,1976, pp. 26-28; Id.,1992, specie alle pp. 7-28] .

Occorrerà ancora stabilire in che misura, una volta eliminato il diaframma di piccoli e grandi potentati feudali circostanti, gli Scaligeri abbiano assecondato le rivendicazioni autonomistiche della nuova umanità che si andava organizzando sull’Alto-piano, sostituendosi con maggior fortuna al comune vicentino e ai suoi accaniti sforzi di imporvi un proprio uniforme ordine amministrativo e politico [cfr. Varanini, 1989, pp. 169; Varanini, 1994] . Ma sono questioni che esulano dai propositi - e soprattutto dai limiti cronologici - di questo contributo.

Bisognerà in ogni caso, nel ricostruire questo passato, guardarsi da proiezioni anacronistiche e tentazioni mitologiche (purpio/proprio cofà coełe romanxe o latine), continuando ad accrescere le fonti a disposizione con ulteriori esplorazioni archivistiche.

Da un mannello di inediti atti notarili rogati nel primo Quattrocento in varie zone dell’Altopiano e provenienti dall’archivio privato dei conti Thiene, possiamo ad esempio apprendere che nemmeno allora l’Altopiano costituiva un mondo “chiuso” (matrimoni sicombinavano ad esempio anche con persone di Thiene, Schio, Altissimo); che il flusso di oriundi da territori tedeschi era ancora perfettamente attivo (ad esempio un tale «Cristano quondam Henrici qui fuit de Alemania et nunc habitat in Axiglago» si può rilevare come testimone in un rogito del 27 dicembre 1418, che fa pendant con un «magistro Henrico sertore quondam Henrici qui fuit de Alemania et nunc habitat in Fara» attestato un anno dopo: i "tedeschi" continuavano a spingersi anche più a sud, dunque); che, ancora, esisteva pure un’emigrazione dall’Altopiano verso sud (ad esempio a Fara, Perlena, Mure, Pozzoleone, Valstagna, Carmignano, e verso la stessa Vicenza); che, come suggeriscono la stessa antroponimia e la toponomastica di quest'angolo di montagne ormai ai confini dello Stato veneziano, la comunità tedescofona era indubbiamente nutrita (inequivocabili sono denominazioni personali quali Gabuchs,
Pernozelle, Polnicle, Corsele, Malfer e attestazioni geografiche del tipo Cober, Liser(e), Sause), ma forse non era maggioritaria (? brao furbo) e nemmeno uniformemente distribuita nelle diverse zone.

Resta il fatto che in quel mondo di masi estesi anche decine di campi (uno ne contava 24), dominati dalla presenza di case «murate, palancate, coperte de scandolis» o «pareate, solerate et scandolate cum ara et orto» sempre fumiganti, costellato di vasti appezzamenti di prato e di fazzoletti di arativo, lussureggiante di boschi, dove dall’incontro e dalla fusione di elementin “latini” (coałi latini axeno, łi jera veneto-longobardi) e e “germanici” già apparivano appellativi destinati ad imporsi (come Scremin, Valente, Gianesini, Bertoldi, Guzzo, Frison, Fincato, Nichele, Fertile, Passuello, Bonato, Cuman, Toldo), in quel mondo - si diceva - nel primo Quattrocento si stava consolidando un reticolo coerente di centri di vita comunitaria, normalmente ancorati ad altrettante chiese [Dal Pozzo, 1820, p. 251; Gios, 1977, p. 151; Id., 1984, specie alle pp. 8-9, 15-16; Id., 1992, pp. 5, 19, 62, 92, 97,100,104,109,113; cfr. ACVPD, Diversorum, XIV, ff. 18v, 82v, 112v, 134r; XV, ff. 2v,115v, 191v].
Nuclei umani padroni di grandi spazi da dividersi e da sfruttare in una linea di crescente autonomia entro il nascente stato territoriale della Serenissima.

Se da tempo esistevano indubbiamente forme associazionistiche collegate allo sfruttamento dello spazio, non va dimenticato che solo fra il Tre e il Quattrocento i comuni di Asiago e di Lusiana cominciano a segnalarsi come entità di rilievo (dei beni comunali di Lusiana, ad esempio - iura communis de Luxiana -, sono ripetutamente menzionati in un atto del 1419 nelle contrade Traversagni e Lemaze) e spuntano altri nuclei intercalari come Gomarolo, Camporovere e Canove; mentre per il Duecento si può parlare di comuni formati solo per Rotzo e, versosimilmente, per Gallio e per Enego [Maccà, 1972, pp. 60-61, 150, 155, 345-346].
Può spiacere. Ma ancora per tutto il medioevo non è dunque il caso di favoleggiare di quella realtà dei Sieben altee Komoinen liberi, federati, rocciosamente "cimbri" e intatti nel loro isolamento e nella loro purezza, che col tempo ha finito per imporsi come un autentico mito (el mito latin e roman ke gà scançełà prima łe jenti reto-euganee-celto-venete da ła tera veneta e daspò anca coełe jermanego goto-longobardo-franke par far posto ai latin-romani ? cosa xeło se non on falbo mito e on prejudisio ideołojego ke condision anca l’autor de sto łivro e daspò ).
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Messaggioda andetios » ven nov 13, 2009 11:02 pm

Sto ki forse 'l jera on jerman, n'avo de le jenti venete de ancò e anca de tante altre xenti de l'Oropa:

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http://www.tollundman.dk

http://www.tollundman.dk/tollundmandens-tid.asp
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Messaggioda andetios » sab nov 14, 2009 6:05 pm

La fameja in te l’età jermanega

La raprexentasion romana dei barbari
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Raprexentasion romana dei barbari
http://picasaweb.google.it/pilpotis/Rap ... DeiBarbari
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Messaggioda andetios » sab nov 14, 2009 6:49 pm

Ła łejixlasion barbarega
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La lejixlasion dei regni barbareghi
http://picasaweb.google.it/pilpotis/LaL ... Barbareghi
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Messaggioda andetios » sab nov 14, 2009 9:45 pm

S-ciavi romani e jermani


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Sciavi tra Roma e i Barbari
http://picasaweb.google.it/pilpotis/Sci ... aEIBarbari
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