Approfondimenti
Disco di Auronzo:
Da: I Veneti dai bei cavalli
http://digilander.libero.it/archeocadore/page19.html
http://digilander.libero.it/archeocadore/page36.html
...
Di notevole importanza interpretativa sono i dischi di bronzo finemente cesellati e raffiguranti le divinità e i riti. Il primo facilmente più antico, molto simile a quelli detti "di Montebelluna", anche se l'antiquario dal quale furono acquistati disse di averli recuperati in provincia di Belluno e più precisamente nella vallata Agordina (il mercante frequentava anche il cadore). Esso riporta una figura femminile vista di fianco con il tipico abbigliamento venetico ed ancora legata ai culti della madre terra con, tuttavia, una particolarità, i grappoli d'uva che ritornano pure nel secondo disco forse riproducente i riti dionisiaci. ... Appunto il disco riporta la figura, stavolta difronte, di un essere asessuato, quindi un dio, con la testa riccioluta con ai suoi lati oggetti come il coltello per i sacrifici ed ancora il grappolo d'uva, uccelli ed animali.
Qualcosa di unico che non trova riscontro alcuno nel Veneto e nemmeno altrove.
La figura umana del disco, con ogni probabilità ci descrive e racconta dell'attività di uno sciamano venetico e forse di uno sciamano androgino più che di un dio (come per i dischi con la figura femminile, raffiguranti più una sciamana che una divinità).
In altri dischi bronzei dell'area plavense (un'altro di Auronzo e altri cinque di varie località : Montebelluna, Ponzano Veneto, Musile di Piave), la figura sciamanica è femminile e associata al teonimo Reitia.
Infatti la figura del disco presenta tratti androgini e l'androginia è una caratteristica degli sciamani:
http://it.wikipedia.org/wiki/Androgino
L'androgino (dal greco
anèr = uomo, con tema
andr-, e
gyné = donna) è colui che partecipa della natura di entrambi i sessi.
...
Il termine androgino invece non è usato in ambito scientifico, non fa in alcun modo riferimento alle modalità di riproduzione o all'orientamento sessuale (pertanto non è neanche sinonimo di bisessuale).
Viene invece usato per indicare in un individuo la coesistenza di aspetti esteriori, sembianze o comportamenti propri di entrambi i sessi.
...
Dioniso, che per essere uno degli dei più antichi del Pantheon greco è tra quelli più ricchi, dal punto di vista archetipico, è spesso rappresentato in forma androgina, ed ha tra i suoi emblemi la pigna, frutto ermafrodita della specie forse più nota e diffusa nel Mediterraneo.
La pigna (come del resto il tralcio di vite) è anche tra gli emblemi del Cristo.
Androgino è anche
Tiresia, il veggente cieco dell'Odissea, divenuto tale, dice il mito, per aver assistito al congiungimento di due serpenti sacri (e sappiamo da Delfi come il serpente sia uno dei più antichi simboli delle divinità ctonie, e come, nella forma di
Ouroboros - circolare come quella dell'androgino, appunto - rappresenti il globo universale, il tutto, la completezza).
...
I popoli dell'antichità facevano una netta differenza tra ciò che Mircea Eliade chiama l'"ermafrodito concreto" e l'"androgino rituale". Un neonato che presentasse segni di ermafroditismo era considerato dalla famiglia un segno della collera degli dei, ed immediatamente eliminato, come accadeva per tutti i neonati gravemente imperfetti. La sua unica speranza di scampo, soggettivamente, era di essere accolto nell'ordine del sacro, come vivente rappresentazione della coincidenza degli opposti e figura che riuniva in sé la potenza magica e religiosa di entrambi i sessi, di cui acquisiva i poteri attraverso pratiche rituali. La principale di queste pratiche era il travestimento (il che rende evidente che non era necessario un ermafrodito concreto, per agire il rito).
Ancora oggi, in India, gli ermafroditi sono dei fuori casta, e tuttavia hanno una propria collocazione sociale precisissima: la benedizione degli eunuchi è molto richiesta, ben pagata, e considerata quasi indispensabile ed eccezionalmente efficace in ogni cerimonia: può cacciare gli spiriti malvagi, rendere fertile una donna, dare un buon augurio ai novelli sposi, assicurare alla coppia un figlio maschio.
Nella metafisica induista la polarità maschile rappresentata da Śiva, e quella femminile rappresentata da Shakti hanno bisogno, per fondersi, di Ardhanarishvara, l'androgino.
In altre culture, l'androginia è connessa allo sciamanesimo e a riti iniziatici.
Tra gli sciamani più famosi dell'antichità è da ricordare
Epimenide, lo sciamano cretese che fu chiamato a salvare Atene dalla peste e a purificarla dai peccati e che dappoi lo stesso le diede le basi per la sua costituzione, successivamente messa per iscritto da Solone.
1)
http://it.wikipedia.org/wiki/Epimenide
2)
http://it.wikipedia.org/wiki/Incisioni_ ... lle_conche
3)
http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=2892
4)
http://it.wikipedia.org/wiki/Sciamano
Francesco Benozzo
Sciamani europei e trovatori occitani
http://www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf
Gli studi di Costa su quello che mi sembra corretto definire lo sciamanismo europeo, l’aspetto su cui mi interessa insistere maggiormente è quello, da lui ben evidenziato, dello sciamano come poeta, cantore, musico e custode della cultura e della letteratura orale. Era infatti allo sciamano, o se si preferisce a una figura simile allo sciamano, che era spettato per millenni il compito di custodire e tramandare il vasto patrimonio – naturalmente orale – che le popolazioni europee avevano accumulato a partire dal Paleolitico superiore: si trattava – specifica ancora Costa – di una tradizione trasmessa dalla lingua poetica, la quale, in un processo che durò millenni e che portò alla sua progressiva codificazione standardizzata, divenne un ineguagliabile contenitore e veicolo di quelle antichissime forme di sapienza che, dal Paleolitico superiore erano divenute parte della tradizione orale: è sostanzialmente questo il motivo – spiega ancora Costa – per cui vi si rintracciano vestigia di tipo linguistico, rituale, mitico e cognitivo appartenenti a queste fasi lontane.
In estrema sintesi, cioè, questa lingua poetica possedeva alcune caratteristiche fondamentali:
1) si trattava di testi orali, stilisticamente marcati rispetto alla lingua quotidiana, soprattutto grazie alla presenza di strategie ritmiche e cadenzate, di formule, temi e tassonomie;
2) costituiva la summa dei saperi di una comunità;
3) era frutto di un’elaborazione collettiva;
4) nel corso della propria evoluzione diede luogo a formulazioni orali standardizzate, cioè a quelli che si possono chiamare testi fissi (per tutte queste considerazioni, cfr. Costa 1998, 2000, 2001, 2004, 2006a, 2006b).
I poeti, gli eredi degli sciamani paleo-mesolitici, diventarono una parte attiva della tradizione, cioè un anello imprescindibile della catena comunicativa formata dall’intersezione di spazio, tempo e parola. Questo ‘poeta’ disceso dagli sciamani paleo-mesolitici era dunque, come spiega efficacemente Enrico Campanile, “il professionista della parola e nel suo ambito di competenza rientrava, quindi, tutto ciò che si realizza nella parola”: oltre che sacerdote, medico, giurista, storico, egli era “colui che in poesia ricordava e celebrava le imprese gloriose di principi ed eroi, sia del presente che del passato, mosso da divina ispirazione” Campanile,
1983, 40).
Non può essere messa in discussione l’esistenza e la vitalità di queste figure di poeti presso le popolazioni celtiche che abitavano da millenni i territori dell’Europa continentale: le testimonianze della loro presenza nelle fonti in lingua latina e greca sono copiose e autorevoli, a partire da una serie di iscrizioni, fino ad arrivare alla toponomastica e alle testimonianze degli autori ‘classici’.
In particolare, sappiamo che esistevano i
bardi (da una parola celtica continentale del tipo
bardos, ben attestata nell’irlandese antico
bárd, nel gallese antico
bardd, nel cornico
barth, nel bretone
barz, continuazioni di
*gwrd(h)os ‘colui che alza la voce, colui che elogia’), i
vates (figure ben attestate anche in area celtica insulare, dove i testi antichi parlano di
fàith [in Irlanda] (che ci ricordano le
fate) e di
gwawd [in Galles], termini legati alla radice
*uat- ‘essere ispirato, essere posseduto’) e i
druidae vale a dire dei ‘
druidi’ (gallico *
druis, irlandese
druí, gallese
derwydd, bretone
drouiz, da una radice
*dru-wid- ‘colui che ha conoscenza sicura’) (per tutti questi dati, cfr. le bibliografia specifica cit. in Benozzo, 2006).
Va specificato che, per quanto gli autori classici distinguessero queste tre categorie intellettuali, “nella realtà indigena si trattava ancora di un’unica e omnicomprensiva figura che poteva recepire nomi diversi solo in rapporto alla specifica attività che attualmente in un dato momento svolgeva” (Campanile, 1991, 156).
Si può in ogni caso affermare che queste figure polivalenti di
druidi-bardi-vati operanti nell’antica Gallia non solo sono un’incarnazione evidente del
poeta-sacerdote indeuropeo, ma ne costituiscono addirittura il modello più rappresentativo, essendo al tempo stesso poeti, uomini legati al sacro e uomini di legge.
Sciamanismo indeuropeo
di Gabriele Costa
http://www.continuitas.com/sciamanismo.pdf
Tra i molti pregiudizi che gli studi dell’Ottocento e del Novecento ci hanno lasciato in eredità, uno è ancora oggi pervicacemente diffuso, ed è l’idea che gli Indeuropei - e di conseguenza poi anche il mondo che noi chiamiamo classico – non abbiano mai conosciuto una fase etnolinguistica e culturale preistorica, che la loro tradizione debba dunque essere costitutivamente priva di ogni presunta bruttura o irrazionalità tipica delle civiltà primitive e ‘inferiori’, e pertanto che credenze, riti e perfino singoli episodi, ad esempio di cannibalismo, sacrifici umani, cacciatori di teste, etc., inequivocabilmente attestati in abbondanza nella documentazione residua, vadano attribuiti a ininfluenti e marginali influssi esterni, estranei alla civiltà indeuropea, e poi a quella classica, nel suo complesso (cfr. Costa, 2001, 2002, 2003a, 2004). (Così come quello in Costa, 2003b, anche il presente lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla grecità arcaica, la filosofia preplatonica e i loro rapporti con la tradizione poetica e sapienziale indeuropea, i cui risultati definitivi saranno pubblicati in Costa, 2006f, volume a cui qui, per motivi di spazio, si rinvia per ogni ulteriore approfondimento dossografico e bibliografico, e per il necessario inquadramento epistemologico, storico-filosofico e linguistico-ricostruttivo generale.)
Questo atteggiamento, culturale prima ancora che scientifico, che certo ha radici lontane che risalgono in parte agli autori classici stessi e che attraversa tutta la storia dell’umanesimo occidentale, è direttamente collegabile alla teoria invasionista e calcolitica sulle origini indeuropee, e a una visione del mondo indeuropeo, ad essa connessa, ideologicamente connotata.
La teoria calcolitica sulle origine induropee, che è ancora oggi quella standard, prevedendo infatti per i popoli di lingua indeuropea una storia compressa in pochi millenni, e postulando il loro arrivo, per il tramite di invasioni rapide e cruente, nelle sedi storiche in epoca cronologicamente troppo bassa, lascia del tutto indefinite le loro fasi preistoriche, come se gli Indeuropei, diversamente da tutti gli altri popoli del mondo, non avessero un passato che risalga oltre il V-IV millennio.
Secondo poi questa teoria, quel che accomuna in tutto o in parte le lingue e le culture indeuropee, dall’Irlanda all’India, ma che non rientra nei canoni linguistici e culturali ricostruiti, indicati a priori come superiori a ogni forma definibile come appartenente a una cultura etnologicamente ‘primitiva’ perché appunto gli inizi della cultura indeuropea non risalirebbero oltre l’età dei metalli, sarebbe genericamente da attribuire al cosiddetto sostrato indo-mediterraneo, cioè alle popolazioni nonindeuropee preesistenti nelle sedi storiche all’arrivo degli Indeuropei, o a influssi seriori e secondari provenienti da culture altre, loro sì considerate primitive.
Le due istanze, quella culturale e quella scientifica, si sono insomma intrecciate fino a formare una visione del mondo indeuropeo che ha poca verosimiglianza scientifica, che non assomiglia a nessun altra vicenda etnolinguistica e storica che conosciamo, e che tuttora inficia la ricerca, impedendole di vedere quel che da sempre è sotto gli occhi di tutti, e cioè che gli Indeuropei, in realtà, sono “gente normale” (cfr. Ballester, 1999).
A partire dal 1996 (cfr. Alinei, 1996, 2000, 2003; Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f), è tuttavia disponibile una nuova teoria sulle origini indeuropee, una teoria che finalmente riconcilia la linguistica comparata con i propri assunti evolutivi e storico-linguistici, con i dati provenienti dalle ricerche più recenti della paletnologia, dell’archeologia e della genetica, e risolve una volta per tutte le aporie più vistose della teoria calcolitica (ma anche di quella neolitica di C. Renfrew e L. L. Cavalli Sforza).
Secondo tale teoria, compiutamente elaborata in primis da Mario Alinei e sviluppata poi anche da altri studiosi tra cui lo scrivente, e denominata ‘teoria della continuità paleolitica’ (in inglese:
Paleolithic Continuity Theory =
PCT), la patria originaria degli Indeuropei sarebbe l’Africa, la stessa cioè di tutte le popolazioni moderne e di tutti i phyla linguistici del mondo; i più antichi insediamenti delle popolazioni indeuropee fuori dall’Africa corrisponderebbero ai territori occupati attualmente dalle lingue indeuropee stesse;
l’Europa sarebbe stata occupata, fin dalle prime datazioni determinate dalle ricerche, dagli Indeuropei insieme alle altre popolazioni non indeuropee presenti poi storicamente in loco, come ad esempio quelle uraliche: il rapporto etno-linguistico preistorico tra gli Indeuropei e gli altri popoli eurasiatici si configurerebbe allora come di adstrato/parastrato e non di superstrato/sostrato, saremmo cioè in quell’ambito che in linguistica teorica si definisce come di ‘lingue in contatto’; il sostrato indo-mediterraneo in quanto tale non esisterebbe e non esisterebbero popoli pre-indeuropei perché l’arrivo degli Indeuropei, e delle altre genti, coinciderebbe col primo popolamento euroasiatico di Homo sapiens sapiens; le lingue indeuropee, ma anche quelle non-indeuropee presenti nel territorio eurasiatico, sarebbero già state divise e formate a partire almeno dal mesolitico; ogni invasione massiva neolitica o calcolitica sarebbe esclusa, e le limitate invasioni e infiltrazioni locali documentate dall’archeologia o ipotizzate dalla genetica costituirebbero fattori di ibridazione e non di sostituzione; l’agricoltura si sarebbe diffusa nell’Eurasia secondo un modello complesso e integrato, a mosaico, di sviluppi locali, di acculturazione e di limitata diffusione demica da parte di gruppi an-indeuropei; le popolazioni di cultura kurganica emerse nel calcolitico, indicate dalla teoria calcolitica, nella versione di M. Gimbutas, come gli Indeuropei stessi, sarebbero invece di origine altaica, e la loro influenza sul mondo indeuropeo sarebbe stata linguisticamente, geneticamente e culturalmente piuttosto limitata; nella loro
lunghissima storia, la continuità dei contatti trans-tribali e l’identità etno-linguistica e socio-culturale delle popolazioni di lingua indeuropea, sarebbero state assicurate dalla tradizione orale e sapienziale riflessa dalla e nella lingua poetica indeuropea (cfr. Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f).
All’interno della PCT, anche questioni etnolinguistiche e storico-religiose quali ad esempio le tassonomie poetiche più arcaiche, i sacrifici di sangue o il culto delle teste tagliate, trovano allora una spiegazione scientificamente economica, storicamente lineare e etnologicamente coerente, poiché quanto appena detto consente di attribuire rettamente ai popoli indeuropei alcuni di quei dati che erano stati in precedenza
assegnati alle inesistenti lingue e culture di sostrato, considerandoli come vestigia di una comune eredità della vastissima e poco variata cultura paleo-mesolitica, e non valutandoli pertanto, questi o altri in generale, come extra-indeuropee a priori, ma attribuendoli o meno anche agli Indeuropei in base alle risultanze della comparazione.
Insomma, tali dati si inquadrano oggi perfettamente nella storia etnolinguistica indeuropea così come la delinea la teoria della continuità paleolitica, prevedendo cioè anche per questi popoli una preistoria paleo-mesolitica e delle fasi culturali e linguistiche preistoriche lontane, e un rapporto di contatto e di interscambio coi popoli coevi e contermini non pregiudizialmente violento e prevaricatore, e certo non ‘superiore’ a ogni influsso cosiddetto barbaro o selvaggio, o perfino estraneo a fasi etnolinguistiche ‘primitive’.
Seppure con alcune illustri eccezioni (Rohde, Dodds, Burkert, etc.), la ricerca ha tra l’altro finora sottovalutato, se non misconosciuto, anche l’importanza delle numerose e significative vestigia dello sciamanismo nelle culture di lingua indeuropea, attribuendole per lo più a influssi vicino-orientali tardi e esotici.
Di tali vestigia, basterà qui ricordarne solo alcune: per il mondo greco, Empedocle, Fr., B111:
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...TESTO IN GRECO- (che non mi riesce di postare ma che si trova nel testo consultabile in pdf)
...
“e tutte le medicine che si producono come rimedio dei morbi e della vecchiaia, tu potrai conoscere, perché completerò soltanto per te tutti questi precetti.
Saprai calmare la forza dei venti incessanti, che sulla terra avventandosi con le loro folate distruggono i raccolti; e poi di nuovo, a tuo piacimento, riporterai gradite le brezze.
Dalla fosca pioggia farai tempestivo per la gente il secco, ed anche farai dal secco in estate, a ristoro degli alberi, i getti d’acqua che sprizzano in alto.
Saprai riportare su dall’Ade il vigore di un uomo ormai finito”.
Per il mondo celtico (cfr. Corradi Musi, 2004), si può citare quel che racconta Pomponio Mela, 3, 6, 48:
“
Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi dedita navigantibus, et in id tantum, ut se consulerent profectis”.
Altresì nota da tempo e oramai assodata, è l’importanza del ruolo che lo sciamanismo gioca, tra l’altro, nella definizione della figura centrale del pantheon germanico, quella del dio Wotan/Odino; ad esempio, Snorri, Ynglingasaga, VII, parlando lui dice:
“
Il suo corpo giace come se dormisse o fosse morto, mentre egli diviene un uccello o una belva, un uccello o un drago e si porta lontano in un attimo in paesi lontanissimi”.
Per il mondo indiano antico (cfr. Crevatin, 1979), si possono ricordare testi come
Rg-Veda, 8, 48, 1-3; 9, 113, 6-7; 10, 97, 1-6, o l’inno di
Rg-Veda, 10, 136; mentre per la tradizione iranica antica, è sufficiente citare lo
Artāi Vīraz Nāmak, un testo
pahlavi con interpolazioni posteriori, ma che verosimilmente nella sua parte essenziale risale al periodo
pre-sasanide, forse dunque al III-IV secolo d.C., e che si rifà per certo a una tradizione orale molto antica, ove troviamo la descrizione di un viaggio nell’aldilà di tipo evidentemente sciamanico, ottenuto grazie a un rituale estatico e all’uso di droghe (cfr. Belardi 1979, 1996).
E così si potrebbe continuare per le altre tradizioni indeuropee...
Insomma, il riesame senza pregiudizi delle molte e significative testimonianze di miti e riti sciamanici nelle tradizioni greca, italica, celtica, germanica, iranica, indiana, anatolica, etc., l’adeguato sfruttamento degli studi più recenti (cfr. Costa, 2004, 2005a, 2005b, 2006a, 2006b, 2006c, 2006d, 2006e), e soprattutto l’inquadramento generale del problema all’interno della teoria della continuità paleolitica, al contrario di quel che si è ritenuto finora, consente di far emergere con chiarezza l’evidenza di una fase sciamanica preistorica originale e propria alla storia etnolinguistica delle popolazioni indeuropee, uno sciamanismo indeuropeo le cui ultime propagini sono ancora ben vitali, tra l’altro, nelle grecità arcaica e storica (cfr. Costa, 2006f).
...
...così come Epimenide, lo sciamano cretese, che, chiamato a purificare Atene dalla prima grande epidemia di peste delle sua storia, purificò la città, modificò i riti funebri, e le diede quella costituzione che poi fu fissata per iscritto da Solone(cfr. Plutarco, Solone, 12, Svenbro, 1988).
Epimenide, uno dei padri della costituzione ateniese e della logica occidentale,
profeta, terapeuta, maestro di tecniche della respirazione diaframmatica (cfr. Suida, s.v., Gernet, 1945),
che gli consentivano di staccarsi dal corpo e viaggiare nel tempo e nello spazio, e dell’incubazione, dormì in una caverna per 57 anni (cfr. Diogene
Laerzio, I, 109),
e nel sonno e nel digiuno “incontrò gli dei e i loro responsi, e si imbattè in Aletheia e Dike” (Massimo di Tiro, 38,3) che gli donarono il novmo".
Quando morì ultracentenario a Sparta, racconta lo storico locale Sosibio (in Diogene Laerzio, I, 115) che il suo corpo non fu né bruciato né inumato ma conservato, perché si scoprì che la sua pelle “era tatuata di lettere” (Suida, s.v.).
Per i Greci, un uomo tatuato o è uno schiavo o è un barbaro; ma il corpo tatuato di Epimenide, greco e uomo libero, rappresenta invece il
soma di uno
sciamano che la scrittura tatuata trasforma in
sema, in
segno e in
stele: la tomba di Epimenide è il suo stesso corpo, ma il corpo tatuato è un’iscrizione, pronta per essere letta (cfr. Svenbro, 1988).
Licurgo, fedele alla tradizione orale e ai suoi
taboo (cfr. Costa, 1998, 2000), proibì l’uso della scrittura nella legislazione, mentre Numa volle che alla sua morte i suoi scritti fossero interrati con lui;
Epimenide invece accetta la scrittura segreta e iniziatica (cfr.Costa, 1998, 2000), ma rifiuta la separazione tra corpo umano e corpo scritto: la Verità di cui è maestro resta con lui, inscritta su di lui.
L’iscrizione sul suo corpo, sulla sua pelle, letta ad alta voce, consente a Epimenide, aldilà della morte del soma, di tornare come sema tra i vivi, perché la sua parola ritorna attraverso la voce che il lettore gli cede ad ogni lettura, ad ogni esegesi della traccia, ridando così significato al segno inscritto: “il soffio che lo sciamano cretese sapeva così ben controllare [...] è ora insufflato in lui quando il lettore pone il suo apparato vocale al servizio dello scritto” (Svenbro, 1988), e trasforma le lettere morte in voce vivente nel luogo stesso dove è custodito il suo corpo, incarnandosi così non la [psiche (? da correggere la mia trascrizione)] in corpi diversi (quel che noi chiamiamo metensomatosi, ma che Greci in realtà chiamavano palingenesia), ma [psicheat (? da correggere la trascrizione)] diverse nello stesso corpo (e questa è la metempsicosi).
E' pertinente l'accostamento e il richiamo a Bacco e a Dionisio, però la raffigurazione del disco diverge moltissimo dalla gioiosa raffigurazione tradizionale di Bacco e Dionisio, dediti alle piacevoli bevute di vino.
Il personaggio di Auronzo è drammatico, sta probabilmente bevendo una pozione/mistura "magica" che lo farà anche soffrire, per questo è teso e affronta la prova con sacrificio.
E' chiaro che il nostro amico di Auronzo è una figura seria di sciamano-oracolo che sta svolgendo la sua missione-lavoro, ingurgitando la mistura magica di droga per attingere dagli dei o dal mondo divino le risposte o informazioni che gli sono state ordinate o richieste.
Il nostro personaggio è ben più serio e vero, reale e drammatico:
Orfismo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Orfismo
Orfeo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Orfeo
...
Secondo le più antiche fonti Orfeo è nativo della Tracia,l'odierna Bulgaria, terra lontana e misteriosa nella quale fino ai tempi di Erodoto era testimoniata l'esistenza di sciamani che fungevano da tramite fra il mondo dei vivi e dei morti, dotati di poteri magici operanti sul mondo della natura, capaci di provocare uno stato di trance tramite la musica (e più che altro con gli estratti vegetali quali: oppio, stramonio, canapa, ammanita muscaris detto "soma", ...) . ...
