Paleoveneti - dischi bronzei

Dall'antichità più remota alla caduta dell'impero romano d'occidente.

Paleoveneti - dischi bronzei

Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:37 pm

diski de bronxo – dischi bronzei

Premessa:

Paleoveneti è quel termine convenzionale (infelice e ambiguo) che alcuni accademici (archeologi e linguisti), del passato, a partire dalla fine del 19° secolo, hanno "inventato" per nominare/indicare i nostri antenati dell'età del ferro (tra i nostri progenitori), ossia quelle genti che hanno dato origine e caratterizzato principalmente la cultura di Este e d'intorni (da l'Istria al Cadore, dal Veronese alla Slovenia) a cavallo dei secoli VIII/II a.C. e oltre (attestate dalle iscrizioni venetike e nominate negli scritti antichi degli autori d'area greca e latina) e oggi dette anche "veneti preromani", per distinguerli dai nostri antenati dell'età successiva detta "romana", presupponendo e lasciando intendere (assurdamente e falsamente) che questi nostri antenati veneti (preromani) abbiano smesso di essere veneti in epoca romana per diventare romani (confondendo i romani di Roma con la cittadinanza romana delle genti non romane, non di Roma ma italiche, europee, asiatiche, africane).


I diski de bronxo, catà fin dèso, me par ca i sipia 8, catà : 2 a Auronso, 4 a Montebełuna, 1 a Ponsan Veneto e 1 a Muxiłe de Piave.

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Tempi, luoghi, modalità dei ritrovamenti dei 8 diski:



Auronzo 1 e 2:
Essi sono stati trovati nell'anno 2000, sul Monte Calvario ad Auronzo di Cadore
(definiti come dischi votivi)
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Da:
Anna Marinetti
Culti e divinità dei Veneti antichi:
(novità dalle iscrizioni; 2007)

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2.4. Auronzo di Cadore (n24)

Ad Auronzo di Cadore, appena fuori dall’abitato odierno, in località monte Calvario, è stata riportata alla luce un’area adibita ad attività di culto, di cui restano strutture murarie pertinenti a diverse fasi;
l’area è stata solo parzialmente esplorata, e le indagini sono tuttora in corso, tuttavia sulla base dei materiali e della stratigrafia si è potuto stabilire che l’arco cronologico di frequentazione del santuario si colloca tra la fine del II secolo a.C. e il IV secolo d.C. (nota 25).
Ne provengono importanti materiali di tradizione preromana: dischi bronzei figurati, lamine e simpula di bronzo con iscrizioni venetiche, monete, alcune delle quali con sovrascritte in caratteri latini con forti influssi locali.
Le sette iscrizioni (tre su lamina, tre su manici di simpula e una su coppetta di simpulum) sono dediche votive, che per alcuni aspetti trovano motivi di stretto collegamento con quelle del vicino santuario di Lagole di Calalzo; con queste condividono innanzitutto la tipologia dei supporti, costituita in prevalenza da lamine bronzee quadrangolari “a pelle di bue”, caratteristiche del comparto veneto alpino e orientale, e da simpula, usati per riti di libagione; la varietà alfabetica è quella di Lagole, con una sola ma importante differenza; è inoltre analoga la realizzazione formulare dei testi.
Così pure ricorrono basi antroponimiche già note a Lagole. ...



Musile di Piave:
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Il disco bronzeo di Reithia è stato rinvenuto in un pozzo santuario nel Veneziano, in localita' Millepertiche di Musile di Piave, nel corso di una campagna di scavo del Gruppo Archeologico di Meolo.
Oggi si trova esposto nel museo Nazionale Concordiense di Portugruaro.
http://www.comune.portogruaro.ve.it/cit ... diese.html

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Ponzano Veneto:
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Il disco è stato ritrovato nel (...) in una tomba risalente agli anni a cavallo tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., nel territorio del comune di Ponzano Veneto.
La tomba di Ponzano Veneto (fine I sec. a. C. -inizi I sec. d. C. ) La sepoltura, in anfora segata, è stata rinvenuta a Paderno di Ponzano Veneto. All'interno dell'anfora segata, il corredo era composto da due ossuari, ed alcuni elementi accessori: una olletta e una coppetta, due vasetti miniaturistici con coperchio e un balsamario. L'ossuario sul fondo dell'anfora era chiuso non solo da un coperchio, ma anche da una lamina di bronzo quadrangolare del tipo "a pelle di bue". Il secondo ossuario era privo di coperchio e chiuso dal disco di lamina bronzea recante la figurazione della dea clavigera. L'analisi antropologica dei resti cremati indica la presenza di due donne. Il recupero fu curato da Pierduilio Pizzolon con l'aiuto di Marco Perissinotto, Lina Paronetto, Boris Mascia e con la supervisione del prof. Filippo Giovanni Pilla, Ispettore onorario della Soprintendenza Archeologica per il Veneto. Oggi si trova esposto nel Museo Archeologico di Ponzano Veneto.
http://www.comuneponzanoveneto.it/?topi ... page=museo



Montebelluna 1
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Montebelluna 2
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Montebelluna 3
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Montebelluna 4
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Muxeo de Trevixo:
http://www.trevisoinfo.it/museosantacaterina.htm

http://www.comune.treviso.it/index.php? ... Itemid=101


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Ultima modifica di andetios il lun feb 02, 2009 10:51 am, modificato 9 volte in totale.
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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:38 pm

Approfondimenti
Disco di Auronzo:

Da: I Veneti dai bei cavalli
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http://digilander.libero.it/archeocadore/page19.html

http://digilander.libero.it/archeocadore/page36.html
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Di notevole importanza interpretativa sono i dischi di bronzo finemente cesellati e raffiguranti le divinità e i riti. Il primo facilmente più antico, molto simile a quelli detti "di Montebelluna", anche se l'antiquario dal quale furono acquistati disse di averli recuperati in provincia di Belluno e più precisamente nella vallata Agordina (il mercante frequentava anche il cadore). Esso riporta una figura femminile vista di fianco con il tipico abbigliamento venetico ed ancora legata ai culti della madre terra con, tuttavia, una particolarità, i grappoli d'uva che ritornano pure nel secondo disco forse riproducente i riti dionisiaci. ... Appunto il disco riporta la figura, stavolta difronte, di un essere asessuato, quindi un dio, con la testa riccioluta con ai suoi lati oggetti come il coltello per i sacrifici ed ancora il grappolo d'uva, uccelli ed animali.
Qualcosa di unico che non trova riscontro alcuno nel Veneto e nemmeno altrove.

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La figura umana del disco, con ogni probabilità ci descrive e racconta dell'attività di uno sciamano venetico e forse di uno sciamano androgino più che di un dio (come per i dischi con la figura femminile, raffiguranti più una sciamana che una divinità).

In altri dischi bronzei dell'area plavense (un'altro di Auronzo e altri cinque di varie località : Montebelluna, Ponzano Veneto, Musile di Piave), la figura sciamanica è femminile e associata al teonimo Reitia.

Infatti la figura del disco presenta tratti androgini e l'androginia è una caratteristica degli sciamani:
http://it.wikipedia.org/wiki/Androgino
L'androgino (dal greco anèr = uomo, con tema andr-, e gyné = donna) è colui che partecipa della natura di entrambi i sessi.
...
Il termine androgino invece non è usato in ambito scientifico, non fa in alcun modo riferimento alle modalità di riproduzione o all'orientamento sessuale (pertanto non è neanche sinonimo di bisessuale).
Viene invece usato per indicare in un individuo la coesistenza di aspetti esteriori, sembianze o comportamenti propri di entrambi i sessi.
...
Dioniso, che per essere uno degli dei più antichi del Pantheon greco è tra quelli più ricchi, dal punto di vista archetipico, è spesso rappresentato in forma androgina, ed ha tra i suoi emblemi la pigna, frutto ermafrodita della specie forse più nota e diffusa nel Mediterraneo.
La pigna (come del resto il tralcio di vite) è anche tra gli emblemi del Cristo.
Androgino è anche Tiresia, il veggente cieco dell'Odissea, divenuto tale, dice il mito, per aver assistito al congiungimento di due serpenti sacri (e sappiamo da Delfi come il serpente sia uno dei più antichi simboli delle divinità ctonie, e come, nella forma di Ouroboros - circolare come quella dell'androgino, appunto - rappresenti il globo universale, il tutto, la completezza).
...
I popoli dell'antichità facevano una netta differenza tra ciò che Mircea Eliade chiama l'"ermafrodito concreto" e l'"androgino rituale". Un neonato che presentasse segni di ermafroditismo era considerato dalla famiglia un segno della collera degli dei, ed immediatamente eliminato, come accadeva per tutti i neonati gravemente imperfetti. La sua unica speranza di scampo, soggettivamente, era di essere accolto nell'ordine del sacro, come vivente rappresentazione della coincidenza degli opposti e figura che riuniva in sé la potenza magica e religiosa di entrambi i sessi, di cui acquisiva i poteri attraverso pratiche rituali. La principale di queste pratiche era il travestimento (il che rende evidente che non era necessario un ermafrodito concreto, per agire il rito).

Ancora oggi, in India, gli ermafroditi sono dei fuori casta, e tuttavia hanno una propria collocazione sociale precisissima: la benedizione degli eunuchi è molto richiesta, ben pagata, e considerata quasi indispensabile ed eccezionalmente efficace in ogni cerimonia: può cacciare gli spiriti malvagi, rendere fertile una donna, dare un buon augurio ai novelli sposi, assicurare alla coppia un figlio maschio.
Nella metafisica induista la polarità maschile rappresentata da Śiva, e quella femminile rappresentata da Shakti hanno bisogno, per fondersi, di Ardhanarishvara, l'androgino.
In altre culture, l'androginia è connessa allo sciamanesimo e a riti iniziatici.


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Tra gli sciamani più famosi dell'antichità è da ricordare Epimenide, lo sciamano cretese che fu chiamato a salvare Atene dalla peste e a purificarla dai peccati e che dappoi lo stesso le diede le basi per la sua costituzione, successivamente messa per iscritto da Solone.

1) http://it.wikipedia.org/wiki/Epimenide

2) http://it.wikipedia.org/wiki/Incisioni_ ... lle_conche

3) http://www.raixevenete.com/forum_raixe/ ... IC_ID=2892

4) http://it.wikipedia.org/wiki/Sciamano


Francesco Benozzo
Sciamani europei e trovatori occitani

http://www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Gli studi di Costa su quello che mi sembra corretto definire lo sciamanismo europeo, l’aspetto su cui mi interessa insistere maggiormente è quello, da lui ben evidenziato, dello sciamano come poeta, cantore, musico e custode della cultura e della letteratura orale. Era infatti allo sciamano, o se si preferisce a una figura simile allo sciamano, che era spettato per millenni il compito di custodire e tramandare il vasto patrimonio – naturalmente orale – che le popolazioni europee avevano accumulato a partire dal Paleolitico superiore: si trattava – specifica ancora Costa – di una tradizione trasmessa dalla lingua poetica, la quale, in un processo che durò millenni e che portò alla sua progressiva codificazione standardizzata, divenne un ineguagliabile contenitore e veicolo di quelle antichissime forme di sapienza che, dal Paleolitico superiore erano divenute parte della tradizione orale: è sostanzialmente questo il motivo – spiega ancora Costa – per cui vi si rintracciano vestigia di tipo linguistico, rituale, mitico e cognitivo appartenenti a queste fasi lontane.
In estrema sintesi, cioè, questa lingua poetica possedeva alcune caratteristiche fondamentali:
1) si trattava di testi orali, stilisticamente marcati rispetto alla lingua quotidiana, soprattutto grazie alla presenza di strategie ritmiche e cadenzate, di formule, temi e tassonomie;
2) costituiva la summa dei saperi di una comunità;
3) era frutto di un’elaborazione collettiva;
4) nel corso della propria evoluzione diede luogo a formulazioni orali standardizzate, cioè a quelli che si possono chiamare testi fissi (per tutte queste considerazioni, cfr. Costa 1998, 2000, 2001, 2004, 2006a, 2006b).

I poeti, gli eredi degli sciamani paleo-mesolitici, diventarono una parte attiva della tradizione, cioè un anello imprescindibile della catena comunicativa formata dall’intersezione di spazio, tempo e parola. Questo ‘poeta’ disceso dagli sciamani paleo-mesolitici era dunque, come spiega efficacemente Enrico Campanile, “il professionista della parola e nel suo ambito di competenza rientrava, quindi, tutto ciò che si realizza nella parola”: oltre che sacerdote, medico, giurista, storico, egli era “colui che in poesia ricordava e celebrava le imprese gloriose di principi ed eroi, sia del presente che del passato, mosso da divina ispirazione” Campanile,
1983, 40).

Non può essere messa in discussione l’esistenza e la vitalità di queste figure di poeti presso le popolazioni celtiche che abitavano da millenni i territori dell’Europa continentale: le testimonianze della loro presenza nelle fonti in lingua latina e greca sono copiose e autorevoli, a partire da una serie di iscrizioni, fino ad arrivare alla toponomastica e alle testimonianze degli autori ‘classici’.
In particolare, sappiamo che esistevano i bardi (da una parola celtica continentale del tipo bardos, ben attestata nell’irlandese antico bárd, nel gallese antico bardd, nel cornico barth, nel bretone barz, continuazioni di *gwrd(h)os ‘colui che alza la voce, colui che elogia’), i vates (figure ben attestate anche in area celtica insulare, dove i testi antichi parlano di fàith [in Irlanda] (che ci ricordano le fate) e di gwawd [in Galles], termini legati alla radice *uat- ‘essere ispirato, essere posseduto’) e i druidae vale a dire dei ‘druidi’ (gallico *druis, irlandese druí, gallese derwydd, bretone drouiz, da una radice *dru-wid- ‘colui che ha conoscenza sicura’) (per tutti questi dati, cfr. le bibliografia specifica cit. in Benozzo, 2006).

Va specificato che, per quanto gli autori classici distinguessero queste tre categorie intellettuali, “nella realtà indigena si trattava ancora di un’unica e omnicomprensiva figura che poteva recepire nomi diversi solo in rapporto alla specifica attività che attualmente in un dato momento svolgeva” (Campanile, 1991, 156).
Si può in ogni caso affermare che queste figure polivalenti di druidi-bardi-vati operanti nell’antica Gallia non solo sono un’incarnazione evidente del poeta-sacerdote indeuropeo, ma ne costituiscono addirittura il modello più rappresentativo, essendo al tempo stesso poeti, uomini legati al sacro e uomini di legge.



Sciamanismo indeuropeo
di Gabriele Costa

http://www.continuitas.com/sciamanismo.pdf

Tra i molti pregiudizi che gli studi dell’Ottocento e del Novecento ci hanno lasciato in eredità, uno è ancora oggi pervicacemente diffuso, ed è l’idea che gli Indeuropei - e di conseguenza poi anche il mondo che noi chiamiamo classico – non abbiano mai conosciuto una fase etnolinguistica e culturale preistorica, che la loro tradizione debba dunque essere costitutivamente priva di ogni presunta bruttura o irrazionalità tipica delle civiltà primitive e ‘inferiori’, e pertanto che credenze, riti e perfino singoli episodi, ad esempio di cannibalismo, sacrifici umani, cacciatori di teste, etc., inequivocabilmente attestati in abbondanza nella documentazione residua, vadano attribuiti a ininfluenti e marginali influssi esterni, estranei alla civiltà indeuropea, e poi a quella classica, nel suo complesso (cfr. Costa, 2001, 2002, 2003a, 2004). (Così come quello in Costa, 2003b, anche il presente lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla grecità arcaica, la filosofia preplatonica e i loro rapporti con la tradizione poetica e sapienziale indeuropea, i cui risultati definitivi saranno pubblicati in Costa, 2006f, volume a cui qui, per motivi di spazio, si rinvia per ogni ulteriore approfondimento dossografico e bibliografico, e per il necessario inquadramento epistemologico, storico-filosofico e linguistico-ricostruttivo generale.)


Questo atteggiamento, culturale prima ancora che scientifico, che certo ha radici lontane che risalgono in parte agli autori classici stessi e che attraversa tutta la storia dell’umanesimo occidentale, è direttamente collegabile alla teoria invasionista e calcolitica sulle origini indeuropee, e a una visione del mondo indeuropeo, ad essa connessa, ideologicamente connotata.
La teoria calcolitica sulle origine induropee, che è ancora oggi quella standard, prevedendo infatti per i popoli di lingua indeuropea una storia compressa in pochi millenni, e postulando il loro arrivo, per il tramite di invasioni rapide e cruente, nelle sedi storiche in epoca cronologicamente troppo bassa, lascia del tutto indefinite le loro fasi preistoriche, come se gli Indeuropei, diversamente da tutti gli altri popoli del mondo, non avessero un passato che risalga oltre il V-IV millennio.

Secondo poi questa teoria, quel che accomuna in tutto o in parte le lingue e le culture indeuropee, dall’Irlanda all’India, ma che non rientra nei canoni linguistici e culturali ricostruiti, indicati a priori come superiori a ogni forma definibile come appartenente a una cultura etnologicamente ‘primitiva’ perché appunto gli inizi della cultura indeuropea non risalirebbero oltre l’età dei metalli, sarebbe genericamente da attribuire al cosiddetto sostrato indo-mediterraneo, cioè alle popolazioni nonindeuropee preesistenti nelle sedi storiche all’arrivo degli Indeuropei, o a influssi seriori e secondari provenienti da culture altre, loro sì considerate primitive.

Le due istanze, quella culturale e quella scientifica, si sono insomma intrecciate fino a formare una visione del mondo indeuropeo che ha poca verosimiglianza scientifica, che non assomiglia a nessun altra vicenda etnolinguistica e storica che conosciamo, e che tuttora inficia la ricerca, impedendole di vedere quel che da sempre è sotto gli occhi di tutti, e cioè che gli Indeuropei, in realtà, sono “gente normale” (cfr. Ballester, 1999).

A partire dal 1996 (cfr. Alinei, 1996, 2000, 2003; Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f), è tuttavia disponibile una nuova teoria sulle origini indeuropee, una teoria che finalmente riconcilia la linguistica comparata con i propri assunti evolutivi e storico-linguistici, con i dati provenienti dalle ricerche più recenti della paletnologia, dell’archeologia e della genetica, e risolve una volta per tutte le aporie più vistose della teoria calcolitica (ma anche di quella neolitica di C. Renfrew e L. L. Cavalli Sforza).

Secondo tale teoria, compiutamente elaborata in primis da Mario Alinei e sviluppata poi anche da altri studiosi tra cui lo scrivente, e denominata ‘teoria della continuità paleolitica’ (in inglese: Paleolithic Continuity Theory = PCT), la patria originaria degli Indeuropei sarebbe l’Africa, la stessa cioè di tutte le popolazioni moderne e di tutti i phyla linguistici del mondo; i più antichi insediamenti delle popolazioni indeuropee fuori dall’Africa corrisponderebbero ai territori occupati attualmente dalle lingue indeuropee stesse;
l’Europa sarebbe stata occupata, fin dalle prime datazioni determinate dalle ricerche, dagli Indeuropei insieme alle altre popolazioni non indeuropee presenti poi storicamente in loco, come ad esempio quelle uraliche: il rapporto etno-linguistico preistorico tra gli Indeuropei e gli altri popoli eurasiatici si configurerebbe allora come di adstrato/parastrato e non di superstrato/sostrato, saremmo cioè in quell’ambito che in linguistica teorica si definisce come di ‘lingue in contatto’; il sostrato indo-mediterraneo in quanto tale non esisterebbe e non esisterebbero popoli pre-indeuropei perché l’arrivo degli Indeuropei, e delle altre genti, coinciderebbe col primo popolamento euroasiatico di Homo sapiens sapiens; le lingue indeuropee, ma anche quelle non-indeuropee presenti nel territorio eurasiatico, sarebbero già state divise e formate a partire almeno dal mesolitico; ogni invasione massiva neolitica o calcolitica sarebbe esclusa, e le limitate invasioni e infiltrazioni locali documentate dall’archeologia o ipotizzate dalla genetica costituirebbero fattori di ibridazione e non di sostituzione; l’agricoltura si sarebbe diffusa nell’Eurasia secondo un modello complesso e integrato, a mosaico, di sviluppi locali, di acculturazione e di limitata diffusione demica da parte di gruppi an-indeuropei; le popolazioni di cultura kurganica emerse nel calcolitico, indicate dalla teoria calcolitica, nella versione di M. Gimbutas, come gli Indeuropei stessi, sarebbero invece di origine altaica, e la loro influenza sul mondo indeuropeo sarebbe stata linguisticamente, geneticamente e culturalmente piuttosto limitata; nella loro
lunghissima storia, la continuità dei contatti trans-tribali e l’identità etno-linguistica e socio-culturale delle popolazioni di lingua indeuropea, sarebbero state assicurate dalla tradizione orale e sapienziale riflessa dalla e nella lingua poetica indeuropea (cfr. Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f).

All’interno della PCT, anche questioni etnolinguistiche e storico-religiose quali ad esempio le tassonomie poetiche più arcaiche, i sacrifici di sangue o il culto delle teste tagliate, trovano allora una spiegazione scientificamente economica, storicamente lineare e etnologicamente coerente, poiché quanto appena detto consente di attribuire rettamente ai popoli indeuropei alcuni di quei dati che erano stati in precedenza
assegnati alle inesistenti lingue e culture di sostrato, considerandoli come vestigia di una comune eredità della vastissima e poco variata cultura paleo-mesolitica, e non valutandoli pertanto, questi o altri in generale, come extra-indeuropee a priori, ma attribuendoli o meno anche agli Indeuropei in base alle risultanze della comparazione.

Insomma, tali dati si inquadrano oggi perfettamente nella storia etnolinguistica indeuropea così come la delinea la teoria della continuità paleolitica, prevedendo cioè anche per questi popoli una preistoria paleo-mesolitica e delle fasi culturali e linguistiche preistoriche lontane, e un rapporto di contatto e di interscambio coi popoli coevi e contermini non pregiudizialmente violento e prevaricatore, e certo non ‘superiore’ a ogni influsso cosiddetto barbaro o selvaggio, o perfino estraneo a fasi etnolinguistiche ‘primitive’.

Seppure con alcune illustri eccezioni (Rohde, Dodds, Burkert, etc.), la ricerca ha tra l’altro finora sottovalutato, se non misconosciuto, anche l’importanza delle numerose e significative vestigia dello sciamanismo nelle culture di lingua indeuropea, attribuendole per lo più a influssi vicino-orientali tardi e esotici.
Di tali vestigia, basterà qui ricordarne solo alcune: per il mondo greco, Empedocle, Fr., B111:


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...TESTO IN GRECO- (che non mi riesce di postare ma che si trova nel testo consultabile in pdf)
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“e tutte le medicine che si producono come rimedio dei morbi e della vecchiaia, tu potrai conoscere, perché completerò soltanto per te tutti questi precetti.
Saprai calmare la forza dei venti incessanti, che sulla terra avventandosi con le loro folate distruggono i raccolti; e poi di nuovo, a tuo piacimento, riporterai gradite le brezze.
Dalla fosca pioggia farai tempestivo per la gente il secco, ed anche farai dal secco in estate, a ristoro degli alberi, i getti d’acqua che sprizzano in alto.
Saprai riportare su dall’Ade il vigore di un uomo ormai finito”.
Per il mondo celtico (cfr. Corradi Musi, 2004), si può citare quel che racconta Pomponio Mela, 3, 6, 48:

Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi dedita navigantibus, et in id tantum, ut se consulerent profectis”.
Altresì nota da tempo e oramai assodata, è l’importanza del ruolo che lo sciamanismo gioca, tra l’altro, nella definizione della figura centrale del pantheon germanico, quella del dio Wotan/Odino; ad esempio, Snorri, Ynglingasaga, VII, parlando lui dice:
Il suo corpo giace come se dormisse o fosse morto, mentre egli diviene un uccello o una belva, un uccello o un drago e si porta lontano in un attimo in paesi lontanissimi”.

Per il mondo indiano antico (cfr. Crevatin, 1979), si possono ricordare testi come Rg-Veda, 8, 48, 1-3; 9, 113, 6-7; 10, 97, 1-6, o l’inno di Rg-Veda, 10, 136; mentre per la tradizione iranica antica, è sufficiente citare lo Artāi Vīraz Nāmak, un testo pahlavi con interpolazioni posteriori, ma che verosimilmente nella sua parte essenziale risale al periodo pre-sasanide, forse dunque al III-IV secolo d.C., e che si rifà per certo a una tradizione orale molto antica, ove troviamo la descrizione di un viaggio nell’aldilà di tipo evidentemente sciamanico, ottenuto grazie a un rituale estatico e all’uso di droghe (cfr. Belardi 1979, 1996).

E così si potrebbe continuare per le altre tradizioni indeuropee...
Insomma, il riesame senza pregiudizi delle molte e significative testimonianze di miti e riti sciamanici nelle tradizioni greca, italica, celtica, germanica, iranica, indiana, anatolica, etc., l’adeguato sfruttamento degli studi più recenti (cfr. Costa, 2004, 2005a, 2005b, 2006a, 2006b, 2006c, 2006d, 2006e), e soprattutto l’inquadramento generale del problema all’interno della teoria della continuità paleolitica, al contrario di quel che si è ritenuto finora, consente di far emergere con chiarezza l’evidenza di una fase sciamanica preistorica originale e propria alla storia etnolinguistica delle popolazioni indeuropee, uno sciamanismo indeuropeo le cui ultime propagini sono ancora ben vitali, tra l’altro, nelle grecità arcaica e storica (cfr. Costa, 2006f).
...

...così come Epimenide, lo sciamano cretese, che, chiamato a purificare Atene dalla prima grande epidemia di peste delle sua storia, purificò la città, modificò i riti funebri, e le diede quella costituzione che poi fu fissata per iscritto da Solone(cfr. Plutarco, Solone, 12, Svenbro, 1988).
Epimenide, uno dei padri della costituzione ateniese e della logica occidentale, profeta, terapeuta, maestro di tecniche della respirazione diaframmatica (cfr. Suida, s.v., Gernet, 1945), che gli consentivano di staccarsi dal corpo e viaggiare nel tempo e nello spazio, e dell’incubazione, dormì in una caverna per 57 anni (cfr. Diogene
Laerzio, I, 109), e nel sonno e nel digiuno “incontrò gli dei e i loro responsi, e si imbattè in Aletheia e Dike” (Massimo di Tiro, 38,3) che gli donarono il novmo".
Quando morì ultracentenario a Sparta, racconta lo storico locale Sosibio (in Diogene Laerzio, I, 115) che il suo corpo non fu né bruciato né inumato ma conservato, perché si scoprì che la sua pelle “era tatuata di lettere” (Suida, s.v.).
Per i Greci, un uomo tatuato o è uno schiavo o è un barbaro; ma il corpo tatuato di Epimenide, greco e uomo libero, rappresenta invece il soma di uno sciamano che la scrittura tatuata trasforma in sema, in segno e in stele: la tomba di Epimenide è il suo stesso corpo, ma il corpo tatuato è un’iscrizione, pronta per essere letta (cfr. Svenbro, 1988).
Licurgo, fedele alla tradizione orale e ai suoi taboo (cfr. Costa, 1998, 2000), proibì l’uso della scrittura nella legislazione, mentre Numa volle che alla sua morte i suoi scritti fossero interrati con lui;
Epimenide invece accetta la scrittura segreta e iniziatica (cfr.Costa, 1998, 2000), ma rifiuta la separazione tra corpo umano e corpo scritto: la Verità di cui è maestro resta con lui, inscritta su di lui.
L’iscrizione sul suo corpo, sulla sua pelle, letta ad alta voce, consente a Epimenide, aldilà della morte del soma, di tornare come sema tra i vivi, perché la sua parola ritorna attraverso la voce che il lettore gli cede ad ogni lettura, ad ogni esegesi della traccia, ridando così significato al segno inscritto: “il soffio che lo sciamano cretese sapeva così ben controllare [...] è ora insufflato in lui quando il lettore pone il suo apparato vocale al servizio dello scritto” (Svenbro, 1988), e trasforma le lettere morte in voce vivente nel luogo stesso dove è custodito il suo corpo, incarnandosi così non la  [psiche (? da correggere la mia trascrizione)] in corpi diversi (quel che noi chiamiamo metensomatosi, ma che Greci in realtà chiamavano palingenesia), ma  [psicheat (? da correggere la trascrizione)] diverse nello stesso corpo (e questa è la metempsicosi).



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E' pertinente l'accostamento e il richiamo a Bacco e a Dionisio, però la raffigurazione del disco diverge moltissimo dalla gioiosa raffigurazione tradizionale di Bacco e Dionisio, dediti alle piacevoli bevute di vino.

Il personaggio di Auronzo è drammatico, sta probabilmente bevendo una pozione/mistura "magica" che lo farà anche soffrire, per questo è teso e affronta la prova con sacrificio.

E' chiaro che il nostro amico di Auronzo è una figura seria di sciamano-oracolo che sta svolgendo la sua missione-lavoro, ingurgitando la mistura magica di droga per attingere dagli dei o dal mondo divino le risposte o informazioni che gli sono state ordinate o richieste.


Il nostro personaggio è ben più serio e vero, reale e drammatico:

Orfismo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Orfismo


Orfeo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Orfeo
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Secondo le più antiche fonti Orfeo è nativo della Tracia,l'odierna Bulgaria, terra lontana e misteriosa nella quale fino ai tempi di Erodoto era testimoniata l'esistenza di sciamani che fungevano da tramite fra il mondo dei vivi e dei morti, dotati di poteri magici operanti sul mondo della natura, capaci di provocare uno stato di trance tramite la musica (e più che altro con gli estratti vegetali quali: oppio, stramonio, canapa, ammanita muscaris detto "soma", ...) . ...

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sselboi sselboi ekupetaris
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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:39 pm

Este (botanica in età del ferro):

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La vite nel Veneto:

http://www.biodiversitaveneto.it/present/pr_vitis.htm





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Proseguendo nell'indagine sui dischi bronzei, debbo correggermi su alcune precedenti interpretazioni, precisando:
almeno per quanto riguarda alcuni motivi vegetali, essi sono riconducibili con buone probabilità al fiore di croco (Crocus Crocus);
e alcuni forse alla Stràsabraghe Salsapariglia nostrana (Smilax aspera L.) semprechè non siano relativi all'edera helis (come precedentemente illustrato).

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1) http://www.croco.it
IL CROCO:
è dagli stimmi dei suoi fiori che si ricava lo zafferano.
Il nome deriva dal greco kròkos (filamento), in riferimento proprio a tali stimmi.
Una leggenda greca narra che Croco era il nome di un bel giovane amato dalla ninfa Smilace.
La disperazione della ninfa, in seguito alla morte tragica di Croco, impietosì a tal punto gli dei, che essi trasformarono l'anima del mortale in un meraviglioso fiore.

2) http://www.guardiecologiche.it/primosit ... CROCO.HTML


3) http://www.deaecate.it/Garden/giardino.htm

Croco (Crocus Crocus)

Il croco, fiore infero, collegato alla sfera ctonia e funeraria, fin dall’epoca micenea, esso veniva impiegato per utilizzi sacri, come ci è testimoniato da Stazio, che documenta l’uso di bruciarlo nel rogo dei personaggi pubblici più eminenti.
In relazione ad Ecate, esso viene nominato in Arg., Orph., come uno dei fiori raccolti dalla già citata Kirke nel giardino incantato della dea.
Questa maga appartiene alle tradizioni mitiche delle primitive culture mediterranee: essa è figlia del Sole e signora delle piante, dalle quali trae gli elementi per la preparazione dei suoi filtri portentosi.
Il fiore in questione, infatti, può sortire anche effetti afrodisiaci e addirittura letali, diventando un potente venenum, termine proverbialmente associato alla magia assieme a quello di philtrum e a quello di carmina, le parole magiche, come quelle (hecateia carmina) ricordate da Ovidio.

Riguardo al suo uso sacrale, c’è da ricordare infine l’associazione del croco al culto di Artemide e di Apollo (entità che, come abbiamo già sottolineato, erano in stretta relazione simbolica con Ecate), di cui adornava gli altari durante i riti celebrati in suo onore a Cirene. Qui è importante, tuttavia, mettere in evidenza il suo legame con la sfera ctonia e con la morte o, per meglio dire, lo stretto rapporto terra - morte- vegetale, tipico delle culture agrarie.
La stessa origine mitica del crocus sativus si ricollega alla sfera semantica della morte: secondo la tradizione più accreditata, esso è nato dal sangue di Krokos, “l’eroe del Croco”, ucciso involontariamente da Hermes mentre giocava al disco.
A conferma di quanto appena detto, esso si associa anche a un culto tombale che aveva luogo nel corso dei misteri eleusini.

Il suo colore si lega invece al mondo femminile: Ovidio (Met., X, 5) descrive come giallo zafferano la veste del dio Hymen che presiede ai riti nuziali. Sarà dello stesso colore il drappo degli officianti delle cerimonie funerarie: si riconferma nuovamente il legame tra l’unione-generazione (matrimonio) e la morte (funerale). (testo di Roberta Astori)

4) http://www.giardinaggio.it/Linguaggiode ... /croco.asp

Croco
Già conosciuto ai tempi dei Greci,
è un fiore diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, dall'Asia Minore all'Africa Settentrionale. Il suo nome deriva dal greco kroke, che vuol dire filamento, proprio a rappresentare i lunghi stimmi che caratterizzano il suo fiore. Omero descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone ricoperto di tantissimi fiori tra cui il croco. Per questo motivo, uno dei significati attribuiti al fiore è quello della passione e dell'amore sensuale.
Al tempo dei Romani, il Croco veniva posto sulle tombe, in quanto considerato simbolo di speranza per la vita ultraterrena.
Probabilmente, gli antichi conoscevano soltanto il Croco da cui si ricava lo zafferano, con il quale preparavano anche filtri d'amore.
Soltanto nell'età Vittoriana, al significato, in origine assegnato al fiore e cioè quello di amore appassionato, si iniziò ad affiancare quello di giovinezza spensierata.


5) http://it.wikipedia.org/wiki/Croco_(mitologia)

Nella mitologia greca, Croco era il nome di un giovane ricordato per il suo amore infelice con una ninfa.
Croco era innamorato di una ninfa chiamata Smilace, ma non era corrisposto, gli dei allora tramutarono Croco in una pianta e in seguito anche la ninfa. Secondo altre fonti i due morirono insieme amandosi.
La pianta in cui la donna venne trasformata era usata a quei tempi nei culti dionisiaci.

6) http://it.wikipedia.org/wiki/Crocus_sativus

Lo zafferano vero (Crocus sativus) è una pianta della famiglia delle Iridaceae. Coltivata in Asia minore e in molti stati del bacino del Mediterraneo. In Italia le colture più estese si trovano in Abruzzo e in Sardegna, altre zone di coltivazione degne di nota si trovano in Umbria ed in Toscana. Dallo stimma trifido si ricava la spezia denominata "zafferano", utilizzata in cucina ed in alcuni preparati medicinali.
...
Il Crocus sativus è una pianta sterile triploide, è il risultato di una intensiva selezione artificiale di una specie originaria dell'isola di Creta, il Crocus cartwrightianus.
Una selezione messa in atto dai coltivatori che cercavano di migliorare la produzione degli stimmi. La sua struttura genetica lo rende incapace di generare semi fertili, per questo motivo la sua riproduzione è possibile solo per clonazione del bulbo madre e la sua diffusione è strettamente legata all'assistenza umana.
...

7) http://it.wikipedia.org/wiki/Smilax_aspera

La salsapariglia nostrana (Smilax aspera L.) è una pianta monocotiledone della famiglia delle liliacee.
In Italia è nota anche col nome comune di stracciabraghe.
La radice contiene numerosi principi attivi tra cui la smilacina, la salsasaponina, l'acido salsasapinico. Ha proprietà sudoripare e depurative. Può essere utilizzata in infusi e decotti per curare l'influenza, il raffreddore, i reumatismi, l'eczema.
Euripide scrive in: Le Baccanti (III episodio 700) "Tutte si incoronavono con ghirlande di edera, di quercia e di smilace in fiore"



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http://it.wikipedia.org/wiki/Re_Magi
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Nella tradizione cristiana i "Re" Magi sono magi (ossia astrologi), probabilmente sacerdoti zoroastriani, che secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12) seguendo "il suo astro" giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il re dei Giudei che era nato.

Il fondamento storico del racconto è discusso.

Storici laicisti e alcuni biblisti cristiani lo vedono come un particolare leggendario.
Altri biblisti cristiani ne ammettono la veridicità.
Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.

Il racconto evangelico li descrive in maniera estremamente scarna e la successiva tradizione cristiana (in particolare i leggendari vangeli apocrifi dell'infanzia, di scarso valore storico) ne ha precisato alcuni particolari: erano tre (sulla base dei tre doni portati, oro incenso e mirra), erano re, si chiamavano Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.


Magi è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι). Si tratta di un titolo riferito specificamente ai re-sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell'ultimo periodo dell'impero persiano.

L'Adorazione dei Magi del Beato Angelico e di Filippo Lippi"I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell'astrologia.
Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi" -Ludolfo di Sassonia (m. 1378), Vita Christi.

In alcune versioni meno recenti delle Scritture, ad esempio la Bibbia di Re Giacomo, i Magi sono indicati come Uomini Saggi, un termine arcaico per indicare i maghi o magi, con il carattere di filosofi, scienziati e personaggi importanti.
Nella Bibbia di Re Giacomo, lo stesso termine greco magos che nel Vangelo secondo Matteo viene tradotto con "saggio", è reso con "stregone" negli Atti degli Apostoli (episodio di "Elimas il mago", Atti).
Lo stesso termine greco identifica anche Simon Mago in Atti.
Oggi il significato più profondo è ormai dimenticato e, quindi, tutte le traduzioni moderne usano il termine di derivazione greca, magi.

In Erodoto la parola magoi era associata a personaggi dell'aristocrazia della Media ed, in particolare, ai sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù.

Poiché il passo di Matteo implica che fossero dediti all'osservazione delle stelle, la maggioranza dei commentatori ne conclude che il significato inteso fosse quello di "sacerdoti di Zoroastro", e che l'aggiunta "dall'Oriente" ne indicasse naturalmente l'origine persiana.

Addirittura, la traduzione dei Vangeli di Wycliffe parla direttamente di "astrologi", non di "saggi". Nel XIV secolo la distinzione tra astronomia e astrologia non era ancora riconosciuta, e le due discipline cadevano entrambe sotto la seconda denominazione.

Anche se il sostantivo maschile magi (μαγοι) è stato usato un paio di volte in riferimento a una donna (nell'Antologia Palatina e in Luciano), l'appartenenza alla classe dei magi era riservata ai maschi adulti.

Gli antichi magi erano persiani, e poiché i territori ad oriente della Palestina biblica coincidevano con l'impero persiano, ci sono pochi dubbi sull'origine etnica e sulla religione di appartenenza dei personaggi descritti nel vangelo di Matteo.

Si noti come il termine magi sia una traduzione artificiosa atta ad evitare il termine piuttosto sgradevole di maghi che indicava i ciarlatani e gli imbroglioni (dal libro di Maggi).
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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:40 pm

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Da: I Veneti dai bei cavalli
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(Sopraintendenza ai beni archeologici del Veneto)

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Fiore di croco:

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Fiori di croco:
http://www.giardinaggio.it/Linguaggiode ... /croco.asp

http://it.wikipedia.org/wiki/Crocus
Crocus è un genere di piante erbacee, appartenente alla famiglia delle Iridaceae e originario dell'Europa e dell'Asia occidentale e centrale, con altezze variabili da 8 a 15 cm, con radici bulbose o rizomatose, utilizzate come piante ornamentali o officinali.
Già conosciuto ai tempi dei Greci,
è un fiore diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, dall'Asia Minore all'Africa Settentrionale. Il suo nome deriva dal greco kroke, che vuol dire filamento, proprio a rappresentare i lunghi stimmi che caratterizzano il suo fiore. Omero descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone ricoperto di tantissimi fiori tra cui il croco.
Per questo motivo, uno dei significati attribuiti al fiore è quello della passione e dell'amore sensuale.
Al tempo dei Romani, il Croco veniva posto sulle tombe, in quanto considerato simbolo di speranza per la vita ultraterrena.
Probabilmente, gli antichi conoscevano soltanto il Croco da cui si ricava lo zafferano, con il quale preparavano anche filtri d'amore.
Soltanto nell'età Vittoriana, al significato, in origine assegnato al fiore e cioè quello di amore appassionato, si iniziò ad affiancare quello di giovinezza spensierata.

http://it.wikipedia.org/wiki/Croco
Croco (260 circa – 306 circa) (latino: Crocus) fu un capo alemanno della fine del III secolo.
Nel 260 guidò una rivolta alemannica contro l'Impero romano, attraversando il limes germanico-retico ed avanzando sicuramente fino a Clermont, forse addirittura fino a Ravenna, partecipando alla conquista alemannica della città franca di Mende.
Nel 306 Croco era presente come generale romano alla morte di Costanzo Cloro a York, Britannia, quando Costantino I fu dichiarato imperatore.




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Personalmente ritengo possibile e probabile che non si tratti di un fiore di cròco, ma di una pianta di papavero da oppio e forse una di canapa.

Il papavero è una delle piante benefiche e sacre per l'uomo; per miliaia di anni se non milioni, il papavero ha lenito le sofferenze degli esseri umani e ancor oggi è tra i primi e più diffusi e necessari antidolorifici.

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LA PIANTA SACRA AI DAUNI DELLE STELE
http://www.artepreistorica.it/articoli/ ... articolo=1

Estratto da:
anno: 1985
Bollettino Camuno Studi Preistorici Vol. 28: pagg. 57-68

Oppure vi ci potrebbe essere un carciofo:
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http://it.wikipedia.org/wiki/Carciofo
La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.

Usi terapeutici del carciofo:
La cinarina sembra avere effetti colagoghi. Gli estratti di carciofo hanno mostrato in studi clinici di migliorare la coleresi e la sintomatologia di pazienti sofferenti da dispepsia e disturbi funzionali del fegato. La cinarina ha mostrato di essere efficace come rimedio ipolipemizzante in vari studi clinici.
La cinarina ha anche effetti coleretici, sembra cioè stimolare la secrezione di biliare da parte delle cellule epatiche e aumentare l’escrezione di colesterolo e di materia solida nella bile.
I derivati dell'acido caffeico in genere mostrano effetti antiossidanti ed epatoprotettivi.
La Cinarina è anche ipocolesterolemizzante, tramite l'inibizione della biosintesi del colesterolo e l'inibizione dell'ossidazione del colesterolo LDL. Diminuisce inoltre il quoziente beta/alfa delle lipoproteine ed ha effetti diuretici.
La medicina naturale e la fitoterapia usano il carciofo nel trattamento dei disturbi funzionali della cistifellea e del fegato, delle dislipidemie, della dispepsia non infiammatoria e della sindrome dell'intestino irritabile. Lo utilizza inoltre, per il suo sapore amaro, in caso di nausea e vomito, intossicazione, stitichezza e flatulenza. La sua attività depurativa (derivata dall'azione su fegato e sistema biliare e sul processo digestivo) fa sì che venga usata per dermatiti legate ad intossicazioni, artriti e reumatismi.
L'attività dei principi amari sull'equilibrio insulina/glucagone ne indica la possibile utilità come supporto in caso di iperglicemia reattiva o diabete incipiente, e l'effetto dei principi amari sulla secrezione di fattore intrinseco ne indica un possibile utilizzo in caso di anemia sideropenica.

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Sciamani e trovadori:
http://www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Sciamanesimo indoeuropeo:
http://www.continuitas.com/sciamanismo.pdf

I signori degli animali dal Paleolitico:
http://www.continuitas.com/galloni_ombre.pdf

http://www.continuitas.com/rec_nencini.pdf
P. NENCINI, Il fiore degli inferi. Papavero da oppio e mondo antico, Roma, Franco Muzzio Editore, 2004, pp.219, ISBN 88-7413-105-
...
2) stando ai dati archeologici e paleoetnobotanici più aggiornati oggi a nostra disposizione, tale addomesticamento è avvenuto nel tardo Neolitico nell’Europa centro-occidentale, e non, come erroneamente
e diffusamente si crede, in Oriente. L’opinione ancora oggi corrente, attribuisce invece ai Sumeri gli inizi della coltivazione del p. da oppio, e poi da lì la sua diffusione nel resto del Vicino Oriente e del Mediterraneo, ma si tratta di un luogo comune del tutto erroneo fondato su una serie impressionante di equivoci filologici trasmessi e ripresi nei decenni, come ha dimostrato già nel 1975 A. D. Krikorian;

3) i resti di p. somniferum più antichi, sono stati ritrovati infatti in vari siti databili al 4400-4300 a.C. in Svizzera, Germania, Polonia, Italia, e da lì, tra la fine del Neolitico e gli inizi dell’Eneolitico, si è diffuso,
come indica la scansione cronologica e geografica dei ritrovamenti archeologici, verso il nord e l’est d’Europa;

4) è legittimamente sostenibile l’ipotesi che fin dal tardo Neolitico l’oppio fosse usato come sostanza psicotropa a scopi rituali;



http://www.erboristeriadulcamara.com/papavero.htm
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http://www.skeletonhouse.it/lezioni/botanica14.htm
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http://www.fotoarts.org/scheda_foto.php ... 104353&r=1
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http://flickr.com/photos/anntatti/2279786339
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Mi chiedo se i motivi vegetali nei particolari dei due dischi sono riconducibili al papavero da oppio e alle sue foglie!

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http://www.elicriso.it/it/piante_alluci ... o_da_oppio



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http://www.pergioco.net/Varie/Misteri/Festo/Festo.htm

http://www.antikitera.net/download/Festo.pdf
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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:41 pm

storia dell'anestesia

"opus dei sedare dolorem"
http://www.cardioanestesia.it/storiaanest.html

Sin dai tempi più remoti l'uomo ha cercato con ogni mezzo qualcosa che potesse alleviare il dolore, anche se si riteneva che questo fosse mandato dagli dei e quindi ostacolasse la loro volontà chiunque tentasse di combatterlo.
Varie sono state le tecniche e le sostanze usate nel corso dei secoli: strangolamento, ischemia, ipnosi e mesmerismo, oppio, mandragora, cicuta, iosciamo, hashish, alcool, ghiaccio.
Gli interventi chirurgici si limitavano a quelle situazioni che avrebbero comunque procurato la morte come drenaggio di ascessi ed amputazioni di arti colpiti dalla gangrena. I risultati erano pessimi e la mortalità enorme, non soltanto dovuta ad infezioni, ma anche per la mancanza di adeguata protezione dell'organismo dall'aggressione chirurgica (dolore, stress, emorragia ed altro).

Gli Assiri già nel 3000 a.c. praticavano un metodo particolare di "anestesia", infatti comprimevano le carotidi del malato al livello del collo (strangolamento) causando ischemia cerebrale ed uno stato di coma che era adatto a praticare la chirurgia...se il malcapitato sopravviveva.
Con il progredire della civilizzazione si iniziarono a scoprire le proprietà dei narcotici vegetali come l'oppio, la mandragora, la cannabis indica.
L'oppio era somministrato nell'antico Egitto (3000-1000 a.c.) ai bambini per farli stare calmi durante la notte.




Francesco Benozzo
Sciamani europei e trovatori occitani

http://www.continuitas.com/benozzo_sciamani.pdf

Gli studi di Costa su quello che mi sembra corretto definire lo sciamanismo europeo, l’aspetto su cui mi interessa insistere maggiormente è quello, da lui ben evidenziato, dello sciamano come poeta, cantore, musico e custode della cultura e della letteratura orale. Era infatti allo sciamano, o se si preferisce a una figura simile allo sciamano, che era spettato per millenni il compito di custodire e tramandare il vasto patrimonio – naturalmente orale – che le popolazioni europee avevano accumulato a partire dal Paleolitico superiore: si trattava – specifica ancora Costa – di una tradizione trasmessa dalla lingua poetica, la quale, in un processo che durò millenni e che portò alla sua progressiva codificazione standardizzata, divenne un ineguagliabile contenitore e veicolo di quelle antichissime forme di sapienza che, dal Paleolitico superiore erano divenute parte della tradizione orale: è sostanzialmente questo il motivo – spiega ancora Costa – per cui vi si rintracciano vestigia di tipo linguistico, rituale, mitico e cognitivo appartenenti a queste fasi lontane.
In estrema sintesi, cioè, questa lingua poetica possedeva alcune caratteristiche fondamentali:
1) si trattava di testi orali, stilisticamente marcati rispetto alla lingua quotidiana, soprattutto grazie alla presenza di strategie ritmiche e cadenzate, di formule, temi e tassonomie;
2) costituiva la summa dei saperi di una comunità;
3) era frutto di un’elaborazione collettiva;
4) nel corso della propria evoluzione diede luogo a formulazioni orali standardizzate, cioè a quelli che si possono chiamare testi fissi (per tutte queste considerazioni, cfr. Costa 1998, 2000, 2001, 2004, 2006a, 2006b).

I poeti, gli eredi degli sciamani paleo-mesolitici, diventarono una parte attiva della tradizione, cioè un anello imprescindibile della catena comunicativa formata dall’intersezione di spazio, tempo e parola. Questo ‘poeta’ disceso dagli sciamani paleo-mesolitici era dunque, come spiega efficacemente Enrico Campanile, “il professionista della parola e nel suo ambito di competenza rientrava, quindi, tutto ciò che si realizza nella parola”: oltre che sacerdote, medico, giurista, storico, egli era “colui che in poesia ricordava e celebrava le imprese gloriose di principi ed eroi, sia del presente che del passato, mosso da divina ispirazione” Campanile,
1983, 40).

Non può essere messa in discussione l’esistenza e la vitalità di queste figure di poeti presso le popolazioni celtiche che abitavano da millenni i territori dell’Europa continentale: le testimonianze della loro presenza nelle fonti in lingua latina e greca sono copiose e autorevoli, a partire da una serie di iscrizioni, fino ad arrivare alla toponomastica e alle testimonianze degli autori ‘classici’.
In particolare, sappiamo che esistevano i bardi (da una parola celtica continentale del tipo bardos, ben attestata nell’irlandese antico bárd, nel gallese antico bardd, nel cornico barth, nel bretone barz, continuazioni di *gwrd(h)os ‘colui che alza la voce, colui che elogia’), i vates (figure ben attestate anche in area celtica insulare, dove i testi antichi parlano di fàith [in Irlanda] (che ci ricordano le fate) e di gwawd [in Galles], termini legati alla radice *uat- ‘essere ispirato, essere posseduto’) e i druidae vale a dire dei ‘druidi’ (gallico *druis, irlandese druí, gallese derwydd, bretone drouiz, da una radice *dru-wid- ‘colui che ha conoscenza sicura’) (per tutti questi dati, cfr. le bibliografia specifica cit. in Benozzo, 2006).

Va specificato che, per quanto gli autori classici distinguessero queste tre categorie intellettuali, “nella realtà indigena si trattava ancora di un’unica e omnicomprensiva figura che poteva recepire nomi diversi solo in rapporto alla specifica attività che attualmente in un dato momento svolgeva” (Campanile, 1991, 156).
Si può in ogni caso affermare che queste figure polivalenti di druidi-bardi-vati operanti nell’antica Gallia non solo sono un’incarnazione evidente del poeta-sacerdote indeuropeo, ma ne costituiscono addirittura il modello più rappresentativo, essendo al tempo stesso poeti, uomini legati al sacro e uomini di legge.



Sciamanismo indeuropeo
di Gabriele Costa

http://www.continuitas.com/sciamanismo.pdf

Tra i molti pregiudizi che gli studi dell’Ottocento e del Novecento ci hanno lasciato in eredità, uno è ancora oggi pervicacemente diffuso, ed è l’idea che gli Indeuropei - e di conseguenza poi anche il mondo che noi chiamiamo classico – non abbiano mai conosciuto una fase etnolinguistica e culturale preistorica, che la loro tradizione debba dunque essere costitutivamente priva di ogni presunta bruttura o irrazionalità tipica delle civiltà primitive e ‘inferiori’, e pertanto che credenze, riti e perfino singoli episodi, ad esempio di cannibalismo, sacrifici umani, cacciatori di teste, etc., inequivocabilmente attestati in abbondanza nella documentazione residua, vadano attribuiti a ininfluenti e marginali influssi esterni, estranei alla civiltà indeuropea, e poi a quella classica, nel suo complesso (cfr. Costa, 2001, 2002, 2003a, 2004). (Così come quello in Costa, 2003b, anche il presente lavoro fa parte di una più ampia ricerca sulla grecità arcaica, la filosofia preplatonica e i loro rapporti con la tradizione poetica e sapienziale indeuropea, i cui risultati definitivi saranno pubblicati in Costa, 2006f, volume a cui qui, per motivi di spazio, si rinvia per ogni ulteriore approfondimento dossografico e bibliografico, e per il necessario inquadramento epistemologico, storico-filosofico e linguistico-ricostruttivo generale.)


Questo atteggiamento, culturale prima ancora che scientifico, che certo ha radici lontane che risalgono in parte agli autori classici stessi e che attraversa tutta la storia dell’umanesimo occidentale, è direttamente collegabile alla teoria invasionista e calcolitica sulle origini indeuropee, e a una visione del mondo indeuropeo, ad essa connessa, ideologicamente connotata.
La teoria calcolitica sulle origine induropee, che è ancora oggi quella standard, prevedendo infatti per i popoli di lingua indeuropea una storia compressa in pochi millenni, e postulando il loro arrivo, per il tramite di invasioni rapide e cruente, nelle sedi storiche in epoca cronologicamente troppo bassa, lascia del tutto indefinite le loro fasi preistoriche, come se gli Indeuropei, diversamente da tutti gli altri popoli del mondo, non avessero un passato che risalga oltre il V-IV millennio.

Secondo poi questa teoria, quel che accomuna in tutto o in parte le lingue e le culture indeuropee, dall’Irlanda all’India, ma che non rientra nei canoni linguistici e culturali ricostruiti, indicati a priori come superiori a ogni forma definibile come appartenente a una cultura etnologicamente ‘primitiva’ perché appunto gli inizi della cultura indeuropea non risalirebbero oltre l’età dei metalli, sarebbe genericamente da attribuire al cosiddetto sostrato indo-mediterraneo, cioè alle popolazioni nonindeuropee preesistenti nelle sedi storiche all’arrivo degli Indeuropei, o a influssi seriori e secondari provenienti da culture altre, loro sì considerate primitive.

Le due istanze, quella culturale e quella scientifica, si sono insomma intrecciate fino a formare una visione del mondo indeuropeo che ha poca verosimiglianza scientifica, che non assomiglia a nessun altra vicenda etnolinguistica e storica che conosciamo, e che tuttora inficia la ricerca, impedendole di vedere quel che da sempre è sotto gli occhi di tutti, e cioè che gli Indeuropei, in realtà, sono “gente normale” (cfr. Ballester, 1999).

A partire dal 1996 (cfr. Alinei, 1996, 2000, 2003; Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f), è tuttavia disponibile una nuova teoria sulle origini indeuropee, una teoria che finalmente riconcilia la linguistica comparata con i propri assunti evolutivi e storico-linguistici, con i dati provenienti dalle ricerche più recenti della paletnologia, dell’archeologia e della genetica, e risolve una volta per tutte le aporie più vistose della teoria calcolitica (ma anche di quella neolitica di C. Renfrew e L. L. Cavalli Sforza).

Secondo tale teoria, compiutamente elaborata in primis da Mario Alinei e sviluppata poi anche da altri studiosi tra cui lo scrivente, e denominata ‘teoria della continuità paleolitica’ (in inglese: Paleolithic Continuity Theory = PCT), la patria originaria degli Indeuropei sarebbe l’Africa, la stessa cioè di tutte le popolazioni moderne e di tutti i phyla linguistici del mondo; i più antichi insediamenti delle popolazioni indeuropee fuori dall’Africa corrisponderebbero ai territori occupati attualmente dalle lingue indeuropee stesse;
l’Europa sarebbe stata occupata, fin dalle prime datazioni determinate dalle ricerche, dagli Indeuropei insieme alle altre popolazioni non indeuropee presenti poi storicamente in loco, come ad esempio quelle uraliche: il rapporto etno-linguistico preistorico tra gli Indeuropei e gli altri popoli eurasiatici si configurerebbe allora come di adstrato/parastrato e non di superstrato/sostrato, saremmo cioè in quell’ambito che in linguistica teorica si definisce come di ‘lingue in contatto’; il sostrato indo-mediterraneo in quanto tale non esisterebbe e non esisterebbero popoli pre-indeuropei perché l’arrivo degli Indeuropei, e delle altre genti, coinciderebbe col primo popolamento euroasiatico di Homo sapiens sapiens; le lingue indeuropee, ma anche quelle non-indeuropee presenti nel territorio eurasiatico, sarebbero già state divise e formate a partire almeno dal mesolitico; ogni invasione massiva neolitica o calcolitica sarebbe esclusa, e le limitate invasioni e infiltrazioni locali documentate dall’archeologia o ipotizzate dalla genetica costituirebbero fattori di ibridazione e non di sostituzione; l’agricoltura si sarebbe diffusa nell’Eurasia secondo un modello complesso e integrato, a mosaico, di sviluppi locali, di acculturazione e di limitata diffusione demica da parte di gruppi an-indeuropei; le popolazioni di cultura kurganica emerse nel calcolitico, indicate dalla teoria calcolitica, nella versione di M. Gimbutas, come gli Indeuropei stessi, sarebbero invece di origine altaica, e la loro influenza sul mondo indeuropeo sarebbe stata linguisticamente, geneticamente e culturalmente piuttosto limitata; nella loro
lunghissima storia, la continuità dei contatti trans-tribali e l’identità etno-linguistica e socio-culturale delle popolazioni di lingua indeuropea, sarebbero state assicurate dalla tradizione orale e sapienziale riflessa dalla e nella lingua poetica indeuropea (cfr. Costa, 1998, 2000, 2001, 2002, 2004, 2006a, 2006f).

All’interno della PCT, anche questioni etnolinguistiche e storico-religiose quali ad esempio le tassonomie poetiche più arcaiche, i sacrifici di sangue o il culto delle teste tagliate, trovano allora una spiegazione scientificamente economica, storicamente lineare e etnologicamente coerente, poiché quanto appena detto consente di attribuire rettamente ai popoli indeuropei alcuni di quei dati che erano stati in precedenza
assegnati alle inesistenti lingue e culture di sostrato, considerandoli come vestigia di una comune eredità della vastissima e poco variata cultura paleo-mesolitica, e non valutandoli pertanto, questi o altri in generale, come extra-indeuropee a priori, ma attribuendoli o meno anche agli Indeuropei in base alle risultanze della comparazione.

Insomma, tali dati si inquadrano oggi perfettamente nella storia etnolinguistica indeuropea così come la delinea la teoria della continuità paleolitica, prevedendo cioè anche per questi popoli una preistoria paleo-mesolitica e delle fasi culturali e linguistiche preistoriche lontane, e un rapporto di contatto e di interscambio coi popoli coevi e contermini non pregiudizialmente violento e prevaricatore, e certo non ‘superiore’ a ogni influsso cosiddetto barbaro o selvaggio, o perfino estraneo a fasi etnolinguistiche ‘primitive’.

Seppure con alcune illustri eccezioni (Rohde, Dodds, Burkert, etc.), la ricerca ha tra l’altro finora sottovalutato, se non misconosciuto, anche l’importanza delle numerose e significative vestigia dello sciamanismo nelle culture di lingua indeuropea, attribuendole per lo più a influssi vicino-orientali tardi e esotici.
Di tali vestigia, basterà qui ricordarne solo alcune: per il mondo greco, Empedocle, Fr., B111:


...
...TESTO IN GRECO- (che non mi riesce di postare ma che si trova nel testo consultabile in pdf)
...

“e tutte le medicine che si producono come rimedio dei morbi e della vecchiaia, tu potrai conoscere, perché completerò soltanto per te tutti questi precetti.
Saprai calmare la forza dei venti incessanti, che sulla terra avventandosi con le loro folate distruggono i raccolti; e poi di nuovo, a tuo piacimento, riporterai gradite le brezze.
Dalla fosca pioggia farai tempestivo per la gente il secco, ed anche farai dal secco in estate, a ristoro degli alberi, i getti d’acqua che sprizzano in alto.
Saprai riportare su dall’Ade il vigore di un uomo ormai finito”.
Per il mondo celtico (cfr. Corradi Musi, 2004), si può citare quel che racconta Pomponio Mela, 3, 6, 48:

Sena in Britannico mari Ossismicis adversa litoribus, Gallici numinis oraculo insignis est, cuius antistites perpetua virginitate sanctae numero novem esse traduntur: Gallizenas vocant, putantque ingeniis singularibus praeditas maria ac ventos concitare carminibus, seque in quae velint animalia vertere, sanare quae apud alios insanabilia sunt, scire ventura et praedicare, sed nonnisi dedita navigantibus, et in id tantum, ut se consulerent profectis”.
Altresì nota da tempo e oramai assodata, è l’importanza del ruolo che lo sciamanismo gioca, tra l’altro, nella definizione della figura centrale del pantheon germanico, quella del dio Wotan/Odino; ad esempio, Snorri, Ynglingasaga, VII, parlando lui dice:
Il suo corpo giace come se dormisse o fosse morto, mentre egli diviene un uccello o una belva, un uccello o un drago e si porta lontano in un attimo in paesi lontanissimi”.

Per il mondo indiano antico (cfr. Crevatin, 1979), si possono ricordare testi come Rg-Veda, 8, 48, 1-3; 9, 113, 6-7; 10, 97, 1-6, o l’inno di Rg-Veda, 10, 136; mentre per la tradizione iranica antica, è sufficiente citare lo Artāi Vīraz Nāmak, un testo pahlavi con interpolazioni posteriori, ma che verosimilmente nella sua parte essenziale risale al periodo pre-sasanide, forse dunque al III-IV secolo d.C., e che si rifà per certo a una tradizione orale molto antica, ove troviamo la descrizione di un viaggio nell’aldilà di tipo evidentemente sciamanico, ottenuto grazie a un rituale estatico e all’uso di droghe (cfr. Belardi 1979, 1996).

E così si potrebbe continuare per le altre tradizioni indeuropee...
Insomma, il riesame senza pregiudizi delle molte e significative testimonianze di miti e riti sciamanici nelle tradizioni greca, italica, celtica, germanica, iranica, indiana, anatolica, etc., l’adeguato sfruttamento degli studi più recenti (cfr. Costa, 2004, 2005a, 2005b, 2006a, 2006b, 2006c, 2006d, 2006e), e soprattutto l’inquadramento generale del problema all’interno della teoria della continuità paleolitica, al contrario di quel che si è ritenuto finora, consente di far emergere con chiarezza l’evidenza di una fase sciamanica preistorica originale e propria alla storia etnolinguistica delle popolazioni indeuropee, uno sciamanismo indeuropeo le cui ultime propagini sono ancora ben vitali, tra l’altro, nelle grecità arcaica e storica (cfr. Costa, 2006f).
...

...così come Epimenide, lo sciamano cretese, che, chiamato a purificare Atene dalla prima grande epidemia di peste delle sua storia, purificò la città, modificò i riti funebri, e le diede quella costituzione che poi fu fissata per iscritto da Solone(cfr. Plutarco, Solone, 12, Svenbro, 1988).
Epimenide, uno dei padri della costituzione ateniese e della logica occidentale, profeta, terapeuta, maestro di tecniche della respirazione diaframmatica (cfr. Suida, s.v., Gernet, 1945), che gli consentivano di staccarsi dal corpo e viaggiare nel tempo e nello spazio, e dell’incubazione, dormì in una caverna per 57 anni (cfr. Diogene
Laerzio, I, 109), e nel sonno e nel digiuno “incontrò gli dei e i loro responsi, e si imbattè in Aletheia e Dike” (Massimo di Tiro, 38,3) che gli donarono il novmo".
Quando morì ultracentenario a Sparta, racconta lo storico locale Sosibio (in Diogene Laerzio, I, 115) che il suo corpo non fu né bruciato né inumato ma conservato, perché si scoprì che la sua pelle “era tatuata di lettere” (Suida, s.v.).
Per i Greci, un uomo tatuato o è uno schiavo o è un barbaro; ma il corpo tatuato di Epimenide, greco e uomo libero, rappresenta invece il soma di uno [i]sciamano che la scrittura tatuata trasforma in sema, in segno e in stele: la tomba di Epimenide è il suo stesso corpo, ma il corpo tatuato è un’iscrizione, pronta per essere letta (cfr. Svenbro, 1988).[/i] Licurgo, fedele alla tradizione orale e ai suoi taboo (cfr. Costa, 1998, 2000), proibì l’uso della scrittura nella legislazione, mentre Numa volle che alla sua morte i suoi scritti fossero interrati con lui; Epimenide invece accetta la scrittura segreta e iniziatica (cfr.Costa, 1998, 2000), ma rifiuta la separazione tra corpo umano e corpo scritto: la Verità di cui è maestro resta con lui, inscritta su di lui.
L’iscrizione sul suo corpo, sulla sua pelle, letta ad alta voce, consente a Epimenide, aldilà della morte del soma, di tornare come sema tra i vivi, perché la sua parola ritorna attraverso la voce che il lettore gli cede ad ogni lettura, ad ogni esegesi della traccia, ridando così significato al segno inscritto: “il soffio che lo sciamano cretese sapeva così ben controllare [...] è ora insufflato in lui quando il lettore pone il suo apparato vocale al servizio dello scritto” (Svenbro, 1988), e trasforma le lettere morte in voce vivente nel luogo stesso dove è custodito il suo corpo, incarnandosi così non la  [psiche (? da correggere la mia trascrizione)] in corpi diversi (quel che noi chiamiamo metensomatosi, ma che Greci in realtà chiamavano palingenesia), ma  [psicheat (? da correggere la trascrizione)] diverse nello stesso corpo (e questa è la metempsicosi).


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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:42 pm

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Non è l'edera e non è il tulipano:

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perchè il tulipano è giunto in Europa in questi ultimi secoli e nel I millennio a. C. non esisteva nell'allora aree venetica e danese;

http://it.wikipedia.org/wiki/Tulipano

Tulipa è il nome di un genere delle Liliaceae originario della Turchia: comprende specie bulbose alte 10-50 cm, tra cui alcune spontanee in Italia, note col nome comune di Tulipano. Il "Tulipano" è stato importato in Europa per la prima volta da Francesco Giuseppe d'Asburgo, a Vienna.

l'edera non assomiglia granchè al motivo dei dischi bronzei venetici e del calderone argenteo di Gundestrup; infatti non ha gambo e le sue foglie mancano del corpo allungato presente nel motivo vegetale dei dischi.


Non è il convolvolo:
http://www.vallibergamasche.info/erbe/convolvolo.html

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Convolvolus sepium in dialetto bergamaco Campanèi,

alta da uno a cinque metri, perenne, ha fusto volubile, rampicante, destroso, glabro e angoloso. Le sue foglie sono grandi, a forma di cuore, con orecchiette angolose, unite a fusto da lunghi piccioli. I suoi fiori sono ascellari, solitari, hanno corolla grande, imbutiforme, bianca, con cinque segmenti saldato per tutta la lunghezza: attraggono una farfalla detta "Sfinge del convolvolo", autrice dell'impollinazione. Il convolvolo e' presente ovunque: nelle siepi, ai margini dei campi, in luoghi umidi fino a 1300 metri. In Germania con il convolvolo si prepara un infuso ritenuto valido per la cura della leucorrea. Della pianta vengono utilizzate la radice, le foglie fresche o essicate all'ombra. Per preparare un infuso purgativo si pongono 10 grammi di foglie fresche in una tazza di acqua bollente. Anche per la salute del fegato viene consigliato l'infuso di convolvolo: si lasciano cinque grammi di foglie in un litro di acqua bollente per cinque minuti. Se ne bevono quindi tre tazze al giorno, di cui una a digiuno.


e nemmeno la campanula:
http://it.wikipedia.org/wiki/Campanula

o il fiore di croco:

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Fiori di croco:
http://www.giardinaggio.it/Linguaggiode ... /croco.asp


Ma sono mille papaveri rossi (De Andrè),
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e forse qualche carciòfo.

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L'orto o bròlo di Reitia e Ortia:

è possibibile che una delle piante che Reitia sta inaffiando sia lo stramonio, più che il carciofo.

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http://www.montellanet.com/erbario.asp?id=56

http://www-1.unipv.it/webchir/neuro/did ... ianch5.htm

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Forse son foglie di edera e non di papavero da oppio ...

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Potrebbe essere anche il giusquiamo:

http://www.erboristeriadulcamara.com/giusquiamo2.htm

CENNI STORICI — La conoscenza del Giusquiamo si perde nella notte dei tempi. I Babilonesi, gli Egizi, gli antichi Indiani, i Persi e gli Arabi non lo ignoravano, come del resto i Greci e i Romani.
È ricordato nel papiro di Ebers come calmante per il mal di denti.
Nel XV secolo il Giusquiamo serviva come narcotico ed analgesico durante le operazioni chirurgiche. Nell'Amleto, Shakespeare fa avvelenare il Re dormiente con il succo di Giusquiamo versato nell'orecchio. Gli zingari se ne servivano per i loro imbrogli e ciarlatanerie ed insieme ai cavadenti hanno contribuito a diffonderne la specie.


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Messaggioda andetios » lun dic 29, 2008 1:43 pm

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Dal Muxeo de Trevixo: (Santa Caterina)

http://www.trevisoinfo.it/museosantacaterina.htm

http://www.comune.treviso.it/index.php? ... Itemid=101


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L'oggetto in mano a Reitia, sicuramente potrebbe essere associabile al falcetto neolitico che ritorna anche nelle rappresentazioni in epoca storica e cristiana, della morte come "vecchia con la falce".

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Oppure come sostengono taluni, potrebbe essere associabile a una chiave che già in età del ferro venivano adoperate (forse anche in età del bronzo ?):

Chiavi retiche:

Da: I Veneti Antichi di Aldo Luigi Prosdocimi e Giulia Fogolari

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da: I Reti, atti del simposio del 1993
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Da: I Veneti dai bei cavalli
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Chiave di Tircania:


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L'oggetto in mano a Reitia, potrebbe essere associabile anche a fulmini o saette (frecce) e/o a i serpenti,
da:
http://shardanapopolidelmare.forumcommu ... t=18670275
http://shardanapopolidelmare.forumcommu ... ?t=2944169

Immagini di altre antiche dee:

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Da: I Veneti Antichi di Aldo Luigi Prosdocimi e Giulia Fogolari

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Statuetta bronzea raffigurante (... forse Reitia ?)

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La chiave di Reitia, secondo il contributo di P. Favaro, la cui forma diverge da quelle raffigurate nei dischi bronxei:

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http://it.wikipedia.org/wiki/Rilievo_Burney
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Simbologia sciamanica:
http://it.wikipedia.org/wiki/Sciamano
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Ultima modifica di andetios il sab set 26, 2009 9:32 pm, modificato 3 volte in totale.
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Messaggioda andetios » gio gen 01, 2009 8:44 am

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Messaggioda andetios » gio gen 01, 2009 10:39 am

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Anche la figura del disco n 2 pare più un falcetto che una chiave, come quella del disco n 1.

Falzeti del neoletego (falcetti del neolitico)
http://acl.arts.usyd.edu.au/projects/ea ... &Itemid=73

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Messaggioda andetios » gio gen 01, 2009 5:57 pm

Religiosità, sciamanesimo e vegetali sacri nella presitoria e nella storia mondo

Tutte le immagini, da me postate, sono tratte da questa grandiosa banca dati che è questo sito:
http://www.dhushara.com/book/genesis.htm

da cui poi:

http://www.dhushara.com/paradoxhtm/contents.htm

http://www.dhushara.com/book/genaro/sha ... hor1316112
http://www.dhushara.com/book/twelve/tw2 ... hor3056396
http://www.dhushara.com/book/twelve/tw3.htm
http://www.dhushara.com/book/wass/wasso ... chor103515

Misteri eleusini:
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Cipro - Creta:
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Balcani, Turchia, Algeria:
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Sciti:
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Cina:
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America:
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Altro:
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Da:

http://www.tabaccheria21.net/funghi.htm

http://www.tabaccheria21.net/funghi_italiani.htm

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Ultima modifica di andetios il ven gen 09, 2009 6:10 pm, modificato 2 volte in totale.
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Messaggioda andetios » dom gen 04, 2009 4:54 pm

Muxeo de Auronso – Museo di Auronzo (Belun – Veneto)

http://www.comune.auronzo.bl.it/Mete%20 ... 15-12.aspx

Museo de Oronso (Auronzo)
http://picasaweb.google.it/pilpotis/MuxeoOronso


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Me se gà da scuxar parké łe somexe (foto) non xe vegneste fora ben: łe gò fate in presia e on fià de scondon.

I disketi xe grandi come on piatin de na scudełeta de çocołada.

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Ultima modifica di andetios il sab lug 10, 2010 3:39 pm, modificato 4 volte in totale.
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Messaggioda andetios » dom gen 04, 2009 6:21 pm

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Messaggioda andetios » lun gen 05, 2009 1:14 pm

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Per approfondimenti:

Segala:
http://it.wikipedia.org/wiki/Segale

Segala cornuta:
http://it.wikipedia.org/wiki/Segale_cornuta

Ergot (fungo)
http://it.wikipedia.org/wiki/Ergot

Acido Lisergico:
http://it.wikipedia.org/wiki/Acido_lisergico

Orzo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Hordeum_vulgare
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Alcune informazione le ho tratte dal volume di Piero Favero (Opera ben fatta e approfondita per taluni aspetti, ad esclusione delle parti in cui si sviluppano argomenti sull'ipotesi di legami linguistici tra il venetico e lo sloveno):
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[Cibele (dea dei Frigi) , riceve gli omaggi delle processioni che avanzano al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi.
Porta sul capo un ornamento cilindrico (πολοσ), di solito a forma turrita; è coperta da un velo o da un mantello, regge una chiave o uno specchio nella mano e quasi sempre possiede una melagrana. Come Demetra impugna le spighe d'orzo (o di segala ?) infestate dal fungo Claviceps purpurea, che fornisce la bevanda allucinogena].

Il culto di Cibele era anche legato al mondo (misterioso, iniziatico, artigianale, alchemico) dei minatori, delle miniere, dei fabbri e della metallurgia che traevano dalla terra e dalle grotte il minerale magico (oro, argento, rame, stagno, piombo, ferro) e proseguiva la magia spirituale delle grotte paleolitiche.
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Messaggioda andetios » mer gen 21, 2009 6:46 pm

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Messaggioda andetios » mar giu 30, 2009 12:22 pm

Nel Cador (Cadore) se gà conservà fin’ancò, in te na foła povolàr, el nome de Reitia (Reza, Rexa)

In una fiaba “fasanexe” (fassanese) raccolta da Hugo de Rossi fra il 1904 e il 1910, dal titolo Le Vivane e il čan si trova una ottima indicazione interpretativa del disco di Montebelluna:

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In questa fiaba si parla di Reza e le soe sozze
(Rexa e łe so socie/sotze = Rezia/Retia e le sue compagne)

Questo è il documento:
http://www2.lingue.unibo.it/studi%20celtici/7-Donà.pdf
(non mi riesce di far funzionare il collegamento al pdf; copiate la strinca e incollatela sulla finestrella del motore di ricerca)

cito dal documento:

... Nella bellissima raccolta di fiabe fassane che Hugo de Rossi mise insieme fra il 1904 e il 1910 si trova un racconto particolarmente interessante, Le Vivane e il čan (v. 34), in cui vediamo un pastore che scaccia una fata – una Vivana (o Anguana, Viviana, ecc.) – affamata, e viene da questa maledetto.
In conseguenza della maledizione il giovane si trova ad essere sempre «affamato come un lupo» e non trova pace, per quanto mangi. Per fortuna una vecchia sapiente gli spiega come fare per liberarsi dall’incantamento: egli ci riuscirà, ma non prima di essere divenuto
«peloso come un uomo selvaggio» (Ombie e čavei e barba te kresera, ke om dal bosc tu somearas).
Dobbiamo considerare questo uomo peloso dotato di appetito lupino un uomo-lupo oppure no? Io credo di sì, tanto più che la Vivana, scagliando su di lui la maledizione, lo scaccia chiamandolo «lupo malvagio » (žittene louva raskias): una espressione che, essendo inserita in una formula magica, non è certo casuale.
Ho citato questo esempio, che io trovo particolarmente interessante, perché permette anche di allargare il discorso in varie direzioni.
Per esempio ci mostra quanto la tradizione popolare – soprattutto, come in questo caso, quella di zone marginali – sia conservativa.

Credo che nessuno abbia notato che in questa fiaba abbiamo a che fare, in forme appena dissimulate, con una storia che ci viene riportata anche in un mito classico: il mito di Erisìttone, un tessalo che un giorno tenta di abbattere un bosco sacro a Demétra.

Secondo la versione più antica, quella che Callimaco ci ha conservato nel suo sesto inno, la dea gli compare innanzi assumendo l’aspetto di una sacerdotessa – «tiene in mano corone e papavero e sulle spalle aveva la chiave» (v. 44) – e tenta di sedare Erisìttone («Figlio, che colpisci gli alberi sacri agli dèi, / figlio, fermati, figlio...», vv. 47-48), ma sperimentando la sua rabbiosa empietà lo maledice: lo chiama due volte «cane» (v. 63: κύον, κύον: il rovesciamento rispetto al τέκυον τέκυον dei vv. 46-47 è palese) e «subito in lui scagliò una voracità dura e feroce, / bruciante e tenace: si logorava in grave malattia.
Sciagurato, di quanto mangiava, di tanto lo prendeva desiderio di nuovo» (vv. 66 ss.).

Tanto per completare il quadro, non sarà inutile aggiungere che nel testo fassano la Vivana toglie la maledizione invocando Reza e le soe sozze ‘Rezza e le sue compagne’ (< SOCIAE): e in questa figura riconosciamo agevolmente la grande dea della civiltà venetica, quella Retia – usualmente identificata con Artemide Ortia – che nella sua più famosa raffigurazione, il cosiddetto disco di Montebelluna, ci appare, guarda caso, in compagnia di un lupo, con una grande chiave in mano, e circondata da una corona di fiori.

La presenza della chiave, tanto nel disco che nell’inno callimacheo, mi pare soprattutto di grande importanza.

Quale possa essere il valore simbolico di questo oggetto si può dedurre già solo dal fatto che esso figura nello stemma papale; ma per restare nell’ambito che ci concerne, basterà rilevare che il picchio, secondo alcune leggende popolari, conosce una radice in grado di aprire tutte le serrature, che la chiave, nel folklore, è tutt’ora considerata uno dei rimedi contro la licantropia, e che il primo inno orfico, dedicato ad Ecate, signora della magia e delle metamorfosi, descrive la dea come «notturna amica dei cani» (v. 5), «simile a belva ruggente» (v. 6) e «signora che porta le chiavi di tutto l’universo» (v. 7).

Ed Ecate è naturalmente la triplice dea delle streghe, quelle streghe che, sin dalle origini stesse del Medioevo sono inestricabilmente connesse coi lupi mannari, che cavalcano ai lupi per recarsi al sabba, e hanno la facoltà di tramutarsi in lupo, come narrano, per esempio, Virgilio nell’ottava bucolica, la Saga dei Volsunghi o il Persiles y Sigismunda di Cervantes.



Nota: n 34. H. DE ROSSI DI S. GIULIANA, Fiabe e Leggende della Val di Fassa, ed. U. KINDL, Vigo di Fassa, Istitut Cultural ladin «Majon di fasegn», 1984, pp. 154-160



Ringrazio l'antropologo (?) Silvano da Pordenone per la segnalazione di questo studio del Donà.

Ah come sono felice oggi!
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