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	<title>Centro Studi La Runa</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I grandi spazi europei nella geopolitica di Karl Haushofer</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 17:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi La Runa online]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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		<category><![CDATA[Carlo Terracciano]]></category>
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		<category><![CDATA[Karl Haushofer]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicate dalle Edizioni all'insegna del Veltro due conferenze di Karl Haushofer, il 'padre' della geopolitica europea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4227" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-4227" title="Haushofer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Haushofer.jpg" alt="" width="200" height="290" /><p class="wp-caption-text">Karl Ernst Haushofer (Monaco di Baviera, 27 agosto 1869  – Berlino, 13 marzo 1946)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La geopolitica è quella scienza che studia i rapporti della politica internazionale nella prospettiva degli spazi, grandi e piccoli. Lungamente svalutata o ignorata, essa permette di penetrare assai più a fondo le dinamiche storiche, poiché comprende nella sua indagine una vasta gamma di interessi (sociali, etnici, storici, culturali, economici etc.) che sovente vengono analizzati in modo soltanto settoriale. Offre cioè visioni complessive e di ampio raggio, e al tempo stesso, sulla base di questo complesso insieme di dati, propone analisi, previsioni, orientamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In Germania la geopolitica ha avuto un terreno particolarmente fertile. Nel cuore dell’Europa, non solo in virtù di questa sua specifica collocazione geografica, ma anche per ragioni culturali, le scienze geopolitiche hanno trovato un terreno d’elezione. E fu proprio per questo motivo, probabilmente, che in Germania il “padre della geopolitica”, Karl Haushofer (1869-1946), ebbe il suo maggiore successo. Vissuto come tanti intellettuali dell’epoca in un rapporto di intensi amore e odio col regime nazionalsocialista, fautore di una politica “imperiale” dei grandi spazi che sapesse coniugare le singole specificità con gli interessi comuni, Haushofer fu sostanzialmente uno spirito libero. Attraverso i suoi scritti e quelli di altri intellettuali coevi (tra cui il nostro orientalista Giuseppe Tucci, come è stato recentemente dimostrato: v. Tiberio Graziani, <a id="La  lezione di Karl Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel  dibattito geopolitico degli anni trenta" href="../haushofertucci.html"><em>La lezione di Karl  Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel dibattito  geopolitico degli anni trenta</em></a>), l’ideale di un’Europa unita ed estesa verso oriente trova una formulazione sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Possa questo modo di vedere i popoli superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro»: questa asserzione stupirà forse i detrattori e i cacciatori di nazisti a tempo perso, ma non chi abbia letto i testi delle conferenze haushoferiane recentemente ripubblicate dalle parmigiane Edizioni all’Insegna del Veltro. Come osserva il prof. <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/">Claudio Mutti</a>, «il procedimento comparativo adottato da Haushofer, lungi dall’appiattire le differenze tra i popoli presi in considerazione e dallo svilirne le appartenenze etniche, in virtù della generica appartenenza al genere umano e secondo la triste e riduttiva visione individualista, valorizza armonicamente, al contrario, le affinità e le differenze, e le riconduce ad un’analoga condivisione, pur con sensibilità diverse, di valori che potremmo definire ad un tempo etici ed estetici, cioè “nobili”». Il futuro che Haushofer preconizzava era quello di un superamento dei vecchi stati nazionali, tale da garantire all’Europa una prospettiva di potenza e autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">«Le analogie haushoferiane», scrive <a title="Carlo Terracciano" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/carlo-terracciano/">Carlo Terracciano</a> nell’introdurre il testo della conferenza <em>Italia, Germania e Giappone</em>, «sono oggi, ironia della storia, ancor più reali che nel passato prossimo o remoto; ma rovesciate di ruolo, appiattite tutte dalla sudditanza politica, economica, militare e soprattutto ideologica nei confronti della superpotenza vincitrice della II Guerra Mondiale e della Guerra Fredda».</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, il destino del nostro continente, e quello dell’intera Eurasia, non potranno essere davvero autonomi sino a che il nostro grande spazio continentale non avrà riacquisito interamente la sua sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Karl Haushofer, <em>Italia, Germania e Giappone</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 32, € 5,00.<br />
Karl Haushofer, <em>Lo sviluppo dell’idea imperiale nipponica</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 64, € 6,00.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 16 novembre 2004.</p>
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		<title>Eduardo Gelman</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 16:40:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[cella]]></category>
		<category><![CDATA[guardia]]></category>

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		<description><![CDATA[Memorie dalla cella di un condannato dall’Inquisizione il 15 maggio 1538, morto nella Rocca di Valladolid intorno al 1560]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: center;">Eduardo Gelman<br />
condannato dall’Inquisizione il 15 maggio 1538,<br />
morto nella Rocca di Valladolid  intorno al 1560</p>
<p style="text-align: center;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4223" style="margin: 10px;" title="cella" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/cella.jpeg" alt="" width="360" height="263" />Quale miracolo che il poco pane secco e grigio, l’acqua tiepida che ogni giorno qualcuno mi fa trovare in un angolo della cella abbiano tenuto per così tanti anni vivo questo mio corpo d’animale nel buio, rotto e piagato.</p>
<p style="text-align: justify;">E miracolo  più grande – come non renderne grazie all’Altissimo? – che ancora io possa sognare, volare in me e dal mio centro oltre la  prigione, sopra la Rocca e nel cielo, fingermi spazi aperti, mondi e stelle, il volto di lei e di un figlio e quello di Dio, e vite e parole…</p>
<p style="text-align: justify;">In questo, in Spirito dunque si trasforma, ed è benedetto, quel poco e miserabile cibo, solo per questo il  cuore ancora batte e batte i suoi colpi ostinati, così innocenti e lontani, il sangue percorre le vene e i vivi labirinti del mio cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio di ogni notte, quando mi pare di ardere in una febbre e non vorrei che una mano d’amore a toccarmi il volto, sogno che qualcuno cammini lungo il corridoio illuminato dalle fiaccole alle pareti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sento i suoi passi avvicinarsi, la sua ombra crescere contro la volta di mattoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo immagino arrestarsi di fronte alla porta della cella e dare un ordine alla guardia.</p>
<p style="text-align: justify;">La porta si apre, i miei occhi feriti dalla luce non vedono che una figura alta e vaga.</p>
<p style="text-align: justify;">So che mi guarda, immobile, so che  comprende la mia condizione, il mio corpo e il mio essere nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi le parole: “Ora vieni con me, Eduardo…”.</p>
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		<title>Josef Weinheber</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 15:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Harm Wulf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Auden]]></category>
		<category><![CDATA[Kirchstetten]]></category>
		<category><![CDATA[nazismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Weinheber]]></category>
		<category><![CDATA[Wystan Hugh Auden]]></category>

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		<description><![CDATA[Josef Weinheber (Vienna, 9 marzo 1892 – Kirchstetten, 8 aprile 1945) è stato un poeta austriaco, importante rinnovatore della tradizione dei Volkslieder]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong><em>Premessa a questo breve scritto: Die Gedanken sind frei!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche settimana fa scrissi ad una lista di insegnanti di tedesco del <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/johann-wolfgang-goethe" target="_blank">Goethe</a></span> Institut (tedesco-lis@goethe.de) per chiedere se qualcuno degli iscritti potesse fornirmi una traduzione (per errore scrissi tradizione) della poesia di Josef Weinheber “Künstler und Volk”. Non osavo avventurarmi nella traduzione di un grande poeta con il mio tedesco approssimativo ed appena sufficiente per la sopravvivenza in terre tedesche.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di questo mio intervento avevo solamente segnalato agli iscritti alla lista un canto lanzichenecco del 1525 e un incisione di Georg Sluyterman von Langeweyde che illustrava un <em>Volkslied</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non conoscevo assolutamente nulla di Weinheber: sapevo solo che era stato un grande poeta, un nazionalsocialista e si era suicidato nel 1945. Semplicemente mi incuriosiva un suo canto che avevo sentito in un filmato trovato sulla rete. Appena qualche giorno dopo dalla lista sorsero 5 o 6 feroci inquisitori che minacciavano sfracelli perché avevo inserito “propaganda nazista”. Chiedevano la mia rimozione, severe sanzioni, forse sognavano il mio internamento. Qualcuno ancora più zelante si diede alla caccia grossa. Trovò sulla rete il nome “Harm Wulf” scoprendo addirittura che avevo scritto articoli su artisti e scrittori con un passato non democraticamente doc (vedi <a title="Harm Wulf" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/harm-wulf/">lista</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa pietosa di questa demenziale vicenda è che non uno degli iscritti alla lista osò prendere posizione per spiegare (missione impossibile) ai solerti ed occhialuti inquisitori che se il poeta austriaco Josef Weinheber poteva essere catalogato tra i proscritti come “nazista” si sarebbe dovuto procedere con lo stesso criterio ad una catartica<strong> </strong><em>Bücherverbrennung </em>(rogo di libri di bruna memoria) inserendo nella pira i testi e le opere di altri “maledetti nazi” quali <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Martin Heidegger</a></span>, Carl Schmitt, <a title="Ernst Jünger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>, Gottfried Benn, Richard Strauss, Herbert von Karajan, Arno Breker, <a title="Knut Hamsun" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/knut-pedersen-hamsun">Knut Hamsun</a>, Ezra Pound, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/mircea-eliade">Mircea Eliade</a></span>, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emil-cioran">Emil Cioran</a></span>,<strong> </strong>Louis Ferdinand <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> ed altri quattro debosciati nella lista di proscrizione al sito: <a href="http://www.vho.org/censor/tA.html">http://www.vho.org/censor/tA.html</a></p>
<p style="text-align: justify;">Comunico ai solerti inquisitori che purtroppo, anche oggi: <em>Die Gedanken sind<strong> </strong>frei!</em> <a href="http://ingeb.org/refer/diegedan.MP3">http://ingeb.org/refer/diegedan.MP3</a></p>
<p style="text-align: justify;">P.S.: Ai censori della lista consiglio di intervenire sul municipio di Vienna che ha addirittura fatto erigere nel 1975 un monumento al “nazista” nello Schillerpark (infame opera dello scultore Josef Bock), chiedendone la rimozione immediata.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Josef Weinheber</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>(9/3/1892 Vienna – 8/4/1945 Kirchstetten) </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4136" class="wp-caption alignright" style="width: 248px"><img class="size-full wp-image-4136" title="Weinheber" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/Weinheber.jpg" alt="" width="238" height="326" /><p class="wp-caption-text">Josef Weinheber. Foto del 1937.</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La terra che un giorno ci partorì</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di nuovo ci accolse per purificarsi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>E come ci inginocchiamo, al tuo servizio</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>la sua polvere ci donerà ali per divenire uomini».</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da  <a title="Luca Lionello Rimbotti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/luca-leonello-rimbotti/">L. L. Rimbotti</a> in <a href="http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=348">http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=348</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a title="Marino Freschi" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/marino-freschi/">Marino Freschi</a> in <em>La letteratura nel Terzo Reich</em> (Editori Riuniti), Josef Weinheber è: “il più autentico poeta di lingua tedesca che aderisce al nazismo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Weinheber nasce a Vienna nel 1892 nel quartiere di Ottakring e perde nel 1904 i genitori e la sorella minore per la tubercolosi. Nel 1910 muore della stessa malattia anche la sorella più vecchia. Trascorre sei lunghi anni in un orfanatrofio in condizioni economiche precarie e nel degrado sociale prima che la madre di un compagno di scuola lo prenda a vivere con se.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il liceo serale, nel 1911, riesce a farsi assumere in un ufficio postale e trascorre molti anni in questo impiego, dedicandosi ad uno studio durissimo da autodidatta. Per leggere i classici impara il greco ed il latino e si dedica alla poesia di Hölderlin. Inizia un attività poetica priva di riconoscimenti malgrado la sua indiscussa maestria nello scrivere versi. Nel 1919 Weinheber sposa una giovane ebrea, Emma Fröhlich, che lo incoraggia al lavoro artistico della poesia e della pittura. Il matrimonio finisce in meno di un anno per il rifiuto dell’artista a formare una famiglia, compito a cui non si sentiva pronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1919 collabora con il periodico satirico viennese “Die Muskete” e viene influenzato delle opere di A. Wilgans, R. M. Rilke e K. Kraus. Del 1920 è la prima raccolta<em> Der einsame Mensch</em> (L&#8217;uomo solitario).  Nel 1923 esce il suo primo libro, <em>Von beiden Ufern</em> (Da entrambe le sponde), e nel 1924 l’autobiografia <em>Das Weisenhaus</em> (L’orfanatrofio) che viene pubblicata dal giornale socialista Arbeiterzeitung e nel 1926 <em>Boot in der Bucht</em> (La nave nella baia).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1927 si converte al protestantesimo e si sposa per la seconda volta con Hedwig Krebs, una collega di ufficio. Entra nel partito nazionalsocialista nel 1931 fino alla sua messa fuorilegge in Austria nel 1933. Frequenta gli amici M. Jelusich e R. Hohlbaum. Fino al 1932, anno di pubblicazione di <em>Adel und Untergang </em>(Nobiltà e tramonto),  ampliato nel 1934, non ottiene nessun tipo di riconoscimento da parte della critica letteraria, che non apprezza il suo rigoroso formalismo classico, il riferimento all’eroismo ed al richiamo del sangue. Queste tematiche, tipiche del movimento <em>völkisch</em>, e l’idea che il poeta incarni l’essenza del popolo piuttosto che la sua individualità, lo avvicineranno al movimento nazionalsocialista.</p>
<p style="text-align: justify;">“Weinheber si batte contro l’irresponsabilità dell’industria culturale, rivendicando la dignità immacolata della lingua tedesca, evocata dal poeta in ascetica solitudine, lontano dalla trivialità della società e dalla commercializzazione praticata dalla cultura moderna. Lo scrittore resta incurante del disprezzo sociale e superiore al successo e al consenso. Così vorrebbe restare, ma in realtà è tutt’altro che distaccato. Nel 1934 in <em>Sprache zur Abwehr</em> (Motto di difesa) esprime questo suo straziante complesso psicologico e poetico di risentimento e insieme di intenso visionarismo, che si eleva ad una conciliazione tra individualità e comunità popolare. “<em>Mich vollendend, diene ich dem Volke</em>” (compiendo me stesso servo il popolo). Si chiarisce il collegamento tra il titanismo eroico del singolo, dell’artista e la comunità attraverso quel servizio alla lingua identificato con la parola d’ordine nazionalsocialista di servire il popolo”.  (M. Freschi, op. cit. pag. 188).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1936 gli viene attribuito del Wolfgang Amadeus Mozart-Preis, un premio istituito dal cittadino americano Ernst Toepfer e dal fratello Alfred industriale di Amburgo per riparare i torti subiti dal popolo tedesco dall’iniquo trattato di Versailles. Con il denaro del premio acquista una casa a  Kirchstetten, la “Aigenhof”, dove vivrà con la moglie fino al 1945: molte delle sue poesie nasceranno in questa casa. Nel 1937 esce <em>O Mensch, gib acht (O uomo, fai attenzione)</em> schizzi e canzoni in forma popolare. Nel 1938<em> Zwischen Götter und Dämonen</em> (Tra dei e demoni) quattro odi sulla visione della realtà in cui raggiunge la perfezione formale del classico ispirandosi ancora ad Orazio e a F. Hölderlin.  Il meglio della sua poesia è tuttavia contenuto in <em>Kammermusik</em> (1939; Musica da camera). È anche autore della raccolta di strofe popolari, in parte in dialetto viennese, <em>Wienwörtlich</em> (1935; Vienna alla lettera). Nel 1941 ottiene il premio letterario Grillparzer-Preis insieme a Mirko Jelusich. Nel 1944 esce la raccolta di liriche <em>Dokumente des Herzens</em> (Documenti del cuore).</p>
<p style="text-align: justify;">L’8 aprile 1945 Josef Weinheber sceglieva il suicido o meglio la libera morte, in tedesco &#8220;Freitod&#8221;, per non cadere nelle mani dei russi. Secondo Ida Magli (in <a href="http://leguerrecivili.splinder.com/archive/2004-06">http://leguerrecivili.splinder.com/archive/2004-06</a> ) “si spegneva così una delle ultime voci di consapevolezza tedesca”.</p>
<p style="text-align: justify;">Con i sovietici già dentro Vienna il poeta, pochi giorni prima del suicidio, scrive questa nota:<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“E’ necessario rappresentare ancora una volta la sostanza di tutta la poesia occidentale prima che essa  venga travolta nel generale naufragio dello spirito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, prima della sua tragica scelta:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Una povera esistenza si salva sempre</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>nella venale eredità di un giorno venale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>grande è soltanto il nostro sacrificio.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Anche la terra si disperde e gli dei muoiono</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>eppure, anche la morte continua.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Permane l&#8217;inutilità e dura anche la notte che ci avvolge.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A noi non si addice domandare.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A noi si addice cadere, ciascuno sul proprio scudo&#8221;.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Nel 1947 viene pubblicato postumo <em>Hier das Wort (</em>Qui è la parola<em>)</em>. Per diverso tempo i libri del poeta furono proscritti dal governo austriaco, ma la raccolta completa del suo lavoro apparve tra il 1953 ed il 1956 in cinque volumi. Nella stessa cittadina di Kirchstetten nel 1958 acquisterà una casa il poeta inglese Wystan Hugh Auden 1907-1973 che è sepolto nel cimitero della chiesa cattolica. La sua abitazione (Hinterholz 6 oggi museo) distava pochi metri da quella di Weinheber. Auden  dedicherà una poesia al poeta austriaco che, malgrado si fosse riavvicinato al cattolicesimo, non poté essere sepolto nel cimitero della chiesa. Auden scrisse nella raccolta Cinque poesie d’occasione “Joseph Weinheber” inserita nella raccolta <em>City Without Walls and Other Poems </em>del 1965 (traduzione italiana <em>Città senza mura</em>, 1981, Mondadori, pagina 50):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“Reaching my gate, a narrow<br />
lane from the village<br />
passes on into a wood:<br />
when I walk that way<br />
it seems befitting to stop<br />
and look through the fence<br />
of your garden where (under<br />
the circs they had to)<br />
they buried you like a loved<br />
old family dog”.</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Giunge al mio cancello, uno stretto sentiero dal villaggio e s’inoltra in un bosco: quando vado in quel senso sembra giusto fermarmi e guardare dal recinto del giardino nel quale (lo dovevano in quelle circostanze) ti seppellirono come un vecchio amato cane di famiglia.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nella poesia Auden ricorda con tristezza la parabola artistica ed esistenziale di Weinheber che immagina “irretito” da “uomini astute e pericolosi” che lo hanno tenuto all’oscuro dei loro crimini per avere il suo appoggio. La pietà affiora alla conclusione della poesia: “…Guardando in fondo alla nostra valle… rispetterei anche te, mio Vicino e Collega.”</p>
<p style="text-align: justify;">Nel novembre del 1995 la collezione Weinheber è diventata ufficialmente il Museo Josef Weinheber in cui si trovano gli scritti, le fotografie e gli oggetti appartenuti al poeta. Nel giardino della casa museo diretta dal figlio Christian Weinheber-Janota c’è la tomba del poeta (Museo Josef Weinheber- Josef Weinheber-Straße 36, 3062 Kirchstetten &#8211; Austria; Tel. (0043) (0)2743 89 89; <a href="http://www.kirchstetten.at/">http://www.kirchstetten.at/</a> -<a href="mailto:information@weinheber.at"> http://www.weinheber.at/</a>)</p>
<p><strong>1932</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>QUID PRO QUO</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ich sehe mich ganz</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;überliefert&#8221; schon</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>reden Juden von unserer</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Tradition&#8221;.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi vedo già</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;consegnato&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">parlano gli ebrei della nostra</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;tradizione&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DIE NICHTEXISTENTEN</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Das Wort Jude ist tabu.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gibt es welche? Gibt es keine?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>was verbirgt es, das Getu?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ach wir kämen nie ins reine,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>bliebe da der Grund getrübt,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>nicht die Wirkung starr bestehen:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Daß es Antisemiten gibt,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>wird wohl kaum zu leugnen gehen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GLI INESISTENTI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parola Giudeo è tabù.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce ne sono? Non ce ne sono?</p>
<p style="text-align: justify;">cosa nasconde il Getu?</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimé, non ci metteremo mai d&#8217;accordo</p>
<p style="text-align: justify;">se il motivo resta torbido,</p>
<p style="text-align: justify;">non considerare l&#8217;azione severamente</p>
<p style="text-align: justify;">che ci siano antisemiti,</p>
<p style="text-align: justify;">non si può certo negare.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DEUTSCHER FRÜHLING 1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Die Dichtkunst schloß sich freudig an.</p>
<p style="text-align: justify;">Es riecht nach Konjunktur.</p>
<p style="text-align: justify;">Herr Spunda trägt ein Hakenkreuz</p>
<p style="text-align: justify;">so groß wie seine Uhr.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PRIMAVERA TEDESCA 1933</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arte della poesia si chiuse allegramente</p>
<p style="text-align: justify;">Puzza di congiuntura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il signor Spunda porta una croce uncinata</p>
<p style="text-align: justify;">grande quanto il suo orologio.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1934</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DER FÜHRER DOLLFUSS</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Kurpfuscher in Rotweißrot</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>verordnet unseren Nöten Not.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Frömmling, keiner Fliege gram,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>raubt, foltert, mordet ohne Scham.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein blutbefleckter Ministrant</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>zu Grabe läutet Volk  und Land.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein grausiger Analphabet</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>den Sinn des Seins nach hinten dreht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ein Nichts, das überall zur Stell,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>aufstört das Weltall mit Gebell,</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>ein Waisenknabenangesicht</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>verdeckt die Sonn: Der Führer spricht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Der &#8220;Führer&#8221; spricht.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>IL </strong><strong>FÜHRER </strong><strong>DOLLFUSS</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un ciaraltano in rossobiancorosso</p>
<p style="text-align: justify;">decide i nostri bisogni.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bigotto, indegno di una mosca,</p>
<p style="text-align: justify;">ruba, tortura, uccide senza vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Un chierico sporco di sangue</p>
<p style="text-align: justify;">Suona a morto per il popolo e la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Un terribile analfabeta</p>
<p style="text-align: justify;">ruota al contrario il senso dell&#8217;essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nulla, che trovi ovunque,</p>
<p style="text-align: justify;">disturba l&#8217;universo con latrati,</p>
<p style="text-align: justify;">un volto da orfano</p>
<p style="text-align: justify;">copre il sole: il Fuehrer parla.</p>
<p style="text-align: justify;">Parla &#8220;la guida&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aforismi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gegen nichts sollte man mehr Mißtrauen hegen als gegen die Vielseitigen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Er kann alles&#8221;:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Das bezeichnet in 999 von tausend Fällen nicht einen</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Renaissance-Menschen, sondern &#8211; den jüdischen Reporter.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La diffidenza non andrebbe nutrita verso nulla se non il molteplice.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Egli può tutto&#8221;:</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò identifica in 999 casi su 1000 non un uomo rinascimentale,</p>
<p style="text-align: justify;">bensì un reporter ebreo.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Die Polizei ist das schlechte Gewissen des Staates.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La polizia è la cattiva coscienza dello stato.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Kein Tier hat Religion, weil es den Tod nicht fürchtet!</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nessun animale ha religione, poiché essi non temono la morte!</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Deutschland: Das Sklavenvolk mit der Herrengeste.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Germania: il popolo di schiavi con movenze da Signori.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Staatsmänner werden gestürzt oder gehen.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sie sind nichts Dauerndes.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini di governo vengono rovesciati o se ne vanno.</p>
<p style="text-align: justify;">Non rappresentano nulla di eterno.</p>
<p style="text-align: justify;">______________________________________________</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il video celebra il canto del poeta austriaco <em>Künstler und Volk</em>:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/DcH4s56cj08&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/DcH4s56cj08&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Molte delle opere del filmato si trovano in <a href="http://www.galleria.thule-italia.com/">http://www.galleria.thule-italia.com/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Künstler und Volk </strong>testo di Josef Weinheber <a href="http://ingeb.org/Lieder/lebteinl.html">http://ingeb.org/Lieder/lebteinl.html</a></p>
<p><em>Lebt ein Leib ohne Herz?<br />
Und du Volk, lebst ferne der Kunst?<br />
Adelst die Hände nicht, die den Traum deiner Stirn,<br />
getreu, binden an das Gesetz? Siehe die bildenden!<br />
Wie? Du leidest, und Leid beraubt<br />
dich, zu horchen hinab, wo das Geheimnis ruht?<br />
Wann denn hätte nicht jeglich Leid<br />
Ehr gezollt dem Gefäß, Ehrfurcht des Leidens Maß,<br />
Ruhm dem Herzen? Du duldest, Volk:<br />
Aber, bittrer allein, duldet dein Genius.<br />
Not des Leibs, sie vergeht im Leib,<br />
doch das Opfer der Kunst, da es vergeblich war,<br />
kann nicht hingehn. Es zeugt, es weist<br />
allem spätern Geschlecht stumm die Entartung vor.<br />
Denn so leidet kein Hungernder;<br />
und der Sterbende wird besser, fürwahr, erlöst.<br />
Ach, ein Volk, das nicht hört, sein Herz<br />
nicht mehr hört, ist vorbei. Jeder Altar versöhnt<br />
den ihm eigenen Gott. Ein Rauch-<br />
werk ins Leere ist Hohn, frevelnder. Denk es, Volk!</em></p>
<p><strong>Artista e popolo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vive un corpo senza il cuore?<br />
E tu, popolo, vivi lontano dall’arte?<br />
Non nobiliti le mani che, fedeli vincolano alla legge<br />
il sogno della tua fronte? Guarda i creatori di forme!<br />
Come? Tu soffri e la pena ti impoverisce<br />
fin giù dove riposa il segreto?<br />
Quando non avrebbe ogni pena tributato<br />
onore al contenitore, rispetto alla grandezza della sofferenza,<br />
gloria al cuore? Tu soffri popolo:<br />
ma, più amaramente da solo, soffre il tuo genio.<br />
La miseria del corpo svanisce nel corpo<br />
ma il sacrificio dell’arte, poiché era invano,<br />
non può svanire. Mostra e testimonia<br />
alle mute stirpi future la degenerazione.<br />
Poiché così nessuno ne soffre;<br />
e il moribondo viene confortato davvero meglio.<br />
Ahimé, un popolo che non ascolta<br />
più il suo cuore è finito. Ogni altare riconcilia<br />
il suo proprio Dio. Scherno è una boccata di fumo nel vuoto,<br />
un sacrilegio. Pensa a ciò popolo!</p>
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		<title>La tassa sui sogni</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni di libri e film di genere fantastico]]></category>
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		<description><![CDATA[Memorie di un sognatore abusivo di Paolo Pasi è uno dei migliori romanzi futuribili italiani degli ultimi anni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4218" style="margin: 10px;" title="memorie-di-un-sognatore-abusivo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/memorie-di-un-sognatore-abusivo.jpg" alt="" width="200" height="304" /></a>Qualcuno forse si ricorderà di un ministro democristiano degli anni Sessanta che voleva tassare l’ombra, cioè lo spazio ombreggiato dalle tende di bar, ristoranti e negozi. E qualcun altro forse ricorderà un’avventura disegnata dal grande Carl Barks in cui Paperino si proclama Imperatore del Mondo con l’intenzione di applicare al collo di ciascun suddito lo spirotassometro: ad ogni respiro, tot da pagare. Ebbene, l’invenzione di Paolo Pasi, giornalista della Rai di Milano, non è da meno per fantasia e assurdità: non il respiro si tassa, bensì i sogni. Incontrollabili e fondamentali entrambi per vivere. Il suo romanzo, dal bel titolo ma dalla orribile copertina, dice tutto: <a title="Memorie di un sognatore abusivo" href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048"><em>Memorie di un sognatore abusivo</em></a> (Edizioni Spartaco, pagg. 214, euro 14). Ormai uno dei tanti che si immagina una futura Italia da quasi incubo, in questo caso fra ironico, grottesco e tragico.</p>
<p style="text-align: justify;">Un referendum, votato da oltre il 60% degli italiani, stabilisce che tutte le tasse vengano abolite e sostituite da quella sui sogni. Una cosa semplice, ma il sogno diventa una ossessione fiscale: nel 2035 la macchina X-19 collegata con ventose alla testa stabilisce quantità e qualità dei sogni, al risveglio contabilizza il tutto, lo inoltra alla Centrale Onirica che stabilisce l’imponibile da pagare a scadenze fisse. Gli italiani sono un popolo di sognatori e ben pochi sono quelli che hanno un sonno che ne è privo. Quindi i conti sono salatissimi. Particolarmente colpito è il protagonista del romanzo che tiene uno psicodiario.</p>
<p style="text-align: justify;">Un microchip sottocutaneo segnala chi non si collega alla macchina. Da qui multe e arresti. Non si scappa. Sicché l’insoddisfazione popolare cresce e nasce un Fronte di Liberazione Onirico che costruisce una macchina proibita che annulla l’effetto della X-19, contabilizzando zero al risveglio. Misteriosamente la macchina arriva a casa dei cittadini (alla fine si scoprirà come): il Fronte riesce a saturare la Centrale Onirica che trasmette alla popolazione conti iperbolici e impossibili da saldare. Da qui scatta la rivolta. La Comunità collassa in pochissimo tempo e viene sostituita dalla Repubblica Onirica, con i vecchi responsabili politici e tecnici convertiti sulla via di Damasco e subito re-immessi nel circuito.</p>
<p style="text-align: justify;">Finito il romanzo? No, perché Pasi ha la geniale idea di proseguire la storia dimostrando che non è tutto oro quel che luccica e con un doppio colpo di scena: il primo si può rivelare, il secondo proprio no. Il nuovo corso non è poi tanto nuovo: viene creato un Centro Produzione Sogni, sicché mentre in precedenza si poteva sognare quel che si voleva pagando, adesso è lo Stato che produce «sogni in scatola», estrapolandoli da quelli di forti sognatori come il protagonista, vendendoli «certificati» alla popolazione che così può sognare quel che è nei suoi desideri (avventura, eros ecc.). Insomma, prima tutti i sogni erano ammessi, adesso soltanto quelli accettati dalla Accademia de’ Nobili Onirici che li seleziona: prima tutti i sogni erano veri, adesso tutti sono artificiali (altrui, in sostanza). Un passo avanti ed ecco che si creano i «sogni personali»: si scannerizza la memoria di un soggetto e si traggono sogni vividi e precisi di un certo momento del passato che si vuole rivivere. Vanno a ruba: peccato che contengano spot subliminali degli sponsor che hanno finanziato il progetto inducendo il povero sognatore a comprare questo e quello. Insomma, il regime onirico della nuova «democrazia» è peggiore di quello della vecchia «autocrazia»! E così al protagonista non resta che cercare una «vita vera», «sogni veri»: qui l’ultima rivelazione che lascia l’amaro in bocca e un senso di disillusione sulla libertà in epoca democratica. Da Orwell a Dick.</p>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente questo <em><a title="Memorie di un sognatore abusivo" href="http://www.libriefilm.com/memorie-di-un-sognatore-abusivo/7048">Memorie di un sognatore abusivo</a></em> è uno dei migliori romanzi futuribili italiani degli ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale </em>del 16 marzo 2010.</p>
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		<title>La questione femminile</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:03:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Fabbri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel carnevale osceno della società dei consumi la donna è in una posizione di notevole vantaggio rispetto all’uomo: la società dello spettacolo e la pratica dello shopping compulsivo rappresentano il trionfo della mentalità femminile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: right;"><em>MARBAS</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>È signore dell’inversione sessuale: quando arriverà lui non ci saranno più né maschio né femmina.</em></p>
<p style="text-align: right;">Satana, <a title="Liturgia infernale" href="http://www.libriefilm.com/liturgia-infernale/5949"><em>Liturgia infernale</em></a>, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra proprio che oggi il mondo sia caduto sotto la signoria del demone Marbas, visto che l’inizio del XXI secolo celebra i trionfi satanici della confusione sessuale. In questo clima allucinato è quanto mai opportuna una ricognizione delle fonti che hanno portato l’umanità a questa condizione straniante e poco verosimile.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle intellettuali che hanno maggiormente contribuito alla formazione dell’ideologia femminista è Emma Goldman, ebrea proveniente dalla Lituania, vissuta fra il 1869 e il 1940. Una raccolta di tre saggi della Goldman particolarmente illuminanti è pubblicata nel volumetto <em>Amore emancipazione</em>. Il libretto accoglie anche una interessante notizia biografica sulla Goldman, che non si è fatta davvero mancare nulla: ha partecipato ad attività di anarchici americani, di rivoluzionari bolscevichi, di comunisti spagnoli e di antifascisti italiani…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/femminismo-e-anarchia/7047" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4211" style="margin: 10px;" title="femminismo-e-anarchia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/femminismo-e-anarchia.jpg" alt="" width="200" height="307" /></a>Il primo saggio è intitolato <em>Il voto alle donne</em>. Si tratta di uno scritto di sorprendente attualità, poiché vengono abbozzati tutti i temi cui oggi attinge a piene mani la propaganda di regime femminista. Lo scritto, tuttavia, si produce anche in poco lusinghiere considerazioni sulla stessa natura delle donne: “la donna, più ancora dell’uomo, è una adoratrice di feticci, essa è sempre inginocchiata, sempre a mani giunte”. Se lo avesse detto un uomo sarebbe stata una inaccettabile dichiarazione maschilista, ma in realtà proprio questa è la caratteristica delle moderne società femminilizzate: una mentalità servile in cui singole persone e intere nazioni si lasciano sottomettere, con brividi di piacere masochista, attraverso l’esproprio di sovranità e la soppressione dei più elementari diritti civili. Inoltre la rivoluzionaria femminista dà spettacolo con quest’affermazione: “la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>, in particolare la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> cristiana, ha condannato la donna alla vita di un essere inferiore, di una schiava”. Quest’opinione stupisce per la grossolana generalizzazione, ma si tratta di un linguaggio collaudato e di sicuro effetto presso il pubblico progressista. Il saggio propone frasi e <em>slogan</em> che oggi sono propagandati da tutti i <em>mass media</em>: la famiglia è una prigione, la donna deve pagare il pedaggio alla Chiesa e allo Stato, la donna dovrebbe avere diritti legali sul salario del marito, e altre corbellerie di questo genere…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma nonostante tutto ciò, l’autrice si lancia in una vera e propria critica…della democrazia! Infatti la Goldman sostiene che avere il diritto di voto non significa affatto essere liberi, anzi lo stesso voto può trasformarsi in un efficace metodo di controllo delle masse. Così l’autrice notava che nei paesi in cui le donne avevano ottenuto il voto, i problemi sociali non accennavano a scomparire, tutt’altro! La stessa condizione femminile, inoltre, tendeva a essere ulteriormente aggravata dallo stile di vita della civiltà industriale: oltre al tradizionale lavoro casalingo, le donne sempre più spesso erano oberate dal lavoro in fabbrica. Stava nascendo l’infernale meccanismo della società dei consumi che spinge tutti gli individui a un produttivismo esasperato!</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo saggio, dal titolo <em>La tratta delle bianche</em>, è dedicato all’eterno tema della prostituzione. Il mestiere più antico del mondo si è manifestato nelle forme più diverse. Il paganesimo, nella sua infinita saggezza, aveva assegnato alle prostitute anche ruoli sacerdotali. La Chiesa medievale non era stata così stupida da vietare la prostituzione, lasciando il problema al libero arbitrio delle coscienze individuali. Con la nascita della morale puritana protestante cominciano legislazioni puramente repressive, che germogliano nell’ideologia femminista: naturalmente per la Goldman la prostituzione non è altro che una manifestazione della prevaricazione maschile sulla donna. Ancor oggi le femministe e i loro mercenari uomini, invocano a gran voce legislazioni punitive per i maschi che frequentano prostitute, ma non per le donne che si prostituiscono: la donna non è mai colpevole, sembra quasi che per la legislazione femminista la donna sia incapace di intendere e di volere (ma non è forse questa una concezione davvero riduttiva della donna?).</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ogni modo sarebbe auspicabile vedere applicate leggi di questo genere, poiché comunismo e femminismo affermano all’unisono che lo stesso matrimonio è una forma di prostituzione; l’applicazione della legge, pertanto, avrebbe esiti a dir poco spettacolari sui suoi stessi bigotti sostenitori!</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto più che la prostituzione è ampiamente diffusa negli ambienti omosessuali e transessuali: se il legislatore pensa di vietare anche la prostituzione omosessuale, è destinato a un clamoroso autogol…</p>
<p style="text-align: justify;">E infine la stessa democrazia di mercato non è forse la più conclamata e vergognosa forma di prostituzione? Come si vede il ragionamento può portare molto lontano…</p>
<p style="text-align: justify;">La prostituzione un tempo rappresentava per i maschi un momento altamente ritualizzato di iniziazione sessuale, e dava al maschio un certo distacco psicologico nei confronti della femmina. Si creava così un correttivo fra i due sessi, essendo la donna psicologicamente più forte dell’uomo. Estromettendo la prostituzione dall’orizzonte della legalità la classe dirigente ha ottenuto un duplice obiettivo: l’indebolimento del maschio e il rafforzamento del mercato nero che alimenta la società multicriminale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo saggio è intitolato <em>Amore e matrimonio</em>. Anche qui vengono anticipati i luoghi comuni e le insulsaggini che oggi siamo abituati a sentire ogni giorno: le donne sposate rinunciano alla loro realizzazione, le donne si sposano perché sono tenute nell’ignoranza, il matrimonio è un fallimento annunciato, la donna è una macchina per fare figli…</p>
<p style="text-align: justify;">I sostenitori della distruzione del matrimonio ancora oggi non ci spiegano quale sarebbe la brillante alternativa alla famiglia, ma è fin troppo facile intuire quali siano i loro obiettivi: abolizione del diritto all’eredità, con la conseguente abolizione della proprietà privata… Una strada fra le tante per arrivare a un nuovo collettivismo comunista, il sogno nemmeno troppo dissimulato delle classi dirigenti occidentali!</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro della Goldman è un utile punto di partenza per sviluppare una critica dei dogmi femministi, cha hanno l’aspetto di un Moloch inattaccabile, ma che sul piano logico possono essere smontati molto facilmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Partendo da questi dogmi, la sessualità maschile viene costantemente criminalizzata da un sistema mediatico totalmente monopolizzato dalla <em>lobby </em>femminista. Si è arrivati al punto che una sentenza della magistratura ha stabilito che… guardare una donna è molestia sessuale! In buona sostanza si vuol far passare il concetto che l’uomo è colpevole perché desidera la donna, che è un po’ come dire che si è colpevoli di avere fame, sete, sonno…</p>
<p style="text-align: justify;">E quest’idea si traduce in una gigantesca campagna di diffamazione contro il genere maschile.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di questi assunti la disinformazione di regime afferma che milioni di donne sarebbero vittima di violenze sessuali, peraltro passando vergognosamente sotto silenzio il fatto che quasi tutti i casi di violenze carnali sono stupri etnici commessi dagli extracomunitari ai danni delle donne autoctone! Inoltre non si capisce perché ci siano donne che continuano a frequentare la compagnia maschile, visto che gli uomini vogliono violentarle, perseguitarle, ucciderle ecc…</p>
<p style="text-align: justify;">Evidentemente per la psicologia infantile della cultura di massa la commedia del vittimismo è buona per tutte le stagioni. Ma quando la cultura progressista si trova a dover affrontare l’imbarazzante questione della donna nell’Islam il sistema mostra tutta la sua intrinseca fragilità. Indubbiamente nel mondo islamico la condizione femminile è assai lontana dalle concezioni occidentali, formate dalla cultura classica e cristiana. Il tema è pertanto fra i più stimolanti e ricchi di sviluppi, poiché le femministe sono responsabili del buco demografico che è stato riempito con masse di extracomunitari, spesso di <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> musulmana, o comunque abituati a stili di vita piuttosto “arcaici” (forse stavolta si sono scavate la fossa da sole…).</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra grande questione che la classe dirigente si troverà a dover affrontare è quella dell’ingresso delle donne in Massoneria. La struttura di potere delle democrazie occidentali è basata sulla rete sotterranea delle logge massoniche, ma al momento la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, punto di riferimento della Massoneria mondiale, non ammette le donne. Che cosa accadrà quando le donne reclameranno pari opportunità anche per accedere alle logge massoniche? Non è escluso che possa essere proprio questo il punto di rottura del sistema…</p>
<p style="text-align: justify;">La pubblicistica femminista, con espressione infelice e patetica, invita le donne a “tirar fuori le unghie” e non nasconde le sue intenzioni sterminazioniste verso il genere maschile: gli insulti che la stampa femminista vomita quotidianamente contro i maschi ricalcano le argomentazioni che la pubblicistica nazista utilizzava contro gli ebrei, ma le femministe sono libere di propagandare le loro tesi nella più assoluta impunità! Così la cultura di regime, in una stanca ripetizione dei luoghi comuni dominanti, inscena il rovesciamento della realtà con lo schema ormai visto mille volte: i presunti svantaggiati ti puntano il coltello alla gola e hanno la pretesa di farsi passare per vittime!</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti nel carnevale osceno della società dei consumi la donna è in una posizione di notevole vantaggio rispetto all’uomo: la società dello spettacolo e la pratica dello shopping compulsivo rappresentano il trionfo della mentalità femminile. Il predominio della donna, oltretutto, è fondato su presupposti assai discutibili: dall’aborto legalizzato all’insieme di leggi che mettono l’uomo in condizione di minorità giuridica…</p>
<p style="text-align: justify;">Utilizzando il linguaggio commerciale si potrebbe dire che, quanto meno, si tratta di concorrenza sleale!</p>
<p style="text-align: justify;">Le argomentazioni con cui si tenta di puntellare il sistema sono a dir poco deliranti: per giustificare l’aborto le femministe hanno elaborato l’originale concetto di “schiavitù biologica” della donna. Ma su questa base si potrebbe obiettare che ogni individuo vive in stato di schiavitù biologica perché è costretto a nutrirsi, quindi le autorità dovrebbero provvedere a nutrire tutti i cittadini senza che questi abbiano a disturbarsi per procurarsi il pane col lavoro!</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il femminismo rappresenta il centro nevralgico del potere costituito, tutelato dall’inquietante sorveglianza dei ministeri per le “pari opportunità”, e fiancheggiato dalla martellante propaganda dei mass media. Colpisce, in particolare, l’astrattezza ideologica del linguaggio femminista: come i comunisti pretendevano di parlare a nome dei “lavoratori”, così le femministe pretendono di parlare a nome delle “donne”, come se i loro banali slogan dovessero rappresentare l’infinita varietà e le diverse sensibilità dell’universo femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure dietro la roboante retorica femminista c’è il grande tema, costantemente censurato, del disagio maschile; l’accondiscendenza con cui la popolazione maschile accetta i soprusi femministi è un mistero doloroso di cui è difficile rendere ragione, e lascia intuire che le forze occulte stiano utilizzando tecnologie per la manipolazione genetica e cerebrale…</p>
<p style="text-align: justify;">In anni recenti l’esercito americano ha comunicato di aver messo a punto armi chimiche che alterano l’equilibrio ormonale. Ufficialmente gli esperimenti non sono stati portati avanti, ma a giudicare da come si comportano i maschi c’è da pensare che in realtà tali ordigni vengano impiegati massicciamente…</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia non si può tacere che i maschi, da parte loro, sono i primi responsabili di questa situazione, visto che non riescono a reagire al femminismo. Non è inseguendo le femministe sul piano delle rivendicazioni che si può arrivare a una riconsiderazione della questione maschile: sul terreno del vittimismo vincono sempre loro!</p>
<p style="text-align: justify;">I maschi potranno arrivare a un riequilibrio dei ruoli se sapranno recuperare e adattare ai tempi i loro stereotipi tradizionali: quelli dell’eroe, del guerriero, del ribelle…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Emma Goldman, <em>Amore emancipazione. Tre saggi sulla questione della donna</em>, Edizioni La Fiaccola, Ragusa 1996, pp. 56.</p>
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		<title>Jean Cau</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 17:33:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alain De Benoist</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jean Cau (8 juillet 1925 - 18 juin 1993), écrivain et journaliste français, recevra en 1961 le prix Goncourt pour son roman La Pitié de Dieu et fut diabolisé par la gauche, qui ne lui a pas pardonné ses dénonciations de la Grande Prostituée]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Jean Cau, c’était un style. Mais c’était aussi une voix. Il parlait en détachant les mots et les syllabes, comme pour mieux scander sa pensée. Il riait en découvrant ses canines. Il écrivait comme il parlait, et parlait comme il écrivait. Quand on lui racontait une histoire, qu’on lui rapportait un propos, il s’exclamait: «Bi-gre! Bigre!».</p>
<p style="text-align: justify;">Il est né le 8 juillet 1925 à Bram, dans le département de l’Aude. Père ouvrier, mère femme de ménage. Il est petit garçon au moment du Front populaire, qu’on salue autour de lui comme une aurore (sa tante, Gilberte Rocca-Cau, fut député communiste du Gard). Durant la guerre d’Espagne, tandis que les réfugiés commencent à affluer dans le Midi, son père l’emmène parfois assister aux meetings de soutien à la cause républicaine. D’abord élève au lycée de Carcassonne, le jeune Occitan monte à Paris après une licence de philosophie et prépare l’Ecole Normale supérieure à Louis-le-Grand. Il a le poil noir et dru, la lèvre mince, un nez à la Marcel Aymé, le regard perçant et, déjà, l’humeur aiguisée. A Paris, il découvre le monde littéraire dans les cafés de Saint-Germain des Prés, où les proches de Jean-Paul Sartre ne tardent pas à l’adopter. Son talent impressionne. On voit en lui l’un des espoirs de la gauche intellectuelle, alors dominante. Le voici au coeur du dispositif sartrien.</p>
<p style="text-align: justify;">Jean Cau sera pendant onze ans, de 1947 à 1956, le secrétaire de Jean-Paul Sartre. «Jamais titre ne fut plus cocassement porté», dira plus tard le «fils indocile». Ses premiers livres, <em>Le fort intérieur</em> (un recueil de poèmes) et <em>Maria-Nègre</em>, paraissent en 1948 chez Gallimard, ses premiers articles en 1949 dans <em>Les Temps modernes</em>. Dans les années 1950, il est l’enfant chéri de l’intelligentsia. Il publie à rythme soutenu, s’essayant à tous les genres, adaptant même Cervantès et Virginia Woolf. Toutes les portes lui sont alors ouvertes. Il est brun, il est beau, il parle avec l’accent de Carcassonne et déteste Albert Camus. Pierre Bénichou dira: «Il était le plus grand». «Moi, racontera-t-il, j’étais un Méridional exigeant, assez sec, assez dur. Je croyais à certaines choses, certains idéaux, certains mythes, certaines valeurs. Ensuite je rencontre Sartre, et me voilà engagé dans les sections de l’intelligentsia française. A ma grande stupeur, qu’est-ce que je découvre? Je découvre que tous ces intellectuels étaient tous d’origine bourgeoise mais qu’ils adoraient le peuple et qu’ils adoraient la gauche. Tiens, me dis-je, voilà une grande surprise! Ils n’ont jamais vu un ouvrier de leur vie, ils ont des domestiques, ils ont des bonnes, mais ils sont de gauche. Il y avait là une attitude névrotique, un règlement de comptes personnel. Ils allaient au peuple parce qu’ils n’en sortaient pas».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2070212920?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2070212920" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4197" style="margin: 10px;" title="le-meurtre-dun-enfant" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-meurtre-dun-enfant.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Attiré par le journalisme, il entre à <em>L’Express </em>de Jean-Jacques Servan-Schreiber, mais écrit aussi dans <em>France-Observateur</em> (le futur <em>Nouvel Observateur</em>). En 1961, c’est le couronnement: il reçoit le Prix Goncourt pour un livre qu’il est allé écrire en Andalousie, <em>La pitié de Dieu</em>, un «huis clos» pénitentiaire très sartrien. Mais c’est aussi le moment où son indépendance d’esprit commence à lui valoir des critiques. En janvier 1962, son enquête sur «l’OAS au lycée», parue dans <em>L’Express</em>, fait du bruit. En février, il choque ses amis en écrivant, à propos des manifestants morts au métro Charonne, qu’ils sont morts pour rien. Le scandale redouble quelques mois plus tard lorsqu’à l’occasion d’une reportage sur la jeune Algérie indépendante, il décrit un pays déjà ruiné. «Ce n’était ni le ton ni le moment pour écrire ce que vous avez écrit», lui déclare Claude Estier. Sa réponse est cinglante: «Je dis, moi, que c’est toujours le moment, pour un journaliste, de cracher le morceau. Pour un homme politique, c’est peut-être une autre question. Peut-être. Je l’accorde et, pour cette raison, je ne serai jamais un homme politique». A cette date, cependant, il se dit encore convaincu que l’intelligence et la justice ont toujours été de gauche. Mais déjà, le coeur n’y est plus. Il se dit «de la famille», mais s’éprouve virtuellement comme orphelin. Derrière les grands mots qu’affectionne son entourage, il a découvert l’hypocrisie.</p>
<p style="text-align: justify;">En 1965, l’un de ses plus beaux livres, <a title="Le meurtre d'un enfant" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2070212920?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2070212920"><em>Le meurtre d’un enfant</em></a>, répand une odeur de soufre. Jean Cau, évoquant un souvenir de l’Occupation, y décrit un jeune tankiste SS beurrant sa tartine avec un poignard. L’image fait mouche. On lui reproche une fascination suspecte. La même année, lors l’élection présidentielle, il prend position en faveur du général de Gaulle, dont il approuve la politique étrangère, plutôt que de François Mitterrand, «candidat de la onzième heure rapetassée avec du sparadrap». C’est alors qu’il prend congé, non seulement de la gauche, mais de l’establishment littéraire. Il le fait peu à peu: «Je n’ai pas eu une nuit pascalienne où j’ai abjuré tout cela. Non, ça a été vraiment une mise en question, assez difficile parfois». Il en retire un sentiment de délivrance: «J’en suis parti, de la gauche, d’un pas si allègre et en dansant si haut que j’ai épouvanté mes congénères. D’habitude, être traité de relaps, ou d’ex-communiste, c’est la malédiction suprême. Moi, au contraire, je me suis retrouvé frais comme une rose, et gambadant comme un lapin au milieu serpolet!» Et d’ajouter: «Mais je l’ai échappé belle. J’ai failli tout perdre. Quoi ? Un ton, ma révolte, ma sincérité, ma voix. J’ai failli vivre truqué».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710328895?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710328895" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4195" style="margin: 10px;" title="croquis-de-memoire" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/croquis-de-memoire.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Bernard de Fallois dira: «Il ne combattit pas la gauche parce qu’elle était archaïque, mais parce qu’elle avait trahi ses origines. Il avait cru rencontrer Vallès, c’était Veuillot. Il croyait donner la main à Gavroche, c’était Tartuffe. Il ne combattit pas la modernité parce qu’elle inventait du nouveau, mais parce que, n’inventant rien, elle se nourrissait seulement de la haine du passé». «Ce n’est pas la première fois, à gauche, que l’on perd en route un de ces brillants fils d’ouvriers», note alors Angelo Rinaldi. Longtemps, le nom de Sartre n’est plus revenu sous sa plume. <a title="Croquis de mémoire" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710328895?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710328895"><em>Croquis de mémoire</em></a>, qu’on vient de rééditer, se clôt pourtant sur un portrait de l’auteur de <em>L’Etre et le Néant</em>. Un portrait où l’on sent une tendresse retenue qui ne s’est jamais éteinte. De Sartre, «le plus gentil, le plus simple, le plus dépouillé d’attitudes, le moins putain des hommes», il évoque l’absolu mépris de l’argent, la «folle et sainte» générosité, le langage cru, le goût des femmes, la peur de perdre du temps.</p>
<p style="text-align: justify;">«Je ne lui dois rien mais je lui dois tout. Qu’ai-je appris de lui, par imprégnation et non par leçons et discours? A me tenir à longue distance des honneurs qui vous désagrègent dans le “sérieux” et vous transforment en porteurs de reliques des vanités d’un milieu – littéraire en l’occurrence – et de ce monde. A ne peser personne au poids de l’argent mais de secrètes et souvent impalpables qualités. A n’avoir moi-même d’autre qualité que celle dont je me veux le responsable et le juge. A ne pas m’aimer et à ne pas me respecter dans mes apparences. A résister, casqué de je ne sais quel acier, aux coups les plus durs de son influence».</p>
<p style="text-align: justify;">Jean Cau est surtout fier de n’avoir jamais rompu avec ses attaches paysannes et occitanes. Ce sont en effet ses racines populaires qui lui ont fait sentir qu’il serait toujours étranger au monde de la paillette et du clinquant: «Mes ancêtres sont paysans depuis la nuit des temps, et c’est la noblesse de ma lignée et de ma race que nous n’ayons jamais rien acheté et rien vendu». «Je crois que, vraiment, le socialisme et le communisme, de même que le renard la rage, véhiculent le totalitarisme et véhiculent la terreur». Cette fois-ci, la rupture avec la gauche est complète. Jean Cau a pris pied sur l’autre rive et se dit libéré. Mais du même coup, il devient une cible. L’intellectuel prometteur d’hier est traité par le mépris qu’on réserve aux «réactionnaires». La plupart de ses livres seront désormais accueillis par un silence pesant, dont il n’a cure. On le dit passé à droite. Il répond qu’en rompant avec «l’atmosphère délicatement écoeurante des nobles salons rouges», il a seulement rompu son licou. «Il y a des gens qui me demandent si je suis de gauche ou de droite. Je leur réponds que je suis en liberté. Je ne suis pas un militant, mais un aventurier, un voltigeur, un flancgarde».</p>
<p style="text-align: justify;">En quittant la gauche, Jean Cau est censé avoir perdu son talent. Mais c’est au contraire maintenant que ce talent va s’épanouir. En 1968, au Théâtre du Gymnase, sa pièce <em>Les yeux crevés</em> est interprétée par Marie Bell et Alain Delon. La pièce porte sur l’amitié comparée à l’amour, plus spécialement sur «l’amitié entre les hommes avec tout ce que cela implique de liberté, de richesse de coeur, d’adolescence perdue, de tendresse virile et de cruauté, de fidélité qui, lorsqu’elle est trahie, fait s’écrouler le monde».</p>
<p style="text-align: justify;">En 1970, Jean Cau commence à collaborer à <em>Paris-Match</em>, qu’il ne quittera plus, y publiant avec un égal bonheur des centaines d’articles sur les sujets les plus divers: «Il n’y a pas de petits sujets, il n’y a que de mauvais journalistes». A la même époque, il fait paraître une série de pamphlets d’une étonnante alacrité. Après <em>Le pape est mort</em> et une <em>Lettre ouverte aux têtes de chiens occidentaux</em>, où l’on peut lire un portrait dévastateur de François Mitterrand («De Gaulle n’aurait pas sauté les grilles de l’<em>Observatoire</em>!»), sortent coup sur coup <em>L’agonie de la vieille (</em>1970) et <em>Le temps des esclaves</em> (1971), suivis de deux «traités de morale», <em>Les écuries de l’Occident</em> (1973) et <em>La grande prostituée</em> (1974). Plus tard, il y aura le <em>Discours de la décadence</em> (1978), <em>La barbe et la rose</em> (1982), <em>L’ivresse des intellectuels</em> (1992).</p>
<p style="text-align: justify;">Dans <em>Le temps des esclaves</em>, Jean Cau célèbre le souvenir de <span class='bm_keywordlink'><a href="	http://www.libriefilm.com/category/autori/yukio-mishima" target="_blank">Mishima</a></span> («Ce qui vaut, ce n’est pas la vie mais ce qu’on fait d’elle») et annonce l’avènement des dictatures rationnelles: «Quand il n’y a plus de vrais Maîtres, toute la société est d’esclaves. Mais d’esclaves tristes et vides». Il s’interroge aussi: «Pourtant, en la gorge de millions d’hommes, il y a le chant qu’ils voudraient délivrer. Mais quelles paroles inscrire sur le rythme des mesures et vers quelle Jérusalem marcher? C’est le secret de notre avenir».</p>
<p style="text-align: justify;">Dans <em>Les écuries de l’Occident</em>, à cette question posée par un jeune homme à Montherlant: «De combien de souffrances paierons-nous la venue d’un monde qui nous enfoncera dans la bassesse?», il en ajoute une autre: «Et après, de quelles souffrances paierons-nous la remontée vers des hauteurs?». Dans le <em>Discours de la décadence</em>, il s’interroge encore: «Quelle est cette décadence qui, comme une ignoble tunique de Nessus, brûle notre peau sans que nous puissions l’en arracher?» La décadence est faite de lâches renoncements, de petits désirs, de petits bonheurs et de petites peines, d’aspirations médiocres. Au fil des pages, Jean Cau dénonce la «fin de l’histoire» et le «fléau de l’égalitarisme», et prophétise que la Russie sera bientôt «devant des échéances fatales». Mais il s’en prend aussi à l’Amérique («Ironie de l’histoire: où a triomphé le matérialisme, sinon en Amérique?»), «le pays le plus riche du monde, où sont élevés des millions de boeufs, mais pas un seul toro brave»!</p>
<p style="text-align: justify;">Seul trouve grâce à ses yeux le général de Gaulle, qu’il eut l’occasion d’accompagner dans de nombreux voyages, et dont il célèbre dans ses <em>Croquis de mémoire</em> la «présence majestueusement exotique». De Gaulle lui apparaît comme un «Don Quichotte romantique», comme le dernier chef de l’Etat qui a d’abord eu le goût de la grandeur. Ah, la grandeur! Si peu rationnelle, si peu raisonnable, si dépassée dans un monde où les malins dominent et où l’on calcule tout. Et pourtant, n’est-ce pas la grandeur que les peuples attendent? «Il m’a plu parce qu’il disait: quand vous avez des problèmes, montez vers les sommets».</p>
<p style="text-align: justify;">En 1976, on lui demande s’il quitterait son pays où cas où s’y instaurerait une dictature totalitaire. La réponse fuse: «Je resterais en France! A tout prix. J’en serais peut-être chassé, mais je n’en partirais pas. La dernière chose à faire, c’est partir de son pays. Il faut en vivre les souffrances, en vivre les malheurs, comme il faut être là pour en vivre les espérances. Jamais de la vie je ne quitterai mon pays».</p>
<p style="text-align: justify;">L’essentiel, ce n’est toutefois pas dans ses pamphlets qu’il faut le chercher, mais dans ses romans, ses essais, ses recueils de nouvelles, et dans les innombrables entretiens et articles où cet amoureux inconditionnel de la langue française, tient d’une même main les rênes du souvenir, de la pudeur et du secret.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce qu’il aime par dessus tout? L’Espagne et l’enfance.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Sévillanes" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2350850765?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2350850765"><em>Sévillanes</em></a> (1987), l’un de ses chefs-d’oeuvre, est une lettre d’amour, entrecoupée de sept «caprices», qui entraîne le lecteur de <em>plaza </em>en <em>ganaderia</em>. Avec une virtuosité sans pareille et une allégresse communicative, Jean Cau y parle d’une Espagne qui n’a pas encore perdu le goût de l’absolu, évoquant tour à tour la danse et les toros, la Semaine Sainte et le flamenco, les arènes et le gitanisme andalou: «Ca, c’est flamenco. Et ça signifie que la vie, soudain, flambe d’une rage ou d’une joie complice. Ou bien qu’on se jette dans un défi et puis, sans crier gare, qu’on se dérobe, qu’on brise là mais avec une allure. Qu’on est voyou mais avec élégance, aristocrate mais avec un je-ne-sais-quoi de picaro; qu’on est sérieuse mais avec, sans prévenir, un déhanchement qui en dit long; qu’on est pute mais qu’un soir, on ne sait pas pourquoi, on décide de donner tout l’argent des passes de la journée à la Vierge de la Soledad. Puis, dans l’église, on discute âprement avec elle et on en garde la moitié».</p>
<p style="text-align: justify;">Mais quel est le secret de cette fierté andalouse, qui sent encore l’huile, l’olive et le crottin de cheval dans les patios? «Pourquoi sont-ils infatigables, durant la feria, ces bigres bougres d’Andalous? J’ai cherché. J’ai trouvé. Parce que, ouvriers, bourgeois, commerçants, aristocrates, employés, n’importe quoi, ils sont des paysans, parce qu’ils ont encore des corps et des hérédités paysannes, parce qu’ils ne sont pas encore rythmés selon la ville… ».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710331098?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710331098" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-4198" style="margin: 10px;" title="proust-le-chat-et-moi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/proust-le-chat-et-moi.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>La tauromachie, qu’il comparait à la <a title="Littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">littérature</a> (<a title="Proust, le chat et moi" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710331098?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710331098"><em>Proust, le chat et moi</em></a>, 1984), tenait dans l’univers de Jean Cau une place de haut rang. C’est qu’il était lui-même à l’image de ce toro brave qui, plutôt que de finir sous le banal couteau du boucher, fait du courage et de la dignité de sa mort un spectacle de gloire. Les corridas déplaisent aux Anglaises et aux gens de gauche, dira Jean Cau, et c’est bien normal puisqu’ils n’y peuvent rien comprendre. La geste tauromachique, c’est l’union de l’homme et de la bête pour une danse d’amour et de mort mêlés. Jean Cau n’a cessé de célébrer la tauromachie («une messe»), depuis <em>Les oreilles et la queue</em> (1961), <em>Les entrailles du taureau</em> (1971) jusqu’à <a title="Sévillanes" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2350850765?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2350850765"><em>Sévillanes</em></a>, <em>Le roman de Carmen</em> (1990) et <em>La folie corrida</em>. Il la célèbre sans chercher à démontrer quoi que ce soit ou à convaincre ceux qui ne l’aiment pas. Etre un aficionado est un acte de foi! Dénonçant le «torerisme» touristique et la médiatisation des combats, il en tient bien entendu pour les toreros à l’ancienne, ceux qui étaient analphabètes, savaient mentir et se soûler, et surtout ne donnaient pas d’autographes… Lui si droit, il écrit: «J’aime ce qui est rond, l’arène, le soleil, les naturelles données en rond, le torero entouré autour de la taille, la forme d’une pomme, les seins d’une femme, dans la main une boule de billard ou une balle de tennis duveteuse, la course en demi-cercle d’un banderillo et cette émotion quand elle se brise contre celle du toro, la corrida divisée en trois temps, sur un rythme de valse, trois matadors, six toros, le cercle où tournoie en vibrionnant l’afición… ».</p>
<p style="text-align: justify;">Inconditionnel de l’Espagne, qu’il qualifie d’«aristocratie du monde», il aime aussi, passionnément, l’Allemagne des forêts et l’Italie des marbres. Dans l’Allemagne, dont le peuple «est en vérité peuple des horizons et donc du Destin», il voit un pays qui a préféré chanter son âme faute de pouvoir l’exprimer autrement.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2350850765?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2350850765" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4199" style="margin: 10px;" title="sevillanes" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sevillanes.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Venise est pour lui la dernière ville «où l’on entend les gens marcher», une villecimetière («voyez les touristes: ils sont fiers d’y être vivants»), qui est à la fois «le cadavre et l’âme qui s’en évade»: «Tel est le secret de Venise: elle vous promet de mourir avec vous et vous murmure que sa vie, comme la vôtre, n’est qu’un voyage ébloui dont la nuit et les flots effaceront bientôt, d’une main légère, les traces fiancées».</p>
<p style="text-align: justify;">Mais on a rarement connu aussi semblable amoureux de l’enfance. Un adulte, dit Jean Cau, c’est un «enfant en décadence», et c’est pourquoi tuer l’enfant qui est en soi est le pire des crimes. Conseil au lecteur: «Que si vous vous demandez “Qui suis-je?”, ne cherchez pas plus avant la réponse: vous êtes celui que vous avez été du temps de vos enfances lorsque vous viviez sans précaution et avec innocence votre vie. Dis-moi quel enfant tu as été et je te dirai qui tu es et ce que tu deviendras».</p>
<p style="text-align: justify;">En 1988, après <em>Les enfants </em>(1975) et les <em>Nouvelles du paradis </em>(1980), voici <em>Les culottes courtes</em>. C’est un recueil de trente-deux récits tout emplis d’images, et dont les héros s’appellent Jeannette, Dine, Toine, Pépé ou Titi. Dès l’enfance, nous dit Jean Cau, on sait ce que les enfants deviendront quand ils seront adultes. Pour l’instant, ils traînent les rues et les ruisseaux, ils battent la campagne, tirent les rubans des filles et se racontent des histoires. L’enfant n’est ni le petit bambin sucré des fables bourgeoises ni le pervers polymorphisme de la psychanalyse, mais il est à la fois meilleur et pire que nous ne le sommes nous-mêmes. La scène se déroule du côté des Corbières, entre Narbonne et la frontière espagnole, quand il n’y avait pas encore de jeux vidéos ni même de télévision. Les enfants y découvrent le monde, où plutôt s’en inventent un à leur mesure. «Ils ne savent qu’inventer», dit l’instituteur, car l’invention est leur manière d’exister. Fables sans morale, sans vaine pédagogie, sans <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">littérature</a> de psychologue ou d’assistante sociale. Les enfants, dit Jean Cau, sont au-delà du bien et du mal. Mais ils ont leurs normes et leurs règles, avec lesquelles on ne badine pas. Nietzsche parlait du« sérieux que l’enfant met au jeu».</p>
<p style="text-align: justify;">En 1981, dans <em>Le grand soleil</em>, Jean Cau célèbre «les anciens dieux, décapités, mutilés, émasculés, mais toujours rayonnants et prêts à revivre». Ici encore, entre (ou contre) l’instituteur et le curé, c’est un jeune garçon nommé Jason, petit cousin d’Apollon et de Dionysos, qui commande à la pluie et au beau temps, tandis que sa fiancée mystique, la petite Mathilde, meurt brûlée vive dans un feu de la Saint-Jean. Ouvrage en forme d’hymne et de poème épique, où Michel Déon vit un «conte païen d’une puissance assez redoutable». A Jean-Edern Hallier, Jean Cau déclare alors: «Si le paganisme est la véritable <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> de l’enfance, c’est parce que celle-ci est la naissance de l’enfant au monde et de son accord profond avec la nature. Et il me semble que nature et enfant sont profondément liés». Le voici désormais nietzschéen, acquis à la pensée tragique, vivant dans la lumière des dieux.</p>
<p style="text-align: justify;">Deux ans plus tôt, en 1979, surgissant d’où on ne l’attendait pas, il publie <em>Une passion pour Che Guevara</em>. A cette date, le révolutionnaire cubain a depuis plus de dix ans été abattu par les militaires boliviens. Jean Cau y célèbre un homme qui a mis sa peau au bout de ses idées: «Guevara était certes un utopiste, mais il était posédé par une foi et il est allé jusqu’au bout de son sacrifice». Era un hombre… «Ta foi, Che, n’est pas la mienne, ajoute-t-il, mais tu passes et ton allure me saisit; je me découvres au bord du sentier et te salue». Dans <em>Le Monde</em>, Bertrand Poirot-Delpech parlera de «détournement de cadavre». Réponse de Jean Cau: «Ils étaient habitués à passer en se signant devant la chapelle de saint Che, et voilà qu’ils y découvrent des fleurs avec ma carte de visite. Ils les piétinent. Colère de bigots».</p>
<p style="text-align: justify;">Il avait une passion absolue pour la beauté (sa collection d’oeuvres d’art sera dispersée en décembre 1993 à Drouot). Il aurait voulu que la société, la politique, la vie des hommes tout entière fût ordonnée à la beauté. Cette façon de fusionner la morale et l’esthétique est, aux yeux de l’homme de gauche qui en tient pour la première, désincarnée si possible, la marque la plus sûre de l’homme de droite. «Le beau est la splendeur du vrai», disaient les Anciens. «Pour moi, ce qui est beau est bon et non l’inverse, déclare Jean Cau. Dès qu’il y a de la beauté quelque part, ma morale rapplique: elle est faite d’admiration».</p>
<p style="text-align: justify;">Passion pour la beauté, mais aussi beauté de la passion: «La passion, ce n’est pas à moi de te la donner. Ou bien elle t’habite, ou bien d’elle tu es désert». Comme le torero s’applique à planter ses banderilles, Jean Cau use dans ses livres d’une phrase sèche et nerveuse, rapide, étincelante, multipliant les incisives. Il ne se cache pas d’avoir la nostalgie du sacré, des «valeurs hautes», de l’héroïsme. Sa cible préférée: la «mélasse tiède». Le mou, le liquide, la médiocrité, le déclin, les valeurs marchandes, mais aussi la prose en plastique et le panier d’anguilles grouillant. L’un de ses essais s’intitule <em>Réflexions dures sur une époque molle</em>. Un autre, <em>Contre-attaques</em>, paru en 1993, a pour sous-titre <em>Eloge incongru du lourd</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Face à un monde à la dérive, à une société qui se désagrège, Jean Cau, arc-bouté sur son style comme un coq sur ses ergots, ne cède pas un pouce. A la «mélasse», il oppose «l’admiration, le respect, l’estime, la révérence – et ce beau mot de brume et de soleil qu’est la sympathie». Il faisait partie de la famille des chiens aux flancs creux, ceux dont le corps sec et musclé s’entretient au soleil du Grand Midi. Le culte de l’allure était chez lui indissociable du tempérament bretteur, de l’idéal cathare de l’ascèse, du goût de la solitude et de la générosité. Il trouvait indécent de «se savourer» et détestait le mot «oeuvre». «J’écris. Pourquoi ? Parce que mon époque ne me ressemble pas». Mais encore? «Un être humain honorable ne doit pas écrire pour être lu, mais parce qu’il se met à l’épreuve de cet acte pur qui consiste à écrire» (<em>Composition française</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">En 1985, on lui demande d’écrire un «Ce que je crois». Il répond: «Ce que je crois? Rien. Puisque ce qui importe n’est pas de croire mais de vouloir […] Pour croire, la position assise est la bonne. Mais il en est une de bien meilleure encore: à genoux». Mais encore? «J’ai des idées en marche dont l’une, forcément, se portera en tête et continuera d’avancer avant peut-être d’être abattue par un tireur posté sur quelque colline ou de s’abattre, épuisée. Je suis tranquille : une autre la relaiera, plus forte et plus rompue à se battre puisqu’elle saura comment celle qui la précédait fut descendue».</p>
<p style="text-align: justify;">De fait, Jean Cau n’a cessé de s’enrichir de ses défaites. Les coups le sculptaient. Il allait à contre-courant, indifférent aux critiques, aux modes et aux on-dit. Il écrivait sans se retourner, comme chemine le Chevalier de Dürer, dont l’image le fascinait au point qu’en 1977 il en tira la matière d’un livre: <em>Le Chevalier, la Mort et le Diable</em>. Il y propose une longue méditation sur la célèbre gravure de Dürer: le Chevalier «va sa route et la peur ne lui est pas connue. Il a la simplicité du courage aux lèvres scellées. Il est le premier homme dans la forêt primaire. Il est le dernier homme, après le combat où tout a été perdu». A la fin du livre, on voit un jeune lieutenant de l’Armée rouge tomber à son tour en arrêt devant l’estampe du chevalier taciturne: «Il n’avait pas plus de vingt ans et, si je me souviens bien, il sentait le cuir et la forêt».</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710328895?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710328895" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4196" style="margin: 10px;" title="le-candidat" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-candidat.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Vers la fin de sa vie, encouragé à se présenter à l’Académie française, Jean Cau se lança dans l’aventure en voisin (il habitait un petit appartement de la rue de Seine), mais surtout à reculons. Les académiciens ne voulurent pas de lui, ce dont il se fit gloire dans un essai intitulé <a title="Le candidat" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2710328895?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2710328895"><em>Le candidat</em></a> qui, après bien des années, vient enfin de paraître. Narrant les «visites» qu’il eut à faire auprès d’un certain nombre d’Immortels, Jean Cau dresse dans cet essai posthume une galerie de portraits d’une drôlerie irrésistible. Mais l’ouvrage est aussi une autocritique, qui s’ouvre sur ces mots: «En cette année 1989 où le mur de Berlin tomba, j’accomplis l’acte le plus vil de ma vie. Le Mur de la honte était démoli au moment même où j’élevais le mien: je me présentai à l’Académie française». Et qui se clôt sur cette mise en garde solennelle, où l’on retrouve tout Jean Cau: «Frères écrivains d’encre et de sang, que mon exemple reste éternellement gravé dans vos mémoires et si, égarés par les vanités de ce monde ou tentés de les moquer en faisant des galipettes en bicorne, un jour votre orgueil défaille, un jour vos genoux ploient devant cette Vieille Dame, pensez à moi. Relevez-vous. Ne vous présentez pas. C’est mal».</p>
<p style="text-align: justify;">En 1988, Jérôme Garcin lui avait demandé de rédiger sa propre nécrologie pour dictionnaire de <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">littérature</a>. L’article s’ouvre sur ces mots: «Comment classer Jean Cau, qui est une sorte de caillou dans les lentilles de la <a title="littérature" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">littérature</a> du XXe siècle?». «Toute grandeur a la mort pour compagne». Jean Cau est mort le 18 juin 1993, après avoir brûlé toute sa vie durant. Il s’est caché pour mourir, mû par cette «<em>common decency</em>» dont George Orwell faisait l’apanage des anciennes classes populaires. Il m’avait écrit un jour: «J’aurai passé mon temps à me dresser et à me redresser. A essayer, contre tout ce qui incline, à me tenir droit». Dans une époque qui privilégie le cerveau (et le ventre) sur la colonne vertébrale, face à ce qu’il appelait lui-même la décadence, la bassesse et l’ignominie, plus encore que des leçons d’écriture, il a laissé des leçons de maintien.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(Article paru en 2008 dans <em>Le Spectacle du monde</em>).</p>
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		<title>Tabularia A. MMIX E.V.</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 09:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Enzo Migliori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato il secondo volume di studi e ricerche organizzato dalla Loggia Sanctorum Quatuor Coronatorum allargato ad articoli di autori esterni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong>Sanctorum Quatuor Coronatorum, <em>Tabularia A. MMIX E.V.</em>, Acadèmia editrice d’Italia e San Marino, Bologna 2009, pp. 304 s.i.p.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Puntuale per essere presentato per la ricorrenza dei Santi Quattro Coronati, patroni delle corporazioni dei lapicidi, scalpellini e marmorarii, è stato pubblicato il secondo volume di studi e ricerche organizzato dalla Loggia a essi consacrata, allargato ad articoli di autori esterni, meticolosamente coordinati da Mikaela Piazza oltre a quelli dei membri della loggia medesima.</p>
<p style="text-align: justify;">Raccoglie studi multilaterali e multidisciplinari le cui tematiche spaziano in vari campi di ricerca suddivisi per comodità redazionale in quattro settori: dell’Ordine Massonico e del Rito Scozzese Antico ed Accettato; i Santi Quattro Coronati e la tradizione iniziatica; culti, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, riti; i saperi massonici: filosofia, scienza, storia, culture.</p>
<p style="text-align: justify;">Veramente ricca e varia la rassegna degli argomenti trattati. Si spazia da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/eschilo">Eschilo</a></span> ed Eraclito per giungere alla storia delle neuroscienze, attraverso l’influenza gnostica nel mondo templare e l’arte della memoria da Matteo Ricci a Gottfried Leibnitz, dalla disamina delle luci e ombre di Lucrezia Borgia alle attinenze fra Pinocchio e la giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di particolare interesse per i nostri lettori sono da segnalare: <em>I Templari e la tradizione druidica</em> di Silvano Danesi; <em>Favete Linguis: note sul silenzio rituale e i suoi simboli</em> di <a title="Renato del Ponte" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/renato-del-ponte/">Renato del Ponte</a>; <em>Deo Soli Invicto Mithrae: gradi di iniziazione e simbologia esoterica nei templi di Roma e Ostia</em> di Antonio Insalaco; <em>Alcune riflessioni sui simboli “iniziatici” e la loro valenza </em>di Rosanna Peruzzo del Ponte; <em>Il demoniaco femminile</em> di Anna Maria Gammeri.</p>
<p style="text-align: justify;">In appendice è riproposto il testo di un’interessante storica guida (1949), ancora oggi valida, di Jacopo Di Cederna: <em>La Chiesa e il Monastero dei SS. Quattro Coronati in Roma</em>. L’antica basilica che ancor oggi torreggia sul Celio, un’area ricca di remote tradizioni e culti arcaici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[Pubblicato in: "Arthos",  XII, n.s., 18, 2009, p. 91].</p>
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		<title>Soldato blu: dalla parte degli indiani</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 17:26:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Iacona</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il film Soldato blu di Ralph Nelson, uscito quarant'anni fa segnava una sensibile svolta nella cinematografia americana: l'anti-imperialismo trionfava nell'immaginario]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><img class="alignright size-full wp-image-4167" style="margin: 10px;" title="soldato-blu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldato-blu.jpg" alt="" width="216" height="288" /></a>L&#8217;atmosfera è forse da vicenda <em>hippy </em>con qualche chiazza un po&#8217; osé, ma siamo fra la fine degli anni Sessanta e l&#8217;inizio dei Settanta, quando il Vietnam è già diventato la cattiva coscienza degli americani che sognano la libertà, la pace e con esse due grandi &#8220;ritorni&#8221;: quello alla natura e quello dello spirito. E null&#8217;altro meglio della cultura indiana &#8211; lo sappiamo bene &#8211; è in grado di rappresentare quelle comunità dello spirito che si contrappongono agli stili di vita (e di morte) dei cittadini occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di un film mai passato di moda sugli indiani d&#8217;America &#8211; <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> (<em>Soldier Blue</em>) &#8211; che quest&#8217;anno compie quarant&#8217;anni e che nei Settanta si poteva considerare il <em>non plus ultra </em>dell&#8217;alternativo. Il film che ha inaugurato un modo di fare <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> cinematografica diverso dal consueto perché sensibile alle vicende degli sconfitti (in questo caso degli indiani), che non hanno mai potuto raccontare una storia veramente degna di questo nome. <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a> </em>tratta infatti la questione del rapporto fra colonizzatori stelle-e-strisce e colonizzati amerindi schierandosi dalla parte di questi ultimi (o meglio: non presentandoli com&#8217;era quasi sempre stato fino a quel momento come dei barbari guerrafondai) e con esso ovviamente il terna della prepotenza e degli abusi fisici e morali, delle ragioni dei deboli spesso oscurare, equivocate o distorte, e addirittura del fascino delle cultura cosiddette &#8220;primitive&#8221; ma in realtà orgogliosamente libere e pacifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tema eterno e universale, dopotutto, ripreso in una sostanza non troppo diversa (cambiano luoghi e personaggi ovviamente, ma il significato rimane quello), sia dal film del 1988 di <a title="John Milius" href="http://www.libriefilm.com/category/registi/john-milius">John Milius</a> <a title="Addio al re" href="http://www.libriefilm.com/addio-al-re/802"><em>Addio al re</em></a>, fra i più significativi e ricordati del regista di St. Louis, ma anche dall&#8217;ultramoderno <em>Avatar</em>, in questi giorni nella sale cinematografiche italiane. Come a dire che ieri, oggi e poi nel 2154 dopo Cristo (periodo nel quale è ambientato il film di James Cameron) è ancora possibile stare dalla parte delle culture libere che si oppongono alla violenza e allo sfruttamento qualunque essi siano. Ci sarà sempre qualcuno insomma a raccontarci che il diritto di vivere in armonia e di opporsi alle brutalità dei conquistatori è fra i più nobili che ci siano&#8230; Possiamo allora dire senza tema di smentita che <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> e con esso libri come <a title="Seppellite il mio cuore a Wounded Knee" href="http://www.libriefilm.com/seppellite-il-mio-cuore-a-wounded-knee/7042"><em>Seppellite il mio cuore a Wounded Knee</em></a> dello storico Dee Brown (il titolo è ispirato al luogo di un massacro indiano nel dicembre del 1890), e pellicole western che di solito vengono affiancate a <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a>, come <a title="Un uomo chiamato Cavallo" href="http://www.libriefilm.com/un-uomo-chiamato-cavallo/7041"><em>Un uomo chiamato cavallo</em></a> con Richard Harris e <a title="Il piccolo grande uomo" href="http://www.libriefilm.com/il-piccolo-grande-uomo/1078"><em>Il piccolo grande uomo</em></a> con Dustin Hoffman (anche questo uscito proprio in quel 1970), non hanno seminato nel vuoto anche perché, fin dagli anni Sessanta, è parsa in netta ascesa la sensibilità verso i racconti biografici e i destini spesso orribili dei nativi d&#8217;America.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è da ricordare per esempio l&#8217;episodio della consegna del premio Oscar del 1973 al miglior attore, alla quale assistettero milioni di spettatori. E il vincitore (vincitore per la seconda volta dopo <a title="Fronte del porto" href="http://www.libriefilm.com/fronte-del-porto/7043"><em>Fronte del porto</em></a>), era Marlon Brando per <a title="Il Padrino" href="http://www.libriefilm.com/il-padrino/550"><em>Il padrino</em></a> di Francis Ford Coppola. Il noto attore decise però di rinunciare al suo premio per protesta e per solidarietà a favore dei nativi d&#8217;America, avendo il coraggio di denunciare per bocca di una giovane attrice apache certo razzismo hollywoodiano. In quei giorni era anche in corso una rivolta indiana contro il governo americano proprio a Wounded Knee… Tutto ciò accadeva all&#8217;interno della nobile cultura anticonformista che in alcune sue pagine svalutava certo indiscriminato e luccicante progressismo a vantaggio delle minoranze indiane, umiliate e private dei loro diritti fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche lo spunto per il nostro <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> viene da un massacro indiano, datato questo novembre 1864, quando settecento cavalleggeri americani attaccarono un pacifico villaggio di Cheyenne a Sand Creek uccidendo cinquecento indiani, molti dei quali donne e bambini (è la strage cantata da De André in <em>Fiume Sand Creek</em>). La trama del film è però semplice semplice, incorniciata fra violenze, massacri e immagini &#8220;forti&#8221;, che non lasceranno indifferenti neanche gli spettatori scafati del terzo millennio. A volte sembra perfino la sceneggiatura di uno dei libri più famosi di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a>: <a title="Nelle tempeste d'acciaio" href="http://www.libriefilm.com/nelle-tempeste-dacciaio/2857"><em>Nelle tempeste d&#8217;acciaio</em></a>, con sangue, crudeltà, paure, scene surreali e tutto quel che ne segue. Protagonista di <em><a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821">Soldato blu</a></em> è però una donna libera e coraggiosa (i tempi stanno cambiando rapidamente e gli anni Sessanta e Settanta sono anche quelli dove, soprattutto all&#8217;estero, si tenta di celebrare la libertà femminile) Kathy Lee &#8211; in realtà la modella, fotografa e attrice Candice Bergen &#8211; che è una bionda newyorkese tanto bella quanto sicura di sé, ex moglie di &#8220;lupo pezzato&#8221; capo indiano Cheyenne, che deciderà di difendere una cultura non sua, quella degli indiani d&#8217;America appunto, fino alle conseguenze più impensabili. Cercherà di proteggere i campi indiani devastati dai soldati conquistatori che bramano terre che non gli appartengono. Soldati assetati di sangue, spietati e imbarazzanti a un tempo, a volte colti da veri e propri deliri a sfondo razziale. Toccherà al debole ed emotivo &#8220;soldato blu&#8221; Honus Gant (cioè l&#8217;attore Peter Strauss), scampato a un precedente massacro, il compito &#8211; vieppiù impossibile &#8211; di contenere i &#8220;furori&#8221; della donna nel corso di un viaggio verso un accampamento militare, abbracciandone in un certo senso anche la causa. Con parole nude è questa la trama &#8211; lo scheletro potremmo dire &#8211; di un film che dà l&#8217;idea della leggenda (peraltro indiscutibile) nata per caso. In sé e per sé <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> diretto da Ralph Nelson, regista di origini norvegesi morto da più di vent&#8217;anni e ispirato a una novella dal titolo <em>Arrow in the Sun</em> (a tutt&#8217;oggi non conosciutissima) del 1969 di Theodore V. Olsen, un romanziere anch&#8217;esso poco noto morto nel 1993, andrebbe infatti giudicato come un prodotto &#8220;medio&#8221; senza grandi velleità di partenza, tutto sommato non particolarmente piacevole, costruito &#8211; quello sì &#8211; con stimolanti influenze di grado per cosi dire alternativo. Il fatto che quella indiana fosse di per sé una comune &#8220;civiltà&#8221; (il western classico non l&#8217;aveva quasi mai disegnata così) e in più anche da difendere (impensabile fino ad almeno un decennio prima), unito alla valorizzazione del coraggio e dell&#8217;intelligenza pratica della protagonista femminile, serve a denunciare, esasperandole in un confronto impari, le debolezze e il fallimento del maschio bianco e occidentale (la cui &#8220;bandiera&#8221; nel film viene sventolata oltre che da soldati senza onore anche da un mercante privo di scrupoli), e con esso in un certo senso dell&#8217;antico eroe come lo avevamo conosciuto fino a quel momento.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una novità &#8211; e lo resta senz&#8217;altro &#8211; di grande impatto emotivo, profondamente legata alle vicende politiche del Nuovo Mondo (e alla contemporanea guerra americana in Vietnam, ovviamente), ai suoi mutamenti sociali e alla capacità di produttori e registi di tradurli per il grande schermo, e di scrivere così un ulteriore paragrafo di una secolare vicenda di tipo realistico… Insomma: l&#8217;indiano nemico-brutale da sconfiggere senza chiedersi troppi perché sembra oramai essersi estinto. Selvaggi quanto vogliamo i nativi americani possiedono adesso un loro codice, sono uomini che si offrono per la pace, hanno donne e bambini che nella loro debolezza somigliano a quelli occidentali. Ed è una donna &#8211; Kathy &#8211; nel suo viaggio attraverso il film &#8211; in un film nel film potremmo dire &#8211; a portare la fiaccola di un nuovo &#8220;corso&#8221;; una donna che è stata a contatto con entrambe le &#8220;civiltà&#8221; ma che sceglie di stare dalla parte degli indiani, dei più deboli. È una rivoluzione che apre le porte al futuro. Una donna peraltro libera da qualsiasi vincolo di dipendenza e del tutto autonoma, promessa sposa a un soldato statunitense &#8211; ma per interesse, come lei stessa ha dichiarato &#8211; già maritata a un indiano e adesso innamorata del suo compagno di viaggio il &#8220;soldato blu&#8221; Honus, la cui libertà di tipo sessuale (altro tema fondamentale negli anni Settanta) è guida verso una libertà fatta di scelte consapevoli e di azioni indipendenti. Argomento di grandissima importanza non lo dimentichiamo. Tutti ricorderanno per esempio la trama del grande film del &#8216;56 di John Ford, con John Wayne come protagonista: <a title="sentieri selvaggi" href="http://www.libriefilm.com/sentieri-selvaggi/1530"><em>Sentieri selvaggi</em></a>, lì una ragazza &#8211; la piccola Debbie &#8211; cadeva prigioniera dei Comanche e veniva salvata dai bianchi che finivano per liberarla dallo <em>status </em>di bianca indianizzata. In <a title="Soldato blu" href="http://www.libriefilm.com/soldato-blu/6821"><em>Soldato blu</em></a> gli avvenimenti conducono invece a un esito del tutto diverso: una donna non dimentica di essere stata un&#8217;indiana sceglie adesso di difendere la &#8220;civiltà&#8221; alla quale è appartenuta. Finalmente la ragazzina è diventata &#8220;adulta&#8221; e si è resa conto delle ragioni dei propri compagni di viaggio. Ha cercato così di tramandare, dal presente al futuro, l&#8217;attaccamento verso un popolo fiero della propria esistenza e del proprio nobile rifiuto. Un punto di non ritorno davvero. Per tutti. È proprio in quegli anni che dalle nostre parti si ripeteva il detto evoliano «la nostra patria è dove si combatte per le nostre idee». Da cui l&#8217;identificazione con le ragioni dei nativi americani, delle popolazioni arabe, poi degli afghani, ora dei tibetani. L&#8217;anti-imperialismo trionfava nell&#8217;immaginario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal <em>Secolo d&#8217;Italia</em> del 13 marzo 2010.</p>
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		<title>Quando Gundam ci insegnò che il nemico non è mai il male assoluto</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 08:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco de Turris</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli sul fantastico in generale]]></category>
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		<description><![CDATA[Un libro di Davide Castellazzi ricostruisce la nascita e il longevo successo della serie di anime giapponesi di Gundam, nata dalla matita di Yoshiyuki Tomino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/drago48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Fantastico" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4144" style="margin: 10px;" title="gundam" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/gundam.jpg" alt="" width="223" height="333" />Chi si recasse a Tokyo vi vedrebbe, nel bel mezzo di un giardino pubblico, una statua bianca con un torace blu e rosso, alta diciotto metri. Gli ignari penseranno alla rivisitazione futuribile di un samurai. Glielo faranno pensare soprattutto il volto incorniciato da un elmo inconfondibile, e le due spade incrociate sul dorso. Non può che essere il temibile guerriero della tradizione nipponica, ma non è così: è un omaggio a quello che, nonostante i suoi «colleghi» forse più noti e famosi in Occidente, viene considerato in Giappone il più popolare e amato personaggio degli <em>anìme </em>(i cartoni animati) nipponici. E cioè Gundam, il vero emblema degli automi antropomorfi la cui incredibile saga internazionale è iniziata nel 1972 con <em>Mazinga</em>, <em>Goldrake</em> (1974) e <em>Jeeg </em>(1975) (tutti creati da Go Nagai).</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i robot giganti: alti tra i 12 e i 25 metri, pesanti fra le 25 e le 32 tonnellate, guidati da giovani che s’innestano nella loro testa, combattevano contro le invenzioni di scienziati pazzi come il Dottor Hell, o malvagi imperi sotterranei come quello di Jamatai, in una mescolanza di superscienza e supermagia. Ogni episodio è autoconclusivo e segue, in sostanza, sempre l’identico schema. Storie per bambini e ragazzi che, all’epoca, rinverdivano in chiave fantastica e tecnicizzata il mito medievale dell’eroe senza macchia e senza paura che combatteva contro mostri, maghi, dèmoni, re crudeli. Questa volta però rivestito di un’armatura diventata ipertecnologica e con armi avveniristiche. Il tutto rivisitato secondo l’imperitura tradizione culturale giapponese, che si rifaceva ai samurai e alla sua tradizione mitologico-religiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i «robottoni», furoreggiavano all’epoca con fumetti, giochi e pupazzi, ma soprattutto con le loro colonne sonore vendutissime nei 45 giri e che ancora si ricordano con nostalgia, insieme a frasi passate alla storia: chi non ha mai sentito almeno una volta «Alabarda spaziale!», «Pugni atomici!», «Doppio maglio perforante!», «Missile centrale!» (nel Grande Mazinga fuoriusciva dal&#8230; basso ventre). Ma le cose non furono così semplici. Infatti, poco dopo il loro arrivo in Italia (1980) esplose la polemica: da un lato le «associazioni dei genitori» che accusavano di violenza i «robottoni» e dall’altro la denuncia di propagandare una visione quasi «fascista», dato che il samurai, eroe solitario guidato dall’etica dell’onore, si propone paternalisticamente come un difensore del popolo, sottraendogli la sovranità. Sciocchezze ideologizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/mobile-suit-gundam/7028" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4159" style="margin: 10px;" title="gundam" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gundam.jpg" alt="" width="200" height="288" /></a>Erano gli anni Settanta-Ottanta, oggi i robot giganti hanno compiuto e superato i trent’anni, e una piccola ma agguerrita casa editrice, la Iacobelli, sita nei Castelli Laziali, in quel di Pavona di Albano, ha creato una illustratissima e documentatissima (ancorché impaginata in modo un po’ caotico) collana dedicata a questi personaggi, di cui sono usciti i volumetti dedicati a <em><a title="Mazinga" href="http://www.libriefilm.com/mazinga-da-mazinga-z-al-mazinkaiser-lepopea-di-un-guerriero-robot/5155">Mazinga</a> </em>e <a title="Jeeg Robot" href="http://www.libriefilm.com/jeeg-robot-cuore-acciaio/5154"><em>Jeeg Robot</em></a> di Alessandro Montosi, e <a title="Mobile Suit Gundam" href="http://www.libriefilm.com/mobile-suit-gundam/7028"><em>Gundam</em></a> di Davide Castellazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’apparizione di Gundam segnò una svolta epocale per questi personaggi. Yoshiyuki Tomino, che lo creò nel 1979, in un’intervista ha affermato: «Volevamo aggiungerci la fantascienza e una trama più complessa delle altre». Ecco le prime differenze fra lo stile <em>Mazinga </em>e lo stile <em>Gundam</em>: i riferimenti fantascientifici sono esplicitamente tratti dalla <em>science fiction </em>di un grande scrittore oggi quasi dimenticato, Robert A. Heinlein, e da suoi due romanzi <a title="Fanteria dello spazio" href="http://www.libriefilm.com/starship-troopers/7030"><em>Fanteria dello spazio</em></a> (1959) e <em>La Luna è una severa maestra</em> (1966) che, benché fossero stati accusati di essere militaristi e di destra, vinsero il «Premio Hugo» come migliori romanzi dell’anno. Quindi, la trama: non episodi autoconclusivi e ripetitivi nella scaletta delle sequenze, ma una lunga vicenda a seguire che narra la «Guerra di un Anno», cioè quella delle colonie, mondi artificiali in lontane orbite circumterrestri, e il pianeta di origine, con personaggi psicologicamente complessi e un intrecciarsi di vicende.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il lato più interessante, impegnativo e nuovo della saga di Gundam è che nell’anno 0079 dell’Universal Century (cioè, il 2124) non c’è un Male Assoluto e un Bene Assoluto, ma un mondo pieno di sfumature dove tutti e due i contendenti hanno, come dice Davide Castellazzi, «i loro scheletri nell’armadio». Gli eroi e i coraggiosi ci sono &#8211; e vengono riconosciuti come tali &#8211; sia nella Federazione Terrestre sia nel Principato di Zion, così come i traditori e i paurosi. E gli assi delle due fazioni, Amuro Rei e Char Aznable, hanno entrambi i loro pregi e difetti. Insomma, c’è umanità e c’è pure (incredibile a dirsi) una spiegazione delle motivazioni di una parte e dell’altra, e anche i personaggi più antipatici si dimostrano mariti e padri amorevoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, lo scontro fra i robot giganti come il terrestre Gundam guidato da Amuro, e nelle diverse versioni dai suoi amici, da un lato, e gli Zack, i Guf, i Gock di Zion dall’altro, non è tanto fra mostri d’acciaio, quanto solo uno scontro fra guerrieri delle stelle che guidano armature futuribili quasi fossero loro estensioni corporee. E proprio come gli antichi samurai hanno un codice d’onore che, indipendentemente dalla parte in cui militano, cercano di rispettare. Non sempre, a causa d’imprevedibili contingenze o di scatti umorali, ma almeno hanno un punto di riferimento, mentre combattono una guerra spaziale con milioni di morti. La guerra spaziale dei samurai del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Il Giornale</em> dell&#8217;11 marzo 2010.</p>
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		<title>Les Mères et la virilité olympienne</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 17:55:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Julius Evola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pour Evola, l'œuvre de Bachofen est un utile correctif à tant de déviations idéologiques et de vocations faussées propres aux temps modernes]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4155" class="wp-caption alignright" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-4155" title="bachofen" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/bachofen.jpg" alt="" width="180" height="237" /><p class="wp-caption-text">Johann Jakob Bachofen (22 décembre 1815 - 25 novembre 1887)</p></div>
<p style="text-align: justify;">On peut dire de Johann Jakob Bachofen qu&#8217;il est une &#8220;découverte&#8221; de la culture européenne la plus récente. Contemporain de Nietzsche (puisqu&#8217;il naquit à Bâle en 1815 et y mourut en 1887), il appartient au même climat spirituel dans lequel <em>La naissance de la tragédie </em>du même Nietzsche, et la Psyché d&#8217;E. Rohde virent le jour. De son temps, l&#8217;œuvre de Bachofen n&#8217;éveilla quasiment aucun écho. Le grand public n&#8217;y eut pas accès, tandis que les &#8220;spécialistes&#8221; en fait d&#8217;histoire ancienne et d&#8217;archéologie y opposèrent une espèce de conjuration du silence motivée par l&#8217;originalité des méthodes et des conceptions de Bachofen par rapport aux leurs.</p>
<p style="text-align: justify;">Aujourd&#8217;hui, son œuvre a été reprise par de nombreux auteurs et elle est considérée comme celle d&#8217;un précurseur et d&#8217;un chef d&#8217;école. Une première réédition de morceaux choisis de Bachofen en trois volumes est parue à Leipzig en 1926; due à C.A. Bernouilli, elle porte le titre de <em>Urreligion und antike Symbole</em>. Une seconde, enrichie d&#8217;une ample étude introductive et intitulée <em>Der Mythos von Orient und Okzident</em>, fut assurée par A. Baümler, en 1926 également. Ajoutons qu&#8217;une réimpression de l&#8217;ensemble des ouvrages de Bachofen, devenus pratiquement introuvables dans l&#8217;édition originale, est actuellement en cours.</p>
<p style="text-align: justify;">Maîtrisant parfaitement toutes les connaissances de l&#8217;archéologie et de la philologie de son temps, Bachofen s&#8217;est consacré à une interprétation originale des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, des mythes, des cultes et des formes juridiques des temps les plus reculés, interprétations particulièrement importantes par la quantité des thèmes et des référence qu&#8217;elle offre à quiconque entend s&#8217;ouvrir à une dimension quasiment insoupponnée du monde des origines — au point d’apparaître comme une espèce d&#8217;histoire spirituelle secrète des civilisations antiques que masque l&#8217;histoire officielle, pourtant considérée par l’historiographie dite &#8220;critique&#8221; comme l&#8217;instance suprême.</p>
<p style="text-align: justify;">Le fait que, par ailleurs, chez Bachofen, certaines déductions et certains points de détail soient inexacts, que quelques rapprochements pèchent par excès de simplification et qu’après lui, les historiens de l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antiquité</a> aient recueilli bien d&#8217;autres matériaux — tout ceci ne remet pas en question l&#8217;essentiel et n&#8217;autorise aucun de nos contemporains à juger &#8220;dépassées&#8221; ses œuvres maîtresses, fruits d’études approfondies et complexes et d&#8217;heureuses intuitions. De nos jours, Bachofen est aussi peu &#8220;dépassé&#8221; qu&#8217;un Fustel de Coulanges, un Max Muller ou un Schelling. Par rapport à ces auteurs, le moins que l&#8217;on puisse dire, c&#8217;est que ceux qui sont venus après auraient bien besoin de se mettre à la page; car si leurs lunettes — c&#8217;est-à-dire leurs instruments critiques et analytiques — sont indubitablement plus perfectionnés, intérieurement, leur vue semble avoir singulièrement baissé. Quant à leurs recherches, qui sombrent si fréquemment dans une spécialisation opaque et sans âme, elles ne reflètent plus rien du pouvoir de synthèse et de la sûreté d&#8217;intuition de certains maîtres de jadis.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce qui est particulièrement digne d’intérêt chez Bachofen, c&#8217;est avant tout la <em>méthode</em>. Cette méthode est novatrice, révolutionnaire par rapport à la façon habituelle scolastique et académique, de considérer les anciennes civilisations, leurs cultes et leurs mythes, pour la simple raison qu&#8217;elle est &#8220;traditionnelle&#8221;, au sens supérieur de ce terme. Nous voulons dire par là que la manière dont l&#8217;homme de toute civilisation traditionnelle, c&#8217;est-à-dire anti-individualiste et antirationaliste, affrontait le monde de la <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a>, des mythes et des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, est, dans ses grandes lignes, identique à celle adoptée par Bachofen pour tenter de découvrir le secret du monde des origines.</p>
<p style="text-align: justify;">La prémisse fondamentale de l&#8217;œuvre de Bachofen, c&#8217;est que le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> et le mythe sont des témoignages dont toute recherche historique doit tenir sûrement compte. Ce ne sont pas des créations arbitraires, des projections fantaisistes de l&#8217;imagination poétique: ce sont, au contraire, des &#8220;représentations des expériences d&#8217;une race à la lumière de sa <a title="religiosité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosité</a>&#8220;, lesquelles obéissent à une logique et à une loi bien déterminées. Par ailleurs, <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, traditions et légendes ne doivent pas être considérés et mis en valeur en fonction de leur &#8220;historicité&#8221;, au sens le plus étroit du terme: c&#8217;est précisément ici que réside le malentendu qui a empêché l&#8217;acquisition de connaissances précieuses. Ce n&#8217;est pas leur problématique signification historique, mais leur signification réelle de &#8220;faits spirituels&#8221; qu&#8217;il faut considérer.</p>
<p style="text-align: justify;">À chaque fois que l&#8217;événement dûment enregistré et que le document &#8220;positif&#8221; cessent de nous parler, le mythe, le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> et la légende s&#8217;offrent à nous, prêts à nous faire pénétrer une réalité plus profonde, secrète et essentielle: une réalité dont les traits extérieurs, historiques et tangibles des sociétés, des races et des civilisations passées ne sont qu&#8217;une conséquence. Dans cette optique, ceux-ci représentent assez fréquemment les seuls documents positifs que le passé a conservés. Bachofen observe très justement que l&#8217;on ne peut jamais se fier aveuglément à l&#8217;histoire: un événement peut, certes, laisser des traces, mais sa signification interne se perd, elle est emportée par le courant du temps au point d’être insaisissable et incompréhensible chaque fois que la tradition et le mythe ne l&#8217;ont pas fixée.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans les développements, les modifications, les oppositions et même les contradictions des divers <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, mythes et traditions, nous pouvons en effet déceler les forces plus profondes, les &#8220;éléments premiers&#8221;, spirituels et métaphysiques, qui agirent dans le cadre des cycles de civilisation primordiaux et dont ils déterminèrent les bouleversements les plus décisifs. C&#8217;est ainsi que s&#8217;ouvre devant nous la voie d&#8217;une <em>métaphysique de l&#8217;histoire </em>qui, par la suite, n&#8217;est autre que l&#8217;histoire intégrale, où la dimension la plus importante — la troisième dimension — est précisément mise en exergue. L&#8217;interprétation de l&#8217;histoire interne de Rome à laquelle se livre Bachofen, sur la base, justement, des mythes et des légendes de la romanité, est l&#8217;un des exemples les plus convaincants de la portée et de la fécondité d&#8217;une telle méthode.</p>
<p style="text-align: justify;">En second lieu, l&#8217;œuvre de Bachofen revêt une importance toute particulière sur le plan aussi bien d&#8217;une &#8220;mythologie de la civilisation&#8221; que d&#8217;une &#8220;typologie&#8221; et une &#8220;science des races de l&#8217;esprit&#8221;. Se fondant sur les diverses formes que revêtirent jadis les rapports entre les sexes, les recherches de Bachofen mettent à jour l&#8217;existence de certaines formes, typiques et distinctes, de civilisation qui ramènent à autant d&#8217;idées centrales — liées, à leur tour, à des attitudes générales, attestées par autant de conceptions du monde, du destin, de l&#8217;au-delà, du droit, de la société. De telles idées ont quasiment valeur d&#8217; «archétypes», au sens platonicien: ce sont des forces formatrices riches de rapports analogiques avec les grandes forces des choses. Par la suite, elles se manifestent, chez les individus, sous la forme de divers modes d&#8217;être, de divers &#8220;styles&#8221; de l&#8217;âme: dans la façon de sentir, d&#8217;agir et de réagir.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/gp/product/2825107042?ie=UTF8&amp;tag=centrostudila-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=1642&amp;creative=6746&amp;creativeASIN=2825107042" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-4154" style="margin: 10px;" title="le-droit-maternel" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/le-droit-maternel.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>C&#8217;est à ce type bien particulier de science que Bachofen ouvre la voie. Toutefois, il n&#8217;a pas su s&#8217;émanciper totalement du préjugé &#8220;évolutionniste&#8221; qui prévalait de son temps. C&#8217;est ainsi qu&#8217;il a été amené à croire que les diverses formes mises en évidence par lui, dans la direction indiquée plus haut, pouvaient se ranger dans une espèce de succession de stades liée à un &#8220;progrès&#8221; de la civilisation humaine en général. Si, sur le plan morphologique et typologique, la signification supérieure de ses recherches ne doit pas être remise en cause, une pareille limitation doit, bien entendu, être écartée.</p>
<p style="text-align: justify;">Essentiellement, le monde analysé par Bachofen est celui des antiques civilisations méditerranéennes. La multiplicité chaotique des cultes, des mythes, des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, des formes juridiques, des coutumes, etc., qu&#8217;elles nous proposent, se reconstitue dans les ouvrages de Bachofen pour faire finalement apparaître la permanence, sous des formes variées, de deux idées fondamentales antithétiques: l&#8217;idée <em>olympiano-virile</em> et l&#8217;idée <em>tellurico-féminine</em>. Une telle polarité peut également s&#8217;exprimer à travers les oppositions suivantes: civilisation des Héros et civilisation des Mères; idée solaire et idée chtonico-lunaire; droit patriarcal et matriarcat; éthique aristocratique de la différence et promiscuité orgiastico-communautaire; idéal olympien du &#8220;supramonde&#8221; et mysticisme panthéiste; droit positif de l&#8217;<em>imperium</em> et droit naturel.</p>
<p style="text-align: justify;">Bachofen a mis à jour l’ère gynécocratique, c&#8217;est-à-dire l’ère en laquelle le principe féminin est souverain, et à laquelle correspond un stade archaïque de la civilisation méditerranéenne, lié aux populations pélasgiques [= préhelléniques] ainsi qu&#8217;à un ensemble d&#8217;ethnies du bassin sud-oriental et asiatique de la Méditerranée. Bachofen a très justement relevé qu&#8217;aux origines, un ensemble d&#8217;éléments, divers mais concordants, renvoie chez ces peuples à l&#8217;idée centrale selon laquelle, à la source et à l&#8217;apex de toute chose, se tiendrait un principe féminin, une Déesse ou Femme divine incarnant les suprêmes valeurs de l&#8217;esprit. En face d&#8217;elle, ce n&#8217;est pas seulement le principe masculin mais également celui de la personnalité et de la différence qui apparaîtraient secondaires et contingents, soumis à la loi du devenir et de la déchéance — par opposition à l&#8217;éternité et à l&#8217;immutabilité propres à la Grande Matrice cosmique, à la Mère de la Vie.</p>
<p style="text-align: justify;">Cette Mère est parfois la Terre, parfois la loi naturelle conçue comme un fait auquel les dieux eux-mêmes sont assujettis. Sous d&#8217;autres aspects (auxquels nous verrons que correspondent diverses différenciations), celle-ci est aussi bien Déméter, en tant que déesse de l&#8217;agriculture et de la terre mise en ordre, qu&#8217;Aphrodite-Astarté, en tant que principe d&#8217;extases orgiastiques, d&#8217;abandons dionysiaques, de dérèglement hétaïrique dont la correspondance analogique est la flore sauvage des marais. Le caractère spécifique de ce cycle de civilisation consiste principalement dans le fait qu&#8217;il cantonne au domaine naturaliste et matérialiste tout ce qui est personnalité, virilité, différence: dans le fait, inversement, de mettre sous le signe féminin (féminin au sens le plus large) le domaine spirituel, au point d&#8217;en faire souvent, justement, un synonyme de promiscuité panthéiste et l’antithèse de tout ce qui est forme, droit positif, vocation héroïque d&#8217;une virilité au sens non matériel.</p>
<p style="text-align: justify;">Extérieurement, l&#8217;expression la plus concrète de ce type de civilisation est le matriarcat et, de façon plus générale, la gynécocratie. La gynécocratie, c&#8217;est-à-dire la souveraineté de la femme, reflète la valeur mystique qu&#8217;une telle conception du monde lui attribue. Celle-ci peut cependant avoir pour contrepartie (en ses formes les plus basses) l&#8217;égalitarisme du droit naturel, l&#8217;universalisme et le communisme. Le peu de cas fait de tout ce qui est différencié, l&#8217;égalité de tous les individus devant la Matrice cosmique, principe maternel et &#8220;tellurique&#8221; (de <em>tellus</em>, terre) de la nature dont toute chose et tout être proviennent et en lequel ils se disséminent à nouveau au terme d&#8217;une existence éphémère, c&#8217;est cela que l&#8217;on trouve à la base de la promiscuité communautaire comme de celle, orgiastique, des fêtes lors desquelles on célébrait précisément, jadis, le retour à la Mère et à l&#8217;état naturel, et où toutes les distinctions sociales se voyaient temporairement abolies.</p>
<p style="text-align: justify;">Le principe masculin n&#8217;a pas d&#8217;existence propre, il ne se suffit pas à lui-même. Sur le plan matériel, il n&#8217;a de valeur que comme instrument de la génération; il se soumet au lien de la femme ou bien est tenu dans l&#8217;ombre par la luminosité démétrienne de la mère. Sur le plan spirituel, ce n&#8217;est qu&#8217;à travers une extase dionysiaque, rendue propice par des éléments sensualistes et féminins, qu&#8217;il faut recueillir le sens de ce qui est éternel et immuable, qu&#8217;il peut pressentir l&#8217;immortalité — laquelle n&#8217;a cependant rien à voir avec celle, céleste, des Olympiens et des Héros. Et même sur le plan social, l&#8217;homme, qui ne connaît rien d&#8217;autre que la loi brutale de la force et de la lutte, perçoit à travers la femme l&#8217;existence d&#8217;un ordre supérieur plus serein et supra-individuel; il perçoit ce &#8220;mystère démétrien&#8221; qui, sous une forme ou sous une autre, constitua dans l&#8217;<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antiquité</a> la base et le soutien de la loi matriarcale et de la gynécocratie.</p>
<p style="text-align: justify;">À ces conceptions s&#8217;oppose de façon très nette, dans l&#8217;ancien monde méditerranéen, le cycle de la civilisation olympiano-ouranienne. Le centre, ici, n&#8217;est plus constitué par les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> de la Terre ou de la Lune, mais par ceux du Soleil ou des régions célestes (&#8220;ouraniens&#8221;, du mot grec Ouranos) ; par la réalité non pas naturaliste et sensuelle, mais immatérielle; non par le giron maternel, pas plus que par la virilité phallique qui en est la contrepartie, mais par la virilité ouranienne liée aux <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> du Soleil et de la Lune; non par le <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a> de la Nuit et de la Mère, mais par celui du Jour et du Père. Dans une telle civilisation, l&#8217;idéal suprême s&#8217;incarne précisément dans le monde ouranien, conçu comme celui d&#8217;entités lumineuses, immuables, détachées, privées de naissance — par opposition au monde inférieur des êtres qui naissent, deviennent et meurent, au fil d&#8217;une existence éphémère car toujours associée à la mort. La <a title="religion" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religion</a> d&#8217;Apollon et de Zeus: tel est le point de référence suprême. C&#8217;est la spiritualité olympienne, la virilité immatérielle, le caractère solaire de dieux libérés du lien de la femme et de la mère, dont les attributs sont la paternité et la domination.</p>
<p style="text-align: justify;">Les traces laissées par cette tradition, y compris dans la spéculation grecque, sont connues de tous, ou peu s&#8217;en faut: telles qu&#8217;elles furent conçues par les philosophes grecs, les notions de noûs et de &#8220;sphère intelligible&#8221; s&#8217;y rattachent directement. Mais Bachofen met en évidence bien d&#8217;autres expressions de cette tradition: le patriarcat, notamment en ses formes patriciennes, n&#8217;a pas d&#8217;autres prémisses. L&#8217;impulsion à dépasser la simple virilité &#8220;tellurique&#8221; (physique et phallique) dans l&#8217;optique d&#8217;une virilité héroïque ou spirituelle; l&#8217;intégration de tout ce qui est forme et différence, au lieu d&#8217;en faire fi; le mépris de la condition naturaliste; le dépassement du droit naturel par, un droit positif; l&#8217;idéal d&#8217;une formation de soi où l&#8217;état de nature, avec sa loi de la Mère et de la Terre, est remplacé par un nouvel ordonnancement, sous le signe du Soleil et des travaux symboliques d&#8217;un Héraklès, d&#8217;un Persée ou d&#8217;autres héros de la Lumière — tout ceci procède d&#8217;un type de civilisation identique.</p>
<p style="text-align: justify;">Telle est la conception fondamentale de Bachofen. Et elle fournit la clef d&#8217;un type de recherches susceptible d&#8217;être étendues à des domaines beaucoup plus vastes que ceux considérés par le penseur bâlois, d&#8217;autant plus que, nous y avons fait allusion, Bachofen s&#8217;est uniquement servi de tels points de référence pour fixer les grandes lignes des conflits, des bouleversements et des transformations propres à l&#8217;histoire secrète de l&#8217;antique monde méditerranéen.</p>
<p style="text-align: justify;">En Grèce, contrastant avec les formes plus archaïques, aborigènes, liées au culte tellurico-maternel, irradia la lumière de la spiritualité héroïco-olympienne — mais la &#8220;civilisation des pères&#8221; y connut une brève existence. Minée par des processus d&#8217;involution, du fait qu&#8217;elle n&#8217;avait pas été étayée par une organisation politique solide, elle fut victime de la résurgence de cultes et de forces liés à la période précédente, pélasgico-orientale, qu&#8217;elle semblait avoir tout d&#8217;abord jugulés. L&#8217;idée qui la sous-tendait parvint à se transmettre à Rome où elle connut un développement beaucoup plus prometteur, si l&#8217;on se réfère à l&#8217;histoire, jusqu&#8217;à Auguste. À l&#8217;époque d&#8217;Auguste, Rome sembla, en effet, sur le point d&#8217;instaurer une nouvelle ère universelle qui conduirait à son terme cette mission — selon Bachofen, spécifiquement occidentale — pour laquelle la civilisation de l&#8217;Apollon delphique s&#8217;était montrée insuffisamment qualifiée.</p>
<p style="text-align: justify;">Tels étant les principaux traits de la métaphysique de Bachofen quant à l&#8217;histoire méditerranéenne ancienne, il serait opportun de faire maintenant allusion aux autres possibilités qu&#8217;elle offre — une fois dépassé le cadre général &#8220;évolutionniste&#8221; dont nous parlions plus haut.</p>
<p style="text-align: justify;">Des constatations de Bachofen, il ressort que s&#8217;est développée, par opposition aux fondements d&#8217;un monde plus archaïque imprégné d&#8217;une &#8220;civilisation de la Mère&#8221;, une civilisation virile et paternelle qui la supplanta et la vainquit — même si, dans un deuxième temps et dans certaines régions, elle subit à nouveau des bouleversements au terme d&#8217;un cycle donné de civilisation. Tout ceci fut analysé par Bachofen par référence à une espèce de développement automatique advenu au sein d&#8217;une même famille ethnique. Il ramène donc essentiellement l&#8217;opposition entre ces deux civilisations à celle existant entre deux phases progressives et évolutives d&#8217;un processus unique — sans se demander <em>comment</em> l&#8217;une avait pu procéder de l&#8217;autre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il convient, au contraire, de se poser cette question en faisant appel, pour y répondre, à l&#8217;ethnologie. Il ressort d&#8217;un ensemble de recherches ultérieures dans d&#8217;autres domaines, avec une marge de crédibilité suffisante, l&#8217;idée selon laquelle la civilisation méditerranéenne la plus archaïque, préhellénique, caractérisée par le culte de la Femme, du matriarcat, de la gynécocratie sociale ou spirituelle, serait liée à des influences pré-aryennes ou non aryennes — alors que la vision opposée du monde héroïque, solaire et olympien aurait une origine proprement aryenne. Au reste, ceci avait même été pressenti par Bachofen lorsqu&#8217;il mit en relation la première civilisation avec les populations pélasgiques et qu&#8217;il observa que le culte le plus caractéristique du cycle héroïco-solaire, celui de l&#8217;Apollon de Delphes, avait des origines &#8220;hyperboréennes et thraces&#8221; — ce qui revient à dire nordico-aryennes. Ses préjugés évolutionnistes l&#8217;ont toutefois empêché d&#8217;approfondir ces données. Alors qu&#8217;il a accompli une œuvre géniale en ramenant les vestiges de la civilisation gynécocratique, parvenus jusqu&#8217;à nous, à l&#8217;unité archaïque à laquelle ils appartenaient, il a négligé de procéder de façon analogue en ce qui concerne les éléments solaires et olympiens qui avaient affleuré et s&#8217;étaient affirmés dans l&#8217;ancien monde méditerranéen.</p>
<p style="text-align: justify;">Ceci l&#8217;aurait amené à constater l&#8217;existence d&#8217;une civilisation olympienne et paternelle tout aussi archaïque, mais d&#8217;origine ethnique différente. Dans le bassin méditerranéen, les formes les plus pures de cette civilisation sont, par rapport à l&#8217;autre, plus récentes: mais &#8220;plus récentes&#8221; au sens relatif, du fait qu&#8217;elles apparurent seulement à un moment donné — et non pas au sens absolu, c&#8217;est-à-dire au sens qu&#8217;auparavant elles n&#8217;existèrent ou n&#8217;apparurent nulle part, sinon comme les ultérieurs &#8220;stades évolutifs&#8221; d&#8217;un même groupe ethnique. Le contraire pourrait être tout aussi vrai, à savoir que de nombreuses formes, rattachées par Bachofen au cycle de la Mère (à ses aspects supérieurs: lunaires et démétriens), pourraient être considérées, plutôt que réellement propres à une telle civilisation, comme les formes involutives de certains rameaux de la traditon solaire (ce qui correspondrait, entre autres, aux enseignements concernant les &#8220;quatre âges&#8221; que nous a transmis Hésiode), ou encore comme le produit d&#8217;interférences entre elle et la Tradition opposée.</p>
<p style="text-align: justify;">Mais nous ne pouvons nous attarder davantage sur cette question dans la mesure où elle sort du cadre des recherches proprement dites de Bachofen et où, d&#8217;autre part, nous l&#8217;avons déjà traitée dans d&#8217;autres ouvrages (1). Quoiqu&#8217;il en soit, le travail effectué par Bachofen se révélera extrêmement utile, à titre préparatoire, pour celui qui souhaiterait, sur la base des traces constituées par les <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a>, les rites, les institutions, les coutumes et les formes juridiques dérivant respectivement de la civilisation de la Mère et de la civilisation héroïco-solaire, identifier les influences spirituelles et les &#8220;races de l&#8217;esprit&#8221; antithétiques qui agirent dans l&#8217;ancien monde méditerranéen, l&#8217;Hellade et Rome comprises. Du fait des nouveaux matériaux recueillis entre-temps, une telle recherche pourrait obtenir des résultats absolument passionnants. En outre, il serait toujours possible de l&#8217;entreprendre, en partant des mêmes prémisses, vis-à-vis d&#8217;autres civilisations, européennes ou non européennes.</p>
<p style="text-align: justify;">En ce qui concerne l&#8217;utilisation des conceptions de Bachofen sur le plan proprement morphologique et typologique, il conviendrait de noter que cet auteur ne s&#8217;est pas contenté de considérer les deux seuls termes de l’antithèse — c&#8217;est-à-dire solaire et tellurique, principe viril ouranien-paternel et principe tellurico-maternel; il s&#8217;est également penché sur des formes intermédiaires auxquelles correspondent les termes de démétrien (ou lunaire), d’amazonien, d&#8217;héroïque et de dionysien. Nous disposons donc, en tout, de six points de référence en fonction desquels on pourrait définir non seulement des types de civilisation, mais également des modes d&#8217;être spécifiques — au point de pouvoir parler d&#8217;un type d&#8217;homme solaire, lunaire, tellurique, amazonien, héroïque ou dionysien. Nous-mêmes, notamment dans l&#8217;ouvrage évoqué plus haut, nous avons cherché à développer, sur ces bases, une typologie particulière. Une fois encore, il s&#8217;agit là d&#8217;un nouveau domaine des sciences de l&#8217;esprit aux explorations desquels les conceptions de Bachofen peuvent fournir des points de référence précieux.</p>
<p style="text-align: justify;">Enfin, il convient d&#8217;ajouter que ce type de recherches n&#8217;a pas seulement un intérêt rétrospectif dans le cadre de l&#8217;élaboration d&#8217;une histoire secrète du <a title="monde antique" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">monde antique</a>: il pourrait également s&#8217;avérer très utile à tous ceux qui s&#8217;efforcent de découvrir le véritable visage de l&#8217;époque que nous vivons et de formuler à la fois un diagnostic et un pronostic sur la civilisation occidentale dans son ensemble. Ici et là, dans ses ouvrages, Bachofen a pressenti l&#8217;existence de lois cycliques sous le poids desquelles, au terme d&#8217;un développement donné, certaines formes involutives et dégénérescentes représentent quasiment un retour de stades positifs jadis laissés derrière lui par le processus de développement général. Or, plus d&#8217;un auteur a relevé, dans le sillage de Bachofen, combien la civilisation occidentale contemporaine présente et reproduit de façon inquiétante les traits distinctifs d&#8217;une époque de la Mère, d&#8217;une époque tellurique et aphrodisienne, avec toutes les conséquences que cela implique.</p>
<p style="text-align: justify;">Voici, par ex., ce qu&#8217;écrit Alfred Baümler dans l&#8217;introduction déjà citée à des morceaux choisis de Bachofen: &#8220;Un seul regard jeté, dans les rues de Berlin, Paris ou Londres, sur le visage d&#8217;un homme ou d&#8217;une femme moderne, suffit à se convaincre qu&#8217;aujourd&#8217;hui le culte d&#8217;Aphrodite est celui devant lequel Zeus ou Apollon doit laisser la place (&#8230;). C&#8217;est un fait patent que le monde contemporain présente tous les traits d&#8217;une époque gynécocratique. Au cœur d&#8217;une civilisation épuisée et décadente surgissent de nouveaux temples d&#8217;Isis et d&#8217;Astarté, de ces divinités maternelles asiatiques que l&#8217;on servait par l&#8217;orgie et le dérèglement, avec le sentiment d&#8217;un abandon sans espoir dans la jouissance. Le type de la femme fascinante est l&#8217;idole de notre temps et, les lèvres fardées, elle hante les villes d&#8217;Europe comme jadis Babylone. Et comme si elle voulait confirmer la profonde intuition de Bachofen, la dominatrice moderne de l&#8217;homme, ne cachant rien de ses charmes, porte dans ses bras un chien, <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> de la promiscuité sexuelle sans limites et des forces d&#8217;en-bas&#8221;. Mais ce type d&#8217;analogie pourrait donner lieu à de bien plus vastes développements.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;époque moderne est &#8220;tellurique&#8221; non seulement en ses aspects mécanicistes et matérialistes, mais encore, essentiellement, en, ses divers aspects activistes, dans son fatras de <a title="religions" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religions</a> de la Vie, de l&#8217;Irrationnel et du Devenir — exactes antithèses de toute conception classique ou &#8220;olympienne&#8221; du monde. Un Keyserling, par ex., a cru pouvoir parler du caractère &#8220;tellurique&#8221; — c&#8217;est-à-dire irrationaliste, lié essentiellement à des formes de courage, de sacrifice, d&#8217;élan et de don de soi privées de toute référence vraiment transcendante — présenté par ce moderne mouvement de masse que l&#8217;on a appelé, de façon générale, le &#8220;révolution mondiale&#8221;. Avec la démocratie, le marxisme et le communisme, l&#8217;Occident a fini par exhumer, sous des formes sécularisées et matérialisées, l&#8217;antique droit naturel, la loi égalitariste et anti-aristocratique de la Mère chthonienne qui stigmatise l’ &#8220;injustice&#8221; de toute différence: et le pouvoir si souvent accordé, sur cette base, à l&#8217;élément collectiviste semble proprement remettre en honneur l&#8217;ancien discrédit de l&#8217;individu propre à la conception tellurique.</p>
<p style="text-align: justify;">Avec le romantisme moderne, voici que renaît Dionysos: il a la même passion pour l&#8217;informe, le confus, l&#8217;illimité; on y trouve la même confusion entre sensation et esprit, la même opposition à l&#8217;idéal viril et apollinien de la clarté, de la forme, de la limite. Nietzsche lui-même, grand admirateur de Dionysos, est une preuve vivante et tragique de l&#8217;incompréhension moderne pour un tel idéal et l&#8217;aspect tellurique de nombre de ses conceptions le montre bien. Par ailleurs, après avoir lu Bachofen, il n&#8217;est pas difficile de constater le caractère lunaire propre au type le plus répandu de la culture moderne: à savoir la culture basée sur un blafard et vide intellectualisme, la culture stérile, coupée de la vie, s&#8217;épuisant dans la critique, la spéculation abstraite et la vaine créativité esthétisante — culture qui, ici encore, est à mettre en relation étroite avec une civilisation qui a porté le raffinement de la vie matérielle à des formes extrêmes (selon la terminologie proprement bachofenienne, on dirait aphrodisiennes) et où la femme et la sensualité deviennent souvent des thèmes prédominants — au point de devenir quasiment pathologiques et obsessionnels.</p>
<p style="text-align: justify;">Et là où la femme ne devient pas la nouvelle idole des masses sous la forme moderne, non plus des déesses mais des &#8220;divas&#8221; cinématographiques et autres apparitions aphrodisiennes envoûtantes, elle affirme fréquemment sa primauté sous de nouvelles formes amazoniennes. C&#8217;est ainsi qu&#8217;apparaît la femme moderne, masculinisée, sportive et garçonne — la femme qui se consacre exclusivement à l&#8217;épanouissement de son corps (trahissant ainsi la mission qui l&#8217;attend normalement dans une civilisation de type viril), qui s&#8217;émancipe, qui se rend indispensable et va jusqu&#8217;à faire irruption dans l’arène politique. Mais, cela non plus ne lui suffit pas.</p>
<p style="text-align: justify;">Dans les sociétés anglo-saxonnes et surtout en Amérique, l&#8217;homme qui épuise sa vie et son temps dans l&#8217;abrutissement des affaires et la poursuite des richesses — richesses qui servent, pour une bonne part, à payer le luxe, les caprices, les vices et les &#8220;raffinements&#8221; féminins —, un tel homme, qui s&#8217;intéresse tout au plus au sport, a volontiers laissé à la femme le privilège, sinon le monopole, de s&#8217;occuper des &#8220;choses spirituelles&#8221;. C&#8217;est pourquoi l&#8217;on voit surtout pulluler, dans ce type de société, les sectes &#8220;spiritualistes&#8221;, spirites et occultistes où le fait que prédomine l&#8217;élément féminin est déjà en soi significatif (ce sont, par ex., deux femmes, Madame Blavatsky et Madame Besant, qui ont fondé et dirigé ce qui prit le nom de Société Théosophique).</p>
<p style="text-align: justify;">Mais c&#8217;est pour bien d&#8217;autres raisons que cette simple circonstance quele néo-spiritualisme nous apparaît comme une espèce de réincarnation des vieux Mystères féminins: l&#8217;informe évasion de l&#8217;âme dans de nébuleuses expériences suprasensibles, la confusion entre médiumnité et spiritualité, l&#8217;évocation inconsciente d&#8217;influences réellement &#8220;infernales&#8221; et l&#8217;importance accordée à des doctrines telles que la réincarnation tendent à confirmer, dans ces courants pseudo-spiritualistes, la correspondance déjà évoquée et à démontrer que, dans ces aspirations déviées de dépasser le &#8220;matérialisme&#8221;, le monde moderne n&#8217;a rien su trouver qui le remette en contact avec des traditions supérieures de caractère olympien et &#8220;solaire&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Quant à la psychanalyse, avec la prééminence qu’elle accorde à l’inconscient par rapport au conscient, au côté &#8220;nocturne&#8221;, souterrain, atavique, instinctif et sexuel de l’être humain par rapport à l&#8217;existence de veille, à la volonté, à la véritable personnalité, elle semble se référer proprement à la vieille doctrine de la Nuit sur le Jour, de l&#8217;obscurité des Mères sur les formes, supposées caduques et sans intérêt, qui émanent d&#8217;elle.</p>
<p style="text-align: justify;">On doit reconnaître que de telles analogies ne sont ni extravagantes ni le fait de dilettantes; elles ont une base considérable et sérieuse qui leur donne un caractère inquiétant, dans la mesure où, selon nous, la réapparition d&#8217;une ère gynécocratique ne peut signifier que la fin d&#8217;un cycle et l&#8217;écroulement des civilisations fondées sur une race d&#8217;ordre supérieur. Mais, nombre de conceptions de Bachofen, au même titre qu&#8217;elles nous permettent de mettre en évidence ces symptômes de décadence, nous indiquent également des points de référence en vue d&#8217;une réaction et d&#8217;une restauration éventuelles. Ils ne peuvent être constitués que par les valeurs &#8220;olympiennes&#8221; d&#8217;une nouvelle civilisation, anti-gynécocratique et virile. Tel est, pour Bachofen lui-même, le &#8220;mythe de l&#8217;Occident&#8221; — c&#8217;est-à-dire l&#8217;idée formatrice, l&#8217;idéal qui définirait ce qu&#8217;il y a de plus spécifiquement &#8220;occidental&#8221; dans l&#8217;histoire de la civilisation.</p>
<p style="text-align: justify;">Pour Bachofen, nous l&#8217;avons vu, c&#8217;est Rome qui, au terme de la tentative de l&#8217;Hellade apollinienne, aurait assumé un tel idéal, aurait affirmé une &#8220;société du père&#8221; sur des bases universelles, au long d&#8217;une lutte tragique contre des forces qui, peu à peu, devaient à nouveau réaffleurer, puis se réaffirmer, dans tel ou tel domaine de la vie et de la société romaines. Celui qui est capable de pressentir la profonde vérité de cette vue de Bachofen voit s&#8217;ouvrir à lui un champ de recherches aussi vaste que passionnant: celui du repérage et de la découverte d&#8217;une romanité olympiano-paternelle, au sens supérieur. Cependant, après le massacre qu&#8217;une insipide et prétentieuse rhétorique a fait du nom de Rome, après ce qu&#8217;une érudition et ce qu&#8217;une historiographie académiques, plates et sans âme ont accompli pour nous faire ignorer tout ce que la romanité des origines possédait de lumineux, d&#8217;éternel et qui constituait sa véritable mission, comment mettre sérieusement en évidence l&#8217;importance qu&#8217;aurait, selon nous, une telle recherche et celle que revêt, dans cette optique, l&#8217;œuvre même de Bachofen de façon générale?</p>
<p style="text-align: justify;">Mais ce qui, pour un ensemble de facteurs en partie contingents, n&#8217;est peut-être pas possible aujourd&#8217;hui, il peut se faire que cela le soit demain, à une époque moins troublée. Avoir bien mis en évidence la dignité de la société virile et olympienne, c&#8217;est là l&#8217;un des plus grands mérites de l&#8217;œuvre de Bachofen — utile correctif à tant de déviations idéologiques et de vocations faussées propres aux temps modernes.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Notes</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. Essentiellement dans <em>Révolte contre le monde moderne</em>.<br />
2. Cf. not. <em>Masques et visages du spiritualisme contemporain </em>(1932).</p>
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