Fausto Sozzini: il coraggio della coerenza e della ragione

Per chiunque si occupi di questioni di storia religiosa risulta dato piuttosto evidente che, nell’Italia post-tridentina, coloro che si opposero per motivi di coscienza alle decisioni dei 255 “principi della chiesa” che anatemizzarono conciliarmente ogni tentativo di riforma della struttura ecclesiastica fossero in grande maggioranza membri delle classi più elevate. Non è certo cosa stupefacente, nel momento in cui appare ovvio che, in un periodo in cui oltre l’80% della popolazione era analfabeta e, sebbene in misura molto minore rispetto ai secoli precedenti, la cultura era ancora in gran parte appannaggio del clero, l’esercizio della ragion critica applicata al corpus scritturale risultasse riservata ai pochi che avessero le possibilità economiche di studiare e la forza di esercitare il proprio diritto al dissenso in circoli capaci di recepire le loro istanze.

Altrettanto evidente è che questo elemento rendesse l’esercizio della coscienza critica in un periodo caratterizzato da una rinnovata persecuzione inquisitoriale particolarmente meritorio: fatte salve alcune frange popolari, per lo più “rievangelizzate” proprio da appartenenti ai suddetti circoli, gran parte dei cosiddetti “eretici” rinunciò, per l’affermazione delle proprie idee e della propria fede, a vite caratterizzate da onori e notevoli livelli di agiatezza per mettere a repentaglio la propria esistenza in situazioni in cui, con estrema frequenza, l’esilio risultava l’unica possibilità di sopravvivenza.

Se tale percorso è, come detto, piuttosto frequente, in alcuni casi esso risulta particolarmente evidente, come nel caso di Fausto Sozzini, patrizio senese discendente in linea diretta dall’eminente avvocato Mariano Sozzini, considerato uno dei più importanti giureconsulti della sua epoca, figlio di Alessandro Sozzini, altro importante avvocato premiato nel 1530 con diploma di “dottore di diritto civile e canonico” presso l’Università di Siena e Professore Ordinario presso l’Università di Padova e di Agnese, figlia di Pandolfo Petrucci, Capo della Repubblica di Siena, e di Vittoria Piccolomini, nipote di Papa Pio II: pochi uomini erano, in tutta Italia, così collegati alle più nobili e potenti casate nobiliari e pochi avrebbero potuto tanto facilmente aspirare alle più alte cariche civili, ma, tra tanti illustri parenti, Fausto decise di seguire le orme unicamente di colui che, unico tra tutti, aveva deciso di dedicare la propria vita alla lotta per la propria libertà di coscienza, suo zio Lelio, noto protestante evangelico costretto all’esilio.

Ma procediamo con ordine nella disamina della biografia di Fausto.

Nato a Siena il 5 dicembre 1539, egli rimase orfano di padre a soli quattro anni, ma certamente questo non significò in alcun modo rimanere privo di mezzi e, cresciuto dalla madre, ricevette una educazione prevalentemente letteraria (e abbastanza asistematica, basata com’era sulla lettura di opere della letteratura cortese) piuttosto che giuridica, come sarebbe stato più in linea con la tradizione famigliare. In età adulta, un suo grande cruccio fu quello di non aver mai studiato con un precettore, di essere estraneo alla filosofia e di aver appreso solo pochi rudimenti di quella logica che gli sarebbe stata così utile nelle controversie scritte, ma, forse, fu proprio questa estraneità al pensiero formalizzato a permettergli di approcciare le questioni religiose senza pregiudizi.

E’ molto probabile che proprio in questo periodo si facesse particolarmente forte su di lui l’influenza dello zio paterno Lelio che, trasferitosi a studiare a Venezia, era entrato in contatto con gli ambienti evangelici e, convertitosi, come molti della sua epoca aveva dovuto rifugiarsi prima a Chiavenna (appartenente allora, come tutta la Valtellina, ai tolleranti Grigioni), poi, dopo peregrinazioni in Svizzera, Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, ancora in Svizzera (a Ginevra, presso Nicolas Meyer) e a Wittenberg (nel 1550-51, ospite di Filippo Melantone e di Johann Forster), dal 1551 aveva deciso di stabilirsi a Zurigo ma che aveva mantenuto, nonostante lo status di esiliato, contatti piuttosto stretti con la famiglia, sia con frequenti epistole ai parenti, sia riuscendo addirittura, in qualche occasione, a tornare a Siena.

Formalmente, però, la sua educazione venne affidata ad un altro zio paterno, Celso, professore di diritto a Bologna, che proprio in questa città ospitò Fausto dal 1554 al 1557, facendolo ammettere all'”Accademia dei Sizienti”, dedita a studi legali.

Nel 1557, comunque, ritroviamo il giovane futuro leader religioso di nuovo a Siena, membro, dell'”Accademia degli Intronati”, dove entrò con il nome di “Frastagliato”, sempre al seguito dello zio Celso, che aveva assunto il nome di “Sonnacchioso”: le riunioni degli Intronati, votati a discussioni su letteratura, lingua e religione furono per lui senz’altro più interessanti di quelle dei Sizienti, dedicati solo ad argomenti giuridici. Queste frequentazioni non portarono mai, comunque, Fausto ad ottenere  un titolo di studi, del quale non sentiva alcuna necessità dal momento che, dal 1556, avendo ricevuto, alla morte del nonno Mariano, in eredità un quarto dei beni di famiglia, egli poté disporre (per oltre trent’anni) di una certa sicurezza economica.

Intanto proseguiva l’epistolario di Lelio con il nipote e con il resto della famiglia: le sue lettere,  mezzi per infondere nelle menti dei parenti molte delle sue opinioni teologiche, avevano una grande influenza su Fausto ma pare che, in ogni caso, tali missive non fossero né particolarmente radicali né apertamente “ereticali” e che, in alcuni casi, Lelio arrivasse addirittura a rifiutarsi di soddisfare la curiosità di suo nipote su alcuni argomenti troppo scottanti. La causa di tale riservatezza era probabilmente la paura dell’eretico espatriato che la sua corrispondenza con il nipote e altri amici in Italia potesse essere intercettata e, conseguentemente, che i suoi progetti per la divulgazione delle sue idee tra i suoi concittadini venissero prematuramente scoperte e rese abortive: non si trattava di timori infondati, come dimostra il fatto che l’intera famiglia del Sozzini venne coinvolta in sospetti di eresia e un altro zio di Fausto, Cornelio, arrivò addirittura a essere arrestato e messo in carcere.

Tale arresto spaventò molto Fausto che, essendo molto vicino alle idee di Lelio, decise di abbandonare la città natale e cercare rifugio in Francia.

Nel 1562, proprio mentre era residente a Lione, il giovane venne a conoscenza della morte improvvisa dello zio a Zurigo e si recò immediatamente in tale città per prendere possesso, con l’aiuto di Mario Besozzi, di quei manoscritti del defunto la cui lettura avrebbe formato la base primaria delle sue future costruzioni teologiche.

Il processo di assorbimento delle idee radicali espresse in testi quali la Confessione del 1555 e la De sacramentis dissertatio del 1560 fu, comunque lungo e travagliato e necessitò oltre un decennio.

Nel frattempo, Fausto, dopo un’assenza di circa tre anni, rientrò in Italia e, riuscendo ad entrare nelle grazie del Granduca Francesco di Toscana, visse dodici anni a corte, dove svolse funzioni diplomatiche raggiungendo alti gradi di favore da parte del sovrano.

Fu solo intorno ai 35 anni che l’ormai più maturo cortigiano cominciò a sviluppare riflessioni più alte sul valore della propria esistenza che lo portarono alla ferma convinzione che gli onori terreni fossero ben poca cosa a confronto della missione di occuparsi delle questioni divine: a seguito di questo convincimento, Fausto si risolse ad abbandonare volontariamente  il suo paese, i suoi amici, la carriera diplomatica e le ricchezze, nonostante le insistenti richieste del Granduca (trasmesse attraverso un numero cospicuo di lettere del cognato Paolo Giordano Orsini) di ritornare sopra le sue decisioni, per dedicarsi unicamente agli studi e alla predicazione teologica.

Così, nel 1574, Fausto lasciò  l’Italia alla volta di Basilea, dove venne ricevuto con grandi onori e dove risiedette tre anni studiando teologia e analizzando le Sacre Scritture alla luce dei documenti ereditati da suo zio.

Durante il soggiorno a Basilea l’atteggiamento dello studioso senese fu per lo più nicodemico ma, a partire dal 1577, egli cominciò ad esprimere apertamente, in conversazioni con amici e conoscenti e, in seguito, in dibattiti pubblici e in scritti, le proprie opinioni religiose relative alla divinità di Cristo, finendo, come era naturale che fosse nel clima rigidamente riformato della città, per diventare oggetto d’indagine da parte delle autorità cittadine.

Per evitare problemi, allora, oltre che per prendersi cura della sua salute, notevolmente deteriorata dalle tensioni derivanti dalle dispute a cui stava prendendo parte, decise di prendersi un periodo di riposo a Zurigo ma, anche qui, si trovò coinvolto in una contesa teologica con  Francesco Pucci, che dovette affrontare senza l’ausilio dei testi che aveva lasciato a casa, ma che vinse piuttosto chiaramente, ottenendo da ciò un notevole fama in tutto il mondo protestante.

Tornato a Basilea a fine 1578, completò un testo che doveva essere una sorta di summa del suo pensiero: De Servatore, con il quale si inserì pienamente nella corrente antitrinitaria della Riforma radicale.

Fu proprio da tale corrente che, nel periodo immediatamente successivo, sorsero i maggiori problemi teologici che Fausto dovette affrontare: l’antitrinitarismo era, in quel momento, scosso dalla questione “anti-adorantista” sollevata in Transilvania da Ferencz David e da alcuni altri e, per trovare un rimedio ad una frattura che poteva essere molto dannosa per tutto l’Unitarianesimo, Giorgio Biandrata si risolse a chiamare da Basilea il teologo senese, offrendosi di pagargli tutte le spese e di ospitarlo proprio a casa di David.

E’ noto che il tentativo di Sozzini, che rimase in Transilvania per 4 o 5 mesi, di moderare le posizioni di David non ebbe successo, con conseguenze piuttosto devastanti che portarono all’arresto e alla morte di David stesso, ma, in realtà non è ancora molto chiaro che parte ebbe Fausto nell’intera vicenda.

In generale, le accuse mosse nei suoi confronti sono soprattutto tre:

1) lo si addita come l’istigatore occulto di Biandrata quando questi montò il procedimento contro il vescovo transilvano;

2) lo si  accusa di aver abusato della fiducia e dell’ospitalità di David solo allo scopo di fornire il materiale probatorio su cui si fondò l’accusa del processo;

3) lo si critica per aver assistito al dibattimento processuale, inferendo che egli fosse uno dei principali consulenti degli accusatori.

Già gli studi del XIX secolo, in particolare quelli del Rees,  hanno, però, notevolmente contribuito ad “alleggerire” la posizione di Sozzini in tutta la questione.

In primo luogo, non esiste alcuna prova di una corresponsabilità del senese nella rottura tra David e Biandrata e, anzi, tutte le evidenza sembrano puntare verso un suo tentativo di ricomporre tale rottura, già avvenuta prima del momento del suo arrivo, come appare chiaro dalle lettere coeve di Biandrata stesso.

In secondo luogo, Sozzini si limitò unicamente a trasmettere a Biandrata i testi (per altro pubblici) delle dispute scritte intercorse tra lui e David e con il benestare di David stesso. Inoltre, nella convocazione del sinodo voluto da Biandrata per accusare David e datata 7 aprile 1579, si focalizza l’attenzione sulle “tesi innovative” del vescovo unitariano ma il nome di Sozzini non appare in nessuna parte del documento, unicamente a firma del Biandrata, in cui unicamente vengono riprese numerose “antitesi” già scritte e rese pubbliche dal Sozzini che, per altro, mai si permise di esprimere giudizi sull’atteggiamento o sulla “ortodossia” di David, ma unicamente, si oppose intellettualmente ad alcuni suoi costrutti teologici.

Infine, pur essendo comprovata (anche per affermazione dello stesso Fausto) la presenza del teologo senese al sinodo, presenza, per altro, dovuta a espresso ordine del principe Bathory, è un dato di fatto che egli, pur avendo preparato alcune dichiarazioni da produrre eventualmente durante il dibattimento, non venne mai interpellato e che, in ogni caso, la sua presenza stessa fosse il risultato di un (forse voluto da Biandrata) fraintendimento, ritenendo Sozzini che l’attività del Sinodo sarebbe stata quella di discutere, come teologi, la controversia, senza che ciò dovesse portare in alcun modo a sollevare il sovrintendente dal suo incarico né, tantomeno ad arrestarlo.

Il dissenso di Sozzini riguardo all’andamento e alla conclusione della disputa adorantista può essere anche inferito dal fatto che egli, subito dopo la fine del dibattimento, decise di partire alla volta della Polonia, con la scusa di sfuggire ad una epidemia di colera che allora infuriava sulla Transilvania.

Quando giunse a Cracovia Fausto aveva quarant’anni, forse era desideroso di porre termine ad una vita di peregrinazioni e, certamente, trovò una piena consonanza con alcune delle idee circolanti a quel tempo nella neonata chiesa antitrinitaria polacca.

Si trattava, però, di una chiesa fortemente frammentata su alcuni punti teologici minori e, da subito, il teologo italiano si trovò coinvolto in numerose dispute in difesa di quella che egli considerava la causa di Dio e della Verità: la veemenza della sua forza dibattimentale finì ben presto per esasperare alcuni avversari, che arrivarono ad accusarlo formalmente davanti al re.

Forse temendo ripercussioni, allora, Fausto decise, dopo quattro anni di soggiorno, di lasciare Cracovia, ritirandosi nella tenuta di Christopher Morstinius, un nobile polacco, signore di Paulikovice, molto vicino alle sue idee. A quel tempo la nobiltà polacca aveva quasi una giurisdizione indipendente ed esercitava un’autorità pressoché assoluta all’interno delle proprie aree feudali e, dunque, pur risiedendo a pochi chilometri da Cracovia, Fausto ebbe la possibilità di esercitare liberamente il proprio ministero, senza temere di venire incarcerato per eresia, cosa che sarebbe quasi certamente avvenuta se fosse rimasto nella capitale ed essendo completamente mantenuto dal principe, che finì addirittura per dagli in moglie sua figlia.

L’apparentamento  con una delle più nobili famiglie polacche, oltre a dare a Sozzini la gioia della paternità (sua figlia Agnese nacque il giorno di Pentecoste del 1587), gli permise di diffondere le sue opinioni tra le classi superiori e gli guadagnò una notevole influenza che, in breve, lo portò alla leadership di quella chiesa antitrinitaria che lo aveva inizialmente rifiutato.

Il 1587 fu, però, anche l’anno forse più nefasto della sua vita: pochi mesi dopo la nascita della figlia sua moglie morì, poco dopo egli stesso venne colto da terribili febbri che lo costrinsero ad interrompere a lungo ogni studio e ogni dibattito pubblico e, come se tutto ciò non bastasse, la morte del Granduca di Toscana Francesco, lo privò, dopo un interessamento personale addirittura del papa, di ogni ricavato derivante dai suoi possedimenti italiani, tanto che solo grazie alla mediazione prima di Isabella Medici, sorella del Granduca, poi grazie alla munificenza di suo fratello Fausto poté continuare a vivere occupandosi di teologia.

Il teologo, comunque, sopportò con grande pazienza questi afflizioni e, forse anche per non pensare alle sue tragedie personali, si buttò a capofitto nella vita religiosa della Comunità polacca.

Fin dal suo arrivo aveva partecipato attivamente alle assemblee ecclesiastiche: al sinodo di Wengrow del 1584, era stato proprio lui ad imporre la linea adorantista, sostenendo che il rifiuto del culto di Cristo avrebbe portato al Giudaismo e all’ateismo, mentre, sempre a Wengrow e poi al sinodo di Chmielnik, tenutasi nello stesso anno, aveva potentemente contribuito al rifiuto delle opinioni millenariste insegnate da molti antitrinitariani, oltre a difendere con successo la sua chiesa contro gli attacchi dei gesuiti di Posnania. La sua leadership venne, però, completamente riconosciuta solo al Sinodo di Brest, in Lituania, nel 1588, nel quale riuscì ad eliminare tutte le divergenze che separavano i vari gruppi antitrinitari polacchi e a dare unità alla Chiesa dei Fratelli, anche tramite la stampa di un Catechismo che riuscì a fondere le varie opinioni discordanti in un sistema religioso armonico in cui grande spazio venne dato alla valenza salvifica della morte e del sacrificio di Cristo, alla confutazione dei concetti teologici di giustificazione e di corruzione della natura umana e alla negazione delle tesi di David e di Simon Budni relative al non adorantismo.

E’ proprio dopo Brest che Sozzini iniziò a formare una propria schiera di allievi, a partire dal pastore della Chiesa di Luclavice Pietro Statorius, da Niemojevius, Czechovicius, e Johannes Securinus, a cui poi si aggiunsero i tre fratelli Andrea, Stanislao e Christopher Lubieniecius e molti altri: si trattava di uomini tutti di discendenza illustre, allevati come cortigiani e abituati alla compagnia di re, principi, e nobili, dunque sicuri di sé e delle proprie idee tanto da riuscire, nei vari sinodi, a convertire gran parte dei dissenzienti alla loro causa e da riuscire a formare una comunità forte e omogenea.

Fu probabilmente proprio l’accresciuta forza della nuova comunità a cominciare ad attirare l’attenzione degli avversari protestanti verso Sozzini, in particolare dopo la riedizione a Cracovia del suo De Servatore, tanto che, nel 1598, proprio quando era malato e confinato nella sua camera per un riacutizzarsi delle sue febbri periodiche, una plebaglia, istigata dagli studenti riformati dell’Università, fece irruzione a casa sua e lo trascinò mezzo nudo nella piazza del mercato con l’intenzione di ucciderlo: solo l’interposizione di due professori, assistiti dal Rettore dell’Università, riuscì a salvargli la vita, ma Fausto vide la sua ricchissima biblioteca depredata e messa alle fiamme dai facinorosi, cosa che gli provocò un enorme dolore.

Dopo questo barbaro attacco, Sozzini decise di ritirarsi per la seconda volta da Cracovia, e trovò asilo a Luclavice, un villaggio a nove miglia dalla città che divenne la sua residenza fino alla morte. Qui, protetta dal signore locale, Abraham Blonski, esisteva da tempo una Chiesa antitrinitaria, retta, come accennato, da Statorius e il lavoro congiunto dei due fece di questo piccolo villaggio il centro dei Fratelli polacchi, in particolare durante la lunga polemica sul battesimo che vide il dissenso di Czechovicius dalle opinioni dei suoi confratelli: Czechovicius sosteneva che il battesimo per immersione fosse necessario per tutti i credenti adulti e per tutti i bambini nati da genitori cristiani, mentre Sozzini non solo considerava erroneo il battesimo infantile ma riteneva anche che il battesimo non dovesse essere considerato come un decreto perenne della Chiesa e fosse utile solo per coloro che si convertivano da una chiesa non cristiana.

Fu questa l’ultima battaglia dell’ormai anziano Sozzini che, ormai vinto dalle continue febbri, si spense, dopo una forte colica renale, il 3 marzo 1604. L’epitaffio che la sua congregazione fece scrivere sulla tomba mostra quello che coloro che gli erano stati più vicini pensavano di lui: “Tota Ruet Babylon: destruxit tecta Lutherus, Muros Calvino, sed fundamenta Sozzini“.

L’opera omnia di questo grande autore venne curata da suo nipote Andrzej Wiszowaty e dal dotto stampatore Frans Kuyper e venne pubblicata ad Amsterdam, nel 1668, in due volumi a folio che formano le prime uscite “Bibliotheca fratrum polonorum”. Sozzini riteneva  che, tra tutti i suoi scritti, il suo lavoro migliore fosse un Contra atheos che, purtroppo, andò perduto nella devastazione del 1598 e, nonostante alcuni tentativi dell’autore di riprendere in mano l’argomento, non venne mai riscritto. Conseguentemente, la sua fama di teologo poggia principalmente sul De Scripturae sacrae del 1570, in cui egli anticipa gran parte degli elementi basilari che animeranno in seguito la critica storica, e soprattutto, sul De Jesu Christo servatore del 1578, il suo capolavoro, che risulta, con la sua lettura in chiave completamente umana delle opere di Gesù, un caposaldo della letteratura antitrinitaria e della indagine biblica anti-letteralista basata sulla logica interpretativa razionale che togli di significato ad ogni ipotesi di sottomissione a qualsiasi magisterio.

Bibliografia:

–       F. Blount Mott, A Short History of Unitarianism Since the Reformation, BiblioBazaar 2008;

–       T.M. Lindsay, History of the Reformation in Switzerland, France, the Netherlands, Scotland and England, Vol. 2, Kessinger Publishing LLC 2003;

–       L. Lorenzetti, L’Antropologia Filosofica di Fausto Sozzini, CUSL – Milano 1995;

–       T. Rees, Faustus Socinus and Francis David, in “Monthly Repository”, agosto 1818;

–       E.M. Wilbur, A history of Unitarianism, Vol.1, Harvard U.P. 1923.

Segui Lawrence Sudbury:

Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

Lascia una risposta