Gentile non è il nostro filosofo

Il filosofo Giovanni Gentile Non occorre essere anti-idealisti per essere antigentiliani (e anticrociani). Si può dire che è soltanto per ignoranza o per un provincialismo intellettuale che, da noi, cotesti «filosofi» hanno potuto esser presi sul serio e possono essere stati ammirati. Bisogna non aver studiato direttamente (come noi l’abbiamo fatto) i grandi sistemi dell’idealismo trascendentale tedesco, bisogna non averne conosciuto i problemi immanenti che condussero, ad esempio, di là da Hegel, al «secondo» Fichte e al «secondo» Schelling, a Schopenhauer e allo stesso von Hartmann, per non rendersi conto che Croce e Gentile non sono che due sparuti epigoni, il cui unico merito è di aver condotto all’assurdo le posizioni dell’idealismo assoluto, fino ad un vero e proprio collasso speculativo.

 

In altra sede, di ciò abbiamo data una esauriente dimostrazione. Qui basterà indicare sommariamente il punto centrale, dal quale si può vedere come un gentilianesimo coerente sbocca in una filosofia ignava della rinuncia interiore o del fatto compiuto.

 

Il punto di partenza dell’idealismo lo ha costituito la cosiddetta «teoria criticistica della conoscenza», riassumibile nell’abbastanza lapalissiano “esse est percipi” del Berkeley, cioè: concretamente, possiamo parlare solo della realtà di quel che percepisco, o penso, o imagino o, comunque, mi rappresento. Così come punto centrale di riferimento per ogni certezza viene posto il soggetto conoscente o pensante. Questo soggetto in Kant diviene l’«io penso» in universale, in Fichte diviene l’Io trascendentale e, infine, nel Gentile diviene il «Logo» o «autoconcetto» o «atto puro». Ma qui interviene una vera mistificazione: dall’idea abbastanza banale, che ci si trova chiusi nel cerchio di ciò che, in un modo o nell’altro, io penso, sperimento o suppongo, ecco che si passa all’idea che l’Io, quasi come un Dio, è il libero, volontario creatore di ogni contenuto di una tale esperienza. È evidente, e stupefacente, qui, la confusione fra l’Io come semplice soggetto conoscente, e l’Io come libertà e volontà. Io posso anche dire che il percepito o il rappresentato non esiste fuori dall’atto del mio percepirlo o rappresentarmelo («il mondo è la mia rappresentazione»), ma quanto a dire (fuor che nei ristrettissimi limiti di certi domini mentali e culturali, e solo in parte sociali e storici) che quel che percepisco l’ho anche «posto», liberamente e volontariamente – ciò è evidentemente tutta un’altra cosa. Il gentilianesimo qui se la cava con la teoria della «volontà concreta» o della «storicità dello spirito», la quale è una autentica mistificazione. Vi è una infinità di cose che accadono, ma che io non voglio né desidero per nulla. E allora? Allora il Gentile vi viene a dire che voi non le volete che in quanto «soggetto empirico» e «volontà astratta»; invece le volete perfettamente in quanto Io-atto-puro, nella cui «volontà concreta» e nella cui «storicità» il reale e il voluto, l’atto e il fatto fanno tutt’uno. Ad un tale Io fantasticato, io quale soggetto empirico (ossia quello che veramente sono) dovrei adeguarmi. Il risultato è questo: che per poter «immanentizzare» e riportare ad un ipotetico Io trascendentale tutto ciò che esiste, sono condannato a riconoscere come «mio» e come «voluto da me» anche ciò che meno voglio e che semplicemente subisco.

 

L’unica etica deducibile logicamente da tale filosofia, è dunque quella pronta a sanzionare ogni capitolazione interiore, ogni conformismo, ogni imbelle accettazione del fatto compiuto – con ugual prontezza, però, ad accordare lo stesso riconoscimento al fatto compiuto opposto di domani, quando esso riuscisse a scavalcare quello di oggi.

 

Prendiamo un esempio drastico dal dominio più banale: il gentiliano messo alla tortura dovrebbe riconoscere che la sua «volontà concreta» è quella di chi lo tormenta, mentre la sua volontà che si ribella e patisce sarebbe solo del suo io empirico e «astratto», solo per il quale la realtà può esser diversa dalla volontà. Al più, quel gentiliano potrebbe consolarsi pensando che si tratta di un «momento negativo» posto dallo stesso spirito (senza consultare menomamente l’interessato) per un «superamento dialettico». E se il «soggetto empirico» in tale circostanza dovesse lasciarci la sua vita, parimenti «empirica», l’ultima sua consolazione sarebbe quella immortalità che, per il Gentile, si riduce al sussistere nel pensiero di altri, in una «società trascendentale» che è semplicemente quella terrena degli uomini mortali.

 

Inutile, poi, dire, che conseguenze deleterie possono derivare da questa dilettantesca filosofia da prestidigitatori quando si passa nel dominio sociale e politico…

 

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Da Ordine Nuovo I, 4-5 (luglio-agosto 1955), pp. 25-30.

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