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Evola e la Konservative Revolution

1 gennaio 2000 (17:43) | Autore:

Julius Evola, L'arco e la clava Restringerò il tema ad alcuni aspetti strumentali: i contributi di Evola all’utilizzazione politica delle idee della destra tedesca, e in particolare alla “lotta del sangue contro l’oro”;, nella convinzione che convenga e si possa quindi prendere da un più complesso sistema ciò che volta a volta serve all’azione; ma osserverò anche la spinta che da un interesse trasversale per quella cultura è venuto per lo “sdoganamento” di Evola.

 

Il concetto di Konservative Revolution era stato formulato il 10 gennaio 1927 da Hugo von Hofmannstahl, grande scrittore d’origine ebraica (il bisnonno, nobilitato un secolo prima dall’imperatore Francesco I, aveva fatto costruire a Vienna una sinagoga, ma la famiglia era cattolica da un paio di generazioni) [ 1 ], in una conferenza a Monaco di Baviera su La letteratura come spazio spirituale della nazione. La sistemazione organica e bibliografica di questo composito movimento è stata messa a punto nel 1950 da Armin Mohler nel saggio Die konservative Revolution in Deutschland 1918-1932, di cui Julius Evola ha dato notizia in Italia nel 1953 nelle prime pagine de Gli uomini e le rovine.

 

Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich Fu un avviso importante per il mondo giovanile di destra, che leggeva Evola e tendeva, più di quanto fosse avvenuto in periodo fascista, a collegarsi culturalmente anche all’estero con le principali famiglie del pensiero tradizionale.

 

Come mediatore culturale con gli autori più interessanti della rivoluzione conservatrice tedesca Evola ha esercitato nell’ambiente della giovane destra italiana postbellica un’influenza per qualche verso paragonabile a quella di Paul Sérant con Romanticismo fascista (SugarCo 1960). Il libro di Sérant ci fece scoprire consonanze con la saggistica, ma ancor più con la narrativa del fascismo francese, che prima della sconfitta la spocchia del provincialismo nazionale italiano aveva stupidamente trascurato. C’è voluto Massimo Pini per pubblicare in Italia con la Sugarco negli anni ’60 Gilles di Drieu la Rochelle. Allo stesso modo, durante il regime non si era compreso lo straordinario interesse della saggistica sorta dal disagio della Germania sconfitta e punita a Versailles. Di Ernst Jünger era stato tradotto il romanzo antinazista Sulle scogliere di marmo, ma non i diari della Prima grande guerra da Tempeste d’acciaio sino a Fuoco e sangue, che pure erano più vicini alle passioni dell’epoca, e nemmeno Der Arbeiter, opera fondamentale del 1935 che disegnava un nuovo tipo umano di lavoratore più simile al reduce dalle trincee che al proletario marxista o al liberale borghese.

 

Ernst Jünger, L'operaio. Dominio e forma D’altra parte, persino i tedeschi (e non molti tra loro) ne riscoprirono la complessità e la ricchezza, su cui il nazionalsocialismo, che della rivoluzione conservatrice era stata la corrente più volgare e forse proprio per questo politicamente vincente, era passato come un rullo compressore, solo nel 1950, quando Friedrich Vorwerk, un piccolo editore di destra, pubblicò a Stoccarda La rivoluzione conservatrice di Mohler, giovane studioso svizzero che si era arruolato volontario nelle SS ed era poi stato segretario particolare di Jünger.

 

Nell’estate del 1954, l’anno dopo che Evola ce ne aveva dato notizia, andai a contattare a Stoccarda l’editore Vorwerk e con lui in un convegno a Baden Baden l’ambiente dello Herrenklub sopravvissuto col nome di Laubheimer Kreis alla durissima repressione della congiura aristocratica antihitleriana del 20 giugno 1944 e alla rieducazione democratica (o Karakterwaesche, lavaggio dei caratteri, come l’ha definita Schrenk-Notzing) dopo la sconfitta del 1945. Ebbi allora occasione di ristabilire – con risultati modesti – i rapporti tra Carl Schmitt e Carlo Costamagna, che l’aveva avuto (con Evola) collaboratore alla rivista Lo Stato. Su questi temi ho poi scritto su Il reazionario di Buscaroli, su Lotta politica (settimanale del Msi) e su Tabula rasa, la rivista che per alcuni di noi preparò nel 1956 il distacco dal Msi.

 

Julius Evola, Cavalcare la tigre Sui rapporti tra Evola e la rivoluzione conservatrice tedesca resta basilare lo studio di H. T. Hansen per la rivista Criticon di Caspar Schrenk-Notzing, immediatamente tradotto da Alessandro Grossato per Studi evoliani del 1998, che ha ricostruito gli incontri di Evola con i seguaci di Arthur Moeller van den Bruck (si era suicidato – si disse – per la delusione di veder rozzamente applicato da Hitler il suo sogno del Terzo Reich), con Othmar Spann (la cui opera fondamentale su Il vero Stato è stata tradotta da Ar) e Walter Heinrich, con Gottfried Benn, Carl Schmitt, Oswald Spengler (che si siano incontrati lo sostenne nei suoi Taccuini Yvon de Begnac, ma non esiste riscontro) di cui proprio Evola nel 1957 ha finalmente pubblicato presso Longanesi la traduzione del Tramonto dell’Occidente, mentre è del 1974 l’edizione Volpe del saggio evoliano su L’”Operaio” nel pensiero di Ernst Jünger. Vanno inoltre ricordate le citazioni in Rivolta contro il mondo moderno dal Borghese di Sombart (l’edizione italiana di questo testo del 1913 apparve da Longanesi nel 1950), e dalla magistrale biografia dell’Imperatore Federico II di Ernst Kantorowicz, un nazionalista tedesco arruolatosi nei Freikorps e costretto nel 1938 a emigrare negli Stati Uniti per motivi di discriminazione razziale. [ 2 ] Si deve a Evola anche qualche solitaria citazione dell’ampio saggio di Christoph Steding, Das Reich und die Krankheit der europaeischen Kultur (Amburgo 1938): l’autore è morto in guerra e la sconfitta ha condannato il libro a completo oblio. Furono mediazioni culturali d’eccezionale importanza non solo retrospettiva, per un bilancio storico delle idee, ma anche per costruire il futuro. E in questo campo non va trascurato il ruolo postbellico della piccola editoria di destra, anticipatrice di tante successive “scoperte”.

 

Non è nemmeno un caso se la rottura della cintura sanitaria che da sinistra era stata eretta contro l’influenza del “cattivo maestro” doveva venire da due ottimi conoscitori della cultura tedesca di destra, Antonio Gnoli e Franco Volpi, ai quali già si doveva un libretto di conversazioni con Ernst Jünger I prossimi Titani (Adelphi, 1997). Il 30 marzo scorso Gnoli ha aperto le pagine culturali de la Repubblica sull’introduzione di Volpi per la riedizione dei Saggi sull’idealismo magico di Evola (ora nelle edizioni Mediterranee a cura di Gianfranco de Turris), annunciando la rivalutazione di un filosofo cui si riconosce d’essere stato “importante” nell’ambito dell’idealismo; e il giorno dopo anche Panorama dedicava un paio di pagine allo stesso argomento ribadendo lo sdoganamento del “barone nero”.

 

Julius Evola, L'Operaio nel pensiero di Ernst Juenger Impresa appunto risolta da un profondo cultore come Franco Volpi di diversi autori della “rivoluzione conservatrice” tedesca, dal padre Nietzsche a Heidegger, di cui dirige l’edizione delle opere per Adelphi, a Schmitt, a Romano Guardini, a Gottfried Benn. Franco Volpi aveva già inserito due testi di Evola, Rivolta contro il mondo moderno e Metafisica del sesso, nella versione italiana (la prima edizione era uscita in Germania) del Dizionario delle opere filosofiche (Bruno Mondadori, 2000); e un paio d’anni dopo, intervenendo in una trasmissione su Evola per Rai Educational, aveva dichiarato senza esitare che Evola andrebbe incluso con Croce e Gentile fra i tre maggiori pensatori italiani del Novecento.

 

Insomma: il ricupero di Evola anche da sinistra, così come da tempo erano stati ricuperati Nietzsche, Schmitt, Heidegger, Jünger, Spengler è stato favorito dal comune interesse per la rivoluzione conservatrice tedesca.

 

Julius Evola, Gli uomini e le rovine Tra i motivi destinati a imporsi per la diffusione degli scritti evoliani potrebbe influire in direzioni sempre più trasversali l’attualità della critica all’economicismo ricavata da autori tedeschi della rivoluzione conservatrice. In Rivolta è già esplicito su questo tema il richiamo, oltre al classico studio di Max Weber sulle origini protestantiche del capitalismo, alle interpretazioni di Sombart: “Fiat productio, pereat homo” – dice giustamente il Sombart, illustrando il processo per cui le distruzioni spirituali, il vuoto stesso che l’uomo divenuto “uomo economico” e grande imprenditore capitalista si è creato intorno a sé lo costringono a far della sua stessa attività – guadagno, affari, rendimento – un fine, ad amarla e volerla in sé stessa pena l’esser colto dalla vertigine dell’abisso, dall’orrore di una vita del tutto priva di senso”.[ 3 ]

 

La critica all’economicismo da posizioni di destra rimane appunto il tema – che potremmo definire della “guerra del sangue contro l’oro” – di cui nel Duemila l’attualità si rafforza, mentre si sono indebolite le corde del sentimento nazionale, per non parlare dei miti imperiali di Faccetta nera o del Mare Nostro, tramontati del tutto. A onor del vero anche il tema della guerra del sangue contro l’oro fu utilizzato dalla propaganda fascista in un significato ristretto e demagogico, come scontro tra popoli poveri, giovani e ricchi di braccia contro il “popolo dei cinque pasti”. Versione non più utilizzabile ora che siamo passati dall’altra parte: sempre più vecchi, ma ricchi, invidiati e invasi dai poveri di altri paesi. Il vero significato del conflitto tra lo spirito e la materia sta invece nell’usurpazione ai danni della politica e della stessa economia produttiva da parte dell’economia finanziaria, come già qualcuno vedeva nella prima metà del secolo scorso.

 

Julius Evola, Augustea (1941-1943). La Stampa (1942-1943) Anche nei rilievi polemici rivolti da Evola alla “demonìa dell’economia” ne Gli uomini e le rovine (1953) le citazioni dirette privilegiano Sombart, le cui opere principali hanno preceduto Spengler, nei cui confronti Evola aveva delle punte critiche. Ma accanto agli echi di Sombart è impossibile non ricordare Il tramonto dell’Occidente e in particolare la sua conclusione, dove si parla del “titanico assalto sferrato dal danaro” contro le forze – legate alla terra – della tecnica, dell’industria, oltre a quelle del contadinato: “Solo l’alta finanza è completamente libera, completamente inafferrabile. […] La macchina col suo seguito umano, la macchina, questa vera sovrana del secolo, è in procinto di soggiacere ad una più forte potenza. Ma questa sarà l’ultima delle vittorie che il danaro può riportare: dopo, comincerà l’ultima lotta, la lotta con la quale la civilizzazione conseguirà la sua forma conclusiva: la lotta fra danaro e sangue”. [ 4 ]

 

Questa lotta è tuttora in corso o, per essere più precisi, è di là da venire, mentre Spengler – sbagliando – ne profetizzava una prossima fine: “L’avvento del cesarismo spezzerà la dittatura del danaro e della sua arma politica, la democrazia. Dopo un lungo trionfo dell’economia cosmopolita e dei suoi interessi sulla forza politica creatrice, l’aspetto politico della vita dimostrerà di essere, malgrado tutto, il più forte. La spada trionferà sul danaro, la volontà da signore piegherà di nuovo la volontà da predatore”. [ 5 ] Gustosa, anche come anticipazione della polemica di Pound contro l’usurocrazia, la critica di Spengler agli: “errori bizzarri, come quello donde derivò il culto di Bruto, milionario usuraio che, come ideologo di una costituzione oligarchica, uccise l’uomo della democrazia fra gli applausi del Senato patrizio”. [ 6 ]

 

M. Guerri, M. Ophalders (curr.), Oswald Spengler. Tramonto e metamorfosi dell'Occidente L’occasione del cesarismo, che Evola ne Gli uomini e le rovine indica piuttosto – e degrada -come bonapartismo, è stata giocata male e persa in modo tale da renderla irripetibile. Nel frattempo si è consumata un’altra delle profezie di Spengler in Anni decisivi del 1933: la spartizione tra Russia e America del dominio mondiale e l’equivalenza tra materialismo sovietico e materialismo capitalista. Osservazioni che troviamo anticipate più lucidamente da Evola nel saggio Americanismo e bolscevismo del 1929 e riprese nella parte finale di Rivolta contro il mondo moderno. Nel saggio del 1929, interessante anche per la forza con cui vi è affermata “la tradizione mediterranea, ed in ispecie classica e romana” [ 7 ], viene inizialmente citato il Tramonto dell’Occidente e ripreso il motivo spengleriano del sangue e dell’oro nella critica della “civiltà” americana, che (come la Russia sovietica) religione della pratica, ha posto l’interesse del guadagno, della produzione, della realizzazione meccanica, immediata, visibile, quantitativa al di sopra di ogni altro interesse. Essa costruisce un ente titanico, che ha oro per sangue, macchine per membra, tecnica per cervello…>. [ 8 ]

 

Grosso modo gli stessi temi polemici contro l’usurpazione dell’economia finanziaria ai danni della politica sono alla base de L’”operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, la cui presentazione è datata da Evola nel 1960. Vi si parla di “dittatura del pensiero economico”, anticipando le più recenti polemiche sul “pensiero unico”, iperliberista, con una precisazione importante: “Col negare il mondo economico come quello che determina la vita, cioè come un destino, se ne vuol contestare il rango, non l’esistenza”. Non si tratta di patrocinare un estraniamento dello spirito da ogni lotta economica; potrà anzi esser bene che la lotta economica “assuma una estrema asprezza”. Ma “non dovrà esser l’economia a dettar le leggi del giuoco”, questo deve “esser ordinato ad una più alta legge della lotta”. Il superamento del mondo borghese richiede “la dichiarazione d’indipendenza di un uomo nuovo dal mondo economico”, dichiarazione che “non significherà la rinuncia a tale mondo bensì la sua subordinazione alla pretesa di esercitare un più alto dominio”. [ 9 ] Precisazione importante, ripeto, perché stabilisce una gerarchia di valori, ma non implica sprezzanti esclusioni per chi si occupi di economia e dei suoi meccanismi, come a volte ritengono alcuni evolomani. Per fronteggiarla, oltre che per indirizzarla verso i suoi compiti nazionali e sociali, occorre conoscerla, come raccomandava Ezra Pound.

 

Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente Nel frattempo la potenza sovietica è scomparsa e con la solitaria superpotenza degli Stati Uniti d’America il peso non più tanto dell’oro, quanto del denaro elettronico, virtuale e della finanza apolide è aumentato sia a livello planetario, che all’interno di ciascun paese, dove la democrazia come potere popolare e nazionale è sempre più esautorata dai poteri finanziari. Esemplare in questo senso – negativo – è la Repubblica italiana, che a partire dagli anni Novanta ha vissuto una sorta di commissariamento bancario, con governi presieduti da personaggi usciti dai vertici della Banca d’Italia e quasi con più banchieri al loro interno in funzioni di ministri che non colonnelli nei governi sudamericani. Lo stesso è avvenuto con la Presidenza della Repubblica affidata – occorre riconoscerlo: con grande successo – a un ex governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), che proprio la destra ha particolarmente rimpianto; e che con scarsa coscienza dell’autonomia del politico proponeva di sostituire con una rosa di nomi tra cui figuravano l’ex direttore generale della stessa banca centrale (Lamberto Dini) e il presidente (Mario Monti) dell’università di studi economico-commerciali Bocconi. Oggi la presenza in importanti posizioni di potere politico e economico di personaggi tratti dai quadri della banca d’affari americana Goldman Sachs prosegue con il prevalere di poteri finanziari la tendenza all’abdicazione della funzione politica.

 

* * *

 

Tratto da Orion 261 (2006).

 

Note

 

[ 1 ] – Cfr. R. Calimani, Destini e avventure dell’intellettuale ebreo, Mondadori, Milano 1996, pp. 165-167.
[ 2 ] – R. Calimani, cit., pp. 582-583.
[ 3 ] – J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Nuova edizione Bocca, Milano 1951, p. 432.
[ 4 ] – Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957 (mi riferisco ovviamente all’edizione con la prefazione di Evola), pp. 1422-1424.
[ 5 ] – Ibid., p. 1424.
[ 6 ] – Ibid., p. 37.
[ 7 ] – J. Evola, Il ciclo si chiude, Quaderni di testi evoliani n. 24, Roma 1991, p. 30.
[ 8 ] – Ibid. p. 23.
[ 9 ] – J. Evola, L’”operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, Volpe, Roma 1974, pp. 21-22.


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Pingback di In morte di Giano Accame | Huginn e Muninn
Ora: 16 aprile 2009, 17:35

[...] L’ho incontrato due volte in tutto. In entrambe le occasioni ne ho tratto l’impressione di una persona intelligente, curiosa e di grande educazione. Accame è stato per decenni un punto di riferimento nella cultura di destra. Argomentava in modo logico, coerente, consequenziale: un pregio diffuso nella sua generazione. Sul sito avevo ripreso il suo saggio su Evola e la rivoluzione conservatrice tedesca. [...]

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