Julius Evola così com’era

Il bisogno di camuffamento è una costante della società a doppia faccia in cui viviamo. L’ipocrisia borghese spinge per sua natura a occultare il vero per sostituirlo con l’artefatto: è così, ad esempio, che il cieco viene chiamato “non vedente”, oppure che l’eccidio viene definito “danno collaterale”. Ciò che non piace cambia nome. A questa pruderie neo-puritana non sfuggono le idee: quando sono forti e intense, ecco che subito c’è chi le annacqua. Quando sono impervie, e dunque scomode per il moderatismo universale, la pialla del livellamento di tutte le imbarazzanti asperità arriva immancabile.

 

Prendiamo Evola. Sottoposto negli ultimi anni a ripetuti maquillage, al fine di occultarne gli aspetti meno presentabili a una mentalità liberale, se ne è fatto un cagnolino da passeggio buono per dare decoro culturale a certi partiti moderati, in fuga dal loro gravido passato. Una volta inforcati questi occhiali ad alta gradazione manipolatoria, del sulfureo maestro antiegualitario, sovranamente esclusivista e antidemocratico, non rimarrà più nulla. In cambio, avremo un suggestivo esemplare di studioso dei miti antichi, un po’ demodé e un po’ trendy. Un bizzarro e intrigante cultore degli esoterismi arcaici, magari un innocuo pensatore dell’evasione fantastica. Insomma, si avrà un bel pacco di libri messi a far da peso nello zainetto, ideologicamente vuoto, della cosiddetta “Destra moderata”.

 

Francesco Germinario, Razza del sangue, razza dello spirito. Julius Evola, l'antisemitismo e il nazionalsocialismo (1930-43) Alcuni esperti in disinfestazione ideologica si dannano l’anima da tempo per dimostrare che l’ingombrante razzismo di Evola nulla aveva in comune con le malvagie derive naziste; che si trattava di opzioni culturali, che tutto non fu in fondo che “spiritualismo” idealistico, alta speculazione teorica, niente avendo a che spartire con i coevi deliri “biologisti” di tanti cattivi ideologi. Per carità, dicono, non vorrete confondere lo stile, la classe, il fine disquisire di Evola con la volgarità, la farneticazione di un Rosenberg! Poi vai un po’ a fondo alla questione, e ti accorgi che le cose stanno diversamente. Già nel 2001 Francesco Germinario, in Razza del sangue, razza dello spirito. Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalsocialismo (Bollati Boringhieri), aveva raccolto una documentazione sufficiente a provare che l’evoliano “razzismo dello Spirito” era in fondo qualcosa di molto simile, se guardato da vicino, al contemporaneo razzismo tedesco. Per altro, gli scritti di un Günther o di un Rosenberg – pieni di richiami all’anima razziale e allo spirito del Volk – si riferivano di continuo allo stretto collegamento che giudicavano esservi tra i caratteri interiori di un popolo e il suo aspetto fisico. Se un biologismo indubbiamente ci fu nel razzismo nazionalsocialista, altrettanto se ne può trovare in Evola: «Evola biologizzava la figura dell’ebreo – ha scritto Germinario – non in nome di un determinismo biologico tante volte rimproverato ai nazisti, ma attraverso un percorso in cui Anima, Spirito e Cultura definivano la figura dell’ebreo in modo altrettanto deterministico …». Fino al punto che Evola riesumò una teoria apocrifa, già sostenuta dal noto razzista mistico Lanz von Liebenfels: quella della telegesi o telegonia, a cui tra i nazisti solo alcuni radicali emarginati, come Streicher, mostravano di credere.

 

Francesco Cassata, A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola «Dopo anni di cessati rapporti con un uomo di colore – scriveva serafico Evola su “Il Regime Fascista” nel 1940 – donne bianche possono dar la vita ad un figlio di colore, in nuove nozze con persone di razza bianca. Una immagine, chiusa nel subcosciente e alimentata da un complesso psichico, ha agito formativamente sul corpo, sulla nascita, dopo anni». Più determinismo biologico di così… Poi Francesco Cassata, nel 2003, nel suo libro A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri), in cinquecento pagine ha dimostrato di nuovo che il razzismo totalitario di Evola, pur arricchito di sottili argomentazioni culturali e certamente non primitivo materialismo, non sfuggiva tuttavia alle stesse logiche del tanto deprecato biologismo in auge tra i nazionalsocialisti. Ad esempio, Cassata ha posto in rilievo come per Evola il valore dell’innatismo e dell’ereditarietà dei caratteri fosse centrale, non sminuito ma anzi rafforzato dalle divagazioni erudite o dalla messe di supporti culturali con cui Evola era solito corredare le sue affermazioni. Si può riportare, a titolo d’esempio, quanto lo scrittore tradizionalista precisò in Sintesi di dottrina della razza del 1941, un libro recante in appendice, certo non a caso, numerose fotografie di “tipi razziali” diversi tra di loro, a dimostrazione che l’aspetto fisico veniva considerato come prova visiva dell’appartenenza di razza. «Ma se così stanno le cose – registrava dunque Evola – il valore di ciascuno, sia nel bene che nel male, lungi dall’essere l’effetto di un ambiente buono o cattivo, procede da qualità ereditate correlative ad un dato sangue e ad una data razza».

 

Dana Lloyd Thomas, Julius Evola e la tentazione razzista. L'inganno del pangermanesimo in Italia Più recentemente, Dana Lloyd Thomas, in Julius Evola e la tentazione razzista (Giordano Editore), ha confermato che le differenze tra il razzismo nazionalsocialista e quello evoliano sono più di apparenza che di sostanza. Nei punti chiave, nelle impostazioni di fondo, i due sistemi sembrano più coincidere che divergere. Infatti, se la Thomas ci tiene ad assicuraci che «tra Rosenberg e Evola si possono individuare più punti dottrinali in comune che non motivi di contrasto», sappiamo che l’autore del Mito del XX secolo, non diversamente da Evola, accompagnava il suo razzismo a robuste dosi di idealismo, persino di misticismo, chiamando a testimoni addirittura Meister Eckhart o Goethe. Difatti, proprio Rosenberg, che parlava di continuo di «unità corporeo-spirituale», secondo la Thomas «si era dedicato alla celebrazione di miti storico-politici piuttosto che allo studio “scientifico” con i vari corollari attinti dai campi dell’antropometria, dell’eredità e dell’eugenetica…». Non sappiamo se sia corretto definire Evola, come fa la Thomas, il «Rosenberg italiano». Possiamo però dire che, effettivamente, tanto nello stesso Rosenberg, quanto in Günther o in Klages o in Bergmann – il fior fiore del razzismo tedesco – i richiami ai valori dello Spirito sono essenziali e continui, e per nulla sovrastati da meccanicismi biologisti: «Non dalla materia – scriveva ad esempio Günther – prende il suo punto di partenza il pensiero nordico, ma dallo stesso Spirito di cui già parlò Platone…».

 

Gianni Scipione Rossi, Il razzista totalitario. Evola e la leggenda dell'antisemitismo spirituale Qui non si tratta di rendere Evola per forza inviso o gradito presso la delicata sensibilità liberaldemocratica del tempo presente. Si tratta di dire la verità. È ciò che, dopo gli autori menzionati, fa ora anche Gianni Scipione Rossi nel suo breve ma caustico Il razzista totalitario. Evola e la leggenda dell’antisemitismo spirituale (Rubbettino). Un libretto in cui si mostra con evidenza che la pratica deviante di separare il “razzismo buono” di Evola da quello “cattivo” dei nazionalsocialisti appare, una volta di più, decisamente poco sostenibile. Il problema è guardare al sodo, più che al dettaglio inessenziale. Verificare il senso generale delle argomentazioni, piuttosto che ingigantire strumentalmente le sfumature. A questo proposito, Rossi parte subito ricordando le parole di Adriano Romualdi che, andando dritto al cuore del problema e senza i bizantinismi di alcuni suoi epigoni, svariati decenni fa scrisse che «avrebbe poco senso definire il razzismo di Evola un “razzismo dello spirito”, perché la razza è innanzitutto un dato psico-fisico. Esso è piuttosto un’analisi del fatto razziale integrata in una dimensione più profonda…». Secondo quanto afferma Rossi, una dose di determinismo è presente un po’ ovunque negli scritti dedicati da Evola all’argomento.

 

È presente nella convinzione evoliana circa la superiorità di certe razze su altre, poiché «non può darsi il caso di una razza inferiore che – in assenza di radici superiori – possa evolversi in razza superiore». È presente nella critica portata da Evola al “Manifesto” fascista del 1938, secondo gli intendimenti di un razzismo che egli voleva non meno, ma più “totalitario”, non superficiale, ma più integralista. Il biologismo razziale è presente, secondo Rossi, anche nella difesa che Evola fa dell’innatismo, dell’ereditarietà e del valore cogente che attribuisce al sangue trasmesso. A proposito dell’idea evoliana di “doppia eredità” fisica e spirituale (concetto in base al quale egli intendeva differenziarsi dal meccanicismo nazista), Rossi rileva assai bene che, in questo caso, Evola cadeva addirittura in un “doppio determinismo”, facendo dello spirito e del corpo una simmetrica catena di vincoli ereditari, cui nessuno può sottrarsi per natura.

 

Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich Inoltre, pare a Rossi che la fase evoliana di viva ammirazione per gli esperimenti di educazione e selezione razziale operati nel Terzo Reich, in special modo dalle SS, non testimonino affatto una lontananza inavvicinabile tra Evola e il nazionalsocialismo, ma semmai il contrario. Per finire, neppure all’Evola post-bellico Rossi concede qualcosa. Anzi: «Per certi versi, il biologismo evoliano emerge nel dopoguerra addirittura più chiaramente». In numerosi scritti propugna infatti l’apartheid, poi ribadisce l’immutato valore selettivo dell’eredità di sangue, infine si abbassa a critiche alla buona sui cantanti di colore che appaiono in televisione… Impossibile dar torto a Rossi. In effetti, l’idea stessa che formulò Evola, circa l’avvento di una “super-razza divina” dominatrice secondo le vie della Tradizione, assomiglia come una goccia d’acqua alla concezione dell’ariano come Uomo-Dio, quale fu divulgata da non pochi pezzi da novanta del Terzo Reich… Alla fin fine, non ci fu un razzismo solo “spiritualista” di Evola così come non ci fu un razzismo solo “biologista” dei nazionalsocialisti, ma, nei due casi, un intreccio tutto sommato molto simile dei due aspetti.

 

Detto questo, aggiungiamo soltanto che, a nostro parere, i tentativi di mettere in sordina il razzismo evoliano, decorandolo con orpelli più o meno “spiritualistici” al fine di renderlo accettabile ad ogni costo, non rende giustizia neppure al vecchio maestro. Lo scheletro razzista di Evola si vede bene, inutile cercare di nasconderlo. Meglio considerare il pensiero evoliano per quello che è, e non per quello che si vorrebbe che fosse. Insomma, prendere o lasciare.

 

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Tratto da Linea del 14 settembre 2007.

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