L’Europa è da sempre una frontiera «viva»: ma non se lo ricorda, perché non sa più chi è

europaChe cosa sarebbe successo se i due marò, arrestati con l’inganno e illegalmente detenuti in India da un tempo così lungo, non fossero stati dei soldati della Marina militare italiana, ma delle Forze Armate d’Europa? Il governo indiano avrebbe avuto l’ardire di agire come ha agito, di sfidare in modo così plateale il diritto di una nazione sovrana ad esercitare la piena e indiscussa giurisdizione su fatti avvenuti in acque internazionali, a bordo di una sua nave, da parte di suoi militari nell’esercizio di una funzione anti-pirateria?

L’Unione Europea esiste solo economicamente, e i suoi cittadini, finora, ne hanno visto – purtroppo – quasi solo i lati negativi; ma quando mai l’unione fra più Stati sovrani è stata realizzata a partire dall’economia, cioè dal fattore divisivo per eccellenza (tanti Stati, tante economie)? È come voler sollevare un fucile, direbbe il buon Carl von Clausewitz, prendendolo per la punta della baionetta: una fatica improba e assurda. La moneta unica europea, infatti, è riuscita solo a creare ancor più profonde divisioni, sospetti, diffidenze, invidie e rancori: e la vicenda della Grecia, abbandonata al suo destino per un deficit che le maggiori potenze europee avrebbero potuto accollarsi con pochissimo sforzo nel 2009, ma che poi è divenuto talmente colossale da mettere in crisi la stessa sopravvivenza dell’Unione, lo ha illustrato nella maniera più eloquente. Anche perché l’economia di qualsiasi Stato o comunità di Stati, all’alba di questo terzo millennio, vuol dire speculazione, economia virtuale, bolle finanziarie: non produzione di beni e servizi reali; ed è fin troppo chiaro che affidare le sorti dell’Unione europea alla razza dei finanzieri e degli speculatori è stata una cosa saggia e lungimirante, quanto potrebbe esserlo affidare la custodia di un deposito di fieno e legna secca ad un piromane, o quella di un magazzino di armi e munizioni, a un dinamitardo.

Esistono frontiere vive e frontiere stabili: l’Europa possiede una frontiera viva, anzi, è essa stessa una frontiera viva; lo è sempre stata, ma oggi ha smarrito la memoria storica, ha smarrito la propria identità e, quindi, non si rende conto di quale sia la posta in gioco.

Sono più che mai di attualità le riflessioni che svolgeva in proposito il diplomatico Pietro Quaroni – la cui carriera si svolse in parte durante il regime fascista, in parte durante il periodo repubblicano, e che fu ambasciatore a Parigi e apprezzato consigliere di De Gasperi all’epoca del trattato di pace – con riferimento alla Guerra fredda e all’incombente minaccia sovietica  (A. Quaroni, «Europa frontiera viva», in Comunità europea, Roma, Edizioni Civitas, 1969, pp. 61-75):

«Frontiere stabili sono le frontiere fra due Paesi dello stesso grado di civiltà e largamente aperte a tutte le forme di intercambio. Le forze che si oppongono, ai due lati della frontiera, sono note, quasi nei minimi dettagli: egualmente noti sono i rapporti politici interni, le direttive generali di politica estera: se questo vicino costituisce un pericolo, è un pericolo che si può stimare con sufficiente esattezza: un suo attacco può essere preveduto in tempo, non ci sono sorprese. Frontiere vive son quelle che separano due civiltà completamente differenti, con ben scarse comunicazioni attraverso la frontiera: in un certo senso sono le frontiere fra civiltà e barbarie. […]

Il concetto di frontiera viva, in sé interessante, andrebbe quindi precisato: da una parte una organizzazione stabile, storicamente fissata ad un determinato habitat; dall’altra parte un mondo misterioso, le cui intenzioni, le cui forze, la cui estensione non sono che molto imperfettamente conosciute: una frontiera da cui, all’improvviso, senza nessun segno premonitore, può emergere una massa di invasori: la loro vittoria non sarebbe il passaggio di egemonia da una nazione all’altra, nel quadro però sempre di una civiltà fondamentale, non sarebbe nemmeno la sostituzione di un tipo di civiltà con un altro, ma il sovvertimento di tutte le basi della vita stessa. […]

L’Europa è stata, per secoli, una frontiera viva. Il limes romano era una frontiera viva: al di là dei posti di frontiera del Reno e del Danubio, il misterioso mondo barbarico. Oggi noi sappiamo che questo mondo barbarico si estendeva dalle foreste della Germania fino all’Oceano Pacifico: il mondo romano non conosceva, e imperfettamente, che il pericolo germanico: ignorava come le fluttuazioni ed i movimenti di quel mondo a lui vicino fossero in funzione di movimenti che traevano le loro origini negli altipiani dell’Asia centrale, di cui solo adesso siano in grado di intravvedere le correnti profonde. […]

Tre volte l’Asia è stata sul punto di travolgere l’Europa: gli unni di Attila, i mongoli di Subotai, ed i turchi; ma, aggiungiamo subito, tre volte l’Europa è stata salvata dal supremo disastro, dalla forza delle sue armi e dal riaffermarsi di una sua coscienza collettiva che allora aveva il nome di Cristianità. L’era delle grandi scoperte geografiche, delle grandi conquiste extraeuropee ha rovesciato questa situazione. A mano a mano che l’Asia veniva presa alle spalle dall’espansione europea, le frontiere dell’Europa da frontiere vive si trasformavano in frontiere stabili: due secoli di sicurezza ci hanno abituati male: l’adattamento alla nuova situazione  è certo difficile: bisogna però farlo al più presto se vogliamo salvarci. […] Nel XIII secolo si poteva concepire che i cavalieri mongoli avrebbero potuto raggiungere le rive dell’Atlantico: e sarebbe stata la “finis Europae”: oggi l’Europa non finisce all’Atlantico: l‘Europa è rinata al di là dei mari. […]

Se l’Europa, come espressione geografica, è ancora oggi la stessa che dieci secoli addietro, l’Europa, come civiltà, si è impiantata, in forma definitiva su due nuovi continenti: l’America e l’Australia. […]  La reazione viene, storicamente, sempre prima dal più forte, dal più cosciente. Chi ha guidato, in Europa, la reazione contro il pericolo turco?  Carlo V: il monarca più potente d’Europa come Re di Spagna, il più sensibile ed il più esposto al pericolo turco come Arciduca d’Austria e come Imperatore germanico. […]

Noi abbiamo davanti agli occhi, nella storia, vari esempi di unificazione: non uno dei grandi Stati europei unitari di oggi è nato così, di colpo: in epoche più recenti o più lontane essi sono stati tutti il frutto di una politica di unificazione […]. Ma la unificazione si è potuta realizzare solo attraverso due vie: o uno Stato unificatore il quale con forme di annessione più o meno larvate ha sottomesso al suo dominio gli altri: o la necessità di sopravvivenza di fronte ad un pericolo comune, esterno, per fronteggiare il quale le forze dei singoli elementi non erano più sufficienti. La possibilità di uno Stato unificatore dell’Europa oggi è esclusa: se Hitler avesse vinto la guerra, probabilmente, e a suo modo, avrebbe fatto l’unità dell’Europa […]: comunque, oggi tale forma di unificazione è fuori questione. Resta dunque, solo, l’altro elemento unificatore: la necessità dell’unione delle forze europee per la difesa contro un nemico comune: questo fattore esiste oggi [cioè l’Unione Sovietica: siamo nel lontano 1951], come poche volte esso è esistito nella lunga storia dell’Europa: dirò di più, esso è, oggi, la giustificazione  più difficilmente contestabile della necessità di una unione europea. […] Mi si dirà che la carta dell’Europa esclude dalla competenza dell’organismo di Strasburgo le questioni militari. È in parte esatto, ed è probabilmente il colpo più mancino che sia stato assestato al Consiglio d’Europa: escludere dalla sua competenza  la questione militare, la più necessaria e la più realizzabile, ed indirizzarlo invece verso una unificazione economica, per la quale, anche a prescindere da tutti i residui di mentalità autarchica e di nazionalismo economico, che sono pure una realtà, le difficoltà esistono, sono reali, realissime e dove il cammino, per forza di cose, non può e non deve essere che estremamente lento, graduale. […]

L’idea europea, l’unificazione dell’Europa non sono delle vane utopie, non sono elucubrazioni di sognatori: sono per noi tutti una questione di vita e di morte. Il pericolo vero che la minaccia non sono né i residui di nazionalismi, nazionalismi che del resto l’idea europea non deve sopprimere, ma solo, in certa misura, superare, non sono reticenze di governi, né la resistenza della macchina amministrativa dei singoli Stati. Il vero nemico è la dispersione delle idee, la nebulosità degli scopi, l’irrealismo dei mezzi. […] Il fattore militare è, senza dubbio alcuno, oggi, il fattore principale. Attacchiamoci a questo, concentriamo tutti i nostri sforzi su questo, non guardiamo troppo al come, guardiamo solo a riuscire. E se dovessimo riuscire solo a questo, non ci lagniamo: l’Europa sarebbe già per tre quarti fatta.»

Senza dubbio, questo è un parlare coraggioso, se non altro per il fatto di mettere in primo piano la necessità di una forza politico-militare unitaria ed efficace, in grado di reggere la sfida con le altre grandi realtà geopolitiche del mondo attuale: gli Stati Uniti d’America, in primis, poi la Russia, la Cina, l’India, il mondo islamico.

Tuttavia, le vicende degli ultimi anni – che non erano prevedibili, almeno nella loro effettiva portata, nell’ormai lontano 1969 – riportano più che mai d’attualità il concetto della “frontiera viva”, adoperato da Pietro Quaroni. Oggi tutta l’area mediterranea, tutta l‘area balcanica, tutta l’area centro-orientale (Ungheria, Slovacchia, Polonia) sono diventate la “frontiera viva” dell’Europa: come Lampedusa, come Ceuta e Melilla, come Calais, come Rodi e il Dodecaneso. Ed è una frontiera drammaticamente in movimento, presa d’assalto da milioni e milioni di persone provenienti dall’Africa e dall’Asia, a torto definite “profughi”, perché tali sono solo una piccola minoranza. Si è coniato, allora, un vocabolo nuovo: “migranti”: per non adoperare la parola “clandestini”, politicamente scorretta, e per alludere pudicamente e timidamente al fatto che non si tratta di immigrati regolari, né di richiedenti asilo, ma – il che è assai diverso – di pretendenti asilo: uomini, donne e bambini disposti a prendere d’assalto i posti di frontiera, i reticolati, perfino il tunnel sotto la Manica; o di aggrapparsi ai carrelli degli aerei, di stiparsi nei bagagliai di camion, autobus e automobili; di lasciarsi rinchiudere nei containers e spedire a bordo di navi o di aerei. “Migranti”, inoltre, allude al fatto che costoro non sono diretti verso un luogo preciso, se non in via transitoria: vanno dove ci sono speranze di lavoro, pronti a rimettersi in movimento se gli spiragli si chiudono o se ne aprono di nuovi. Sono la negazione della stabilità, dell’identità, del legame delle persone e dei popoli con le loro radici.

Sono, in gran parte, immigrati islamici, ben decisi a non integrarsi, anzi, semmai a convertire i popoli d’Europa presso i quali si stabiliscono. Stesso discorso per i cinesi, che formano delle cittadelle, delle isole, dei compartimenti stagni, e che non investono un euro nell’economia dei Paesi ospitanti, ma sostituiscono gli artigiani europei, i piccoli commercianti e i gestori di locali pubblici, eliminandoli grazie ai prezzi al consumo insostenibilmente concorrenziali. I Rom e i Sinti provenienti dall’Europa centro-orientale sono, in moltissimi casi, ancora più impermeabili a qualunque idea di integrazione e ancora meno compatibili con la realtà socio-economica in cui vivono, data l’alta propensione alla delinquenza e all’accattonaggio. Per tutti costoro, l’Europa è la Terra promessa in cui stabilirsi per strapparle un più alto tenore di vita, ma raramente una realtà da amare e rispettare: nel migliore dei casi, è un continente che offre possibilità di lavoro e di miglioramento economico; nel peggiore, un continente popolato da infedeli imbelli e presuntuosi, decadenti e corrotti, maturi per essere assimilati e sottomessi.

La frontiera europea è più viva che mai, perché non era più accaduto, a partire dal X secolo – con la fine delle incursioni saracene, ungare e vichinghe – che l’Europa si trovasse alle prese con una marea montante di stranieri che non le riconoscono alcuna superiorità spirituale o culturale; che non ne ammirano la civiltà, anzi, spesso intimamente la disprezzano e la detestano; e che non hanno l’ambizione di essere accolti entro di essa per divenire, a loro volta, cittadini europei, ma che pretendono di essere ospitati e poi, con la forza crescente del numero, nonché con i maggiori ritmi d’incremento demografico, mirano a inglobarla in un quadro geo-politico islamista, a trasformarla in una sorta di prolungamento o di protettorato del mondo arabo.

Il minimo che si possa fare, quindi, se si è anche solo minimamente pensosi del futuro che sarà riservato agli Europei delle prossime generazioni, è chiedersi se sia saggio e lungimirante seguitare con l’attuale politica dell’accoglienza su vasta scala, che incoraggia sempre nuove masse umane a dirigersi, con qualunque mezzo, per la via del mare o di terra, verso l’Europa. I contraccolpi economici, sociali e culturali sono evidenti, pure si continua con un buonismo, un umanitarismo ed un filantropismo tanto testardi quanto sospetti. E dunque, dobbiamo rassegnarci alla finis Europae?

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Originariamente pubblicato su Il Corriere delle Regioni. Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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