Eugenia Tajka o del vedere
Tags: eugenia, Simboli e simbologia, triskell
In questi tempi della fine chiunque può rivolgere al mondo le proprie parole, vuote o piene di verità che siano, e sperare di essere ascoltato.
Da qualche anno scrivevo sul sito Centro Studi La Runa: racconti fantastici, qualche saggio su argomenti vari, esoterici, artistici, politici.
Ne provavo, al di là della modestia degli esiti, un piacere profondo, certamente legato a una vocazione mai compiuta.
Tempo addietro avevo pubblicato un breve saggio sul simbolo del Triskell: tre segmenti lineari identici, piegati o in forma di spirale, una estremità in comune a formare un vortice destrorso o sinistrorso che ruota attorno ad un asse centrale.
Formalmente vicino ad una svastica uncinata ne costituiva probabilmente la matrice antica, più vicina all’Uno da cui tutti i simboli sorgono.
Le tre braccia del Triskell rappresentano gli assi lungo i quali la Manifestazione in cui siamo immersi procede, fisici – lo spazio e le tre qualità della materia – e temporali, passato, presente, futuro.
La potenza del simbolo è enorme, lo si trova nelle strutture galattiche come in quelle subatomiche, nei cristalli, nelle geometrie frattali. Le clatrine, le proteine che guidano l’endocitosi cellulare, la base di ogni processo evolutivo, si organizzano in catene di spirali a tre braccia. Osservati al microscopio, i segni scritti dalle proteine nel liquido della vita appaiono identici ai simboli che uomini di ere primordiali avevano inciso sulla roccia.
Un giorno trovai nella mia casella di posta presso il sito una mail di una lettrice, Tajka Eugenia.
Mi stupì che si firmasse così, il cognome prima del nome – e in fede, con i più distinti saluti – come avveniva un tempo tra la gente di poca cultura.
Mi scriveva di essersi imbattuta nel mio articolo cercando in rete immagini del simbolo delle tre braccia a spirale che, da più di un anno, essa vedeva continuamente.
Le risposi con i ringraziamenti di rito e chiedendole cosa intendesse per vedere.
Incontrava forse di continuo il simbolo, che ha diverse declinazioni secondarie anche nella segnaletica profana?
Questo poteva avere una spiegazione psicologica.
Le appariva nei sogni, sorgendo dall’inconscio?
Cosa altro?
Dopo qualche giorno ricevetti la risposta.
Aveva un giorno avvertito una sorta di bruciore sul lato esterno della coscia sinistra.
Tolti i pantaloni aveva visto per la prima volta quel simbolo, grande poco più di una noce e inciso come un marchio.
Un disegno perfetto, tracciato da linee cremisi, a volte più rosse, come una cicatrice disseccata.
Passandovi la mano non si avvertiva alcun rilievo, alcuna differenza.
Negli spogliatoi – Eugenia lavorava come infermiera – comprese interrogando le colleghe che il segno era visibile a lei sola.
Non ebbe nemmeno il tempo di pensare di esser pazza perché subito incominciò a vedere altri simboli.
Le apparivano dallo specchio, sul petto, all’incavo della gola, poi sul palmo aperto.
Dalle sue descrizioni incerte e dal linguaggio impreciso mi fu facile riconoscere l’enneagramma e i suoi numeri – vedeva il triangolo ascendente, il 3, il 6 ed il 9 uniti da lucidi e vibranti nastri neri – una svastica uncinata con i quattro dischi nelle anse e il Maghen David.
Più tardi avrei tracciato sulla carta il Nodo del Nord (**) mentre lei lo descriveva al telefono con la sua voce dolce e quasi totalmente priva della erre.
Allo stesso modo sentii il respiro di Eugenia diventare più veloce e accorato mentre guardava apparirle sul polso un cerchio con un vorticoso eppure immobile punto nero al centro, l’inizio del Tao.
Questi simboli apparivano per scomparire dopo un istante.
Restava, e restò sino all’ultimo, per lei sempre netto e visibile, il segno delle spirali alla coscia, il suo segno.
So ora di non avere mai pensato, neppure per un attimo, che fosse una squilibrata ma di averne immediatamente riconosciuto il potere.
La nostra corrispondenza sarebbe durata quasi due anni e non l’avrei mai vista.
Volli sapere tutto di lei.
Aveva trentacinque anni e un figlio.
Era infermiera nel reparto oncologico dell’Ospedale Civile di Gorizia.
Lì abitava, nel quartiere di Sant’Andrea.
Il nome della sua famiglia, Tajka, veniva da chissà quale luogo balcanico e poi slavo, la madre di sua madre aveva sangue gitano. Eugenia era cresciuta con un padre lontano, marinaio sulle rotte commerciali del mediterraneo.
Per anni un uomo, un uomo stimato, amico della famiglia, aveva abusato di lei bambina.
In una macchina blu che mi descriveva nei dettagli e il cui luogo miserabile – i sedili di pelle, l’acre odore di fumo, le lamiere fredde e saldate, i vetri che il respiro del mondo là fuori, il respiro che l’avrebbe salvata, rendeva ciechi di bianca nebbia, i meccanismi mostruosi al di sotto del volante, dai pedali sino al ventre del motore – riconobbi subito come un luogo per lei maledetto, il luogo di ogni cosa nemica.
Mi disse che da sempre, da quando aveva ricordi, viveva esperienze strane: udiva musiche che sembravano scendere dall’alto come forme, rovesci di pioggia o piccoli dardi, vedeva coloro che erano morti, da poco o da secoli, volti e figure sconosciute.
A volte le parlavano, mostrando oggetti, chiedendole di seguirli.
Per lei le aure vibravano intorno ai corpi dei vivi, dicendo di ognuno, in quella fiamma, la vera cifra.
Ragazza, la madre l’aveva portata da diversi specialisti.
Le loro parole – microlesioni della corteccia cerebrale, metabolismo parossistico degli zuccheri, autoproduzione di sostanze psicotrope – non avevano alcuna importanza.
Lo sciamano che impara a volare negli altri mondi grazie al fungo allucinogeno lascia poi questo ausilio come si lascia un tutore e prosegue con altre vesti il suo viaggio.
Imparò così a tacere.
Mi aveva parlato di Ada, una sua giovane paziente che era morta l’anno precedente e che da allora la visitava quasi ogni giorno.
Ada piangeva, le tendeva le mani porgendo un piccolo lenzuolo insanguinato che raccoglieva qualcosa di orrendo, un grumo di ossa e sangue, forse il tumore che l’aveva uccisa.
Mi fu subito chiaro che il potere di Eugenia le consentiva di attraversare senza alcuno sforzo il confine tra il mondo materiale e quello vitale ed era tale da consentirle un’ascesa certa, poderosa.
I simboli, forme della Verità che si rendevano visibili sul corpo di Eugenia, non erano che i segni della sua benedizione, i sigilli che avrebbero aperto i cieli.
La sua modestia, il suo tutto ignorare, la sua purezza, la rendevano inattaccabile dalle forze avverse, che non potevano così fermarla.
Allo stesso tempo Eugenia era incapace di vedere le cose per ciò che erano.
Compresi, così come compresi subito di amarla – senza immagine, senza desiderio, senza tempo, come non avevo mai amato nessun’altra donna – il senso del nostro incontro.
Io l’avrei guidata.
Le dissi che non vedeva Ada, come credeva, ma solo ciò che di disperato per la sua morte giovane e tragica restava di lei nel mondo vitale, appena al di fuori del limite del corpo.
Oh Eugenia, cosa è in verità l’uomo?
Non è che la creazione riassunta in un corpo, strati, mondi sempre più densi nel basso e più sottili nell’alto che avvolgono l’Anima eterna e incorruttibile, minuscolo diamante poco al di sotto del cuore.
Così quando il veggente si innalza, attraversando dapprima gli oscuri e terribili veli del mondo vitale e nervoso, poi i chiari cieli del mentale e, più su, l’infinita serie dei mondi spirituali è come si calasse anche dentro il suo corpo d’uomo, a toccare il seme Divino che lo abita e che attende in ogni altra cosa al fondo della materia.
Occorreva salire per quanto si poteva, verso ciò che per noi è ancora un ignoto ma di cui intuiamo il Mistero, cercare le vette.
Cos’altro importava?
Le chiesi di annotare ogni sua esperienza.
Ricevevo poi, datati e scritti ordinatamente, i suoi resoconti.
Benchè per Eugenia fosse normale avere esperienze anche nel quotidiano e in pieno stato di veglia, le chiesi di concentrarsi sulle ore notturne, prima di cadere nel sonno e, poi, di vedere nei sogni.
Nel mondo vitale vedeva cose orribili.
Descriveva ogni cosa senza provarne alcuna paura.
Nasceva piuttosto in lei un’infinita compassione.
Su quel raggio, poteva procedere.
La immaginavo accarezzare quelle visioni spaventose, i liquidi demoni di quel mondo comprendendone senza saperlo l’illusorietà, la sofferenza, l’esilio e la lontananza dal Supremo.
Presto quegli esseri iniziarono a svanire – cessarono anche le apparizioni quotidiane di Ada nella piccola cucina di Eugenia – lasciando uno spazio ottagonale dove si aprivano alte porte, una per ogni lato.
Sulle porte stavano incisi segni, lettere simili a rune di una scrittura che non conosceva.
Desiderò varcarne una.
Sulla soglia stava raggomitolato un essere semiumano, nudo, con volto come di cane e una coda sanguinante.
Se Eugenia si avvicinava lui si contorceva, scosso da violenti conati di vomito, i suoi occhi d’animale la guardavano aperti e disperati ancor prima che feroci.
Era il suo Guardiano, esisteva per sbarrarle il cammino.
Le dissi di scavalcarlo, sprezzandolo.
Lei lo fece – di certo sorrideva, perché già presentiva un mondo ulteriore – e l’essere svanì al di sotto del suo piede sollevato, cadendo in un abisso non più grande della punta di uno spillo.
La porta, percossa da qualcosa di enorme, si frantumò in infiniti cristalli.
Eugenia si trovò in una luce dorata dove non distingueva nulla e le pareva di cadere ad ogni passo.
Ci vollero mesi ad attraversare quella luce, mentre si ripeteva, ogni volta uguale, la scena dell’attraversamento della soglia.
Una notte, infine, riuscì a vedere il nuovo mondo.
Il cielo – di chiaro opale – e la terra erano divisi da una linea come d’orizzonte e, nonostante la dimensione infinita, Eugenia vedeva quel mondo racchiuso in una forma di seme di mandorlo, di uovo primigenio.
Vide una scalinata enorme.
Ai lati ardevano colonne di fuoco la cui altezza si perdeva.
Dapprima di terra chiara, in lontananza la scalinata si scorgeva, sin dove la visione poteva arrivare, fatta di cristallo di un tenue azzurro.
Molti uomini, indossando una veste bianca – una nube che ne nascondeva il corpo – salivano la via, altri guardavano verso l’alto o nell’incredibile lontananza.
Spiegai ad Eugenia – trovava tutto così straordinario e ne era totalmente commossa – che era entrata appena nel vestibolo di uno dei primi livelli psichici e che ciò che i suoi occhi sottili vedevano non erano che immagini della realtà spirituale e del suo divenire.
La scalinata, le colonne di fuoco, i piccoli diamanti sferici che affioravano dalla terra lungo il suo cammino e che lei si chinava a sfiorare con meraviglia: solo traducendo questi simboli sarebbe avanzata ancora.
Le dissi quanto e più di ciò che sapevo, perché ogni cosa che appariva potesse aprirsi, pienamente letta, come una porta verso il più alto, il più sottile, il più vicino al Supremo.
Più avanti!, In alto!, Io sono con te!, le scrivevo sognando il lavoro che ci attendeva, le nuove visioni, le cime che lei sola avrebbe raggiunto.
All’improvviso – dovevano dopo pochi giorni compiersi due anni dal nostro primo contatto – la corrispondenza di Eugenia cessò.
Il suo telefono rimase muto.
Attesi settimane: nulla.
La cercavo senza sorte tra i visitatori del sito, chiedendomi cosa fosse accaduto e perché avesse deciso di tacere.
Dopo qualche mese, un mercoledì, presi il treno per Gorizia.
In pochi minuti un taxi mi portò all’Ospedale, un edificio che accompagnava il quieto scorrere del fiume Isonzo con la sua lunga forma.
Chiesi del reparto di oncologia.
Secondo piano.
Salii e mi trovai nel grande atrio.
Da un portone cieco – oltre quello il corpo di molti uomini lottava per morire o per ritornare nel mondo con un nuovo e più vero nome – uscì una donna in camice bianco, un’infermiera.
Le chiesi se conosceva Eugenia, Eugenia Tajka.
Mi toccò un braccio: come, non avevo saputo?
L’ altro mese, dopo il turno di notte, prima dell’alba, la strada, lei era stanca, era così stanca negli ultimi tempi, una macchina, un ubriaco forse, ancora non sanno, aveva perso le scarpe, lei venti metri più in là, la testa contro il cordolo, subito era morta, il bambino solo, adesso, Mattia.
Silenzio.
Dissi qualche parola e me ne andai.
Eugenia.
Il nostro viaggio, quello in cui ognuno di noi aveva un ruolo ed in cui eravamo uno, è finito.
Ti è stato dolce lasciare in un istante il corpo, così pesante, così ferito dagli uomini e dalle cose, così diverso da te.
Tua è ora l’alba dello Spirito, il puro vento che eri.
L’Anima vede tutto, oltre ogni confine, sino al Supremo.
Presto deciderà quando cadere di nuovo nel tempo e dimenticarsi di Sé per partecipare all’Opera.
Se qualcosa di te e del tuo potere, della forza che ci univa ancora resta nel mio mondo, che mi raggiunga e mi tocchi.
Aiuta anche me a vedere, a compiere il primo passo.
Io resto, resto qui ancora un poco, Eugenia, come è deciso per me.
* * *
(*) il racconto è puramente immaginario, senza alcun riferimento ad accadimenti o circostanze reali
(**) altrimenti conosciuto come Nodo di Bowen o Nodo di Salomone
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