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Esteban Arroyo

3 marzo 2010 (11:05) | Autore:

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Esteban Arroyo
(Olivenza, Estremadura 1470 – Piccole Antille, 1502 ?)
marinaio di Cristoforo Colombo

Oh God I could be bounded in a nutshell
and count myself a King of infinite space.

Hamlet, Atto II, scena seconda

Dapprima apparve una linea più scura, all’orizzonte.
Poi, tutti sulla nave eravamo come ebbri di felicità, sentimmo gli aromi della terra portati dal vento.
Per mesi avevamo abitato un infinito quasi senza forma: mare nero ed illimite, cielo diverso solo per la quantità di luce che ne cadeva, nuvole nuove e sempre uguali, la notte la trama di punti d’oro delle stelle.
Le cose apparivano smarrite in quelle grandezze.
Pronte a dissolversi, pareva non sarebbero durate che poco ancora: la prua e i legni della nave, le ombre sul ponte, il dorso lucido di un delfino, i volti e i corpi degli altri uomini.
Poi questo infinito sembrò vibrare un istante, come a morire, raccogliendosi in un altro elenco, limitato e preciso: il fronte degli alberi, le foglie mosse dal vento, il verde compatto della foresta sopra la spiaggia, il brillare lontano della spuma dell’onda franta, di un sasso di mica, mobili virgole d’ali nel cielo.
Il mare si tramutò in un velo color smeraldo che accarezzava la terra.
Sbarcammo.
A terra tutto apparve così piccolo, formato, unico, da darci le vertigini.
Mi inginocchiai.
Vidi i grani della sabbia, che scorse come acqua tra le mie mani, calda, vivente, vidi il bordo rotto di una conchiglia, le minuscole e perfette spirali che ripetevano quelle dei cieli, vidi il ruvido tronco che esce dalla terra, il frutto rotondo, la schiena della lucertola, il fiore rosso acceso dal sole e domani già polvere.
Avrei potuto lasciare la spiaggia, attraversare la fila di alberi, entrare nel continente trovando per sempre piccole forme viventi, stabilite, sacre, forme da contemplare e con cui esistere, tutte raccolte sotto la luce.
Compresi che l’Essere impensabile ed inconoscibile che sentivamo stare al di sopra del cielo e dell’oceano del nostro viaggio, respirare nel grande vento, dedicava la sua forza e la sua luce all’infinito e alle stelle così come ai lati del minuscolo, quasi invisibile cristallo di sale raccolto sullo scoglio, alla scorza di legno scheggiata, al piccolo cuore che batte nel petto dell’uria.
L’Essere.
Questo compresi e ne resi grazie, come potei in quel giorno di quella mia vita, io, Esteban Arroyo.


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