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L’eredità di Gengis Khan

25 settembre 2008 (17:01) | Autore:

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Come ricorda Claudio Mutti nella sua Introduzione al testo, Trubeckoj (1890 – 1938) assieme ad altri studiosi russi gettò le basi «di una nuova visione della Russia, intesa come espressione della “civiltà delle steppe”». Il testo in questione, edito da SEB, è un lavoro di filosofia della storia che pone le basi dell’eurasiatismo come filosofia, come dottrina geopolitica e come compito.

Come compito, perché la Russia è chiamata, secondo Trubeckoj, ad assumere il peso ed il significato dell’eredità dell’Impero mongolo del grande condottiero Gengis Khan.

In apertura al testo l’Autore precisa che la Russia di Kiev (Rus’) di cui tratta la prima “Cronaca” (cioè la storia del più antico Stato russo, il Rus’ di Kiev, 850 – 1110) non può essere considerata, per dimensioni ed impossibilità di gestire un così ampio territorio e le sue vie fluviali, la forma originaria assunta dallo Stato russo contemporaneo: la Russia di Kiev «si era mostrata del tutto incapace di adempiere alla propria missione geoeconomica».

La Rus’, la madrepatria, per come la intende Trubeckoj ha quindi una diversa conformazione geografica, politica ed economica pur mantenendo lo stesso nome tradizionale.

La Russia nasce dal disgregarsi dell’Impero mongolo, quasi tutto il territorio dell’URSS (il testo è del 1925) aveva infatti fatto parte dell’Impero fondato da Gengis Khan. «Da un punto di vista storico, lo Stato esistente oggigiorno denominato Russia o URSS fece parte un tempo del grande impero fondato da Gengis Khan. Ma non si può certo identificare la Russia con l’impero di Gengis Khan. Nel dominio del grande conquistatore mongolo e dei suoi eredi immediati venne inclusa quasi tutta l’Asia. [...] L’eredità storica dell’Asia include soltanto il nucleo fondamentale dell’impero di Gengis Khan e non la sua interezza. [...] Geograficamente il territorio della Russia, inteso come il nucleo centrale dell’impero mongolo, può essere definito nei termini seguenti. Una lunga e pressoché ininterrotta sequenza di pianori spogli di foreste si estende dal Pacifico alle bocche del Danubio. È la zona che possiamo chiamare il “sistema delle steppe”. Essa è fiancheggiata a nord da un’ampia cintura di foreste, al di là delle quali si stende la tundra. A sud il sistema delle steppe è delimitato da catene montuose».

Grazie alle vie fluviali il Nord ed il Sud di questa enorme massa continentale si mantenevano in contatto in diversi punti, attraversando le steppe; la steppa rappresentava invece l’unica via da Ovest ad Est. Così, chi controllava un tratto fluviale controllava una regione ristretta, ma chi controllava le steppe controllava l’intero territorio, da Trubeckoj denominato appunto Eurasia.

Lungo i fiumi si trovavano popolazioni sedentarie, mentre la steppa era attraversata da differenti tribù nomadi; il conflitto tra questi due elementi, inevitabile, caratterizzò il periodo della Russia di Kiev.

Toccò a Gengis Khan imporre alle cose un cambio netto e deciso.

Pseudoritratto del Museo Nazionale di Taipei

Pseudoritratto di Gengis Khan. Museo Nazionale di Taipei.

«La situazione cambiò radicalmente allorché Gengis Khan sottomise le tribù della steppa trasformandola in un unico Stato onnicomprensivo, dotato di una superba organizzazione militare. Nulla poteva resistere ad una simile potenza. Tutti gli stati compresi nel territorio dell’Eurasia persero la loro indipendenza, e vennero assoggettati dal grande conquistatore. Gengis Khan riuscì così a portare a termine il compito storico imposto dalla natura stessa delle cose, ovverosia l’unificazione dell’intera area in uno Stato che egli attuò nel solo modo possibile, dapprima assoggettando al proprio potere l’intera steppa, e quindi, per mezzo di questa, il resto del territorio. Cionondimeno, Gengis Khan soggiogò anche la maggior parte dell’Asia, oltre all’Eurasia.»

La figura del condottiero mongolo viene spesso dipinta a tinte fosche, di lui si dice che fu un barbaro sanguinario, un massacratore, un conquistatore tra i più brutali da cui nulla possiamo oggi imparare, se non in negativo. Trubeckoj non affronta la questione con lo sguardo del moralista, ma con l’occhio lucido dello studioso ci riporta fedelmente la realtà storica parlandoci di un Gengis Khan sì feroce e spietato guerriero ma anche intelligente stratega capace di costruire un apparato statale fondato su una differenziazione essenziale e radicale degli uomini: schiavi e uomini nobili. Gli schiavi erano coloro che, troppo attaccati al benessere ed al denaro, erano incapaci di vivere una vita onorevole, la loro indole li portava naturalmente al tradimento, per questo il Khan li disprezzò sempre e li schiacciò senza pietà. I nobili erano i guerrieri e gli uomini d’onore, incapaci di tradimenti e sotterfugi, fondavano la loro dignità sulla fedeltà, il coraggio e la dedizione e obbedivano ai superiori come si obbedisce ad un ordine divino.

Prima di Nietzsche troviamo allora nel sistema su cui si fondava lo Stato mongolo la distinzione in morale degli schiavi e morale dei signori, che nulla ha a che vedere, hegelianamente, con la distinzione tra operaio e signore, ma si tratta di una distinzione di rango, per nulla fondata sulla ricchezza economica, ma sulla pienezza e la forza dello spirito.

Uno Stato siffatto, costruito secondo una norma divina, al cui vertice troviamo Gengis Khan, non poteva ignorare l’importante questione rappresentata dalla religione.

«Essendo egli stesso un uomo profondamente religioso, ispirato dalla piena e costante consapevolezza della sua personale connessione col divino, Gengis Khan considerò sempre questa particolare specie di percezione del sacro come un requisito indispensabile di quell’indole che egli maggiormente apprezzava nei suoi soggetti. [...] Nel suo impero non vi era nessuna religione di Stato, e tra i suoi soldati, generali ed amministratori vi erano sciamanisti, buddisti, musulmani e cristiani nestoriani».

L’epoca tatara fu un periodo di intensa spiritualità per la Russia, e favorì il sorgere di un forte sentimento nazionale. Dall’impero mongolo la Russia ereditò il sistema economico come pure l’avanzato sistema di comunicazioni interno dell’Impero (poste, comunicazioni stradali), e ovviamente l’apparato amministrativo e quello militare.

Con la morte di Gengis Khan iniziò la lenta decadenza dell’Impero mongolo; nella Russia moscovita la concezione dello Stato tatara venne “depurata” dagli elementi estranei ed inconciliabili, lo Stato venne quindi associato all’Ortodossia, ad una religione dogmatica e ascetica, e si realizzò così la russificazione dello Stato mongolo. «Le idee di Gengis Khan, oscuratesi ed erose nel corso del processo di attuazione concreta, ma ancora vivide tra le pieghe dell’organizzazione statale da lui creata tornarono di nuovo in vita, ma in forma del tutto nuova e irriconoscibile, dopo aver ricevuto una giustificazione cristiana e bizantina».

Come ribadito diverse volte da Aleksandr Dugin religione e popolo in Russia non sono disgiunte né separabili, la coesione dello Stato russo è data da questo stretto ed irrinunciabile legame. Il popolo russo è la religione, la religione è il popolo russo – in essa trova le sue radici e la sua tradizione.

Trubeckoj ricorda che fu Mosca il centro della rinascita interiore della Russia, e qui avvenne una rapida assimilazione delle tecniche di governo mongole. Ivan IV il Terribile dal 1547 al 1567 condusse vittoriose compagne che estesero l’autorità di Mosca su territori prima soggetti al Giogo Tataro. «L’avvenimento storico decisivo non fu invero il “rovesciamento del Giogo”, non fu la sottrazione della Russia al potere dell’Orda, ma piuttosto l’estensione dell’autorità di Mosca alla maggior parte dei territori che erano stati sotto il controllo dei Mongoli o in altre parole, la sostituzione del Khan tataro con lo Zar moscovita, insieme al trasferimento a Mosca del centro del potere politico».

Sotto il governo assoluto dello Zar, erede del potere del Khan tataro la Russia assunse l’eredità mongola, ma ciò fu possibile grazie ad una forte rinascita spirituale, che coincise col rinato spirito nazionale: «Senza la profonda rinascita spirituale che percorse la nazione russa come effetto della reazione al Giogo Tataro, essa sarebbe stata completamente assimilata, o sarebbe rimasta uno dei tanti frammenti dell’impero di Gengis Khan. [...] Fu proprio nel crogiolo del sentimento religioso che l’ulus di nord-ovest dell’impero mongolo venne fuso nello Stato moscovita, con la sostituzione del Khan mongolo con lo Zar russo di fede ortodossa».

Lo Stato russo ha quindi diversi caratteri comuni a quello mongolo (unico capo politico e spirituale, indifferenza per i beni materiali ecc.), ma la distinzione fondamentale risiede nella religiosità ortodossa dei russi del tutto differente dallo sciamanesimo tataro.

Lo Stato russo non commise l’errore dell’Impero mongolo di assoggettare popoli non assimilabili (musulmani, buddisti), dando vita invece ad un’unità religiosa e politica che gli garantì autosufficienza, stabilità e forza, rinunciando all’ espansione in Asia.

Da filosofo della storia Trubeckoj sembra seguire lo schema spengleriano del divenire storico delle civiltà: nascita – sviluppo – decadenza – tramonto. L’Autore fa iniziare la decadenza della Russia durante il governo di Pietro I il Grande, quando cioè l’influenza dell’Occidente iniziò a diffondersi in Russia con effetti devastanti per l’identità nazionale.

Lo Stato moscovita dovette porsi il problema di difendersi dall’Occidente cattolico, risultarono quindi necessarie nuove tecnologie. Venne adottata la tecnologia europea, questo permise alla Russia di divenire una grande potenza militare, tuttavia si diffuse l’infezione occidentale e comportamenti indecorosi si diffusero nelle alte cariche sostituendo la morale ortodossa. «È pur vero che il grande piano di Pietro fu motivato dal suo patriottismo, ma ciò non toglie che si trattasse di un patriottismo molto particolare, privo di precedenti radicati nell’anima della nazione. Egli non si curò per nulla di quella che era l’autentica Russia storica, preso come era dal suo sogno di creare un paese simile sotto ogni rispetto agli altri Stati europei ma che li superasse sia in estensione territoriale sia in potenza militare. [...] L’adozione della tecnologia europea era sì storicamente inevitabile in considerazione delle necessità della difesa nazionale, ma le forme da essa assunte durante il regno di Pietro non soltanto non corrisposero ad un bisogno siffatto, ma addirittura lo contraddissero».

L’europeizzazione dello Stato russo provocò un crollo dei fondamenti tradizionali, si creò una netta rottura tra la gente delle basse classi sociali, ancora legata all’anima russa, e gli strati europeizzatisi. Sia la politica interna sia quella estera assunsero carattere anti-nazionale, fortemente influenzato dall’imperialismo europeo: «Le condizioni geografiche dell’Europa Occidentale rendono naturale la spinta verso il mare aperto, che è il solo a consentire lo sviluppo dei traffici coloniali. Imitando pedissequamente le potenze europee, anche la Russia adottò queste direttive in politica estera, sebbene la sua geografia fosse completamente differente, e la ponesse al cospetto di ben altri compiti storici». Il dramma della contrapposizione tra Terra e Mare risulta qui evidente, le categorie schmittiane che si caricano di significati non soltanto geografici – a maggior ragione trattandosi della Russia – sono implicite nel discorso dello scrittore russo: la Russia viene intesa, come oggi l’intera Eurasia (Europa compresa quindi), una potenza di Terra il cui compito storico è ad essa legato.

Quando uno Stato o una civiltà mancano il proprio compito storico non possono che morire.

Il panslavismo e la russificazione moderni perseguirono una forzata assimilazione di ceppi etnici in un modo contrario al tradizionale affratellarsi organico e armonico. L’aspetto che però più preoccupa Trubeckoj è il ruolo sempre più marginale cui si cercò di relegare la religione Ortodossa all’interno dello Stato.

Nel suolo russo si innestarono idee artificiali e non condivise, si innestò la cultura europea; nacquero i partiti politici, accomunati da un sentimento anti-nazionale e dal solo interesse per il guadagno e la soddisfazione dei bisogni particolari.

Tuttavia il popolo rimase legato all’idea di Zar come sovrano assoluto e guida illuminata, ma gradualmente la tradizione nazionale andò perduta.

Tra la gente comune emerse una classe di “quasi intellettuali” che predicava idee occidentali elementari comprensibili e accettate dal popolo, il governo si attirò l’odio del popolo a causa della repressione e fu la rivoluzione. « Finalmente, dopo una lunga gestazione, la rivoluzione ebbe luogo e il governo imperiale venne rovesciato».

Secondo l’Autore il regime sovietico ha l’atteggiamento positivo di rifiutare l’influenza occidentale sotto certi aspetti, ma d’altra parte la politica del governo socialista è anti-nazionale e legata al recente passato, le sue parole d’ordine restano occidentali ed in ultima analisi non fa che proseguire su ampia scala l’opera dissolutrice iniziata con Pietro I. «Si agisce nel nome del socialismo, del comunismo, del marxismo – idee non russe, del tutto estranee alla nostra storia proprio come lo erano i principi del legittimismo monarchico e feudale in nome dei quali i sovrani dell’età post-petrina logorarono le proprie forze in Europa».

Il comunismo, dice Trubeckoj , è un prodotto dell’Occidente e in quanto tale, solamente quando verrà rigettato la Russia riscoprirà la propria identità nazionale e spirituale.

«Il vero nemico dell’imperialismo paneuropeo, ovvero dell’imperialismo della civilizzazione europea, non è il comunismo, ad essa ben noto e ad essa connesso organicamente, bensì la Russia storica, la Russia – Eurasia. [...] Nessuna svolta repentina paragonabile a quella verificatasi al tempo di Pietro I ha avuto luogo in Russia sotto il governo dei soviet, ma si è avuta un’accelerazione improvvisa nella medesima direzione. Se si condanna questo orientamento, ravvisando nella rivoluzione il desiderio elementare della nazione russa di farla finita una volta per tutte con questa politica, allora si deve riconoscere che il potere comunista non si è ancora addossato il compito impostogli dalla rivoluzione: esso non ha ancora liberato la Russia dal giogo della civilizzazione europea, ma al contrario ha compiuto i suoi sforzi nella direzione opposta in un aggravamento di questa sudditanza».

Negli ultimi due capitoli dell’opera, il tredicesimo e il quattordicesimo – che si potrebbe intitolare idealmente Il futuro della Russia in quanto erede dell’Impero mongolo -, oltre a proporci un rapido ed esauriente riassunto dei capitoli precedenti, troviamo il pensiero più profondo ed interessante di Trubeckoj: qual è il compito storico della Russia e quale sarà il suo futuro.

«La Russia avrà per il futuro la responsabilità di pervenire alfine alla piena consapevolezza della sua natura autentica, e di tornare ad adoperarsi per l’espletamento dei suoi compiti storici».

Lasciamo che sia il lettore a scoprire e ad assaporare appieno la ricchezza delle ultime pagine di questo testo, ma vogliamo riportare un’ultima citazione, perché sia chiaro che non siamo di fronte allo scritto di un reazionario nostalgico del passato zarista: «Ma si tratta di una via che non riconduce al passato, che non va all’indietro, ma in avanti, verso qualcosa di nuovo e di straordinario. Il compito del nostro paese è pertanto quello di ricostruire una cultura sua propria, non meramente imitatrice della civilizzazione europea».

Il saggio di Nikolaj S. Trubeckoj non è un lavoro specialistico e risulta senz’altro accessibile al lettore medio pur non essendo mai superficiale o frettoloso nelle analisi e nelle conclusioni; in esso troviamo nozioni di geopolitica, storia e filosofia, il tutto ci consegna un piacevole scritto di filosofia della storia che degnamente può affiancarsi ai testi di Konstantin Leont’ev e Oswald Spengler. In poco più di 100 pagine scopriamo la vicenda di Gengis Khan e l’eredità che la sua lungimiranza e la sua grandezza hanno trasmesso attraverso i secoli, un’eredità che torna oggi ad imporsi con insistente attualità.

* * *

Nikolaj Sergeevič Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, SEB 2005, Milano, 115 Pagine.

Recensione pubblicata in Eurasia rivista di studi geopolitici 3/2006.


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