Emigrazione interna. La letteratura nel Terzo Reich

A lungo, storici e studiosi si sono interrogati sui rapporti intercorsi tra il nazismo e gli esponenti della cultura tedesca nel dodicennio nero dell’hitlerismo. La maggior parte dei critici si è attardata su autori molto noti, il cui capofila può essere individuato in Thomas Mann che, in modo esplicito, presero posizione nei confronti del nuovo regime criticandolo. Ciò li costrinse all’esilio: si trattò, in massima parte, di esponenti della cultura ebraica o di intellettuali marxisti. In posizione marginale rispetto a quella degli esiliati, nel tragico dodicennio, prosperò in Germania un’altra letteratura, la cui ostilità al nazionalsocialismo si sostanziava di ragioni diverse e non comuni. Ci stiamo riferendo alla produzione libraria della cosiddetta «Emigrazione Interna». Per la prima volta essa è stata indagata analiticamente, con persuasività di accenti, da uno tra i più noti germanisti del nostro paese, Marino Freschi, nel volume Germania 1933-1945: l’Emigrazione Interna nel Terzo Reich, nelle librerie per i tipi di Aragno (pp. 167, euro 18,00).

L’excursus di Freschi prende avvio dalla seguente asserzione: «La denominazione di Emigrazione Interna ha confini sfumati con scrittori spesso convinti e coerenti avversari della dittatura, ed altri inclini a compromessi, cedimenti» (p. 2). Tale affermazione viene sviluppata analiticamente dall’autore. Egli sostiene che la dimensione storico-culturale sottesa a tale esperienza letteraria ed esistenziale debba essere individuata nella categoria, innanzitutto spirituale, della Innerlichkeit, dell’interiorità, della soggettività, consustanziale alla civiltà tedesca da Lutero al Romanticismo. Dell’Emigrazione Interna furono rappresentanti quegli intellettuali rimasti in Germania per ragioni disparate: familiari, economiche, patriottiche e linguistiche. Rileva Freschi: «Il legame linguistico […] ha costituito il fattore decisivo per la maggioranza di questi autori» (p. 3). Alcuni tra loro mirarono al conseguimento di un obiettivo eroico ed inattuale: annullare la storia e l’incombente drammaticità del presente: «in nome e per amore e vocazione di una idea metastorica, ‘eterna’ della poesia» (p. 3).

Per tali autori, la scrittura fu, il più delle volte, estremo ricovero al fine di sfuggire, per dirla con Gómez Dávila, «all’inclemenza del tempo presente», alla pervasività del nazionalsocialismo e dei suoi apparati polizieschi. Si dettero, allora, alla stesura di diari clandestini, alla fondazione di riviste e case editrici riuscendo ad operare in modo omogeneo, pur non avendo, il più delle volte, contatti tra loro. Lo spazio in cui accolsero la libertà del dire, fu la coscienza. Ciò rese il: «frammento […] la traccia più cospicua e poeticamente più intensa di questa particolarissima esperienza letteraria» (p. 5), la cui espressione prevalente si dette nel recupero della Naturlyrik, fil rouge che attraversa la letteratura tedesca ab origine. Del resto, gli esordi del secolo XX furono segnati in Germania dalla comparsa del movimento giovanile dei Wandervögel (Uccelli migratori), che determinò uno dei più significativi ritorni alla natura del «secolo breve». Hermann Hesse, ricorda l’autore, con il suo Peter Camenzind aveva alimentato tale sensibilità in modo rilevante, tanto che i nazisti, dapprima cercarono di integrare il movimento nelle loro fila,  per poi proibirlo.

Gottfried Benn (1886-1956)

La letteratura dell’Emigrazione Interna, degli «esuli in Patria», è certamente esempio di Heimatliteratur connotata dal rifiuto della metropoli e dal ritorno al villaggio, patria accogliente, materna. Una letteratura dal tratto antimoderno, pienamente inserita nella Kulturkritik, che proprio per questo, nota Freschi, faceva della riscoperta della physis una componente dialettica della modernità stessa (in tal senso la lezione di Antoine Compagnon sull’antimodernismo è esemplare). Una letteratura del radicamento contrapposta alla Asphaltliteratur, letteratura dello sradicamento metropolitano. Tra gli emigrati interni, si distinsero gli aristocratici (di spirito) che, per sottrarsi al Gestell, all’Impianto tecnico-scientifico realizzato dalla volontà di potenza hitleriana, «emigrarono» nell’esercito, ricovero sicuro e punto di osservazione privilegiato, stante la lezione di Jünger, da cui osservare: «come le cimici si divorassero a vicenda» (p. 53). Gottfried Benn nel rispondere ad una missiva di Klaus Mann, che lo invitava ad abbandonare il Reich, a prendere le distanze dal regime, rispondeva di credere: «in un autentico rinnovamento del popolo tedesco, tale da trovare finalmente una via d’uscita dal razionalismo […] dall’irrigidimento della civiltà; tale da servire all’Europa» (p. 47). Era cosciente, quanto gli ufficiali che, guidati dal Conte Claus von Stauffenberg  attentarono alla vita di Hitler il 20 luglio del 1944, di non poter lasciare la Germania in quanto: «la mia lingua, la mia vita, i miei rapporti umani, la somma intera del mio cervello, li devo in primo luogo al mio popolo» (p. 47).

L’emigrazione aristocratica aveva una cultura sostanziata dal mitologema della «Germania Segreta», rivitalizzato nel Novecento dal Circolo di George, che mirava al ritorno ad un Reich ideale, all’eterna Germania, cosa altra dalla contraffazione del «potere dall’Alto» proposta da Hitler con il Terzo Reich. Chi allora si fosse fatto latore di tale ideale, avrebbe dovuto scegliere la via del bosco o quella, mirabilmente presentata da Jünger in Sulle scogliere di marmo, dell’Eremo della Ruta, per sfuggire al Forestaro di turno (oltre Hitler la storia ne ha conosciuti altri). Dello stesso avviso furono Martin Heidegger, postosi dalla Hütte della Foresta Nera lungo i sentieri interrotti dell’essere, o l’erudito Rudolf Borchardt che si ritirò nell’Italia di Mussolini e nei giardini di Lucchesia, dove poté coltivare, nonostante il clamore del tempo, i fiori del proprio spirito. Cantore dei medesimi valori fu Ernst  Weichert il cui romanzo, La vita semplice: «è un grandioso appello alla vita solitaria, nei boschi e sui laghi» (p. 79). Il protagonista del romanzo ritrova nelle attività più semplici il centro attorno al quale far sviluppare la propria vita in sintonia con la natura. Freschi indaga le vicissitudini e i rapporti ambigui con il nazismo di Hans Carossa, ricordando come Martin Buber avesse riconosciuto nel lascito letterario di questo scrittore una testimonianza di rilevo: Carossa avrebbe colto come lo spirito, nella modernità, sia destinato allo scacco: «ma un’autentica narrazione (di tale situazione) è già quasi una redenzione» (p. 87).

La letteratura dell’Emigrazione Interna che Freschi attraversa con acume critico ed eleganza espositiva, discutendo le opere di molti altri autori, nonché della sua componente femminile, colse, sulla scorta del Mann delle Considerazioni di un impolitico, il tratto Unpolitischen della creazione artistica. Anche se con alcuni scrittori dell’Emigrazione Interna, dopo la guerra, come ricorda il nostro autore, egli polemizzò aspramente, essi sono, in fondo, suoi figli naturali. Del resto, come questi, al ritorno dall’America, Mann proseguì il proprio esilio spirituale in un dorf svizzero. Divenne, nietzschianamente, ciò che era sempre stato.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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