Edgar Allan Poe, non solo scrittore ma critico lucido e spietato della modernità

Strano destino, quello di Edgar Allan Poe.

Tutti lo conoscono quale raffinato e stravagante scrittore del sogno, della visione, dell’incubo; quasi tutti, a sentire il suo nome, pensano a racconti come Il pozzo e il pendolo, La caduta della Casa Usher, Una discesa nel Maelstrom, La maschera della Morte Rossa, oppure al romanzo di avventura e mistero Storia di Gordon Pym, ambientato nei lividi mari antartici; parecchi pensano subito ai suoi racconti polizieschi, che ne fanno un precursore del genere “giallo”; a qualcuno, infine, verranno in mente le sue poesie, e specialmente il poemetto Il Corvo, con il suo ritornello monotono, lugubre, ossessivo: «Nevermore!», «Mai più!».

Però Edgar Allan Poe, giornalista d’assalto, narratore originale e penetrante, alcolizzato, impotente, schiavo dei suoi fantasmi e chiuso nel cerchio stregato dell’amore per una moglie-bambina morta giovanissima e il cui fantasma non lo avrebbe lasciato più, non è stato solamente questo; la sua personalità multiforme e vigorosa, benché irrequieta, è di quelle che non si lasciano definire con una etichetta, non si lasciano imporre un cliché di comodo, per quanto possano desiderarlo la nostra pigrizia intellettuale e il nostro conformismo culturale.

Egli è stato anche un acuto, freddo, spietato critico della civiltà moderna, di cui vide il lato oscuro con lucidità pari a quella di un William Blake, e dalla quale si ritrasse con un moto di spavento simile a quello di Baudelaire, il quale non per nulla avvertì subito, traducendo le sue opere, una forte affinità spirituale con il solitario d’oltre oceano.

Poe è stato uno dei primi a sentirsi straniero in patria, nella patria della modernità totalitaria, che avanzava a grandi passi e che appiattiva e modellava il mondo intero a sua immagine e somiglianza: tutta intenta ad accumular denaro, a distruggere la bellezza per far posto a fabbriche, arsenali e ferrovie, a liquidare il mondo della fantasia e dell’ideale, per sostituirlo con la mentalità pratica degli affari e con l’utilitarismo grossolano e cinico di chi punta alla meta del successo, senza riguardi per nulla e per nessuno, senza rimpianti e senza rimorsi.

Con due o tre generazioni d’anticipo, Poe precede il dramma dell’uomo novecentesco sradicato e sperduto, alienato e disgregato: il dramma di Kafka e Joseph Roth, di Svevo e Pirandello, di Strindberg e di Joyce; fratello maggiore dello stesso Dostoevskij, certo di lui meno profondo e meno profetico, ma altrettanto sensibile e spietatamente lucido nel percepire lo scricchiolio di un mondo secolare, il vacillare di tutte le certezze: non solo di quelle della civiltà borghese, ma della civiltà tourt-court.

E che altro sono i sinistri scricchiolii della sventurata Casa Usher, che altro sono le crepe che ne attraversano gli antichi muri e che la porteranno a collassare su se stessa, a sprofondare irreparabilmente nelle acque fumanti dello stagno morto, se non le crepe e gli scricchiolii della civiltà moderna, giunta ad un punto di non ritorno, oltre il quale non vi è più l’incognita sul destino di questa o quella forma sociale, questa o quella espressione culturale, ma l’incognita sul destino dell’uomo stesso, giunto fino alla soglia estrema dell’autodistruzione, per essersi fatto apprendista stregone di forze maligne che egli stesso non è più in grado di controllare, dopo averle incautamente evocate e corteggiate?

Poe non è stato solo uno spirito aristocratico smarrito in piena società moderna, uno spirito d’esteta condannato a vivere nel cuore ribollente della civiltà di massa; non è stato solamente un Eliot che, con accenti accorati e stravolti, ha descritto l’abbandono e lo squallore di una terra desolata, simile ad un Purgatorio dantesco; è stato anche un consapevole osservatore e un attento studioso di quella nemesi, di quello slittamento irreparabile dai fasti orgogliosi del Progresso ai gironi infernali della dissoluzione e della putrefazione.

Contemporaneo di Kierkegaard, l’odiatore delle gazzette, lui, giornalista instancabile, aveva più cose in comune col filosofo danese di quante a prima vista non si crederebbe: prima fra tutte, l’orrore per la massificazione, per l’anonimato, per il filisteismo dei benpensanti, per la cecità dei cosiddetti intellettuali di fronte al vicolo cieco imboccato da una civiltà che, inseguendo il mito del dominio, stava creando le premesse per la propria irrimediabile caduta.

La finezza di analisi e la impietosa lucidità di sguardo di Poe sui caratteri essenziali della civiltà moderna non si trovano in qualche scritto di carattere saggistico o filosofico, ma nelle pieghe dei suoi stessi racconti del mistero e del terrore, specialmente di quelli meno noti al grosso pubblico, ma più densi di riflessione e di sostanza concettuale, ad esempio nel racconto Colloquio di Monos e Una, cui premette una citazione di Sofocle: Μέλλοντα ταυτα, «questa sarà».

Ne riportiamo un passo significativo (da: E. A. Poe, Tutti i racconti, traduzione di Giuseppe Sardelli, Editrice Sugar, Milano, 1963, pp.250-53):

«…..quale parola sulla condizione generale dell’uomo di quest’epoca. Tu ricorderai che al tempo dei nostri antenati, uno o due sapienti, sapienti dinanzi alla verità, ma non dinanzi al giudizio del mondo, osarono mettere in dubbio la giustizia del termine “progresso” dato al cammino della nostra civiltà. Ci sono state delle epoche […] in cui alcuni vigorosi intelletti si alzarono coraggiosamente a lottare per quei principî, la cui verità appare adesso in tutta la sua luce […], principî che dovevano insegnare alla nostra razza a sottomettersi alla guida delle leggi naturali, e a non tentare di dominarle. A lunghi intervalli apparvero alcune menti eccezionali che considerarono i progressi della scienza empirica come regressi sulla via della vera utilità. Di quando in quando la fantasia dei poeti […] precedette la filosofia nello sviluppo dee idee, e trovò nella mistica parabola del’albero della conoscenza, e del suo frutto proibito, che dà la morte, la chiara allusione a una conoscenza che non era adatta all’uomo ne’ infanzia della sua anima. E questi uomini, i poeti, vivendo e morendo fra il disprezzo degli UTILITARISTI, rozzi pedanti che si arrogavano un titolo che giustamente toccava ai disprezzati, questi uomini, i poeti, meditarono nella sofferenza, ma con spirito di saggezza, sui tempi antichi, quando i nostri bisogni erano tanto semplici quanto acuti erano i nostri piaceri, tempi in cui ALLEGRIA era una parola sconosciuta, tanto la felicità era solenne e tutta interiore, tempi santi, augusti, beati, quando fiumi azzurri scendevano fra gli argini naturali delle rocce dei monti in remote foreste primordiali, odorose e inesplorate.

Ma queste nobili eccezioni della ignobile regola ottenevano solo il risultato di confermarla con le loro opposizioni. Ahimé! Eravamo caduti nel più maledetto dei nostri giorni maledetti. Il grande MOVIMENTO, questo era il termine ipocrita, continuava: un malsano tumulto del’anima, e del corpo. L’Arte, le Arti, salirono alla somma dignità, e una volta assise in trono, incatenarono l’intelletto che le aveva innalzate al potere. L’uomo, per il fato che non avrebbe potuto non riconoscere la maestà della Natura, esultò come un bambino al conquistato e crescente dominio sui suoi elementi. E anche quando nella sua fantasia si avvicinò a Dio, una imbecillità infantile lo pervase. Com’è facile congetturare dall’origine del suo disordine, fu contagiato dal sistema e dall’astrazione. Si sviluppò nelle generalità. Fra le altre strane idee guadagnò terreno quella del’uguaglianza universale; e a scorno dell’analogia e di Dio, a dispetto dell’alta voce ammonitrice delle leggi della GRADAZIONE che compenetra tutte le cose del Cielo e della Terra, furono fatti selvaggi tentativi di far prevalere la Democrazia su tutto. Purtroppo questo male scaturì fatalmente dal male principale, la Conoscenza. L’uomo non poteva conoscere e soccombere. Nel frattempo sorsero enormi città fumose, senza numero. Le foglie verdi inaridirono sotto il caldo fiato delle fornaci. Sembrava che un morbo disgustoso avesse devastato il bel volto della Natura. E mi sembra […] che perfino il nostro senso del forzato e dell’innaturale, benché assopito, avrebbe potuto a questo punto fermare la nostra corsa. Ma ora è chiaro che noi avevamo preparato accuratamente la nostra distruzione pervertendo il nostro GUSTO, anzi trascurando ciecamente di coltivarlo nelle scuole. Poiché, in verità, in questa crisi il gusto soltanto – quella facoltà che, stando a mezza strada fra il puro intelletto e il senso morale, non avrebbe potuto mai essere impunemente disprezzato – il gusto soltanto, dunque, ci avrebbe portato piano piano verso la Bellezza, la Natura e la Vita. Ma ahimé per il puro spirito contemplativo e la divina intuizione d Platone, e per la μουσιχη, che egli giustamente considerava come l’educazione completa dell’anima! Ahimé per costoro, di cui si sente più disperatamente il bisogno tutte le volte che sono dimenticati e disprezzati!

Pascal, un filosofo che noi due amiamo, ha detto, e con quanta verità, “que tout notre raisonnement se réduit à ceder au sentiment”. E non è impossibile che il sentimento del naturale, se il tempo lo avesse permesso, avrebbe riguadagnato il suo antico ascendente sulla dura ragione matematica delle scuole. Ma questo non doveva avvenire. Il mondo, sotto l’assillo dello smodato desiderio della conoscenza, invecchiò prematuramente. Questo, la maggior parte dell’umanità non lo vide, o, nella pienezza della sua vita tuttavia infelice, , finse di non vederlo. Ma la storia della Terra mi aveva insegnato ad attendermi la più vasta rovina come il prezzo della più alta civiltà. Il destino dei Cinesi, semplici e pazienti, paragonato con quello degli Assiri, creatori dell’architettura, e degli Egizi, creatori dell’astrologia, e dei più astuti Nubiani, turbolenti creatori di tutte le arti, mi aveva ispirato il presentimento del nostro Destino. Studiando la storia di queste regioni mi balenò un raggio di luce dal Futuro. Le artificiose civiltà degli ultimi tre popoli, prese singolarmente, furono mali isolati della Terra, e nelle loro rispettive cadute avevamo visto applicare rimedi isolati, ma per il mondo universalmente infetto non potevo anticipare nessun’altra rigenerazione salvo che nella morte. Vidi che l’uomo, come razza, per non estinguersi del tutto deve NASCERE DI NUOVO. […]

Era allora che, al crepuscolo, noi parlavamo dei giorni futuri, quando la superficie della Terra deturpata dall’Arte, dopo aver subito la purificazione, che sola potrebbe cancellare le sue rettangolari oscenità, si rivestirebbe come una volta del verde e dei dolci declivi e delle sorridenti acque del Paradiso e si trasformerebbe, alla fine, nella giusta dimora dell’uomo, dell’uomo purificato dalla Morte, dell’uomo il cui sublimato intelletto non sarebbe più avvelenato dalla conoscenza, dell’uomo redento, rigenerato, beato e immortale, ma pur sempre dell’uomo MATERIALE».

Poe, dunque, dolorosamente introspettivo e tuttavia capace di straordinaria penetrazione come osservatore della realtà esterna, in questa pagina mostra di aver colto l’essenza della crisi della modernità, come e meglio di tanti filosofi di professione a lui contemporanei, a cominciare dal grande Corbante, Hegel, che teneva cattedra a Berlino davanti a una generazione di studenti adoranti; e precorrendo, semmai, per alcuni aspetti, la critica anti-idealista di Kierkegaard, Schopenhauer e, in parte, dello stesso Nietzsche.

Il brano che abbiamo riportato è una autentica miniera di osservazioni notevoli, ciascuna delle quali meriterebbe un ampio approfondimento; qui ci limiteremo, per ragioni di spazio, a una rapida rassegna di alcuni punti fondamentali.

Punto primo: quei pochi che mettono in guardia, con spirito lungimirante, contro i mali del Progresso concepito quantitativamente, e che denunciano l’ideologia stessa del Progresso illimitato come intrinsecamente distruttiva, non vengono ascoltati dalla massa, che preferisce farsi accarezzare l’udito da un altro genere di discorsi.

Punto secondo: l’errore fondamentale dell’uomo moderno è stato quello di voler dominare la natura, ponendosi di fronte a lei come un nemico, invece di sottomettersi egli stesso alle leggi naturali, riconoscendone la maestà, l’armonia e l’intima saggezza.

Punto terzo: il male ultimo dell’uomo, di cui la modernità rappresenta il termine estremo e l’espressione culminante, è lo smodato desiderio di conoscenza, tutta laica e immanente, sciolta dal piano del divino e divenuta superba e arrogante: “curiositas” non sorretta dalla “virtus”, delirio di onnipotenza di un uomo preda della dismisura, della “hybris”: e ciò è stato visto con chiarezza dai poeti, prima che da chiunque altro.

Punto quarto: là dove gli uomini sanno tenere a freno la “curiositas” ed evitare la “hybris”, regna una tranquilla pace dell’anima, di cui l’allegria, tipica della società moderna, non è che la contraffazione ghignante e caricaturale: un agitarsi meccanico in cerca di una letizia innaturale, forzata, impossibile (e cosa c’è di più forzato di un «Allegria!» gridato da un presentatore televisivo ad ore fisse; di più triste, di una risata pre-registrata?).

Punto quinto: la filosofia del Progresso materiale, ossia del domino sulla natura, alimenta un costante disordine spirituale, uno scomposto agitarsi dell’anima, una malsana irrequietezza, che si inebriano sempre più ai successi apparenti del Logos strumentale.

Punto sesto: una volta giunta al potere, l’Arte, cioè la tecnoscienza, incatena il pensiero che l’ha insediata sul trono e si rivolta contro di esso, trasformandolo nel docile strumento dei suoi fini, che non sono umani, perché non assecondano la natura e non ne riconoscono la signoria, ma pretendono di asservirla e soggiogarla.

Punto settimo: il coronamento di questo pervertimento dello spirito culmina nella filosofia dell’astrazione e della generalità, che non vede più il singolo individuo, con la sua concreta realtà esistenziale, ma che vede solo i grandi movimenti della storia e delle idee; e il colmo dell’astrazione è l’assolutizzazione dell’idea democratica.

Punto ottavo: la democrazia, che non trova, in natura, alcuna conferma dei suoi presupposti teoretici, scaturisce a sua volta dalla smania di conoscenza profana; e il paesaggio sconvolto e avvelenato dagli scarichi industriali è la manifestazione visibile del morbo segreto che corrompe la vita interiore dell’umanità.

Punto nono: la caduta morale dell’uomo moderno è stata preparata, giorno dopo giorno, dalla corruzione del suo gusto, del suo senso estetico e principalmente del suo senso musicale: essendo la musica la più spirituale delle arti, la perversione del senso musicale ha avuto una ripercussione disastrosa su tutto il complesso della vita interiore dell’umanità.

Punto decimo: sopravvivono le civiltà semplici e pazienti, fondate sull’armonia con la natura, capaci di integrarsi con essa; periscono, più o meno rovinosamente, quelle che si realizzano attraverso una tensione faustiana, un tentativo di imporsi sulla natura e contro la natura; e non solo queste ultime soccombono, ma scompaiono dal teatro della storia anche i rispettivi popoli. Dove sono finiti gli Assiri, dove sono finiti gli Egizi, ebbri di orgoglio per le loro conquiste?

Punto undicesimo: se l’uomo in quanto tale non vuole subire il destino dell’estinzione, deve tornare a nascere una seconda volta, dopo aver purificato la Terra dalle oscene manifestazioni della sua potenza tecnica, e restituito alla natura il suo volto splendente.

Punto dodicesimo: perché ciò avvenga, l’uomo deve redimersi: deve redimersi attraverso il dolore; deve prendere consapevolezza che non tutto gli è permesso; che esistono dei limiti, anche in fatto di conoscenza, che non gli è lecito oltrepassare.

Ci sembra che ci sia sufficiente materia per meditare, pensando che questa pagina è stata scritta nel lontano 1845, vale a dire più di un secolo e mezzo fa; e che lo sguardo di Poe ha saputo spingersi molto lontano e riconoscere delle ombre che, allora, erano ancora celate ai più, ma che noi, oggi, vediamo ergersi sul nostro cammino, più che mai incombenti e minacciose.

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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