Duello sul delta, nella giungla, di Aldo Gabrielli

Non molti sanno che Aldo Gabrielli, oltre ad essere stato l’autore di un celebre dizionario e uno dei maggiori esperti della lingua italiana del XX secolo (a dispetto del fatto che l’«Enciclopedia Biografica Universale» della Treccani non si degni di ricordarlo), si è anche cimentato nella letteratura per l’infanzia, collaborando alla importante collana «La Scala d’Oro» della U.T.E.T., ideata e diretta da Vincenzo Errante e Fernando Palazzi, confluita poi, in gran parte, nella leggendaria enciclopedia per ragazzi «Il Milione».

È di questo aspetto, poco conosciuto, della infaticabile attività letteraria e linguistica di Aldo Gabrielli, che vogliamo qui occuparci, scegliendo un brano relativo a una pagina di storia della prima guerra mondiale che presenta le caratteristiche di un romanzo e che, pertanto, ben si prestava ad appassionare un pubblico giovanile. Siamo alla fine degli anni ’50 del Novecento: un’epoca in cui l’avvento della televisione non aveva ancora operato quella rivoluzione del gusto, del tempo libero e della cultura, nel corso della quale il nuovo mezzo avrebbe conteso e, poi, strappato il primato al libro, compresa quella particolare categoria che è il libro illustrato.

Dal libro di Aldo Gabrielli Capitani, corsari e avventurieri, illustrato dal notevole pittore e disegnatore torinese Aldo Nicco, che, negli anni Venti specialmente, si era messo in evidenza anche come originale illustratore pubblicitario, specialmente di manifesti teatrali e cinematografici (Torino, U. T. E. T., 1958, pp. 116-121):

«È una notte dell’agosto 1914, piena di luna e di serenità. Sulle acque placide e fosforescenti dell’Oceano Indiano, al largo del Capo Guardafui (l’estrema punta orientale dell’Africa), una nave, nera ed enorme, scivola via a incredibile velocità. Nessun segno di vita a bordo: non un lume traspare dai finestrini dello scafo, scuro come la pece; nessuna voce, nessun sussurro. È così vivo il lume della luna, che, a prua, si potrebbe leggere il nome della nave: “Königsberg”. È il nome di una città tedesca. Dunque la nave è tedesca. Ma essa, sulle alberature possenti, non porta traccia di bandiere. Fila così, nell’ombra notturna, a gran velocità, e le onde dell’oceano, spezzate dal tagliamare, si rovesciano ai lati dello scafo in due cascate d’argento.

La nave fila, nera, silenziosa, nella notte, come una nave abbandonata, guidata non da uomini da fantasmi, e pare che vada senza meta.

Ma se noi, saliti miracolosamente sul nero ponte ingombro di catene e di cordami, scivolando nell’ombra delle torrette corazzate, potessimo infilare, non visti, il boccaporto di prua, giunti sotto coperta, origliando e spiando a una porticina d’acciaio, vedremo finalmente in faccia la volontà che guida, tra quelle onde liquide, la prua ferrata della nave.

È una stanzetta piccina, tutta di ferro. Nel mezzo della stanzetta, un tavolo; attorno al tavolo, alcuni uomini, chini su una grande carta geografica. Dal nostro spiraglio, vediamo subito che uno degli uomini è più anziano degli altri: dev’essere il capo. Chi sono quegli uomini? Sono i corsari del secolo ventesimo, i corsari della grande guerra mondiale che fu combattuta negli anni dal 1914 al 1918.

Oh, non stupitevi se dal nostro spiraglio non vediamo uomini vestiti come il nostro amico Jean Bart [il celebre corsaro francese del XVII secolo, di cui Gabrielli aveva trattato nel capitolo precedente], con tanto di parrucca e di cappellone piumato, ma, più semplicemente, uomini in uniformi kaki, che portano sul capo ben rasato foschi elmetti d’acciaio! Non stupitevi se cercate invano nelle loro mani ossute e nervose le bombe dalla corta miccia, o lo spadone, o la scure; essi, guardate, portano appesa alla cintura la pistola insidiosa e terribile, e possono, con un cenno solo dell’occhio, scaricare l’urlo e le fiamme d’un vulcano dai grossi tubi d’acciaio che abbiamo visti, lassù, sopra coperta.

Se osserviamo bene quello che sembra il capo di questi uomini, rimarremo maravigliati dall’energia del suo sguardo. Chi è quell’uomo? Egli si chiama Max Looff, ed è vice ammiraglio. Col dito nervoso, ecco, egli traccia alcuni segni sulla carta, dà brevi comandi agli uomini che sono con lui e si risolleva ben diritto sul busto, mentre gli altri s’irrigidiscono sull’attenti. Con una parola, l’ultima, li congeda.

Scappiamo anche noi, in fretta; e, miracolosamente, come siamo venuti, fuggiamo dalla nave misteriosa.

Era tempo! Qualche cosa di terribile sta per accadere. Lo si comprende dal silenzioso via vai che, all’improvviso, si è manifestato sul ponte. È un via vai affannoso, ma taciturno, pieno di mistero.. In breve, tutti quegli uomini scompaiono misteriosamente, così come sono apparsi, inghiottiti dalle fauci nere delle torrette corazzate.
Non passa un’ora, e il silenzio altissimo dell’oceano è squarciato da un rombo pauroso, mentre una vampata rossigna ha vinto, per un attimo, il lune di luna: Max Looff ha fatto un piccolo cenno, e uno dei cannoni di prua ha detto la sua prima parola.

A quel rombo, due, tre, dieci rombi fanno seguito, martellanti, laceranti; e il cielo è ora tutto una vampa sanguigna, e gli echi dei colpi si moltiplicano paurosi nell’immensità.

Che è accaduto? Ecco, laggiù, verso ponente, si è profilata, appena appena percettibile, la sagoma di una nave inglese, di una nave nemica. Gli occhi troppo esperti di Max Looff l’hanno subito riconosciuta: è una nave da trasporto, la “City of Winchester”, e catturarla vuol dire fare un bottino non trascurabile.

La nave inglese, alle scariche, non ha neppure risposto: sarebbe stata una follia opporsi coi piccoli cannoni alle spaventose bordate del “Königsberg”. E si arrende. Una pattuglia di marinai tedeschi sale sulla nave vinta che ha alzato bandiera bianca, la cattura e se la prende a rimorchio. Poi, senza fretta, sistematicamente, Max Looff fa passare nelle stive capaci del suo incrociatore le numerose tonnellate di viveri e di carbone che stipavano la grossa nave nemica.

Il colpo, così, è fatto; e Max Looff ordina che il “Königsberg” ritorni al largo del Capo Guardafui, posto ideale per tendere l’agguato alle numerose navi che, dall’Oriente, vogliono passare nel Mediterraneo, attraverso il Mar Rosso. L’Ammiragliato inglese, non volendo lasciare invendicata quella sconfitta, lancia alla ricerca della nave di Max Looff tre incrociatori, pratici delle acque dove il nemico presumibilmente si aggira. Max Looff è irreperibile. Invano gl’Inglesi assoldano spie, percorrono in lungo e in largo le coste, frugano i porti fin nelle più piccole insenature: nulla. Del “Königsberg”, ora, nessuna traccia. E i giorni passano, ed ecco giungono altre notizie di catture di navi da parte dell’inafferrabile Max Looff.

Il comandante della squadra inglese si morde le mani: dovrà proprio dichiararsi vinto? Questo non sarà mai! Ma, intanto, le notizie ch’egli riceve sulla dislocazione della nave fantasma sono ogni giorno più contraddittorie e inattendibili. C’è chi dice di averla incontrata nel golfo di Aden, chi sostiene di averla veduta puntare a tutto vapore verso l’India, e chi, infine, giura ch’essa è apparsa il giorno stesso nelle acque di Zanzibar. La verità è che nessuno ha visto nulla, e la inafferrabilità della nave pesa su tutti i cuori come un incubo spaventoso.

Il comandante inglese, dinanzi a notizie così contraddittorie, ordina alle tre navi d’incrociare separatamente su tre diversi punti dell’oceano. Le tre navi partono per la rischiosa crociera; ma, dopo pochi giorni di navigazione, una di esse, il “Pegasus”, è costretta a gettar l’ancora nel porto di Zanzibar per un guasto alle caldaie. Ed ecco, improvvisa, come caduta dal cielo, riappare all’orizzonte la nave di Max Looff. A velocità vertiginosa si avvicina a poche miglia dal “Pegasus” immobilizzato nel porto e, con precisione tremenda, gli sfera contro due raffiche d’acciaio mortali. Poi, con la stessa velocità con cui è venuta, dilegua nel misterioso orizzonte.

Evidentemente, il servizio di spionaggio di Max Looff funziona assai meglio di quello inglese; pure, nonostante la perdita del “Pegasus”, gl’Inglesi non si danno per vinti. Richiesti rinforzi a Londra, ecco scende dal lontano Mare del Nord – dove ha fatto invano la caccia ad altre due navi corsare tedesche, il “Goeben” e il “Breslau” la grande corazzata inglese “Chatham”, fra le più potenti della flotta britannica.

Max Looff ha notizia di questo, ma non si spaventa: sempre più calmo e impassibile, sul ponte della sua nave scruta, con un sorriso pieno di sicurezza, l’orizzonte, di dove può venirgli d’ora in ora la morte. Finché egli combatterà a mare aperto, nessuno potrà toccarlo. Che importa se ben quattro navi nemiche, spinte dall’impotenza e dalla rabbia, tentano disperatamente di chiuderlo in un cerchio d ferro e di fuoco? Egli, fiducioso nella velocità della sua nave, e nella potenza dei suoi cannoni, sa che il nemico dovrà versare molto sangue e molto danaro prima di poterlo catturare o di mandarlo in pasto ai pescicani.

La lotta tragica, così, è sferrata senza quartiere. Il “Chatham”, preso il comando della squadra inglese, divide il mare in quattro zone, ognuna affidata a una nave. La fortuna favorì il “Chatham”, che, gettata l’ancora nel piccolo porto di Lindi, vi trovò una nave tedesca, camuffata da nave ospedale. Era una piccola nave, dall’apparenza innocua; ma il comandante inglese, poco fidandosi della croce rossa che sventolava sull’albero maestro, volle ispezionarla da cima a fondo. Di malati e di medici, neppur l’ombra; si trovarono, invece, numerose lettere e diari, dai quali si capì che la finta nave ospedale era una di quelle che riforniva di viveri e di carbone l’inafferrabile nave di Max Looff.

Lieto, a buon conto, della scoperta, il comandante inglese si credette ormai alla fine del suo difficile compito: il “Königsberg” era ormai nelle sue mani.

Soprattutto lo aveva colpito un nome, che tornava sovente nei diari trovati sulla nave catturata: il nome del fiume Rufigi. Studiò a fondo la carta dell’Africa orientale e apprese che questo Rufigi formava, al suo sbocco nell’Oceano Indiano, un vastissimo delta, costituito da infiniti canali, che si addentrava nella terraferma per oltre dieci chilometri.

Un lampo illuminò la mente dell’ammiraglio inglese: ‘Il “Königsberg” è celato nel delta del Rufigi!’

Ed era vero. Max Looff, circondato da ogni parte dalle navi nemiche, rimasto un giorno a corto di carbone e di viveri, aveva giocatola sua ultima carta: inoltrarsi in uno dei canali del fiume, per poi riprendere il mare, più forte e più inafferrabile di prima.

Ma la sorte, questa volta, non lo favorì: tre navi inglesi erano ferme all’agguato dinanzi al delta.

Era un vero e proprio assedio. E Max Looff, ch’era a corto di carbone, di munizioni e di viveri, si dispose tranquillamente a sostenerlo.

Il comandante inglese aveva in un primo tempo pensato di assalire il nemico nel suo covo; ma i canali del delta erano troppo poco profondo per le sue navi che, pesantissime, avrebbero rischiato di arenarsi nei bassifondi del fiume. Non c’era altro da fare che attendere con pazienza e cercar di raggiungere la preda con delle barche armate.

Da questo punto comincia una lotta senza quartiere, estenuante e atroce, contro la nave corsara, finalmente bloccata nella sua tana. In un primo tempo, a evitare una probabile, disperata uscita di max Looff, gl’Inglesi portano una loro vecchia nave dinanzi all’imboccatura del canale più profondo e la fanno colare a picco. Così il signor Max Looff non ha più uscite libere. In un secondo tempo, si apparecchiano due grossi barconi a motore e si armano di tutto punto: cannoni, mitragliatrici, torpedini. Non basta; aeroplani, muniti di radio, hanno l’incarico di segnalare ai comandanti dei due barconi la posizione esatta del “Königsberg” e i risultati del tiro.

Poi l’attacco si sferra. Un attacco al quale partecipano tre corazzate, due barconi armati, alcuni aeroplani, nonché un numeroso stuolo d’imbarcazioni minori. Max Looff poteva essere ben fiero anche di una sconfitta.

Era il 6 luglio 1915, ore 5,20 del mattino. Un aeroplano si sollevò dal campo appositamente predisposto in un’isoletta vicina, e i due barconi si inoltrarono nel canale insidioso. Ma non avevano fatto cento metri, quando, dalle opposte rive folte di una vegetazione selvaggia, si scatenò su di essi una grandine di piombo e di granate. Era chiaro che i Tedeschi, prevedendo l’assalto, avevano seminato le rive del canale di un folto stuolo di armati, ma i due barconi non ristettero un momento dalla loro marcia; quantunque crivellati di proiettili, giunti al punto prestabilito, gettarono le ancore e aprirono il fuoco sul “Königsberg”.

Max Looff, risoluto a vender cara la pelle, non tardò à a far cantare i suoi tubi d’acciaio: un cenno del suo occhio volitivo e sereno, e tutti i cannoni del “Königsberg” vomitarono ferro e fuoco, come un baratro d’infermo.

La lotta s’ingaggiò spaventosa. Gl’invisibili messaggeri di morte s’incrociavano nel cielo torrido, e gettando il terrore in nugoli di uccelli selvatici e nei numerosi ippopotami e coccodrilli che infestavano l’acqua del fiume. Un colpo, due colpi del “Königsberg” colpirono in pieno uno dei barconi, che dovette fuggire per evitare l’affondamento.

La lotta fu ripresa il dì seguente, , e così per cinque giorni consecutivi, tenace e senza sosta. Alla fine, dietro le indicazioni precise degli aeroplani, uno dei barconi riuscì a scagliare sul “Königsberg” una raffica che colpì in pieno il bersaglio, Uno, due cannoni furono ridotti a silenzio. Ormai, il bersaglio era individuato, e ogni salvezza era impossibile. Max Looff guardò in giro sul ponte della sua nave carico di morti, di feriti, di agonizzanti, in una confusione di armi e di munizioni. Serrò le mascelle per non tradire la commozione, così impotente com’era, e poi gridò questo solo comando:

– Finché vi resterà un braccio solo per difendervi, nessuno di voi dimentichi, quassù, il proprio dovere!

Nessuno lo dimenticò. Crivellato di proiettili, con tutti i cannoni smantellati e contorti, il “Königsberg” si difese fino all’ultimo con eroica disperazione. Colpito gravemente, sull’alto del ponte di comando, ridotto anch’esso un rottame, Max Looff si piegò su di un fianco, ma non cessò di sorridere. Poi, vista vana ogni resistenza, volle che i pochi superstiti non andassero incontro a una inutile morte. E ordinò di abbandonare le navi, sistematicamente, e di portarne via, senza fretta, tutto quel che era possibile salvare.

Egli, per ultimo, portato a braccia, lasciò quell’ammasso di ferraglia ch’era stata, una volta, la sua bella inafferrabile nave. Unitosi coi suoi uomini all’esercito tedesco della colonia, poté ancora far sentire la sua voce al nemico con questo marconigramma che diramò con fierezza indomabile:

– Il “Königsberg” è distrutto, ma non è conquistato!

E il cuore di Max Looff fu tranquillo».

In questo brano si notano le caratteristiche salienti del Gabrielli narratore per ragazzi: lo stile semplice e, al tempo stesso, ricercato; la sintassi fluente, elegante, ma precisa e quasi plastica; il lessico accurato, non privo di qualche arcaismo («maravigliati» per «meravigliati»), quale ci si aspetterebbe da un cultore della bella e nobile lingua italiana prima del diluvio: prima, cioè, di quel rapido processo di degenerazione che, favorito dalla strapotenza dell’inglese e dall’irruzione dei vocaboli prodotti dalla rivoluzione informatica, sta portando verso una vera e propria dissoluzione della nostra lingua.

Il brano in questione, per la verità, risale anche agli anni precedenti la diffusione del mezzo televisivo: è, pertanto, un brano eminentemente letterario, nel senso più pieno e specifico della parola; un buon esempio di quella lingua scritta e parlata da una borghesia che aveva fatto dei buoni studi e che somigliava ben poco a quella delle classi popolari. E sarebbe stata proprio la televisione, nella prima metà degli ani Sessanta, a portare il primo colpo a questa lingua «colta», di matrice letteraria, che distingueva a prima vista i figli del professionista da quelli del contadino o dell’operaio.

Non che, nell’omologazione favorita dal «Carosello», da «Rin Tin Tin» e da «L’amico del giaguaro», la cultura popolare ci abbia guadagnato; come osservava lucidamente Pasolini, fu con quegli strumenti che il figlio dell’operaio e il figlio del contadino incominciarono a parlare, e poi anche a pensare, come i figli della borghesia; ma questa è un’altra storia.

Tornando al testo di Aldo Gabrielli, splendidamente illustrato dal pittore Carlo Nicco, bisogna chiarire subito che il lettore non deve cercarvi uno scrupolo eccessivo di esattezza storiografica. Non bisogna dimenticare che i lettori di Capitani, corsari e avventurieri sono, per lo più, dei bambini delle scuole elementari; e che l’obiettivo che l’Autore si è posto non era di fare lo storico, ma di appassionare i giovani a una vicenda ricca di eroismo, amor di Patria, spirito cavalleresco; aspetto, quest’ultimo, evidenziato dalla circostanza che, nella prima guerra mondiale, la Germania era avversaria non solo della Gran Bretagna, ma anche dell’Italia, e che Max Looff era, pertanto, tecnicamente un «nemico», ma pur sempre un nemico valoroso.

Storicamente, sono molti i particolari inesatti o fortemente deformati. Il “Königsberg” non era affatto una nave “enorme”, ma uno snello incrociatore leggero di poco più di 3.000 tonnellate di stazza; Max Looff, all’epoca, non era un anziano vice-ammiraglio, ma un giovane capitano; gli Inglesi avevano dato la caccia alle due navi «Goeben» e «Breslau» non già nel Mare del Nord, ma nel Mediterraneo, allo scoppio della guerra; la battaglia finale, che condusse alla distruzione del “Königsberg”, fu condotta non da barconi armati, ma da due “monitori”, «Severn» e «Mersey», fatti venire apposta dalla Gran Bretagna e armati non già di torpedini, ma di cannoni di medio calibro; e potremmo continuare (cfr. F. Lamendola, La crociera dell’incrociatore “Königsberg” e le azioni navali nel Rufigi, 6 e 11 luglio 1915).

Non si tratta, comunque, di imprecisioni tali da togliere verosimiglianza alla narrazione; le date sono esatte, e così pure la collocazione geografica della vicenda; verosimile, soprattutto, è l’ambientazione psicologica e morale, lo spirito intrepido di resistenza contro forze di gran lunga superiori, che animò tutto l’equipaggio dell’incrociatore, e che riscosse anche l’ammirazione degli stessi avversari.

Tutt’al più, potremmo osservare che, in alcuni dettagli, Gabrielli indulge a qualche luogo comune un po’ abusato, come l’immagine degli ufficiali e dei marinai tedeschi che agiscono in modo talmente disciplinato, talmente freddo e professionale, talmente efficiente e risoluto, da scivolare un po’ nella caricatura, quasi si trattasse di robot e non di esseri umani in carne ed ossa, con le loro brave e legittime paure, incertezze, speranze.

Nell’insieme, però, ci sembra di poter dire che lo scopo prefisso dall’Autore, quello di avvincere il giovane lettore con una storia di avventura, e quello di trasmettergli valori quali il senso dell’onore e lo spirito di sacrificio, è stato raggiunto.

Certo, bisogna contestualizzare un brano come questo: efficace per i giovani lettori del 1958, sarebbe oggi, almeno in quei termini, decisamente improponibile. I bambini del terzo millennio leggono pochi libri, e preferiscono Harry Potter alle storie edificanti; se ciò sia un bene o un male, questo è un altro discorso.

Dicevamo che Aldo Gabrielli (Ripatransone, provincia di Ascoli Piceno, 1898 – Arma di Taggia, Imperia, 1978) è stato un importante linguista, glottologo e lessicografo. Dopo essersi diplomati al liceo classico di Carrara, aveva studiato presso le università di Pisa e Padova, e in quest’ultima si era laureato, sia in Giurisprudenza che in Lettere, nel 1924.

Ufficiale durante la prima guerra mondiale (combatté sul massiccio del Monte Grappa), a partire dal 1925 svolse l’attività di critico, giornalista, traduttore e linguista, stabilendosi definitivamente a Milano, ma con frequenti soggiorni ad Arma di Taggia, in Liguria.

Tra le sue opere ricordiamo: Dizionario linguistico moderno (Mondadori, 1956); La leggenda d’Enea (U.T.E.T., 1960); Dizionario dei sinonimi e dei contrari (Istituto Editoriale Italiano, 1967); Dizionario illustrato (6 voll., Mondadori, 1968); Enciclopedia della lingua italiana (De Vecchi, 1969); Si dice o non si dice? (Mondadori, 1969); Il museo degli errori (Mondadori, 1977); Dizionario dei verbi italiani (Centro Italiano di Divulgazione, 1981); Italiano 10 e lode (Selezione dal Reader’s Digest, 1986); Grande dizionario illustrato della lingua italiana (Mondadori, 1989); Dizionario della lingua italiana (Signorelli, 1993).

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Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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