Dracula, il guerriero di Wotan – 7
SETTIMA PARTE
APPENDICE 1
Alcune considerazioni sulla natura dei berserkir
La netta opposizione tra berserkir ed eroi proposta dalla Chiesa Isnardi trova il corrispettivo in un’altra opposizione – sostenuta dalla stessa studiosa ed altrettanto netta – tra valchirie e streghe (109). Pur riconoscendo l’autorevolezza della filologa, non mi sembra che una tale interpretazione sia facilmente sostenibile, almeno nella sostanza, convinto come sono – anche sulla scorta delle citazioni di Franco Cardini che ho inserito nel testo – che l’opposizione tra eroi e berserkir risieda soprattutto nell’occhio di chi osserva queste figure. Anche Dumézil, che offre indubbiamente un fondamento a quella interpretazione affermando che “i “suoi uomini” [di Odino - N.d.R.] si dividono in due rappresentazioni: da una parte i guerrieri berserkir che sembrano partecipi dei suoi doni di metamorfosi, della sua magia […] d’altra parte, nobili, cavallereschi, seducenti, gli eroi detti “odinici” di cui Sigurdhr […] è l’esempio più celebre”, precisa però che è allorché compaiono “degenerati” nelle saghe, che gli stessi berserkir vestono gli abiti di “briganti senza morale né vergogna” (110).
Questa controversia – nella quale ovviamente qualsiasi dogmatismo è fuori luogo – ne interseca un’altra sul rapporto tra i guerrieri-belva e le strutture sociali e politiche con le quali convivevano. Se spesso il berserkr è visto come un fattore destabilizzante della società, è probabile che almeno in un caso proprio i guerrieri-belva abbiano costituito gli strumenti per la creazione di uno stato unitario. Leggendo il già citato Carme di Araldo (111), che narra le gesta di Araldo Bellachioma, il re che unificò la Norvegia alla fine del IX secolo, pare di capire che lo stesso sovrano facesse largo impiego proprio di guerrieri-belva, come ci dicono i versi: “Ruggivano i berserkir, / montava la battaglia, / urlavano gli úlfhedhnar / e squassavano i ferri”. Questi, oltre a rivelarsi efficienti in battaglia dovevano essere particolarmente fedeli: “Si vede dai loro vestiti, / dai loro anelli d’oro, / la confidenza col re. / Mantelli rossi addosso / con bordi scintillanti, / spade a borchie d’argento, / cotte tessute di maglie, / bandoliere dorate, / elmi sbalzati, / bracciali ai polsi: / tutti regali di Haraldr”. E più avanti: “Solo di quei coraggiosi / e giustamente, credo / che il principe si fidi / per crivellare gli scudi” (112). E’ evidente qui la rappresentazione di una hirdh, un gruppo di guerrieri fedeli ad un re, che combattono per lui e vengono ricompensati con il bottino conquistato in guerra. Dunque essere un berserkr non era necessariamente in contrasto col dimostrarsi fedele ad un’autorità superiore, semmai poteva essere il tipo di autorità a fare la differenza. Viene da pensare a quanto scriveva Alfred Rosenberg sui Germani che combattevano sotto le insegne di Roma: “…la fedeltà militare germanica diventa a poco a poco il più forte sostegno del Cesare romano, ma al tempo stesso anche il più minaccioso pericolo per lo Stato divenuto meschino e privo di valore” (113). Se è un capo forte e valoroso che permettere ai combattenti fedeli di dare il meglio di sé, cosa avrebbe potuto realizzare un Impero Romano che invece di dissolversi nel cristianesimo si fosse mantenuto fedele alla religione dei padri, ed attratto a sé la fedeltà dei guerrieri-belva?
APPENDICE 2
La Caccia Selvaggia e gli Imperatori Dormienti
Il tema della Caccia Selvaggia si incontra con quello degli Imperatori dormienti: affermatosi nel “periodo bizantino […] il motivo di un re ritenuto morto, che si desta dal suo sonno e crea una nuova Roma”, è ripreso e sviluppato dal “Medioevo ghibellino […]. L’imperatore atteso, latente, mai morto, ritiratosi in un centro invisibile o inaccessibile, qui si trasforma nell’uno o nell’altro dei maggiori rappresentanti del Sacro Romano Impero: Carlomagno, Federico I, Federico II”. Se la tematica presenta anche connotazioni biblico-cristiane “ciò non impedisce che l’immagine di Federico II[…] nonché quella dei cavalieri di Arthur che prorompono in caccia dal monte, ci riportino anche ad antiche concezioni nordico-pagane, alla Walhalla come sede montana di Odino, capo degli “eroi divini” e allo stuolo delle anime degli eroi scelti dalle “donne” – dalle walkyrie - il quale dalla forma di stormo selvaggio cacciante passa anche a quella di un esercito mistico che, condotto da Odino, combatterà l’ultima battaglia contro gli “esseri elementari” (114). A conferma vedi quanto scrive Kantorowicz nelle ultime pagine della sua indimenticabile biografia di Federico di Svevia: dopo la morte “il dio con cui Federico II era identificato era quello precristiano: Odino. Come pellegrino si mostrava ai contadini per annunciar loro: “potente tornerà a dominare tutto il mondo romano…” […] Ma sin che non fosse venuta la sua ora di tornare […] egli seguitava, per il nord, ad abitare sulla montagna” finché “le leggende si condensarono attorno al Kyffhäuser turingio (dove dormiva, e donde un giorno sarebbe un giorno ritornato tra i vivi il Barbarossa” (115).
Il rapporto tra la Caccia Selvaggia ed il ritorno del Re si riscontra anche nel capolavoro di Tolkien Il Signore degli Anelli. Rileggiamo come viene descritta la cavalcata di Aragorn – già definita una ricostruzione “quanto mai profonda dell’epos tradizionale” (116) – fino alla temuta Roccia di Erech: “Le luci si spegnevano nelle case e nei villaggi al loro passare, le porte venivano sprangate e la gente dei campi gridava di terrore e fuggiva impazzita come cervi braccati. E sempre, nella notte che s’infittiva echeggiava il medesimo grido: “Il Re dei Morti! Il Re dei Morti marcia su di noi!”. Delle campane suonavano in basso nella valle e tutti fuggivano innanzi al volto di Aragorn; ma la Grigia Compagnia, spinta dalla premura, galoppava come per un inseguimento ed i cavalli inciampavano sfiniti” (117). E ancora quando, proseguendo oltre dopo essersi riuniti ai Morti Fedifraghi, “seguiti dall’Esercito d’Ombre e preceduti dal terrore”, giunsero alla cittadina di Calembel che trovarono deserta perché quelli che non erano partiti per la guerra “avevano cercato riparo sulle colline alla notizia dell’arrivo del Re dei Morti”. Ed infine, allorché “la Grigia Compagnia avanzò nelle tenebre […] e scomparve dalla vista dei mortali; ma i Morti la seguivano” (118). Se non a caso si è rilevata l’affinità con i “miti teutonici relativi alla Masnada Furiosa” (119), dal canto suo Stefano Giuliano, in un recente ma già classico studio, dopo aver accostato il viaggio del discendente di Isildur sui Sentieri dei Morti al “diffuso tema folklorico del corteo dei trapassati che tornano sulla terra e guidato da un re”, rileva che “le profezie annuncianti il rientro del sovrano legittimo e la fine della Terza Era paiono riecheggiare […] le celebri leggende germaniche a sfondo politico-escatologico relative ai grandi imperatori d’Occidente […] che si riteneva non fossero morti ma dormissero nelle viscere di una montagna” (120).
Per concludere, segnalo un interessante collegamento fra l’estasi (alla quale – come abbiamo visto – è legata la Caccia Selvaggia) ed il tema della restaurazione del Sacro Romano Impero connesso al ritorno dell’Imperatore dormiente. Tale collegamento è costituito, a livello narrativo, dal singolare romanzo di Leo Perutz La Neve di San Pietro (121), nel quale si immagina il tentativo, operato in un villaggio tedesco nel XX secolo, di risuscitare il sentimento di fedeltà per le antiche istituzioni, attraverso la somministrazione alla popolazione di una droga estratta da un fungo parassita dei cereali. Lo stesso fungo, secondo uno dei protagonisti, era responsabile delle epidemie di estasi nell’Europa medioevale (122). Il tentativo fallisce per le motivazioni che lascio scoprire ai lettori.
Gianluca Casseri
NOTE
110) G. Dumézil, Gli dèi dei Germani… cit., p. 58.
111) Vedi supra nota 49.
112) Citato in Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., pp. 20-21.
113) Alfred Rosenberg, Il mito del XX secolo. La lotta per i valori, Edizioni del Basilisco – “Gli Impubblicabili”, Genova, 1982, pp. 69-70.
114) Julius Evola, Il Mistero del Graal, Ed. Mediterranee, Roma, 1994 (I ed. Laterza, Bari, 1937), pp. 68-69.
115) Ernst Kantorowicz, Federico II, imperatore, Garzanti, Milano, 1976, pp. 685-686.
116) Fr. Cardini, Alle radici… cit., p. 99.
117) John Ronald Reuel Tolkien, Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano, 1977, pp. 948-949.
118) J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli… cit., p. 950.
Una tale descrizione ed ancor più la definizione di “Re dei Morti” attribuita ad Aragorn, non possono che indurci a riscontrare in lui una certa odinicità. Forse, allora, era troppo frettoloso Franco Cardini allorché vedeva in Elessar un “Cristo della Seconda Venuta”, nonché quando lo definiva un “Cristo apocalittico nel suo viaggio attraverso la Valle dei Morti, durante il quale si rivela il Vincitore della Morte e il Giudice dei Defunti”. Franco Cardini, Il caso Tolkien, in Fr. Cardini, Testimone a Coblenza, Camunia, Milano, 1987, pp. 357-358. Non insisto in tale direzione perché il proposito di questo scritto – già fin troppo corposo – non è di disquisire sull’annosa (ma sempre interessante se ben impostata) questione del Tolkien cristiano / Tolkien pagano (o come preferisco io, nordico), ma considero il discorso ben lungi dall’essere chiuso.
119) Ruth S. Noel, La Mitologia di Tolkien, Rusconi, Milano, 1984, pp. 105-106.
120) Stefano Giuliano, Le radici non gelano, Ed. Ripostes, Salerno, 2001, pp. 160-162.
121) Leo Perutz, La Neve di San Pietro, Fazi Editore, Roma, 1998. Per una serie di considerazioni su questo romanzo e su altre opere connesse al risorgere del Sacro Romano Impero, segnalo due interessanti saggi, entrambi in AA. VV., Julius Evola – Un pensiero per la fine del millennio, Atti dell’omonimo convegno svoltosi a Milano nei gg. 27-28 novembre 1998, Fondazione Julius Evola – Europa Libreria Editrice, Roma, 2001:
- Claudio Bonvecchio, Al di là della modernità: Evola e l’impero, pp. 93-130;
- Alessandro Grossato, Julius Evola e la sua “Germania segreta”, pp. 137-171.
122) Su questo argomento vedi C. Ginzburg, Storia notturna… cit., pp. 284-288, dove si esamina anche l’ipotesi che le bevande sacre indo-iraniche Soma e Haoma fossero in origine estratti del fungo allucinogeno Amanita Muscaria.
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