Dracula, il guerriero di Wotan – 6
SESTA PARTE
DENTRO LA MODERNITA’
Fin qui, correndo al seguito degli uomini-lupo, dei berserkir, della Caccia Selvaggia, abbiamo incontrato testimonianze risalenti ad epoche remote, nonché ad ambienti che la cultura moderna ha emarginato riservando loro per lo più una funzione ludica e ricreativa, com’è avvenuto appunto per la foresta. Ciò non significa, però, che tracce di quelle figure non si possano riscontrare anche in tempi più recenti e nel cuore della civiltà industriale. Nel 1936 – che è come dire “ieri” rispetto all’antichità o al medioevo – Carl Gustav Jung, in un suo breve saggio trattava del nazionalsocialismo e degli imponenti fenomeni di massa da esso scaturiti, che costituivano la realtà più eclatante nella Germania a lui contemporanea. Lo psicanalista iniziava evidenziando “regressi politici verso modelli medievali e antichi” e si meravigliava del fatto che “un antico dio della tempesta e dell’ebrezza, cioè quel Wotan che da tempo era andato storicamente a riposo, potesse ridestarsi ad una nuova attività” (99). Avanzava quindi “l’eretica affermazione che il vecchio Wotan, col suo carattere abissale, inesauribile, spiega il nazionalsocialismo più di quanto lo facciano” i fattori economici, politici e psicologici. “Wotan dice di più e proprio sul fenomeno generale [...]. Forse possiamo designare questo fenomeno generale come Ergriffenheit, cioè possibilità di essere afferrato, di essere posseduto. Questo termine presuppone [...] un Ergreifer, ‘uno che afferra’, cioè che possiede gli uomini”. Stabilendo poi un parallelo tra Wotan e Dioniso (utilizzando soprattutto Nietzsche), concludeva notando “che le menadi costituivano una SA femminile, secondo il racconto mitico, piuttosto pericolosa. Wotan si limita ai furibondi berserker”. Trattando quindi l’antico dio germanico come uno dei suoi “archetipi dell’inconscio collettivo” – in questo caso “germanico” – si diceva convinto che fosse “soltanto addormentato, nel monte Kyffhauser (100) [...]. Wotan è una caratteristica basilare della psiche tedesca, un ‘fattore’ psichico di natura irrazionale, un ciclone che livella e travolge le zone di alta pressione culturale” (101).
L’esame di Jung sfruttava ovviamente la dottrina psicanalitica, sulla validità della quale si può concordare o meno (102), resta comunque il fatto che considerasse il dio germanico del furore tutt’altro che morto, fino a ritenerlo l’ispiratore di un movimento politico che dimostrò grande presa sulle masse in uno dei paesi più industrializzati d’Europa. Non è poi di poco conto il parallelo che stabilisce tra SA e berserkir, considerando che sempre nel 1936 un osservatore della realtà dell’epoca, Adriano Tilgher, trovandosi ad esaminare il “neopaganesimo germanico” che si associava al nazionalsocialismo, scriveva: “Contro il Cristianesimo il Neopaganesimo tedesco è la religione della Tribù in armi che adora sé stessa; è la religione della guerra e della conquista che riconosce come supremo valore l’eroismo guerriero e come perfetta società l’esercito in marcia” (103).
Ma al di là di quel che potessero ritenere lo psicanalista ed il pensatore cattolico – l’uno e l’altro non senza inquietudine – il legame tra l’antica spiritualità germanica e i movimenti politici sorti nel cuore dell’Europa soltanto sette decenni or sono venne rilevato in maniera più scientifica e distaccata da uno studioso come Georges Dumézil.
Il fondatore dell’indoeuropeistica pubblicava nel 1939 Mythes et dieux des Germains nel quale trattava certi punti fondamentali della religiosità nordico-germanica. Alcuni passi del testo confermano le impressioni di Jung, se pure da un angolo visuale diverso da quello psicanalitico: “Il Terzo Reich non ha dovuto creare i suoi miti fondamentali: potrebbe essere stata al contrario la mitologia germanica, resuscitata nel XIX secolo, ad aver trasmesso la sua forma, il suo spirito, le sue istituzioni ad una Germania che delle sciagure senza precedenti rendevano meravigliosamente malleabile”. Trattando anch’egli del “neopaganesimo” affermava che “nella nuova Germania è certo un fenomeno interessante per lo storico delle religioni: ma è volontario, in qualche modo artificiale. Molto più interessante, in ogni caso, è il movimento spontaneo con il quale i capi e le masse tedesche, dopo aver eliminato le sovrastrutture straniere, hanno forgiato naturalmente la loro azione e le loro reazioni in forme sociali e mistiche di cui essi non sempre conoscono l’affinità con le più antiche organizzazioni, le più antiche mitologie dei Germani… E’ questa specie di accordo spontaneo tra il passato e il presente, più che la cosciente imitazione del passato, a costituire l’originalità dell’attuale esperienza tedesca” (104).
Esaminando lo scritto di Dumézil, Carlo Ginzburg rileva che lo studioso “aveva illustrato uno di questi casi di “accordo spontaneo tra il passato e il presente”. Nei berserkir, i gruppi di giovani guerrieri ricordati nelle saghe islandesi, egli aveva individuato i continuatori degli Harii descritti da Tacito, nonché il contraltare nella vita reale della mitica schiera di guerrieri seguaci di Odhinn, gli Einherjar“. Ma lasciamo proseguire lo stesso Dumézil che afferma: “I berserkir, in effetti sono i “giovani”; essi assumono nella vita sociale germanica quella funzione di fantasia, di tumulto e di violenza che non è meno necessaria all’equilibrio collettivo della funzione conservatrice” e quindi conclude collegando le figure degli antichi guerrieri-belva ai “fenomeni sociali, fra i più recenti, della Germania: lo sviluppo, il successo dei corpi paramilitari, la dura virtus e la disciplina delle Squadre d’Assalto, le forme particolari di polizia che una gioventù in uniforme è stata a volte tentata di esercitare” (105).
Quindi, per l’autore di Mythes et dieux era indubbio che la spiritualità del Männerbunde si riproponesse nella Germania degli anni ‘30 (106), o almeno appariva indubbio nel 1939. La seconda edizione del suo scritto, uscita nel 1959 (107), non riporta alcun riferimento ai fenomeni legati al nazionalsocialismo. Inutilità di segnalare una manifestazione contingente che la guerra aveva vanificato, certo, ma probabilmente anche una forma di autocensura a cui lo studioso aveva sottoposto il testo, giacché è da escludere che non ritenesse più valide quelle considerazioni svolte solo pochi anni prima. Dato il clima che si respirava nell’Europa liberata, e vista la sorte di molti intellettuali che di quella liberazione si erano mostrati poco entusiasti, è fuori luogo rimproverare a Dumézil un cedimento. C’è solo da constatare come le conclusioni oggettive di una ricerca scientifica debbano sempre fare i conti con l’ideologia dominante, sia essa democratica o no. Del resto, non è un mistero che certe forme di pensiero – e tra di esse non poche che si proclamano pluraliste – non tengano tanto a confrontarsi con concezioni del mondo diverse, quanto ad annullarle attraverso l’inappellabile demonizzazione.
Eppure, se il cristianesimo riuscì a sopprimere materialmente i guerrieri-belva con tutto ciò che simboleggiavano, l’eco dei loro ruggiti ha continuato a risuonare ancora per secoli, e se i significati ed i simboli legati a quelle figure “sopravvivono ancora negli universi immaginari: sogni, fantasie, creazione letterarie e artistiche ecc.” (108) e insistono a riaffiorare fin nel cuore della modernità, ciò conferma che quell’antica eredità spirituale è tutt’altro che estinta. Ovviamente non possiamo asserire che il Dracula di Bram Stoker – o qualcuno dei suoi antenati – sia stato effettivamente un berserkr, come non sapremo mai se abbia fatto parte della Caccia Selvaggia. Anche riguardo alla sua identificazione con quei “corpi paramilitari”, con quelle “Squadre d’Assalto” formate dalla “gioventù in uniforme” ci manca la riprova – che sarebbe costituita dalla sua effettiva adesione ad esse – per il solo fatto che non è vissuto nella Germania (o nell’Europa, visto che alcuni di quei corpi si aprirono a volontari di tutto il nostro continente) degli anni ‘30 e ‘40 del XX secolo.
Resta comunque la certezza che queste figure – le antiche come le recenti, le letterarie come le reali, le folkloriche come le politiche – sono scaturite da un’unica Weltanschauung che ha preso forma in contesti diversi a distanza di millenni, come è certa l’avversione che il cristianesimo ha nutrito per esse durante tutta la sua storia. Un’avversione profonda, conseguenza necessaria dell’inconciliabilità tra la fede in un Dio manifestatosi nei deserti del Medio Oriente, ed una conoscenza celata nel profondo delle foreste nordiche. E se il cristianesimo antico e medievale si sforzò non poco per estirpare l’aspetto più eminentemente religioso e spirituale di quella concezione, i suoi epigoni più recenti – tanto quelli di natura fideistica quanto i loro nemici/fratelli laici e razionalisti – non si sono impegnati di meno per soffocarne anche i residui.
Gianluca Casseri
(continua)
NOTE
99) Carl Gustav Jung, Wotan, in Opere, vol. X, tomo I, Bollati Boringhieri, Torino, 1985, pp. 279-280. Com’è noto, Wotan è l’equivalente dello scandinavo Odino presso le popolazioni germaniche meridionali che abitavano nel continente. Comunque Jung non fu il primo ad avvertire il ritorno di Wotan, visto che già negli anni ‘20 Thomas Mann scriveva: “Non abbiamo bisogno di spender molte parole sul fascismo tedesco, sulla sua origine e sulle cause perfettamente chiare della sua origine. Basta notare che si tratta di una religione etnica che odia non solo l’ebraismo internazionale, ma anche il cristianesimo come potenza umanitaria […]. E’ un paganesimo etnico, il culto di Wotan è, a volersi esprimere […] ostilmente, barbarie romantica”. Citato da Marino Freschi, Il risveglio di Wotan nella letteratura tedesca degli anni trenta, in Cultura tedesca n. 2 “Il mito”, Donzelli, Roma, dicembre 1994, p. 83. Rinvio a questo lungo saggio per un esame dei riaffioramenti del mito nella Germania tra le due guerre mondiali.
Per un approfondito esame delle componenti mitiche e “pagane” del nazionalsocialismo vedi Luca Leonello Rimbotti, Il mito al potere – Le origini pagane del nazionalsocialismo, Settimo Sigillo, Roma, 1992. E’ bene precisare che questo testo, ampiamente documentato e ricchissimo di cólte citazioni, non ha niente a che spartire con la pubblicistica a sensazione sul nazionalsocialismo esoterico.
100) E’ degno di nota che Jung faccia dormire Wotan nel medesimo luogo in cui la tradizione pone il giaciglio dell’Imperatore Federico Barbarossa. Vedi l’Appendice 2 in coda al presente scritto.
101) C. G. Jung, Wotan… cit., pp. 283-285.
102) Vedi supra nota 26.
103) Adriano Tilgher, Il neopaganesimo germanico, reperibile nella sua raccolta di saggi Mistiche nuove e mistiche antiche, Bardi Editore, Roma, 1946, p. 101.
104) Questa prima edizione del testo di Dumézil è inedita in Italia. Traggo le citazione da C. Ginzburg, Mitologia germanica e nazismo… cit., p. 213. La traduzione dal francese è mia.
105) C. Ginzburg, Mitologia germanica e nazismo… cit., p. 214.
106) Apro una digressione su quanto scrive il giornalista Maurizio Blondet in una sua ricerca svolta nei primi anni ‘90 sui gruppi skinheads italiani. L’autore, dopo aver notato che il rapporto tra i membri di tali gruppi equivale a quello tra fratelli, osserva che “l’emergere delle “fratrie” e delle “etairie” (gruppi di eguali) ha rappresentato il primo nucleo di Stato nel mondo primitivo arcaico. In Grecia la “fratria“, nel mondo italico la “curia” (co-viria, banda di giovani maschi armati) è stata la prima organizzazione propriamente politica, quale non è la famiglia: insieme banda giovanile, società segreta, club sportivo, comunità auto-educante che crea le proprie forme e i propri valori. E tenuta insieme non dalla consanguineità, ma da una visione comune del mondo”. Il giornalista si chiede quindi se la nostra società non veda “il riemergere di fratrie arcaiche, di semi di società “altre”, del tutto inintegrabili”. M. Blondet, I nuovi barbari – Gli skinheads parlano, Effedieffe, Milano, 1993, pp. 13-14. Si confrontino le considerazioni di Blondet con il passo di F. Cardini, Alle radici… cit., pp. 86-87, citato supra alla nota 92.
Sul movimento Skin vedi in appendice al libro di Blondet (pp. 171-202) l’acuto saggio – che ha il pregio di superare numerosi luoghi comuni della pubblicistica benpensante, anche se personalmente non ne condivido tutte le affermazioni – del professor Sergio Luppi, Gli Skinheads fra mito e realtà, dove (p. 173), tra l’altro, l’autore si dice convinto “che non sia possibile comprendere il fenomeno, assai complesso e variegato del movimento Skin, se non si faccia costante riferimento alla categoria interpretativa del Mito”. Sulla base di questo, e considerando quanto il Mito sia tenuto in conto dai più autorevoli facitori di opinione contemporanei, non c’è da stupirsi di come carta stampata e TV presentano gli Skinheads.
107) Solamente questa seconda edizione è stata tradotta in Italia: G. Dumézil, Gli dèi dei Germani… cit.
108) M. Eliade, Il Principe Dragos… cit., p. 145.
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