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Dracula, il guerriero di Wotan – 3

1 gennaio 2000 (16:45) | Autore: Gianluca Casseri

TERZA PARTE

Georges Dumézil, Le sorti del guerriero. Aspetti della funzione guerriera presso gli Indoeuropei Il legame che unisce i guerrieri-belva alla figura umanizzata di Odino non è che il simbolo del vincolo mistico e ancora più profondo che li associa allo stesso Odino nella sua forma divina. Se avessimo dei dubbi su ciò, basterebbe a fugarli Georges Dumézil, quando definisce i Berserkir “omologhi terrestri degli einherjar di cui Odhinn continua a circondarsi nell’altro mondo” (37).

Ed è nei due elementi di magia e furia, propri ad Odino più che ad ogni altra divinità nordica, che va riscontrato il carattere specifico dei guerrieri-belva. D’altronde “il termine berserkr contraddistingue, oltre al guerriero, anche un uomo dotato di particolari poteri e virtù magiche” (38).

E’ interessante, soprattutto ai fini di questo saggio, la constatazione che “in riferimento ai poteri dei berserkir, nel folklore nordico si parla di hugr (pl. hugir)” (39) che “designa in antico nordico l’insieme degli aspetti spirituali di un essere: animo, mente, cuore, sentimento, desiderio. In esso è espresso il carattere interiore, la vera natura. [...] I casi in cui il hugr assume aspetto animale sono senz’altro prevalenti [...]. Il hugr può infine apparire sotto forma di vento, nebbia, fumo o vapore” (40). Snorri Sturluson ci dice che il controllo di questo potere costituiva una peculiarità di Odino, che “era esperto nell’arte di cambiare colore e forma a piacimento”, e più oltre: “Odhinn cambiava aspetto; mentre il suo corpo giaceva come morto o addormentato egli diventava uccello o animale, pesce o serpe” (41). L’affinità tra alcuni aspetti del hugr e la prerogativa di Dracula di cambiare forma è evidente. Nel romanzo di Stoker, Van Helsing elenca alcuni dei poteri del Conte:

Lui può trasformarsi in lupo […] può essere come pipistrello […] può venire in nebbia che lui stesso ha creato […] viene su raggi di luna come pulviscolo (42)

Tutte capacità che trovano frequentemente applicazione nel procedere della narrazione. Se poi Snorri ricorda che Odino “con le sole parole […] calmava i marosi, mutava il vento a volontà” (43) non sfugge l’affinità con l’analogo potere di cui Dracula fa ampio uso durante i suoi viaggi in nave, anch’esso ben noto a Van Helsing che invita a tener conto

di quelle influenze su tempo che noi sappiamo che il Conte può esercitare (44)

Christian Sighinolfi, I guerrieri-lupo nell'Europa arcaica. Aspetti della funzione guerriera e metamorfosi rituali presso gli indoeuropei Ed è sempre l’antico skald a dirci che “Odhinn sapeva dove erano nascosti tutti i tesori della terra, e conosceva i canti che gli aprivano la terra e le rocce, le pietre e i tumuli; legava con le sole parole quelli che vi abitavano, poi entrava e prendeva tutto quanto gli piaceva” (45). Che anche Dracula fosse un abile cacciatore di tesori lo apprendiamo dal diario di Jonathan Harker, allorché riferisce del singolare comportamento tenuto dal cocchiere che lo conduce al maniero del Conte, comportamento spiegato poi da Dracula con la motivazione che l’uomo (in realtà lui stesso) era in cerca di un tesoro nascosto (46). D’altra parte, il potere del Re dei Vampiri di penetrare la materia ci viene confermato dall’autorevole Van Helsing:

Lui può […] uscire di qualsiasi cosa o entrare in qualsiasi cosa, anche se essa compatta e persino fusa con fuoco, cioè saldata (47)

Bram Stoker, Dracula Constatato che la figura del Conte Dracula sembra essere modellata su quella del supremo dio nordico Odino – signore dei berserkir - passiamo ad inquadrare meglio la figura del guerriero-belva con le parole di Jan De Vries, tradotte e citate da Gianna Chiesa Isnardi: “Questi portatori di pelli d’orso formano un gruppo scelto di guerrieri alla corte del re; si distinguono per una grande insensibilità alle armi e al fuoco. In battaglia sono presi da grande furore che non li fa indietreggiare dinanzi a nessun pericolo, alla fine sono però completamente esausti” (48). Per la studiosa sia il berserkr, sia il simile ulfhedhinn (49), il “guerriero dalla testa di lupo”, “partecipando della furia di Odino, parteciperà anche della sua conoscenza, e i riti magici cui queste comunità sono legate hanno un chiaro rapporto con lo stesso dio della magia Odhinn” (50), e più oltre rileva che “la paura che l’orso e il lupo incarnano è legata a magici misteri e a occulte forze. L’uomo che, anziché indietreggiare di fronte ad essi, si fa avanti audacemente e cerca di investire se stesso di quelle forze di cui il lupo e l’orso sono simboli, supera certamente un limite puramente umano”. Le genti dell’epoca non potevano non provare un profondo timore per queste belve in forma umana, come ci conferma ancora Chiesa Isnardi: “Esse sono accumunate ai lupi e agli orsi per potenza e terrore. Hanno osato farsi simili ad animali tabù, simboleggianti misteri paurosi, vanno tenuti lontano proprio come il lupo e l’orso”, e il timore che ispirano ha come conseguenza che “queste figure restano avvolte in una luce negativa e vengono contrapposte alla luminosità superumana e solare degli eroi” (51).

Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale. Nuova edizione Può darsi però, che con quest’ultima osservazione, la studiosa abbia concluso troppo presto la sua analisi (52). Molto più in profondità si è spinto lo storico Franco Cardini nel suo fondamentale studio sulle origini della cavalleria medievale. Cardini esamina il significato del termine germanico “wut, collegabile al gotico woths, “invasato”, da cui il nome Wotan” al quale “corrisponde il norreno odhr, “furore”, da cui il nome Odhinn: furore sacro, divino, chi è preda del quale è posseduto da un dio” e nota che questo stato corrisponde al “furor trascinante, trasfigurante, mistico, nel quale il guerriero diviene altro da quello che è, abbandona comportamento e perfino aspetto umano per assumere comportamento e aspetto sovrumani o extraumani, dio e belva al tempo stesso”. Lo studioso si chiede quindi: “Come si ottiene e come si gestisce questo furor divino che, come qualunque altra forza divina, l’uomo possiede solo a suo rischio e spesso con sua pena?” (53). La risposta è “attraverso un regime di concentrazione, di purificazione, di maturazione [...] una via iniziatica durante la quale ci si prepara ritualmente e spiritualmente” (54). Per Cardini ciò che in questo processo colpisce di più è la “trasformazione (se non effettiva, sì però rituale e anche psico-comportamentale) del guerriero in belva” (55) e se anch’egli ritiene che i berserkir fossero “oggetto di diffidenza, di paura, reale dapprima e poi ritualizzata” (56), distingue però due gradi in questo atteggiamento di avversione, a seconda della fonte e conseguentemente dell’epoca da cui scaturisce la testimonianza.

Nella Germania di Tacito – redatta nel I secolo della nostra era – troviamo una descrizione degli usi guerrieri presso la tribù germanica dei Catti: “I più valorosi portano, inoltre, un anello di ferro, come simbolo di asservimento, (il che è segno di vergogna per quel popolo), e se lo tolgono nel momento in cui uccidono un nemico. [...] A costoro tocca prendere l’iniziativa del combattimento; essi costituiscono sempre la prima linea, spaventosa a vedersi; poiché neppure in pace adottano un modo di vivere più mite”. Con questa sorta di reparti speciali (57) ci troviamo di fronte “a un gruppo di guerrieri privilegiati e distinti rispetto agli altri [...] ad una societas sacrale qualificata da un distintivo che da segno d’infamia diviene ornamento glorioso”. Lo storico identifica proprio in quell’anello di ferro il collegamento tra i guerrieri Catti ed i berserkir: “la credenza che per esempio cingendo un collare di ferro ci si possa trasformare in orso è viva nel folklore, ed è appunto in area danese che il motivo del berserkr si è più a lungo mantenuto. Un elemento propriamente magico potrebbe entrare in questa trasformazione” (58). Cardini non ha dubbi che questi “guerrieri dall’anello sono funzionali alla società catta, pur vivendo in maniera atipica [...], i sentimenti ispirati [...] sono di timore ma anche di riverenza [miei i corsivi]“. Se questo era l’atteggiamento primordiale verso i guerrieri-belva, esso però muterà col tempo. Nelle saghe – soprattutto in quelle successive al X secolo – che ci presentano la società nordico-germanica in un’epoca più tarda rispetto alle cronache di Tacito, “i berserkir sono avvertiti come pericolosi fuorilegge” e incutono nelle stesse popolazioni germaniche “terrore e repulsione”. Il mutamento può essere dovuto a “due fattori: da un lato il superamento della società tribale verso forme di convivenza sotto più centralizzati poteri, che rendono pericoloso il permanere di confraternite guerriere separate; dall’altro la cristianizzazione, con i suoi effetti sul piano del costume e del diritto”. Comunque la figura del guerriero-belva continuerà a sussistere ancora a lungo nella cultura germanica e, anche se temuto e demonizzato, manterrà “una funzione sociale precisa, quella di costituire una truppa scelta, di difendere la loro gente in circostanze eccezionali” (59). Sarà soltanto con il definitivo affermarsi del cristianesimo che il berserkr si trasforma “in un caso non solo di assoluta asocialità, ma anche di possessione” (60). Addirittura “durante il periodo di cristianizzazione del Nord il berserksgangr venne visto come una sorte di malattia, una menomazione dell’essere umano” (61).

E’ appena il caso di notare che una sorte non dissimile toccherà alla magia, come conferma Chiesa Isnardi quando osserva che “il giudizio sulla pratica magica e sui suoi adepti doveva avere assunto col tempo una connotazione prevalentemente negativa anche a motivo dell’introduzione della nuova religione [...]. Nelle leggi emanate dopo la conversione sono frequentissimi i divieti contro le pratiche magiche di qualsiasi natura” (62).

Claudio Risé, Il maschio selvatico Se il cristianesimo non poteva ammettere che si invocassero spiriti e potenze estranee alla concezione della realtà che andava imponendo, al contempo considerava nefasta l’esistenza di esseri come i guerrieri-belva, capaci di fare appello alle forze più profonde, e che rispondevano soltanto al loro capo in virtù del superiore valore che questi dimostrava. La Chiesa aveva bisogno di altri soldati, che seguissero ideali conformi al suo catechismo e pronti ad essere indirizzati verso finalità da lei stessa determinate. Così, mentre forgiava il cavaliere medievale, difensore dei deboli e del Santo Sepolcro, nelle contrade di un’Europa appena cristianizzata combatteva gli uomini lupo con la croce e l’acqua santa (63). Tutti i fans della letteratura e del cinema dell’orrore sanno benissimo che armi non diverse avrebbero usato altri crociati, sul finire dell’ottocento, per combattere l’ultimo discendente dei berserkir, minacciosamente emerso dalla terra-al-di-là-della-foresta (64).

(continua)

Note

37) G. Dumézil, Le sorti del guerriero, Adelphi, Milano, 1990, p. 190. Rinvio alle pp. 190-192 per le interessanti considerazioni sulla figura del berserkr. Con il termine einherjar si intendono i guerrieri caduti in battaglia e che quindi sono entrati nella Valhalla, il paradiso nordico riservato agli eroi: “gli einherjar, “guerrieri delle singolari tenzoni” (*aina-harja), sono probabilmente la mitizzazione di qualche società di guerrieri come quella degli Harii descritti da Tacito”. Georges Dumézil, Gli dèi sovrani degli indoeuropei, Einaudi, Torino,1985, p. 179. Su questi concetti vedi anche G. Chiesa Isnardi, I miti nordici… cit., pp. 58-59.
38) Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., p. 43.
39) Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… ibid. Lo studioso ricorda che “Odino è colui che sa sfruttare al meglio le qualità magiche del hugr“. 40) G. Chiesa Isnardi, I miti nordici… cit., pp. 358-359.
41) Leggende e miti vichinghi a cura di G. Chiesa Isnardi… cit., capp. 6-7, pp. 87-88.
42) B. Stoker, Dracula… cit., p. 283.
43) Leggende e miti vichinghi a cura di G. Chiesa Isnardi… ibid.
44) B. Stoker, Dracula… cit., p. 376.
45) Leggende e miti vichinghi a cura di G. Chiesa Isnardi… cit., cap. 7, p. 89.
46) B. Stoker, Dracula… cit., pp. 40-41 e pp. 50-51.
47) B. Stoker, Dracula… cit., p. 283.
48) Gianna Chiesa Isnardi, Il lupo mannaro come superuomo, in Il Superuomo, vol. III, a cura di Elèmire Zolla, La Nuova Italia, Firenze, 1973, p. 22.
49) “I termini berserkr e ulfhedhinn possono essere considerati sinonimi” afferma Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo…, cit., p. 19, citando a conferma un passo del capitolo IX della Vatnsdaela saga (Saga di Vatnsdal), in cui si afferma esplicitamente che i berserkir erano soprannominati “pelli di lupo”. Lo studioso, alle pp. 19-20, evidenzia anche che i due “termini comparvero per la prima volta nello Haraldskvaedhi (Carme di Araldo) o Hrafnsmal (Dialogo del corvo) di Thorbjorn Hornklofi, scaldo vissuto nel IX secolo […]. Una delle descrizioni migliori di questi guerrieri è contenuta proprio dal Hrafnsmal“.
50) G. Chiesa Isnardi, Il lupo mannaro… cit., p. 26. Sullo stesso argomento resta fondamentale Mario Polia, Furor. Guerra poesia profezia, Il Cerchio – Il Corallo, Padova, 1983, pp. 15-21.
51) G. Chiesa Isnardi, Il lupo mannaro… cit., pp. 30-32.
52) Vedi l’Appendice 1 in coda al presente scritto.
53) Franco Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, La Nuova Italia, Firenze, 1991, pp. 75-76.
54) Fr. Cardini, Alle radici… ibid. Concorda Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., p. 31: “Si può supporre che per entrare a far parte di questi gruppi bisognasse probabilmente sottoporsi a rituali di iniziazione di tipo estatico, durante i quali è possibile che il guerriero cadesse in uno stato di trance di tipo sciamanico”. Nelle pagine successive lo studioso indica alcune prove iniziatiche (soprattutto il cibarsi di carne e sangue di belve) attestate dalle fonti dell’epoca ed ipotizza che durante i riti venissero “ingerite sostanze psicotrope” come “il fungo Amanita muscaria contenente la muscarina, sostanza che provoca effetti allucinogeni”. A proposito vedi infra nota n. 122.
55) Fr. Cardini, Alle radici… ibid.
56) Fr. Cardini, Alle radici… cit., p. 79.
57) Con tale definizione non mi riferisco solo alle capacità combattive ma anche al senso di fedeltà al proprio capo, che, come rilevavo io stesso in un mio precedente articolo, se è testimoniato da Tacito presso i Germani nonché da Omero nell’Iliade, si ritrova anche in certe rappresentazioni dei moderni Berretti Verdi. Vedi Gianluca Casseri, Rambo e il senso della guerra, nel mensile Area n. 70, Roma, giugno 2002, pp. 60-61.
58) Fr. Cardini, Alle radici… cit., pp. 80-81. La citazione della Germania si riferisce ad un passo del cap. 31.
59) Fr. Cardini, Alle radici… cit., p. 83. La tesi che nelle saghe più tarde sia andato perduto il senso originario della figura del berserkr è confermata da Gael Milin quando afferma che nella Saga dei Volsunghi “il significato originale della metamorfosi in lupo non è più recepito dal narratore”. G. Milin, Il licantropo… cit., p. 40.
60) Fr. Cardini, Alle radici… cit., p. 85. Che la nuova religione abbia trasformato la figura tradizionale del guerriero-belva lo conferma Sighinolfi: “La figura del “berserk” è da inserire in un periodo che ebbe inizio nella notte dei tempi e che durò fino a circa l’XI secolo. Con la diffusione del cristianesimo in Scandinavia e con la nascita del cavaliere cortese nel XII e XIII secolo, scomparve la figura del guerriero furioso e selvaggio lasciando spazio agli ideali di onore e misura”. Per completare la conversione dei Germani fu essenziale trasformare “l’affascinante gueriero-orso o lupo legato alla furia del dio Odino e avvolto dall’alone di mistero, con riti di iniziazione a noi sconosciuti” nel “furfante privo di scrupoli […] prepotente protagonista di racconti e saghe nordiche” Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., pp. 57-58.
61) Chr. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., p. 48.
62) G. Chiesa Isnardi, I miti nordici… cit., pp. 96-97. Sulla persecuzione della licantropia associata alla “caccia alle streghe” nei secoli XVI e XVII vedi G. Milin, Il Licantropo… cit., cap. IV Giudici, demonòlogi e lupi mannari, pp. 119-157.
63) Su questo argomento vedi anche il mio articolo Dalla Cimmeria alle nuvole, in La Soglia n. 3, novembre 2002, alle pp. 51-52. Vedi anche Cl. Risé, Il maschio selvatico… cit., p. 38: “Questo è ciò che finora è successo, nei secoli cristiani e in tutto il mondo. L’utilizzazione della forza del selvatico, per esempio nelle guerre di conquista, dalle crociate al Messico, e poi la sua soppressione per reprimere gli appetiti, è ormai un aspetto non cancellabile della storia del cristianesimo”.
Un atteggiamento simile è stato riscontrato anche in ambito non cristiano da Georges Dumézil quando parla “della riforma zoroastriana che, dopo aver condannato quella specie di guerrieri troppo autonomi che Indra proteggeva e degradato questo grande dio a arcidemone, ha affidato la sua temibile funzione al dio stesso del diritto perché il guerriero non dovesse essere ormai che l’ausiliario sottomesso e disciplinato di Ahura Mazdâ e della sua chiesa”. Georges Dumézil, Gli dèi dei Germani, Adelphi, Milano, 1974, p. 81.
64) Com’è noto, è questo il significato del nome geografico “Transilvania”, patria del Dracula romanzesco.

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Gianluca Casseri

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