Centro Studi La Runa

Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia



Dracula, il guerriero di Wotan – 2

1 gennaio 2000 (16:46) | Autore: Gianluca Casseri

SECONDA PARTE

Erberto Petoia, Vampiri e lupi mannari. Le origini, la storia, le leggende di due tra le più inquietanti figure demoniacheAnche il legame Dracula/licantropo (e quindi Dracula/berserkr), come quello precedente Dracula/magia, può sfuggire a chi fonda la propria idea del vampirismo esclusivamente sulle produzioni cinematografiche (17). Diversamente, nel folklore la distinzione non è così netta, tanto che Alfonso di Nola parla di “due fenomeni sostanzialmente paralleli che appartengono al dominio dell’immaginario: la licantropia e il vampirismo. La solidarietà dei due fenomeni [...] è soprattutto di carattere antropologico, poiché licantropia e vampirismo si collocano, nella storia delle culture, come due aspetti del mito di trasformazione dell’uomo in una diversità ‘negativa’, inquietante e rischiosa” (18). Del resto, osserva uno studioso come Renato Agazzi, alcune lingue balcaniche usano lo stesso termine per indicare tanto il vampiro quanto il licantropo: “La parola ‘licantropia’ deriva chiaramente dal greco [...] e ad essa corrisponde lo slavo valkolak e il rumeno varcolaci (parola questa usata per indicare [...] anche un vampiro)” (19). E’ da notare di sfuggita che anche per la psicanalisi sussiste affinità tra le due figure se Ernest Jones – biografo di Freud – rileva la “grande intercambiabilità esistente tra il Vampiro e il Lupo mannaro” (20).

Un ulteriore interessante riferimento alle tradizioni nordiche viene indicato dalla Lorinczi nel “fatto che parimenti ai primi coloni vichinghi dell’Islanda, menzionati nell’islandese Libro dell’insediamento (Landnàmabòk, XII sec.), Dracula trasporta nella terra da invadere casse di terra natia, quale prolungamento della patria originaria” (21). Tale elemento è senz’altro giustificato, almeno in parte, da esigenze narrative – trovare un punto debole nel quasi invincibile Dracula – come rileva anche Paul Barber: “Nella letteratura e nel cinema [...] la teoria della ‘terra natale’ spesso ostacola i movimenti del vampiro, che molte volte deve sottostare all’obbligo di riposare, durante il giorno, su terra proveniente dalla sua patria”. E lo stesso Barber nota che “nel folclore i problemi sono alquanto diversi, la situazione meno netta. [...] La teoria fantastica della “terra natale” [...] sembra essere derivata dalla credenza (folclorica) che il vampiro deve rimanere nella sua tomba per una parte del tempo”. D’altra parte lo stesso autore ci conferma che il vampiro folklorico non aveva comunque bisogno di portarsi dietro la terra perché “tranne poche eccezioni i vampiri del folclore non viaggiano mai. Non sono itineranti, come Dracula, e nulla ci viene detto della loro possibilità di aggirare l’obbligo di restare nella tomba semplicemente por-tando con sé una scorta di terra del luogo natale” (22). Quindi Stoker non prese certamente tale idea dalle credenze popolari e, visto che abbiamo già accertato altri riferimenti al mondo nordico-germanico, non si vede perché anche questo non possa derivare dalla medesima fonte.

IL GUERRIERO-BELVA FRA MITO E REALTA’

Dopo aver accertato l’influsso della tradizione nordica sull’opera di Bram Stoker, conviene tornare ad esaminare più a fondo la figura a cui ho accennato sopra: il berserkr. Il guerriero-belva costituisce l’amalgama di motivi religiosi, magici e guerrieri propri ai popoli germani, motivi che d’altronde non è difficile riscontrare nel personaggio romanzesco di Dracula. Che tale riscontro sia fondato ce lo assicurano da una parte i riferimenti inseriti nel romanzo, e dall’altra numerosi studi nel campo della religione e del folklore, le conclusioni dei quali appaiono talmente in linea con le scelte narrative di Stoker da far sospettare che egli avesse una profonda conoscenza della materia ancora prima che se ne occupassero gli eruditi.

Probabilmente ritenendo ciò saremmo in errore, ma questo non significa che un’operazione di raffronto sia inutile. Anzi, potrebbe essere vero il contrario: proprio il fatto di individuare delle corrispondenze inconsapevoli tra folklore e romanzo è spia di una correlazione che non agisce a livello razionale, sviluppandosi invece efficacemente ad uno stadio superiore. “Secondo Strabone (304: VII, 3 12), i Daci si chiamavano in origine dàoi [...]. Una tradizione, riferita da Esichio, ci informa che dàos era il nome frigio del “lupo”. P. Kretschmer ha interpretato questo termine risalendo alla radice *dhau: “stringere, serrare, soffocare” (23). Con queste parole Mircea Eliade inizia un suo breve saggio in cui tratta del rapporto che lega i Daci – gli antichi abitanti della Romania, stanziati quindi anche nella patria di Dracula, la Transilvania – alla figura del lupo, e prosegue affermando che “i Daci chiamavano se stessi anticamente “lupi”, o “simili ai lupi”, o quelli che assomigliavano ai lupi.” Dopo aver rilevato che “nomi simili non costituiscono un’eccezione fra i popoli indoeuropei” e citato a conferma una serie di esempi, lo studioso avanza alcune ipotesi, notando comunque che “la derivazione della denominazione etnica dal nome di un animale ha sempre un significato religioso e non si può comprendere questo legame se non riconducendolo a concezioni religiose molto antiche”. Tra le ipotesi che Eliade considera più attendibili c’è quella che il nome degli antichi Daci derivi dalle bande di stranieri o di giovani fuorilegge che battevano le foreste assalendo i villaggi come lupi selvaggi, animali ai quali queste bande sono sempre state collegate dall’antichità al medioevo. Altra possibile fonte è costituita da riti di iniziazione militare praticati dai Daci, durante i quali i giovani che si preparavano ad entrare nei Männerbunde, confraternite segrete di guerrieri, si vestivano di pelli ed assumevano i comportamenti dei lupi. Le due ipotesi potrebbero non escludersi a vicenda, essendo collegate. Numerosi studiosi hanno confermato che tali società guerriere sussistevano presso i popoli indoeuropei. Quanto all’iniziazione che permetteva ai giovani di accedervi, essa “consisteva nella metamorfosi rituale del giovane guerriero in belva e non si trattava solo di destrezza, di forza fisica o di resistenza, ma di una radicale trasformazione del modo d’essere del giovane che, con un accesso di furore aggressivo e terrificante, negava la propria umanità e diventava simile alle fiere rabbiose”. Riguardo alle modalità di queste iniziazioni Eliade nota due punti: “1) si diveniva temibili guerrieri solo appropriandosi magicamente delle proprietà della belva, in modo particolare del lupo; 2) si vestiva ritualmente la pelle del lupo, sia per partecipare della natura del carnivoro, sia per dimostrare che ci si era tramutati in “lupo”". Lo studioso, rigettando la tesi positivista secondo cui le credenze sui lupi mannari deriverebbero dagli sporadici casi di licantropia – la malattia mentale conosciuta dalla scienza che spinge coloro che ne sono affetti a comportarsi come animali – afferma che “è piuttosto l’esistenza delle confraternite dei giovani guerrieri [...] sempre simili nel comportamenti ai carnivori, che può spiegare la diffusione delle credenze sulla licantropia” (24).

Abbiamo quindi trovato una chiara connessione (25) tra i guerrieri-lupo, tipici esempi di Männerbunde, e il folklore sul vampiro/lupo mannaro, connessione che va a situarsi ben oltre l’aspetto materiale se consideriamo che l’idea di iniziazione attraverso la metamorfosi in belva ha chiare origini “nell’universo religioso del cacciatore primitivo, un universo dominato dalla comunanza mistica fra il cacciatore e la preda”. In quel mondo, in cui il mito era più vero della realtà materiale, “un Animale primordiale uccideva gli uomini per farli risuscitare iniziati, trasformati, cioè, in cacciatori; l’Animale è infine abbattuto ed è questo l’evento ritualmente rivissuto durante le cerimonie dell’iniziazione; ma, rivestendo la pelle della belva, l’iniziato non risuscita più come un essere umano ma come l’Animale primordiale, posto all’origine del mistero. In altri termini, l’Animale mitico risuscita insieme all’iniziato”. Concludendo il suo esame Eliade si dice certo che “è a questa fase del fenomeno magico-religioso del lupo che bisogna ricondurre sia l’interpretazione dei Männerbunde e delle iniziazioni militari, sia le credenze sulla licantropia e sui lupi mannari. Il guerriero è il cacciatore per eccellenza e, in quanto tale, trova in un carnivoro il suo modello di comportamento” (26).

A questo punto l’esistenza di correlazioni tra il Dracula romanzesco e i guerrieri-belva non sembra più così ardita. L’idea che l’iniziato venga “ucciso” dall’Animale primordiale e quindi resusciti trasformato poteva anche essere ignota a Stoker, resta il fatto che nella sua opera di pura immaginazione una sorte simile è riservata a coloro che soccombono dissanguati dal morso del vampiro.

Andiamo poi a leggere una frase desunta dal romanzo, e divenuta celebre soprattutto per come la pronunciò l’attore Bela Lugosi nella versione cinematografica del 1930. Il Conte è nel suo castello in Transilvania seduto di fronte al fuoco, insieme al suo ospite Jonathan Harker ancora all’oscuro della sua natura vampiresca. Allorché dalle foreste circostanti arriva il lugubre ululato dei lupi, la reazione di Dracula è singolare e, mentre un lampo gli balena negli occhi, declama:

Ascoltateli, i figli della notte. Che musica fanno, eh! Ah, signore, voi cittadini non potete far vostri i sentimenti del cacciatore (27).

Parole che ci rivelano la natura del Conte più di quanto abbiano fatto dozzine di saggi scritti su di lui. Col suo definire i lupi “figli della notte” ed il loro ululato “musica”, Dracula prende saldamente le parti – fino a compenetrarlo non meno di quanto facessero i giovani iniziandi dei Männerbunde - dell’animale predatore che si identifica con le tenebre tanto temute dall’uomo. Quando poi nega che i “cittadini” possano comprendere i sentimenti di quello stesso “cacciatore” evidenzia l’abisso incolmabile che separa due figure: quella dell’uomo urbanizzato, civile, razionale, moderno, che fonda la sua vita su strutture giuridiche ed economiche, e quella dell’essere naturale la cui esistenza è fatta di bisogni essenziali, che vengono soddisfatti attraverso un’attività che ha come uniche non-regole quelle imposte dal confronto predatore/preda.

Claudio Risé, Il maschio selvatico E’ appena il caso di notare come un tale rapporto tra l’uomo e la natura sia lontano da quello proprio a certe fisime ecologiste: il cacciatore che si identifica (o che finge di identificarsi attraverso un’attività ludica) con la sua essenza predatrice, è un’entità che raggiunge un grado di integrazione con l’ambiente naturale impensabile per chi vi si accosti con qualsiasi altra finalità. E la differenza si situa in un punto talmente profondo della personalità che è dubbio possa essere imputata all’educazione individuale. Per l’uomo che vive nel mondo della Tradizione la caccia riveste sicuramente significati superiori: l’attività venatoria intesa come inseguimento della preda si trasforma in una vera cerca spirituale che conduce alla trascendenza della natura umana. Uno studio di Mircea Eliade spiega che l’animale selvaggio “scopre la soluzione di uno stato di cose apparentemente senza uscita [corsivo nel testo] e opera la rottura di un mondo chiuso e, di conseguenza, rende possibile il passaggio a un modo di essere superiore. [...] per centinaia di migliaia di anni l’uomo non soltanto è vissuto di caccia, ma ha vissuto in uno stato di consanguineità mistica con gli animali. Questo passato primordiale non è mai stato del tutto annullato” (28).

Appurate le evidenti affinità fra Dracula e gli antichi guerrieri-belva, possiamo occuparci in maniera specifica del berserkr, cominciando col riconoscere come quest’ultimo costituisca una delle figure più rappresentative delle tradizioni nordiche: lo conferma Gael Milin quando parla di “un fenomeno d’ampiezza e d’importanza considerevoli. Nelle antiche civiltà germaniche e scandinave, gli ‘uomini-lupi’ [...] appartengono in modo ufficiale alla struttura organizzativa della società” (29).

Paolo Diacono, Storia dei Longobardi Ai primi testimoni che li videro combattere dobbiamo la descrizione chiara e terribile di quello che costituivano i guerrieri germani. Plutarco, riferendo dei mercenari germani al soldo del re macedone Perseo agli inizi del II secolo a.C., ci parla di “uomini incapaci di coltivare la terra o navigare il mare o vivere pascolando i greggi, che praticavano invece continuamente il loro unico mestiere, l’unica loro arte: quella di combattere e dominare gli avversari” (30). Di fronte a questi feroci combattenti, che Friedrich Engels definirà “i primi ‘lanzichenecchi’ (Landsknechte)” (31), i legionari romani “non avrebbero resistito e sarebbero stati terrorizzati dal loro aspetto e dal loro modo di incedere, che era esotico e raccapricciante” (32). E se tali osservazioni si riferiscono alla generalità dei guerrieri usciti dalle foreste del nord, dobbiamo ricordare che, tra questi, i berserkir costituivano la terrificante élite, tanto che non solamente i popoli civilizzati del mezzogiorno ne erano spaventati. Paolo Diacono, narrando delle migrazioni dei Longobardi, ci informa che, allorché un’altra popolazione germanica si oppose al loro cammino, essi “finsero di avere nell’accampamento dei cinocefali, uomini con la testa di cane, e diffusero tra i nemici la voce che combattevano con decisione, bevevano sangue umano, e, se non riuscivano a catturare il nemico, bevevano il proprio sangue. […] Al vedere e al sentire tutto questo, i nemici […] non osarono iniziare la guerra che avevano minacciato” (33). Un recente studio ci conferma che questo episodio “è senza dubbio riconducibile a rituali legati alla guerra durante i quali venivano usate, per scopi religiosi e bellici, maschere o pelli animali. Come i guerrieri-lupo e i guerrieri-orso scandinavi indossavano le pelli dei rispettivi animali, i guerrieri cinocefali vestivano con tutta probabilità pelli di cane” (34).

Plutarco, Vite parallele: Emilio Paolo. Timoleonte E già Tacito, nella sua Germania, parla della tribù degli Arii, i quali “oltre ad avere forze superiori [agli altri popoli germanici - N.d.R.] accrescono nel loro truce aspetto la loro naturale ferocia con l’artificio e con la scelta del momento per combattere; portano scudi neri, si tingono il corpo e scelgono per la battaglia notti di tenebra; col solo orrore di questo esercito di neri fantasmi [feralis exercitus nell'originale latino - N.d.R.] essi incutono terrore, poiché nessun nemico può reggere a quella straordinaria e quasi infernale visione, dato che in ogni battaglia i primi ad essere soggiogati sono gli occhi” (35).

Questa immagine è ulteriormente confermata dal celebre skald Snorri Sturluson, che nella sua Saga degli Ynglingar offre un’interpretazione evemeristica dei miti nordici, mostrandoci Odino nelle vesti di un antico re germanico. La descrizione dei fedeli guerrieri che sono al suo seguito non potrebbe essere più impressionante: “I suoi uomini invece avanzavano senza corazza invasi dalla furia come lupi o cani: mordevano nei loro scudi, erano forti come orsi o tori, sterminavano folle intere. Né il ferro né il fuoco li potevano [fermare], e questa è detta ‘furia dei berserkir‘” (36).

(continua)

Note

17) In effetti, nessun vero fan del cinema dell’orrore scambierebbe mai una pellicola di vampiri per una di lupi mannari, e la confusione tra le caratteristiche dei personaggi non si rischiava neppure nelle produzioni Universal degli anni ‘40 – quando il genere era ormai in piena decadenza – nonostante che in un solo film potessero comparire promiscuamente Dracula, l’Uomo Lupo, il Mostro di Frankenstein e via dicendo.
18) Alfonso M. di Nola, Introduzione a Erberto Petoia, Vampiri e lupi mannari, Newton & Compton, Roma, 1991, p. 7. Rimando a quest’opera, ampiamente documentata, per un esame in parallelo delle due figure.
19) Renato Agazzi, Il mito del vampiro in Europa, Lalli Editore, Poggibonsi (SI), 1979, p. 121.
20) Ernest Jones, Psicoanalisi dell’incubo, Newton & Compton, Roma, 1978, p. 295.
21) M. Lorinczi, Dracula & Co… cit., p. 24.
22) Paul Barber, Vampiri. Sepoltura e morte, Nuova Pratiche Editrice, Parma, 1994, pp. 105-107.
23) Mircea Eliade, I Daci e i lupi, in M. Eliade, Da Zalmoxis a Gengis-Khan, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1975, p.10.
24) M. Eliade, I Daci… cit., pp. 11-15.
25) Lo stesso nome di Dracula, che alcune fonti fanno derivare da “drago”, costituisce un curioso legame, visto che le figure del lupo e del drago sono spesso associate negli emblemi dei guerrieri presso vari popoli indoeuropei, tra cui i Daci e gli Iranici. Addirittura “lo stendardo dei Daci raffigurava un lupo con il corpo di drago”, M. Eliade, I Daci… cit., p. 17. Sulle origini del nome “Dracula” vedi: Gianfranco Giraudo, Drakula, Libreria Universitaria Editrice, Venezia, 1972, pp. 42 ss. Vedi anche M. Lòrinczi Nel dedalo… cit., pp. 34-50. Per un ulteriore nesso berserkir/lupo mannaro vedi quanto scrive C. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., p. 23: “nei racconti e nelle saghe nordiche non pare emergere una grande differenza tra il “guerriero-lupo” e il “lupo mannaro”.” Tra l’altro, come spiega l’autore alla nota 23 della stessa pagina, “il termine antico nordico che indica il lupo mannaro è vargr-ùlfr. Questa parola ha assunto nelle lingue nordiche moderne il significato di ‘uomo dalle sembianze di lupo’”.
26) M. Eliade, I Daci… cit., pp. 21-22. Mi sembra il caso di aprire una parentesi, soprattutto a beneficio dei cultori del darwinismo e della psicanalisi. Se qualcuno avesse interpretato gli ultimi paragrafi come un riconoscimento di temi cari alle suddette pseudo religioni – in primo luogo il riaffiorare di stadi animaleschi primordiali e di archetipi inconsci – lo invito a leggersi un paio di saggi chiarificatori nel III vol. di Introduzione alla Magia, a cura del “Gruppo di Ur”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1971:
- Arvo, L’ “origine della specie” secondo l’esoterismo, pp. 198-208;
- Ea, L’esoterismo – L’inconscio – La psicanalisi, in particolare le pp. 392-397.
D’altra parte, ancora Eliade, trattando dei riti di trasformazione in animali praticati dagli sciamani, chiarisce: “Imitando le mosse di un animale o rivestendone la pelle si faceva proprio un modo superumano di essere. Non si trattava di regressione in una pura ‘vita animalesca’: l’animale al quale ci si identificava era già portatore di una mitologia […]. Divenendo questo animale mitico l’uomo si trasformava in qualcosa di ben più possente della sua individualità. E’ lecito pensare che questa proiezione in un Essere mitico […] faceva realizzare una comunione con la vita cosmica.” M. Eliade, Lo sciamanismo e le tecniche… cit., pp. 487-488.
Sulla validità ed i limiti dell’interpretazione del mito e del folklore avanzata dalla psicanalisi è utile Mircea Eliade, Miti sogni e misteri, Rusconi, Milano, 1976, pp. 6-12.
27) B. Stoker, Dracula… cit., p. 47. In effetti accade spesso che dalle parole pronunciate da Dracula nel romanzo di Stoker traspaiano significati che vanno oltre la letteralità. Io stesso li ho esaminati in un articolo nel quale ripercorrevo dettagliatamente le battute del Conte. Vedi Gianluca Casseri, Così parlò Dracula, nel periodico La Soglia n. 2, Pistoia, luglio 2002, pp. 30-36.
28) Mircea Eliade, Il principe Dragos e la caccia rituale, in M. Eliade Da Zalmoxis… cit., p. 145. Tutto il saggio è di grande interesse per come tratta il tema della caccia come iniziazione e come rito di fondazione. Per un’ulteriore serie di considerazioni che spesso intersecano l’argomento qui trattato, vedi anche Claudio Risé, Il maschio selvatico, Red Edizioni, Novara, 2002 (I ed. 1993).
29) Gael Milin, Il licantropo. Un superuomo?, ECIG, Genova, 1997, p. 39. Rinvio soprattutto alle pp. 39-42 per un sostegno a varie tesi avanzate nel presente scritto.
30) Plutarco, Vita di Emilio Paolo, in Vite parallele, Oscar Mondadori, Milano, 1974, vol. II, p. 347.
31) Friedrich Engels, Storia e lingua dei Germani, Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 41.
32) Plutarco, Vita di Emilio Paolo… ibid.
33) Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, Oscar Mondadori, Milano, 1994, p. 41.
34) Ch. Sighinolfi, I guerrieri-lupo… cit., p. 66.
35) Tacito, La Germania, B.U.R., Milano, 1990, p. 285.
36) Leggende e miti vichinghi, a cura di Gianna Chiesa Isnardi, Rusconi, Milano, 1989, cap. 6, p. 87.

LA PRIMA PARTE DI QUESTO SAGGIO

LA TERZA PARTE DI QUESTO SAGGIO

Bookmark and Share

Gianluca Casseri

Scrivi un commento