Don Tullio Calcagno, il prete che andò a morire con Mussolini

C’è una sorpresa in serbo, per chi legga le memorie di Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954, anno della sua morte (e beatificato da Giovanni Paolo II nel 1996, dopo che la sua salma è stata trovata incorrotta), relative all’ultimo atto della Repubblica Sociale Italiana, nella primavera del 1945.

Il libro, intitolato Gli ultimi tempi di un regime (Milano, Editrice La Via, 1946) e pubblicato a caldo, pochi mesi dopo la fine della guerra, si apre e si chiude con il nome di un prete che, oggi, dice poco alla maggior parte dei lettori, ma non così in quella arroventata stagione che va dall’8 settembre del 1943 alla fine di aprile del 1945: quello di don Tullio Calcagno. O meglio, bisognerebbe dire: dell’ex prete Tullio Calcagno, dato che il 24 marzo 1945, un mese prima della sua tragica morte, egli aveva subito il più grave provvedimento coercitivo della Chiesa cattolica: la scomunica maggiore.

Nelle prime pagine del libro di Schuster, don Calcagno viene ricordato per via dei numerosi interventi dell’arcivescovo di Milano contro il prete umbro, contro il suo giornale «Crociata Italica» e contro il movimento cattolico dissidente che portava lo stesso nome. Nelle ultime, in cui si descrive il drammatico incontro fra Mussolini e i capi della Resistenza milanese – l’avvocato Achille Marazza, Riccardo Lombardi e il generale Raffaele Cadorna -, avvenuto nel Palazzo arcivescovile di Milano, in Piazza Fontana, il pomeriggio del 25 aprile 1945, si afferma che don Calcagno fu oggetto della conversazione privata fra il Duce e il prelato ambrosiano.

Poiché i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale erano in ritardo, Schuster invitò Mussolini ad accomodarsi nel suo salottino e questi, forse per rompere l’imbarazzo della situazione, di sua iniziativa disse di essere sempre stato leale difensore dei Patti Lateranensi e di non avere approvato gli eccessi di «Crociata Italica» e di don Calcagno. Schuster, che aveva invitato Mussolini a predisporsi a un duro periodo di prigionia o di esilio, lasciò cadere l’argomento, forse per evitare inutili discussioni, in quanto sapeva bene che Mussolini aveva in qualche misura incoraggiato l’attività di don Calcagno, anche se ora lo negava.

Ma chi era, dunque, questo prete onnipresente nei pensieri del cardinale Schuster e dello stesso Mussolini; questo prete scomodissimo, talmente fascista da risultare imbarazzante e quasi impresentabile per gli stessi «repubblichini»?

Sebbene oggi la sua memoria sia andata quasi perduta, negli anni fra il 1943 e il 1945 si trovò a svolgere una parte quasi da protagonista nel corrusco panorama della Repubblica Sociale, non solo per il suo instancabile zelo bellicista e antibritannico, nonché per il suo convinto antisemitismo, ma soprattutto per il fatto che, ad un certo punto, si mise alla testa di un movimento che imboccò la strada, se non dell’eresia dottrinale, certo dello scisma, in quanto fu l’ultimo tentativo di creare una Chiesa italiana autocefala ed autonoma rispetto al Vaticano, da lui giudicato troppo acquiescente verso il nemico, vale a dire verso le Potenze alleate.

Tentativo velleitario, senza dubbio, e sproporzionato alle sue possibilità e alle condizioni storiche e culturali del momento; e tuttavia abbastanza audace a abbastanza energico da coinvolgere, in un dato momento, frange non certo secondarie del clero e dei fedeli dell’Italia settentrionale, tanto da impensierire seriamente le alte sfere del Vaticano e specialmente il vescovo di Cremona, monsignor Cazzani, e, come già detto, l’arcivescovo di Milano.

Ma chi era questo prete così politicamente scorretto, da mandare in bestia vescovi e cardinali, e che era giunto ad impensierire seriamente lo stesso pontefice, in un momento storico in cui – si sarebbe detto – ben altre parevano le priorità, fra invasioni straniere, bombardamenti, fame, guerra civile e rappresaglie d’ogni genere?

Tullio Calcagno era nato a Terni, da una famiglia povera, il 10 aprile 1899; era entrato in seminario a dieci anni e a soli venticinque, nel 1924, era già divenuto sacerdote e parroco della cattedrale della sua città natale. Questa folgorante carriera, che desta ancora maggior stupore se si considera che per l’intera durata della prima guerra mondiale, dal 1915 al 1918, egli lasciò il seminario e venne arruolato nell’esercito (era uno dei gloriosi «ragazzi del ’99», gli artefici del miracolo del Piave) ci mostra, di per sé, che doveva trattarsi di una persona tenace e intelligente, altrimenti non avrebbe fatto tanta strada, senza avere appoggi in alto loco.

La posizione di don Calcagno nei confronti del fascismo non è stata coerente ed uniforme, ma, al contrario, fu caratterizzata da una serie di oscillazioni. Il Concordato del 1929 lo vide decisamente critico; solo in seguito cambiò idea e si convinse che il fascismo avrebbe potuto costituire un valido sostegno per la Chiesa cattolica. Il suo era il punto di vista di un prete che provava una crescente simpatia per il regime, non quello di un fascista che, per caso, si fosse trovato ad indossare la tonaca sacerdotale.

Ma l’accostamento pieno e definitivo al fascismo, per don Calcagno, si colloca nel 1935-36, al tempo della guerra di Etiopia. In quell’evento, egli vide la prova che il regime di Mussolini poteva e voleva mettere la sua forza al servizio della causa cattolica, espandendo i confini spirituali della Chiesa di Roma (a dispetto del fatto che l’Impero di Hailé Selassié fosse, da tempo immemorabile, cristiano). E a quanti, ragionando con il senno di poi, trovassero strana una simile presa di posizione da parte di un sacerdote, giova ricordare che Calcagno non fu certo l’unico membro del clero italiano a giungere a quelle conclusioni; e che in prima fila, tra quanti plaudirono l’impresa etiopica e benedissero le bandiere dell’esercito invasore, c’era proprio quel cardinale Schuster che, una decina di anni dopo, avrebbe visto il parroco di Terni come il fumo negli occhi.

Cattolico fortemente conservatore, don Calcagno non disapprovò nemmeno la svolta anisemita del 1938, inaugurata dal regime con le leggi razziali; su questo punto, Schuster dissentì dal regime e pronunciò alcune omelie per condannare il razzismo. Tuttavia, a pensarla come don Calcagno erano in parecchi, questo bisogna dirlo per onestà intellettuale e per esattezza di ricostruzione storica. Nella Chiesa cattolica italiana, infatti, esisteva un antisemitismo religioso (non razziale, si badi) da antica data, che tuttavia non impedì alla Chiesa, nel suo complesso, di svolgere una funzione di difesa degli ebrei perseguitati, specialmente dopo la caduta del fascismo e l’occupazione tedesca dell’Italia, anche per una precisa volontà del pontefice Pio XII.

E – sia detto fra parentesi – sarebbe ora di finirla con la sciocchezza del «colpevole silenzio» del papa circa la tragedia del genocidio degli Ebrei; perché è documentato che egli fece tutto quanto si poteva fare senza giungere ad una rottura irreparabile con il Terzo Reich, che avrebbe reso impossibile proseguire nell’opera silenziosa di soccorso ai perseguitati; mentre non si capisce perché un tale silenzio non venga mai imputato ai capi delle Potenze alleate – Roosevelt, Churchill e Stalin – i quali, come e assai più del papa, erano informati di quel che stesse realmente avvenendo nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.

Ma torniamo a don Calcagno e alla sua adesione sempre più entusiastica al fascismo. Fautore dell’entrata in guerra a fianco della Germania, egli chiese di essere arruolato nell’esercito, ma non fu accontentato, sebbene la sua richiesta venisse pubblicata sul giornale di Roberto Farinacci, «Regime Fascista», aprendo un rapporto umano e una collaborazione politica fra il gerarca di Cremona e il battagliero parroco di Terni, che sarebbero proseguiti sino alla fine.

Convinto che la lotta contro le Potenze democratiche e contro l’Unione Sovietica corrispondesse ad alti ideali politici, sociali e religiosi, nel 1942 don Calcagno pubblica un libro, a sue spese, intitolato Guerra di giustizia, il cui titolo è tutto un programma e ricorda da vicino le posizioni di un Berto Ricci e, in genere, del fascismo sociale. Ma in fondo, a ben guardare, quelle posizioni altro non sono che il naturale sviluppo di premesse culturali che risalgono a nobili e insospettabili precursori, per esempio il Pascoli de La grande proletaria si è mossa; per non parlare di certi inediti e significativi interventi di un marxista come Labriola a favore dell’espansione coloniale italiana.

Ad ogni modo, nel suo libro don Calcagno dava sfogo ai suoi violenti umori anticapitalisti ed anticomunisti, nonché a una certa irruenza di carattere, e si spingeva sino al punto di affermare che, se in guerra è lecito uccidere, allora è anche lecito odiare il nemico. Il ragionamento è rozzamente schematico e non quale ci si potrebbe aspettare da un ministro di Dio; d’altra parte, non si può negare a questo prete umbro l’aspra franchezza di un uomo che non ama le ipocrisie e che non sa parlare per mezze parole, ma che è uso gettarsi a capofitto, con ardente passione e, forse, con imprudenza, nell’arena politica, una volta che abbia fatto la sua scelta di campo e ne abbia tratto tutte le debite conseguenze, in un contesto di guerra.

L’autorità ecclesiastica, comunque, non apprezza né il libro, né il fatto che don Calcagno lo abbia pubblicato senza richiedere il necessario «nihil obstat»; ad essere un po’ maliziosi, si può anche sospettare che quel libro crei qualche intralcio alla progressiva la presa di distanza del Vaticano dal regime, che, nei primi mesi del 1943, diviene più evidente (basta scorrere, per rendersene conto, la stampa cattolica del periodo, e specialmente i periodici diocesani). Dal 1943, infatti, la linea di politica estera del Vaticano pende ormai nettamente a favore dello schieramento alleato e contro l’Asse Roma-Berlino; e, a quel punto, come si potrebbe tollerare che un prete scriva un libro per definire «santa» la guerra intrapresa da Mussolini?

Don Calcagno viene convocato a Roma, davanti alla Congregazione del Santo Uffizio – vale a dire, l’Inquisizione – e, il 30 giugno 1943 , mentre l’invasione angloamericana della Sicilia è ormai alle porte, gli viene formalmente intimato di non occuparsi più di politica attiva e di restarsene buono, attendendo al proprio ministero spirituale.

I fatti del 25 luglio e, poi, dell’8 settembre, producono una scossa fortissima nell’animo di questo prete fascista che stravede per Mussolini e che giudica la sua caduta, e l’armistizio firmato con gli Alleati, il risultato di oscure manovre del re e di un gruppo di uomini politici traditori della causa nazionale. Di lui si può dire quel che si vuole, ma non che fosse un opportunista o un timido; perché, proprio all’indomani della resa dell’8 settembre, ha inizio il capitolo più drammatico e concitato della sua vita – l’ultimo -, caratterizzato da una foga istintiva che non conosce astuzie né compromessi e che va dritta verso l’inevitabile “redde rationem”.

Dopo l’8 settembre don Calcagno scrive una seria di veementi articoli per bollare di tradimento il re e Badoglio e per esortare alla riscossa contro gli Alleati, al fianco della Germania: e, questa volta, incorre nella sospensione “a divinis” da parte del vescovo di Cremona, Giovanni Cozzani. A Cremona egli si è recato dopo aver lasciato Terni, mettendosi subito in contatto con Roberto Farinacci, per il quale scrive su «Regime fascista» e, poi, fonda un nuovo settimanale da lui stesso diretto, «Crociata Italica», finanziato dal ras della città, anche perché questi è nemico personale del vescovo.

Il primo numero di «Crociata Italica» esce il 9 gennaio 1944 e, in brevissimo tempo, il giornale arriva a tirare la bellezza di oltre 100.000 copie: cifra sbalorditiva, specie considerati i tempi, e che lo pone in testa alla classifica della stampa più letta della Repubblica Sociale Italiana. Ogni numero, costituito da quattro pagine, è accompagnato dalle foto delle chiese e degli edifici distrutti dai bombardamenti aerei alleati, nonché da ironici commenti nei confronti di questi sedicenti liberatori che stanno riducendo in polvere un intero patrimonio artistico e civile. Lo stile degli articoli è aspro e intransigente; si invoca fedeltà a oltranza verso l’alleato germanico e si ribadisce che la causa fascista repubblicana è giusta e santa.

I collaboratori del giornale sono di provenienza disparata; fra essi non mancano persone assolutamente sincere e in buona fede, animate da un autentico amor di Patria e dal desiderio di lavare la vergogna dell’8 settembre con uno soprassalto di orgoglio nazionale. Sono persone qualunque, che hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare ad esporsi in quel modo, visto che ormai non occorre essere dei profeti per intuire che la guerra, per l’Asse, è perduta, e che giungere ad una durissima resa dei conti è solo questione di tempo.

Per avere un’idea dell’atmosfera di ingenuo entusiasmo e di nobile patriottismo che animava sicuramente almeno una parte dei collaboratori di «Crociata Italica», si può prendere ad esempio il caso di una giovane maestra cremonese, Marmilia Gatti Galasi, orfana di entrambi i genitori e con due sorelle da mantenere, di cui parla Giampaolo Pansa ne La grande bugia (Milano, Sperling & Kupfer, 2006, pp. 255-57):

«L’armistizio dell’8 settembre ebbe su di me un effetto devastante. Com’era possibile un tradimento così? E la fede alla parola data? E la lealtà che andavo raccomandando a scuola? In che modo li avrei spiegati ai miei alunni? L’Italia era in rovina. Come potevo non prendere posizione in modo aperto? Non avevo più genitori che mi suggerissero prudenza. Ero del tutto autonoma. La mia timidezza mi spingeva più a scrivere che a parlare.

Nel gennaio 1944 uscì a Cremona un settimanale, “Crociata Italica”. Lo dirigeva un sacerdote, che nel novembre dell’anno precedente era stato sospeso a divinis, cioè interdetto a celebrare i sacramenti, per i suoi scritti sui giornali della Repubblica Sociale: don Tullio Calcagno. Quando lessi “Crociata Italica”, mi decisi subito al grande passo: gli mandai un articolo scritto di getto, con il cuore. Era intitolato: “Parole ai maestri”. Se lo rileggo oggi, mi meraviglio di me stessa. Ma avevo 23 anni, tanta rabbia dentro, e tanto amore per la mia Patria.

Don Calcagno lo pubblicò in prima pagina, con la mia firma. Il suo settimanale stava avendo molto successo: vendeva 100.000 copie. Anche al mio paese c’era chi lo comprava per entusiasmarsi e chi per criticarlo. Uno zio sacerdote, direttore di un seminario, arrivò di corsa per tirarmi le orecchie: “Che cosa ti è venuto in mente? Non pensi alle conseguenze per te e le tue sorelle? Promettimi che non lo farai più!”. E io promisi.

Ma quante lettere di approvazione ricevetti! Il Provveditore agli studi mi convocò per propormi di cambiare sede: potevo insegnare in città o almeno nel mio paese. Rifiutai: non avevo scritto l’articolo per avere dei privilegi. Nel frattempo, don Calcagno mi sollecitava. Gli spedii un articolo, “Italia, Patria mia”, denso di amore per la mia terra bella e infelice. Arrivò di nuovo lo zio sacerdote: “Non mi hai dato retta! Ripensaci. Devi farlo per le tue sorelle”.

Tacqui per un po’. Poi consegnai a don Calcagno una poesia dedicata ad Aldo Bormida, il primo giovane soldato della Rsi caduto ad Anzio combattendo contro lo sbarco anglo-americano. Poi niente, mi pare. Ma in paese si cominciò a dire che scrivevo sui giornali fascisti. E qualcuno mi guardò male.

Nel settembre 1944, il ministro della Cultura popolare, Fernando Mezzasoma, mi convocò a Salò. Ci arrivai, dopo un lungo viaggio in bicicletta. Fatto assieme al segretario del fascio del mio paese: un brav’uomo, quasi sordo, con un piccolo negozio di alimentari. Ero una ragazza di campagna con le trecce sulle spalle, stanchissima, sudata, desiderosa soltanto di rientrare a casa. Che cosa poteva volere da me il ministro?

Mezzasoma mi offrì un incarico al ministero, per scrivere articoli come i due che avevo pubblicato su “Crociata Italica”. Gli risposi: “No, grazie. Voglio tornare alla mia scuola in mezzo ai campi: è il mio mondo. Fui contenta quando ripresi la bicicletta e mi rimisi in viaggio. Qualche giorno dopo ricominciai a insegnare. Che felicità! I miei bambini erano davvero i più belli del mondo. Come potevo pensare di lasciarli? E invece ero destinata a perderli.

Sette mesi dopo, alla fine della guerra, venni cacciata con un decreto: “Sospesa dall’insegnamento, senza stipendio, a tempo indeterminato”. Era il 29 aprile 1945. Non sapevo che, in quello stesso giorno, don Calcagno era stato fucilato dai partigiani a Milano, insieme al cieco di guerra Carlo Borsani».

Un poco alla volta, mano a mano che si fa più aspra la polemica con Cozzani e con Schuster, intervenuto a sua volta per mettere in guardia i fedeli contro il prete sospeso a divinis, intorno al giornale «Crociata Italica» si forma un vero e proprio gruppo di dissidenza religiosa, che, pur non toccando questioni di natura dogmatica, tende a definirsi in senso scismatico.

Due sono i punti sui quali don Calcagno e i suoi seguaci concentrano i propri sforzi propagandistici: il riconoscimento della Repubblica Sociale da parte della Santa Sede, reso però impraticabile dalle norme del diritto internazionale, che vietano agli Stati neutrali – quale è il Vaticano – di riconoscere gli Stati sorti nel corso di un conflitto armato; e, sfumato questo obiettivo, la costituzione di una Chiesa italiana distinta dalla Santa Sede, visto che il papa, per la sua posizione di capo spirituale dell’intera cristianità, non sembra in grado di interpretare il ruolo di capo effettivo della Chiesa italiana e di agire conformemente agli interessi nazionali.

In realtà, la vicenda di questo settimanale e del movimento ad esso collegato è la testimonianza di un problema reale e di un malessere ampiamente diffuso nel clero dell’Italia centro-settentrionale e fra numerosi cattolici. Qual è il vero e legittimo governo dell’Italia: il Regno del Sud di Vittorio Emanuele III, o quello della Repubblica Sociale di Mussolini? Da che parte stanno la legalità costituzionale e, soprattutto, la giustizia e la legittimità morale? Quale dei due incarna realmente gli interessi del popolo italiano e della Chiesa cattolica? E si tenga presente, per inquadrare adeguatamente tale problematica nel preciso contesto storico, che gli Alleati avevano appena portato a termine la distruzione a freddo di un secolare e glorioso monumento della cristianità, quale l’abbazia di Montecassino; che avevano più volte bombardato Roma, spargendo la morte tutto intorno alle maggiori basiliche del cattolicesimo; che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, nazioni protestanti, e l’Unione Sovietica, ufficialmente atea, non sembravano davvero potenze amiche della Chiesa.

Che il movimento di «Crociata Italica» impensierisse seriamente i vertici del cattolicesimo, lo testimonia il fatto che non solo il giornale dell’arcidiocesi di Milano, «L’Italia», scese in campo, insieme al cardinale Schuster, per denunciare la faziosità e la non validità del movimento, costruito intorno alla figura di un prete sospeso dalla funzione sacerdotale; ma la stessa cosa fecero anche l’arcivescovo di Torino, Maurilio Fossati, e il patriarca di Venezia, Cardinale Piazza.

Don Calcagno, di tanto in tanto, mostrava segni di pentimento e chiedeva il perdono delle alte gerarchie; poi, bruscamente, di nuovo si irrigidiva sulle proprie posizioni, in una altalena che ad alcuni parve il frutto di una sapiente strategia. Sia come sia, è certo che il direttore di «Crociata Italica» aveva pochi amici anche nella Repubblica Sociale, e che molti fascisti diffidavano di lui e del suo estremismo. In pratica, il suo solo appoggio era costituito da Roberto Farinacci. Mussolini, che lo ricevette nella primavera del 1944, pare gli abbia confermato il suo sostegno, ma questo doveva essere poco convinto se, ancora nell’imminenza della fine, il Duce si scuserà con Schuster degli «eccessi» di don Calcagno.

Comunque, il 24 marzo 1945 la Santa Sede emette un decreto di scomunica che, insieme al precipitare della situazione militare, con il crollo repentino della Linea Gotica, segna la fine sia del settimanale, sia del movimento dei «crociati».

Don Calcagno si rifugia a Crema, dapprima in casa di amici, poi nel Seminario Comboniano, con il consenso del vescovo di quella città. Scoperto dai partigiani, è arrestato e tradotto a Milano, nei sotterranei del Palazzo di Giustizia, la sera del 27 aprile. Sottoposto a processo sommario davanti a un sedicente Tribunale del popolo, il 29 è condannato a morte e fucilato a Piazzale Susa, insieme alla medaglia d’oro Carlo Borsani. Negli ultimi istanti ha chiesto i conforti religiosi, ma non vi è stato il tempo di somministrarglieli. Il suo cadavere viene trasportato, sopra una carretta della spazzatura, presso il campo dei fucilati del Musocco, e solo più tardi verrà traslato nel cimitero di Terni, la sua città natale.

Vale la pena di ricordare che non si è trattato di una rappresaglia isolata. Anche altri sacerdoti, specialmente cappellani militari, hanno subito un destino analogo, al momento della resa dei conti, a causa della loro fedeltà alla Repubblica Sociale. Fra essi possiamo ricordare Luigi Manfredi, Dante Mattioli, Aldemiro Corsi e Sperindio Bolognesi, parroci di alcuni paesi in provincia di Reggio Emilia; don Edmondo De Amicis, don Sigismondo Damiani e don Crisostomo Ceragiolo, cappellani militari.

La tragica fine di don Calcagno è stata rievocata da Carlo Borsani jr nel suo libro dedicato alla vicenda del padre, medaglia d’oro al valor militare, cieco e presidente dell’Associazione mutilati durante la Repubblica Sociale Italiana: Carlo Borsani. Una vita per un sogno (1917-1945) (Milano, Mursia, 1995, pp. 24, 28-29):

«Quella sera un nuovo personaggio si aggiunge ai prigionieri: è don Tullio Calcagno che a Cremona, nella tipografia di Roberto Farinacci, stampava “Crociata Italica”, un settimanale attorno al quale riuniva quei sacerdoti che avevamo aderito al fascismo repubblicano.

I detenuti, molti dei quali temono di venir condannati a morte, gli chiedono la benedizione e l’assoluzione, ma don Calcagno, che è stato spretato, allarga mestamente le braccia: “A me non spetta benedire, spetta soltanto a Dio”. Poi si siede acanto a Borsani: “Sei un cieco di guerra, una medaglia d’oro e sono sicuro che Schuster ti farà liberare”. Ma Borsani non possiede la stessa certezza e ha già accettato il suo destino. […]

Alle cinque del pomeriggio cinque individui, mai identificati esattamente, si presentano al palazzo di Giustizia con documenti del CLNAI che li autorizzano a prelevare Borsani per trasferirlo “in altro luogo”.

Invano il maggiore Bertòli si fa avanti offrendosi d’accompagnarlo. Alla sua proposta di poterlo fornire, almeno, di alcuni effetti personali, i partigiani rispondono che “dove va lui non servono”. Fanno salire il prigioniero su un camioncino e lo portano, assieme a don Tullio Calcagno, nelle scuole di viale Romagna, vicinissime a via Fucini, dove Borsani aveva consumato l’ultimo pasto coi propri cari.

Qui è in azione un “tribunale del popolo” che sottopone a un processo sommario i due “criminali di guerra” e, tra le urla e gli insulti di una folla scatenata, li condanna a morte, Borsani e don Calcagno vengono caricati nuovamente sul camioncino, che percorre poche decine di metri di un largo viale dritto, alberato, per fermarsi in piazzale Susa.

“Fine corsa, scendere!”, urla una voce sarcastica. Borsani sente sulla schiena una mano che lo spinge verso il nulla e dei passi che s’allontanano, bacia la prima scarpetta della figlia Raffaella, che teneva stretta in pugno, alza gli occhi al sole e grida: “Viva l’Italia!”.

Don Tullio Calcagno fa in tempo a dargli l’assoluzione in extremis; poi, a sua volta, viene assassinato.

È una domenica limpida e tiepida, la guerra è finita, l’aria sa di primavera. I milanesi oggi non vanno di fretta, passeggiano quietamente. Al centro della strada alcuni uomini col fazzoletto rosso al collo spingono un carretto della spazzatura su cui hanno caricato un cadavere. Sul petto gli hanno messo un cartello: “Ex medaglia d’oro”. Molti abbassano gli occhi, fingono di non vedere, altri battono le mani, salutano col pugno chiuso quel macabro corteo funebre».

* * *

Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

Segui Francesco Lamendola:

Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

4 Risposte

  1. silvano
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    Certo, e sempre triste e fa venire la pelle d’oca leggere queste righe,su questi italiani uccisi,purtroppo ke dire,ognuno faceva le sue scelte ,consapevole alla fine cui andava incontro!

  2. Eleonora
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    Non solo le pallottole uccidono, a volte basta anche un ‘ke’ al posto di un ‘che’.
    ‘Ne uccide più la lingua che la spada’ si diceva un tempo; oggi è vero il contrario: prima si uccide la lingua, così la spada ha buon gioco.

  3. pino
    | Rispondi

    Stiamo ritornando a quei momenti. Queste cose non vengono fatte conoscere come tante altre che sono avvenute.Povera Italia!!!

  4. silvano
    | Rispondi

    Brividi…brividi…ho letto recentemente tre libri di facile lettura,due di Gianni Oliva,Foibe e L’ombra nera,e uno di Sauro Onofri,il triangolo della morte,inerenti al lugubre periodo 43/47!!. Vorrei evidenziare un passaggio,di un grandissimo personaggio tale Leone Trotsky,che dice: La vita e bella,possano le generazioni future,liberarla da ogni male,oppressione e violenza,e goderla in tutto il suo splendore! Parole sacrosante!

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